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“Un borghese piccolo piccolo” (1977) di Mario Monicelli: gli scherzi sono finiti

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Le promesse vengono mantenute: Alberto Sordi torna protagonista di “Finché c’è cinema (…)”. Nella quarta puntata della nostra serie, ho preso in esame gli inizi della carriera del famoso attore, che – come ricordiamo – non furono facili. Passando da un media all’altro, Albertone ottenne fi nalmente un successo spettacolare, diventando non solo il volto di uno dei generi cinematografi ci più importanti e fertili della storia del cinema italiano (la commedia all’italiana), ma allo stesso tempo l’incarnazione simbolica di tutti i vizi, le frustrazioni e le piccole gioie del cosiddetto italiano medio. Ma Sordi è stato davvero in grado di umanizzare, grazie alle sue specifiche qualità d’attore, anche il più grande dei mostri? Chi è Giovanni Vivaldi?

Diciotto anni dopo la prima de ”La Grande Guerra” (1959; Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia), cineasti e pubblico attendevano impazienti il nuovo progetto cinematografico di Mario Monicelli e Alberto Sordi. Nella seconda metà degli anni Settanta l’Italia era sull’orlo della bancarotta morale. Le forti tensioni della realtà socio-politica si potevano percepire quasi ogni giorno dagli abitanti del Belpaese. Un Paese che non volava più felicemente nel blu dipinto di blu (citando il famoso brano di Modugno), ma aspettava inconsapevolmente un collasso ancora più profondo (il rapimento e poi l’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, 1978). Ne “La Grande Guerra”, Monicelli e Sordi hanno raccontato in costume una storia estremamente moderna, un’originale elaborazione dei (maggiori) difetti e (minori) pregi del carattere nazionale italiano. Il passato rifletteva su un tragicomico presente. Questa volta, tuttavia, la situazionedoveva essere completamente diversa: il doloroso presente mostrava in bianco e nero che non aveva nessun senso contare su un futuro roseo e pacifico.

Mario Monicelli

“Un borghese piccolo piccolo” (titolo polacco: „Szaleństwa małego człowieka”, ovvero “Le follie di un uomo piccolo”) fu pubblicato nel 1976. Il romanzo d’esordio di Vincenzo Cerami¹, ex allievo di Pier Paolo Pasolini (l’anno di pubblicazione coincide purtroppo con la data della scomparsa prematura dell’autore di “Accattone”), si aggiudicò da subito tutta l’attenzione della stagione letteraria dell’epoca. Lo stesso Italo Calvino notò, che “lo sguardo spietato dell’autore, che affascina i lettori sin dalla prima pagina”. Il piccolo mondo di un impiegato ministeriale non è mai stato così commovente e allo stesso tempo grottesco, macabro, e soprattutto così vicino alla realtà, ai fatti, alle cronache, ma senza scoop giornalistici.

Giovanni Vivaldi – il borghese piccolo piccolo, che ha vissuto in gioventù la povertà rurale e la guerra – si è fatto una vita a Roma. L’uomo è diventato un conformista, un prodotto (o forse meglio una reliquia) di una certa generazione che si venderebbe per meno di un pugno di dollari solo per raggiungere i propri obiettivi. Casa, famiglia, lavoretto al caldo; ogni giorno è una copia del precedente. Ma Giovanni Vivaldi nonostante l’età avanzata non ha mai perso vigore e fiducia nel futuro.

La fine dei dilemmi e delle frustrazioni del protagonista potrebbe essere segnata dalla
promozione socio-professionale del suo amato ed unico figlio, per il quale il padre condivide
grandissime aspettative. La vita di Mario Vivaldi deve elevarsi al di sopra dei triste cliché nei quali è racchiusa l’esistenza di Giovanni, che è pronto a tutto (incluso l’ iscrizione a una loggia massonica) per ottenere ciò che vuole. La disponibilità a compensare le proprie perdite, mancanze e umiliazioni si rivelerà l’elemento fondamentale di questa storia. Ad
eccezione del finale², il film di Monicelli è una trasposizione piuttosto fedele del romanzo di
Cerami. Entrambe le opere – oggi considerate congeniali – raccontano della tragedia e dei traumi sia a livello individuale che collettivo-nazionale.

Come scrisse Monicelli nel suo “L’arte della commedia”: “Volevo fare un film con due facce: una prima parte molto divertente, da commedia all’italiana, con dei tocchi un po’ crudeli […]; e poi una seconda faccia capovolta, piena di sangue e di orrore. Il tutto affidato ad un attore comico. Sordi rimase dapprima un po’ perplesso, poi accettò di fare il film. Anche a lui dovevo dare due volti: quello comico-vile, e quello drammatico”. Questa ”spaccatura” diventa cruciale poiché nei successivi duedecenni il paese era cambiato in modo così radicale che anche le rappresentazioni della narrativa storica dovevano modificarsi. Altri generi iniziarono a salire d’interesse: gialli politici, film polizieschi, film sulla mafia, drammi sociali e film dell’orrore.

