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UW: reclutamento straordinario per gli studenti bielorussi
Seminario polacco-italiano sul giardino “Citri et aurea”, 1-3 settembre 2020
Il progetto “Citri et Aurea”, in corso con successo dal 2019, sta vivendo un eccellente sviluppo, così come la collaborazione tra la Galleria degli Uffizi e il Museo del Palazzo del Re Jan III di Wilanów. Nel settembre 2020 si terrà a Varsavia un seminario specialistico con la partecipazione dei responsabili di residenze storiche provenienti dalla Polonia e dall’Italia, durante il quale verranno presentati i risultati di entrambi i paesi nella conservazione dei giardini storici e delle collezioni di agrumi.
Il consolidamento dei contatti diplomatici tra le corti del granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici e di Re Jan III dopo la vittoriosa battaglia di Vienna portò, nel 1684, all’invio di otto casse di piante a Wilanów. Tra le varietà menzionate nelle fonti troviamo il limone lumia chiamato Pomo d’Adamo (Citrus lumia ’Pomum Adami’), che veniva donato a quei tempi come prova di amicizia. Il delicato carico percorse gli oltre 1600 km della difficile strada da Firenze a Varsavia. La straordinaria storia delle piante di quasi 340 anni fa ha contribuito all’avvio della collaborazione imperniata sulle storiche collezioni di agrumi tra il Giardino di Boboli, gestito dalla Galleria degli Uffizi, e il Museo del Palazzo del Re Jan III a Wilanów.
Il Giardino di Boboli può vantare un’eccezionale collezione di agrumi, considerata una delle più importanti raccolte a livello europeo. Comprende oltre 500 vasi con alberi di agrumi di circa 90 varietà diverse, tra le quali oltre 20 costituiscono antiche varietà del periodo dei Medici. Le piante vengono conservate affidandosi tuttora a metodi di coltivazione tradizionali e all’arte toscana del giardino.
I dipendenti del Giardino di Boboli, con le loro conoscenze specialistiche, supporteranno il team del museo di Wilanów nella realizzazione di un’impresa estremamente complessa ovvero ricostruire la collezione delle varietà storiche di agrumi. Il processo della sua ricostituzione ha preso il via nel 2016, quando nel giardino barocco sono comparsi 38 aranci, collocati in caratteristici vasi di quercia dipinti a strisce bianche e verdi. La collezione Wilanów conta attualmente oltre 100 esemplari di agrumi di 7 specie e rappresenta una rara collezione in Polonia di alberi da orangerie.
Nella prima fase del progetto “Citri et Aurea”, realizzata nel 2019, tre responsabili del museo di Wilanów si sono recati a Firenze in visita di studio per apprendere i metodi di coltivazione tradizionali e l’arte toscana del giardino. La visita è stata l’occasione per scambiare conoscenze ed esperienze nel campo della conservazione dei giardini storici e delle collezioni di alberi di agrumi.
Durante il seminario online polacco-italiano sul giardino in programma dal 1 al 3 settembre, verranno presentati i risultati delle istituzioni di entrambi i paesi nell’ambito della conservazione dei giardini storici e delle collezioni di agrumi. Si tratta di un esempio unico di collaborazione tra Polonia e Italia nel campo dell’arte dei giardini.