Alberto Sordi, Un borghese piccolo piccolo

La commedia all’italiana si è sempre nutrita della realtà, diventando una sorta di specchio (a volte fortemente distorto) per il pubblico (specialmente quello italiano). Tuttavia, il contesto storico degli anni di piombo (date simboliche: 1969-1978) e la sua diretta influenza sul film di Monicelli annuncianola fine definitiva di una certa epoca di ingenuità, frivolezza e divertimento. Sebbene Ettore Scola avesse già introdotto nell’ambito della commedia una grande dose di sporcizia, violenza (intesa in senso lato), disillusione e grottesco (basti pensare a un’opera di punta come “Brutti, sporchi e cattivi”, 1976), è proprio Monicelli ad essere considerato quello che le ha spezzato definitivamente il già fragile cuore.

In cosa consiste il cambiamento fondamentale e l’originalità dell’opera? Il protagonista interpretato da Sordi nella prima parte del film appare come la continuazione di molti personaggi che lui stesso si divertiva a interpretare negli anni ’60 e per i quali il pubblico lo amava (e lo ama fino ad oggi) immensamente.

Personaggi fortemente invischiati in una rete di ipocrisia e dipendenza sociale, che vogliono arrangiarsi in ogni modo, soprattutto con l’aiuto di favori e raccomandazioni. Senza regole né scrupoli. Ma il film di Monicelli va oltre la satira. In questo “piccolo mondo borghese” – simboleggiato dalla casa della famiglia Vivaldi, una specie di oscura cripta in cui i personaggi si sono sepolti mentre ancora vivono – si insinua brutalmente la “realtà di piombo”. Proprio mentre Mario è vicino ad ottenere il successo sognato dal padre, il figlio rimane ucciso colpito da una pallottola vagante esplosa nel corso di una sparatoria successiva a una rapina a una banca. Giovanni seppur disperato ricorda il volto del giovane rapinatore.

La tensione in molte commedie all’italiana (tra cui la più famosa, ovvero “Divorzio all’italiana”, 1961) proveniva dal conflitto tra „L’Italia del capitale umano/sociale” e quella imposta, “L’Italia politica”. Una sopra, l’altra giù, succube. Sebbene lo Stato italiano questa volta sia davvero in grado di aiutare Giovanni a render giustizia, l’uomo decide – letteralmente e figurativamente – di prendere in mano la situazione. Occhio per occhio, dente per dente…

“Un borghese piccolo piccolo” dipinge il ritratto di una società sull’orlo di un crollo completo dei valori, dove il crimine genera un altro crimine e il trauma genera un altro trauma. Le profonde frustrazioni (raccolte nel decennio del boom e del conformismo rampante) alla fine esplodono nel modo più atavico possibile. La vittima diventa il carnefice e viceversa. Ma la prima parte del film non è crudele e cinica come la seconda, nonostante non sgoccioli sangue? O forse la prima vittima di Giovanni è proprio il suo bonario figlio Mario, che il padre voleva per forza modellare a sua immagine e somiglianza? Il cambio di ruoli e convenzioni non è mai stato così spietato nel cinema italiano e il capolavoro di Monicelli rimane un autentico e ancora attuale capolavoro.

¹ Vincenzo Cerami (1940-2013), noto scrittore e sceneggiatore italiano, molto apprezzato dalla critica. Fu Pier Paolo Pasolini, che per primo scoprì il talento del futuro co-sceneggiatore del premio Oscar „La vita è bella” (1997), a trasmettergli l’amore per la cultura, la lingua e la poesia. A metà degli anni Sessanta, il regista di „Teorema” propose al suo ex allievo il ruolo di aiuto regista sul set di “Uccellacci e uccellini” (1966), pellicola oggi ritenuta cult, in cui i ruoli principali vengono interpretati da Totò (genio assoluto della commedia italiana) e Ninetto Davoli. Cerami ha avuto un forte sodalizio con il cinema e molti suoi autori, basti citare le collaborazioni con Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Antonio Albanese e il già menzionato Roberto Benigni.

² Nel libro, dopo l’uccisione dell’ assassino di Mario, Giovanni torna – come se niente fosse accaduto – nel suo „piccolo mondo chiuso” dove ogni giorno inizia con una tazza di caffè. Sergio Amidei e Mario Monicelli in collaborazione con Cerami hanno rimodellato in modo significativo il finale del film. Nel finale, compare un forte suggerimento che il protagonista interpretato da Sordi abbia appena iniziato la sua „sanguinosa crociata”. Dopo la morte della moglie e il pensionamento, l’uomo solitario decide di intraprendere un „nuovo tipo di attività” che consiste nel continuare ad amministrare „la propria giustizia” nel mondo che lo circonda.

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FINCHÈ C’È CINEMA, C’È SPERANZA è una serie di saggi dedicati alla cinematografia italiana – le sue tendenze, opere e autori principali, ma anche meno conosciuti – scritta da Diana Dąbrowska, esperta di cinema, organizzatrice di numerosi eventi e festival, animatrice socioculturale, per molti anni docente di Italianistica all’Università di Łódź. Vincitrice del Premio Letterario Leopold Staff (2018) per la promozione della cultura italiana con particolare attenzione al cinema. Nel 2019, è stata nominata per il premio del Polish Film Institute (Istituto Polacco d’Arte Cinematografica) nella categoria “critica cinematografica”, vincitrice del terzo posto nel prestigioso concorso per il premio Krzysztof Mętrak per giovani critici cinematografici.

Pubblicazione motivazioni sentenza che vieta l’aborto, ieri manifestazioni senza scontri

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

“Oggi abbiamo visto persone che volevano protestare, non combattere la polizia” ha sottolineato ieri il portavoce del quartier generale della polizia di Varsavia Sylwester Marczak. ” La novità è stata la mancanza di comportamenti aggressivi nei confronti dei poliziotti”, ha sottolineato. Mercoledì sera si è svolta una protesta nel centro di Varsavia dopo la pubblicazione da parte della Corte costituzionale delle motivazioni della sentenza del 22 ottobre dello scorso anno, in cui il Tribunale costituzionale ha stabilito che la disposizione che consente l’aborto in caso di probabilità di danno fetale grave è inapplicabile in quanto incostituzionale.

https://wydarzenia.interia.pl/mazowieckie/news-rzecznik-ksp-to-co-sie-zmienilo-to-brak-zachowan-agresywnych,nId,5013269

Esportatori alimentari polacchi preoccupati che la Repubblica Ceca imponga quota di prodotti nazionali

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Il governo ceco vuole che più della metà dei prodotti disponibili nei negozi provenga da fornitori nazionali. In definitiva si vuole raggiungere una quota di prodotti nazionali del 73%. Tali informazioni sono un duro colpo per gli esportatori polacchi. Sebbene la strada tra la dichiarazione e l’attuazione sia ancora lunga, la Polonia non sta a guardare. Una locomotiva chiamata “solo il nostro cibo” è appena partita in Repubblica Ceca. Dal prossimo anno più della metà dei prodotti disponibili sugli scaffali dei supermercati proverrà da produttori nazionali. Tuttavia, questo è solo un assaggio di ciò che accadrà tra sei anni. I legislatori cechi vogliono portare fino al 73% la quota di prodotti nei negozi con etichetta che garantisca la provenienza ceca. Questa è una terribile notizia per i produttori alimentari polacchi. I regolamenti si applicano a gruppi specifici di prodotti: carne, latticini, verdura o frutta. Questi prodotti alimentari sono la spina dorsale delle esportazioni polacche. Anche se c’è ancora molta strada da fare dalla decisione del parlamento alla firma del presidente ceco su questi regolamenti che – secondo gli esperti – violano i regolamenti dell’UE sul libero mercato e sulla libera circolazione dei servizi.

https://www.money.pl/gospodarka/telegram-z-czech-polska-zywnosc-stop-odpowiedz-bedzie-adekwatna-6601393087183744a.html

Inflazione in Polonia maggiore degli altri stati UE

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Il quotidiano “Dziennik Gazeta Prawna” rende noto che l’inflazione in Polonia è la maggiore nei paesi dell’Unione Europea, al secondo posto c’è quella dell’Ungheria. Secondo i dati presentati da Eurostat nel 2020 l’inflazione in Polonia è ammontata al +3,4% (secondo il GUS +2,4%). Sull’aumento dell’inflazione ha influito la crescita dei costi dello smaltimento dei rifiuti (costo raddoppiato rispetto al 2015) i servizi bancari (+50%) e postali. La crescita dei prezzi c’è stata anche nei servizi come parrucchieri, badanti e imbianchini. I prezzi degli alimentari sono in media cresciuti leggermente perchè ci sono prodotti come le patate o la carne di maiale che sono diminuiti rispettivamente del -36,2%  e del  -11,7%. In crollo sono i prezzi del settore del trasporto passeggero, voli aerei internazionali del -56%, voli nazionali – 26,8%, trasporto passeggero su navi e traghetti del – 15%.

https://finanse.gazetaprawna.pl/artykuly/8076233,polska-inflacja-w-unii-europejskiej-dane.html

Spritz, l’aperitivo per eccellenza

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L’aperitivo veneziano per eccellenza ha origini oscure. Spritz viene dal tedesco “spritzen”, spruzzare, ma non si sa quando e dove si sia cominciato a chiamare con questo nome il vino spruzzato di acqua gassata o selz (l’aperitivo rosso arriverà più tardi).

Il primo indizio è la parola “spritzer” che compare nel “Pesth-Ofner Loclablatt”, un giornale in lingua tedesca che si pubblicava a Budapest (Buda in tedesco si chiama Ofen). Nel numero del 31 luglio 1857, il giornalista spiega cosa sia lo “spritzer”, ovvero vino mescolato con acqua frizzante.

L’articolo è una corrispondenza da Venezia dove si parla dei caffè di piazza San Marco. Il giornalista – nel 1857 Venezia e Budapest facevano parte dello stesso stato: la monarchia asburgica – spiega ai suoi lettori cosa si beva nella veneziana piazza San Marco, ma sente anche il bisogno di darne la ricetta. Se lo precisa, significa probabilmente che i suoi lettori non sapevano di cosa si trattasse. E quindi viene da domandarsi da quale parte della Alpi sia stata messa a punto questa bevanda.

Spritz al ristorante Aqua e vino a Cracovia

Facciamo un salto di quasi un secolo, nel 1928 Elio Zorzi pubblica il libro “Osterie veneziane”. Parlando del “Calice” (l’osteria esiste ancora oggi) in calle degli Stagneri, scrive: «Potrete gustare a mo’ di aperitivo una “scorzeta”, ovverossia un “bismark” o “spritz”, delicata e innocente invenzione del “Calice”, che offre sotto tale nome una mezza ombra di vin bianco al selz con una fettina di buccia di limone. Ne fanno largo uso – che s’è ormai generalizzato a Venezia e fuori di Venezia – i numerosi commercianti che affollano, verso mezzogiorno, l’osteria al Calice». Non è stato inventato lì, ma è molto probabile che questo locale abbia contribuito in modo determinante a farlo diffondere.

La testimonianza successiva è di cinquantun anni più tardi, ovvero nel 1979, quando Mariù Salvatori de Zuliani pubblica il libro “El canevin de le botilie”dove riporta la prima ricetta conosciuta dello spritz. Oggi ci si accapiglia se lo spritz «autentico» sia quello con il padovano Aperol o con il veneziano Select, ma nella prima ricetta conosciuta non sono contemplati né l’uno né l’altro, bensì un amaro che l’autrice specifica possa essere: Cynar, china, bitter. La presenza del Cynar, commercializzato dal 1950 ci permette di datare la ricetta nei 29 anni che intercorrono tra il 1950 e il 1979. Fino a non molto tempo fa esisteva in Veneto una specie di distinzione di genere: l’Aperol, più dolce e leggero, veniva
scelto in prevalenza dalle ragazze, il più amaro e forte bitter Campari dai ragazzi. In ogni caso sempre col vino bianco fermo, l’utilizzo del prosecco è spurio, d’altra parte il prosecco è leggerino e viene ammazzato da ingredienti tanto aggressivi. C’è anche un ulteriore aspetto: un tempo aggiungere seltz a un aperitivo (ghiaccio, invece, pochissimo o niente) era un sistema per rendere bevibili vinacci da osteria che altrimenti sarebbero dovuti andare giù per lo scarico.

Spritz al Cynar, Select, Aperol al Bar Rosso di Venezia

L’Aperol viene presentato per la prima volta alla fiera di Padova del 1919. Lo produce la ditta Fratelli Barbieri, registrata il 9 giugno 1915 alla Camera di commercio di Padova da Silvio e Luigi Barbieri. Comunque la carta intestata che i fratelli depositano alla Camera di commercio parla chiaro: «Aperol Barbieri Aperitivo speciale», è scritto e un po’ più in basso uno stemma dei Savoia sovrasta un cartiglio con la dicitura: «Brevetto della real casa».

Probabilmente proprio per fare concorrenza all’Aperol, la veneziana Fratelli Pilla, decide di lanciare il Select. I bolognesi Mario e Vittorio Stauroforo Pilla registrano la società il 19 luglio 1919, un terzo socio possiede un nome altisonante per la Venezia di allora, quello dell’industriale tessile Aldo Jesurum, presto sostituito da un personaggio ancor più prestigioso, Gian Carlo Stucky, proprietario del gigantesco mulino industriale sull’isola della Giudecca, oggi sede dell’albergo Hilton Molino Stucky. Il marchio dell’aperitivo Select viene depositato nel 1920, ma non si capisce se la produzione cominci subito, nella sede veneziana della Pilla, che ha nella ragione sociale «fabbricazione e commercio di liquori, sciroppi, vermouth, distillazione vinacce per produzione acquavite, lavorazione dei relativi sottoprodotti» oppure se arrivi in dote più tardi, con l’acquisizione della Piavel di San Donà di Piave, in provincia di Venezia, avvenuta il 23 aprile 1923. Nel 1927 il Select viene elogiato dal poeta Gabriele D’Annunzio – «elisir aperitivo» lo chiama – ma non è vero che sia stato lui a inventarne il nome, come si racconta.

Nel marzo 1934 tutto si trasferisce tutto – sia sede amministrativa, sia impianti – a Marghera, in zona industriale. La seconda guerra mondiale provoca una grave crisi: la relazione al bilancio 1943 sottolinea la «totale inattività» della ditta. Ma il peggio deve ancora arrivare: nel maggio 1944 un bombardamento aereo distrugge lo stabilimento Pilla di Marghera. La sede viene trasferita nell’isola di Murano. Lo stabilimento muranese produce sì alcolici, ma possiede anche una fornace interna dove si fabbricano pure le bottiglie necessarie per commercializzare il Select. Inoltre la Pilla muove parecchio indotto. Alcuni anziani ricordano ancora i tempi in cui si molavano e decoravano a mano bicchieri che venivano utilizzati nelle confezioni regalo. Pensate un po’: vi compravate un cofanetto con una bottiglia di Select, e assieme vi davano sei bicchieri di Murano molati a mano. Oggetti che avrebbero oggi un valore di un centinaio di euro ciascuno. Al tempo, invece, quel che contava era la bevanda. Dal settembre 1956 la nuova sede è a Castel Maggiore, in provincia di Bologna. Oggi l’aperitivo è un marchio del gruppo Montenegro.

Intanto però a Mestre, nella terraferma di Venezia, nel 1950 nasce il Cynar. Si tratta di un aperitivo a base di carciofo, versione industriale di una bevanda già conosciuta nelle case
veneziane.

Il Cynar è stato creato da un personaggio che definire eclettico è assai riduttivo: Angelo Dalle Molle. Questi, dopo aver lanciato assieme ai fratelli l’aperitivo a base di carciofo compra una villa veneta sul Brenta, la Barbariga a San Pietro di Stra, e ci impianta una fabbrica di auto elettriche. Ne omologa cinque modelli fino all’inizio degli anni Novanta. Grazie al Cynar l’Italia sarebbe potuta essere all’avanguardia nella produzione di auto elettriche, invece tutto è stato abbandonato per non disturbare il motore a scoppio.

Altro punto da chiarire è quando e dove qualcuno abbia cominciato a “macchiare” lo spritz originario – vino e selz – con un aperitivo più o meno rosso. Mariù Salvatori de Zuliani offre un indizio: Padova e famiglia Zanotto.

Alessandro Zanotto è il discendente di un’antica famiglia nobile arrivata a Venezia nel Duecento; racconta che il riferimento potrebbe andare a suo prozio Danilo, un bon vivant che tra gli anni e Cinquanta e Sessanta si divertiva a inventare cocktail. Lifaceva preparare ai baristi di Udine e di Padova, le città dove viveva (era nato a Pordenone) e li faceva servire agli amici. I baristi utilizzavano poi le sue invenzioni, in alcuni casi con grande successo, tanto che i suoi discendenti si rammaricano che non avesse mai pensato a depositarne le ricette. Quindi potrebbe proprio essere stato Danilo Zanotto il primo, o uno dei primi, a mettere «un amaro qualsiasi» nello spritz originario, di soli vino e selz, e avere così inventato la bevanda come la conosciamo noi oggi. Purtroppo, però, al momento rimane solo un’ipotesi, in attesa che prima o poi saltino fuori le prove.

Lo spritz era un aperitivo veneziano e nel resto d’Italia nessuno lo conosceva fino al 2003, quando l’Aperol è stato acquistato dalla multinazionale Campari e ha deciso di rilanciare un marchio un po’ appannato attraverso lo spritz. Le campagne pubblicitarie milionarie hanno sì fatto uscire lo spritz dai confini veneziani, ma lo hanno anche profondamente cambiato: intanto per farlo ora si usa prosecco e non vino bianco secco, come in precedenza, e poi lo si beve in prevalenza con l’Aperol. E allora un invito: provatelo anche col Bitter Campari, col Cynar, col Select, come facevano i veneziani. Vedrete che sorpresa: vi piacerà.

I registi Komasa e Polanski nominati ai Premi Goya

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I film Corpus Christi di Jan Komasa e L’ufficiale e la spia di Roman Polanski sono stati nominati al premio Goya assegnato dall’Accademia delle arti e della cinematografia spagnola. Ad essere nominati nella categoria miglior film europeo anche The Father di Florian Zeller e Falling di Viggo Mortensen. Il più grande numero delle nomine va a Adu, disponibile su Netflix, diretto da Salvador Calvo. Il film può vincere il premio per la regia, sceneggiatura, musica e fotografia. Corpus Christi del regista polacco Jan Komasa racconta la storia di un giovane appena uscito dal riformatorio e scambiato per un prete. L’altro film a regia polacca, L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, tratta della storia di un ufficiale francese d’origini ebree che dopo un’indagine rapidissima in base alle prove false è stato condannato all’ergastolo per lo spionaggio per conto dei tedeschi. I Premi Goya sono assegnati dal 1987. L’anno scorso il più grande numero dei premi l’ha vinto Dolor y gloria di Pedro Almodovar (in totale sette, tra cui quelle per il miglior regista, la sceneggiatura e musica).

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C796411%2Cboze-cialo-jana-komasy-i-oficer-i-szpieg-romana-polanskiego-nominowane-do

Napoli, Rione Sanità

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Al Rione Sanità bisogna andarci senza pregiudizi, con la mente aperta e con il cuore che batte. Perché il Rione Sanità è la quintessenza di Napoli, al di là del bene e del male. Miseria e nobiltà, delitto e bellezza, castigo e sorriso, vicoli scuri e cupole innalzate nell’azzurro del cielo: è una storia lunga millenni che si sente palpitare a ogni angolo, dai sottoportici alle piazze. Ogni napoletano del Rione, sorto appena fuori le antiche mura aragonesi e sotto l’ombra protettrice di Capodimonte, si sente più napoletano di ogni altro cittadino.

E ha ragione, probabilmente, perché il suo quartiere può renderlo felice o può dannarlo, più di quanto possa fare il resto della città. Ma può anche bastargli una vita, senza mai sentire il bisogno di uscirne a cercare il mare e altri orizzonti.

Casa natale di Totò

Qui, a via Santa Maria Antesaecula, è nato Totò, il grande attore, il principe della risata, che adesso primeggia tra i murales che da anni hanno cominciato a decorare le mura di tufo degli antichi palazzi, scalfite dalla Storia e dalla decadenza, e per il quale si attende da anni e anni che la sua casa natale diventi un museo. Intanto fuori al portone cisi può far scattare una foto da un intraprendente ambulante abusivo che vende magneti e souvenir. Questo è il rione del sindaco di Eduardo De Filippo, la celebre e celebrata commedia del 1960. Ma la Sanità è pure il quartiere della camorra che qualche anno fa ha lasciato morto sui basoli bollenti un adolescente, colpevole solo di trovarsi per strada durante una “stesa” (i raid in moto dei giovani delinquenti dei clan rivali che percorrono di notte le strade del rione sparando all’impazzata per imporre un loro predominio territoriale). Però la rinascita e una forte presa di coscienza della Sanità civile e perbene sono in atto da tempo, grazie anche all’attività di parroci come Antonio Loffredo che coinvolge mamme e giovani in efficaci attività legali e redditizie. La nera nebbia della malavita comincia a diradarsi.

Eppure basta passeggiare per qualche ora nel rione, entrando da piazza Cavour e immergendosi subito nel mercato di piazza Vergini per essere travolti dall’oleografia più pittoresca di Napoli. Un palcoscenico di chiese barocche e di botteghe stracolme che espongono per strada la merce come in un bazar del Medio Oriente. Profumi e fetori, colori e voci, musica dai balconi, tazzine di caffè bevute in fretta e in piedi davanti ai banconi dei bar. Il concentrato della vita popolare è qui. Poi tocca avviarsi verso la grande chiesa del Monacone (San Vincenzo Ferrer), ovvero Santa Maria della Salute, cuore della Sanità, e allora si resta incantati dalle scale del settecentesco Palazzo dello Spagnolo e del suo gemello Palazzo Sanfelice, pensati come quinte teatrali di uno spettacolo quotidiano, gratuito, dove ognuno è nel medesimo tempo attore e spettatore. Lungo il percorso troverete pizzerie (come l’imperdibile Concettina ai Tre Santi) e pasticcerie (come Poppella), perché alla Sanità il cibo è nutrimento e cultura, piacere della gola e della vista.

Il quartiere è nato nel XVI secolo, appena a nord del centro antico, dei Decumani, e probabilmente prende il nome dalla sua natura di vallata salubre, stretta tra Capodimonte e Caponapoli (l’antica acropoli greco-romana), subito dopo l’area acquitrinosa fuori porta San Gennaro. Ma la Sanità esisteva già prima di nascere. Perché, come hanno dimostrato le recenti indagini nel sottosuolo, qui la vita e la morte si confondevano da secoli. Non ci sono solo le magnifiche catacombe paleocristiane, aperte al pubblico e gestite da una cooperativa di giovani del rione. Scavando scavando, son venuti fuori pezzi dell’Acquedotto Augusteo, gli ipogei ellenistici e tutta una città sotterranea che sta cominciando ad attrarre sempre più turisti che nemmeno la recente pandemia ha completamente fermato. Così gruppetti di italiani e di stranieri si avviano volenterosi e curiosi fino al cimitero delle Fontanelle, un’enorme caverna che per secoli ha raccolto le ossa e i teschi di migliaia e migliaia di morti per peste e colera e i resti di corpi precedentemente seppelliti nelle chiese e poi trasportati in questo luogo dove si riesce a spettacolarizzare e rendere umano e trascendente, orrido e familiare persino l’Aldilà.

Attorno e sopra questi resti sparsi dell’antichità sono sorti dei quartieri nel quartiere. La Sanità pur essendo un rione urbanisticamente concentrato, chiuso e sufficiente a sé stesso, si divide in tanti altri microcosmi che all’occhio del residente si trasformano in pianeti lontani. Provate a chiedere a un abitante della Sanità come andare, per esempio, ai Cristallini, o ai Miracoli, ai Cagnazzi, ai Cinesi, alle stesse Fontanelle, tutti angoli distanti tra loro poche centinaia di metri, provate a domandare: vi risponderanno con gesti, sguardi e parole di supremo stupore, spiegandovi che sono luoghi lontanissimi, pianeti persi nello spazio che girano attorno al sole della chiesa della Salute. Eppure stanno lì, a due passi. È che l’uomo della Sanità non si sente solo al centro di Napoli, ma immagina di essere collocato al centro del sistema solare, anzi del cosmo. E sa bene che quello che gli accade attorno si ripeterà ciclicamente come l’eterno ritorno, nel quale sono immersi insieme a tutti i napoletani, ignari dell’eterno riposo.

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Pietro Treccagnoli vive a Napoli e per quasi quarant’anni ha lavorato al “Mattino”. Ha scritto di cultura, spettacoli, cronaca e soprattutto di Napoli alla quale ha dedicato alcuni dei suoi libri: “Elogio di san Gennaro” (Pironti), “Il Lungomare” (Rogiosi), “La pelle di Napoli” (Cairo), “I Quartieri Spagnoli” (Rogiosi), “L’Arcinapoletano” (Guida).
Passa le sue giornate da pensionato ascoltando Mozart, Bruce Springsteen e Pino Daniele. Se non siete troppo invadenti potete chiedergli l’amicizia sui social.

LG invest altri 1,4 mld di zl a Kobierzyce

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Come rende noto il quotidiano Puls Biznesu la società coreana LG amplia l’impianto di produzione di batterie per auto elettriche a Kobierzyce (dintorni di Wrocław). Secondo le stime il nuovo investimento sarà di 302,9 milioni di euro. “La società Spółka LG Energy Solution ha appena ricevuto una garanzia di supporto nell’ambito del programma statale di Polska Strefa Inwestycyjna (Zona Polacca di Investimento)”, leggiamo nel quotidiano. Miłosz Marczuk il portavoce dell’Agenzia dello Sviluppo dell’Industria / Agencja Rozwoju Przemysłu (ARP) ha dichiarato a Puls Biznesu che “la quota dichiarata dell’investimento ammonta a 302,9 milioni di euro inoltre entro il 31 dicembre 2022 verranno assunti altri 500 nuovi operai”. Invece nel comunicato rilasciato da ARP leggiamo che la quota totale dell’investimento di Spółka LG  Energy Solution dovrebbe superare 3,4 miliardi di euro circa 14 miliardi di zł e dare lavoro a circa 10 mila operai. Quando sarà completata la quarta tappa dell’ampliamento dell’impianto di Kobierzyce la fabbrica diventerà il più grande impianto di produzione degli accumulatori EV al mondo e dovrebbe soddisfare il 60% della domanda del mercato europeo.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C798146%2Cpuls-biznesu-lg-wyda-w-kobierzycach-jeszcze-14-mld-zl.html

 

[Aggiornamento 21.01.2021] Situazione attuale in Polonia rispetto all’epidemia di COVID-19

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Negli ultimi giorni sono stati superati i 2 milioni di morti per COVID-19 nel mondo. In Polonia si sono registrati ancora nuovi casi, con circa 7.000 nuovi casi al giorno, mentre il numero complessivo dei malati attivi si conferma ancora in calo.

Il numero complessivo dei casi attivi è sceso a 207.462 (settimana scorsa 226.083), di cui in gravi condizioni 1.597 (settimana scorsa 1.630), ovvero circa lo 0,8% del totale. Gli ultimi dati al 21 gennaio 2021 mostrano un numero di nuovi casi nelle ultime 24 ore di 7.152, con 419 morti.

Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato ancora alto, ovvero 2.105 morti dal 14 gennaio (in leggero calo rispetto ai dati della settimana precedente dove si erano registrati 2.215 morti).

Il Voivodato della Masovia (874), la Pomerania (740), la Grande Polonia (740), la Cuiavia-Pomerania (729), la Bassa Slesia (567), e la Slesia (489) sono i Voivodati maggiormente interessati da nuovi casi.

numeri dell’epidemia sono stabilizzati e in calo. Attualmente sono occupati 14.928 letti da pazienti COVID-19, mentre le terapie intensive occupate sono 1.597.

Tutto il territorio polacco è ancora zona rossa con obbligo di mascherine nei luoghi aperti al pubblico, anche all’aperto. Sono chiusi al pubblico bar, ristoranti, palestre, cinema e teatri, con alcune eccezioni e la presenza di diverse restrizioni sul numero di persone consentite nei negozi, nei centri commerciali e vincoli per l’esercizio dell’attività delle strutture alberghiere. Bar e ristoranti possono effettuare il solo servizio di asporto.

Da segnalare questa settimana l’inizio del programma di sostegno Tarcza Finansowa PFR 2.0, a partire dal 15 gennaio possono essere inviate le richieste di sostegno da parte delle aziende polacche colpite gravemente dalla pandemia. Prosegue inoltre la campagna vaccinale in Polonia, che conta al 21 gennaio circa 590.000 persone vaccinate per il COVID-19.

Per quanto riguarda gli sposamenti, resta in vigore fino al 31 gennaio l’obbligo di quarantena di 10 giorni per gli ingressi in Polonia, anche da paesi europei, con mezzi di trasporto organizzati.

Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia, per il rischio di possibili nuove restrizioni sui voli e gli spostamenti.

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Informazioni per i cittadini italiani in rientro dall’estero e cittadini stranieri in Italia tra cui le risposte alle domande:

  • Ci sono Paesi dai quali l’ingresso in Italia è vietato?
  • Sono entrato/a in Italia dall’estero, devo stare 14 giorni in isolamento fiduciario a casa?
  • Quali sono le eccezioni all’obbligo di isolamento fiduciario per chi entra dall’estero?
  • E’ consentito il turismo da e per l’estero?

Per gli spostamenti da e per l’Italia a questo link le informazioni del Ministero degli Esteri:
https://www.esteri.it/mae/it/ministero/normativaonline/decreto-iorestoacasa-domande-frequenti/

La situazione Polonia verrà aggiornata all’indirizzo: www.icpartners.it/polonia-situazione-coronavirus/

Per maggiori informazioni:
E-mail: info@icpartnerspoland.pl
Telefono: +48 22 828 39 49
Facebook: www.facebook.com/ICPPoland
LinkedIn: www.linkedin.com/company/icpartners/

Formula 1: Alfa Romeo presenta a Varsavia la nuova vettura

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La presentazione della vettura Alfa Romeo per la stagione 2021 avverrà a Varsavia il 22 febbraio. Orlen lo ha confermato ufficialmente. Così, per la prima volta, la nuova macchina di F1 verrà mostrata al mondo nella capitale della Polonia. Ad annunciarlo è il magazine italiano “Motorsport”. La scelta della capitale polacca non è casuale. L’evento in programma il 22 febbraio sarà l’inizio ufficiale del secondo anno di collaborazione tra il team di Formula 1 e Orlen. Robert Kubica, che sarà tra gli ospiti alla presentazione del modello C41, sarà il pilota di riserva dell’Alfa Romeo per la prossima stagione.

https://sportowefakty.wp.pl/formula-1/919872/f1-wielka-impreza-z-robertem-kubica-w-warszawie-orlen-potwierdza