Il programma del seminario:
Jacek Kuśmierski – Museo del Palazzo del Re Jan III a Wilanów, Storia e futuro della collezione di agrumi di Wilanów
Łukasz Przybylak – Museo del Palazzo del Re Jan III a Wilanów, Giardino dell’orangerie di Wilanów – storia e prospettive
Bianca Maria Landi, Paola Ruggieri – Giardino di Boboli, Firenze, Radici e futuro. Conservazione, tutela e valorizzazione del Giardino di Boboli
Gianni Simonti – Giardino di Boboli, Firenze, La collezione storica degli agrumi di Boboli attraverso i suoi 470 anni di storia. Varietà, architetture, materiali e metodologie di coltivazione attraverso i secoli
Monika Kordiukiewicz – Comune di Białystok, Giardino Branicki a Białystok – 10 anni dopo il recupero
Agnieszka Chmielewska – Museo di Nieborów e Arkadia, Quanta verità c’è nella leggenda – fatti e miti sulla collezione di piante di agrumi a Nieborów
Beata Kańska – Museo Łazienki Królewskie di Varsavia, Le orangerie di Łazienki Królewskie – fatti e leggende sulle collezioni di piante di agrumi
Le presentazioni dei relatori saranno registrate e rese disponibili sul canale YouTube del Museo del Palazzo del Re Jan III a Wilanów. Visita il sito del museo per informazioni aggiornate: www.wilanow-palac.pl
Il progetto è stato finanziato con i fondi del Ministero della cultura e del patrimonio nazionale della Repubblica di Polonia nell’ambito del programma “La Cultura che ispira”. La Galleria degli Uffizi è il partner strategico di questo progetto. L’iniziativa è sostenuta da: Istituto Polacco di Roma, Accademia Polacca delle Scienze a Roma, Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, Rete Europea di Giardini Storici e L’Ente Nazionale Polacco per il Turismo (POT), mentre il patrocinio mediatico del seminario è stato dato da Gazzetta Italia.
Morawiecki a favore delle sanzioni contro le autorità bielorusse
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A Lublino è stata avviata la produzione del farmaco per il COVID-19
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Niente tamponi e nessuna quarantena per chi torna dall’estero
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L’ambasciatore di Israele su Giovanni Paolo II
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Luigi Pagano: “L’ispirazione è il divino, è Dio che tira fuori l’arte. Noi siamo solo dei mezzi.”
Musicista, anima zingara, napoletano, così si definisce il cantautore italiano Luigi Pagano. Il suo spirito vagabondo, curioso del mondo, lo ha portato nel corso della vita in diverse lontane regioni, soprattutto del Medio Oriente, dove ha cantato per più di 20 anni nei jazz club. Attualmente Luigi è residente in Polonia, terra madre di sua moglie, un paese a cui ha subito sentito di appartenere e dove ora, con la sua musica, incanta il pubblico polacco.
“Amo l’originalità. Tutti quanti possiamo fare musica, ma quanti di noi sono veramente originali? Per non essere una meteora che passa, brilla e sparisce bisogna avere una base forte, studio, disciplina, talento e ispirazione.”
K.R.: Come è nato il tuo amore per la musica?
L.P.: Nella mia famiglia quasi tutti hanno una grande passione per la musica. Però il ruolo più importante lo ha giocato mio fratello, più grande di me di dieci anni, che ascoltava ai suoi tempi gruppi come Pink Floyd e Deep Purple. Io ero più attratto dal jazz e per questo motivo ho deciso di studiarlo. Il mio idolo è stato Frank Sinatra. Non ricordo esattamente nè quando è nato il mio amore per la musica, nè quando ho preso per la prima volta una chitarra in mano, come un bambino che non riesce a richiamare alla memoria il momento in cui ha cominciato a parlare.
Possiamo dire che suoni “da sempre”?
Esatto. Già a 15 o 16 anni ho cominciato a occuparmi professionalmente della musica. Suonavo durante le feste a Napoli, addirittura ero minorenne quando ho fatto il primo contratto in Svizzera. Però grazie al fatto che lavoravo con un pianista di una certa età e alla firma di mio padre sono riuscito a suonare fino all’una di notte. Era un periodo in cui studiavo e suonavo. Poi quando mi sono diplomato il mio maestro dell’accademia mi ha detto “sei pronto per fare una bella esperienza all’estero” e mi ha dato un numero di telefono. Ho telefonato e mandato una cassetta ad un impresario di Milano e dopo una settimana ho ottenuto un contratto in Oman. Lì ho conosciuto mia moglie Agnieszka. Lei allora cantava con la band del mio bassista, Mirek Trębski. Con mia moglie abbiamo formato un duo, suonando per 20 anni negli alberghi e in TV tra Dubai, Maldive, Kuwait, Austria, Svizzera.
Quando avete deciso di trasferirvi in Polonia?
Per la prima volta sono venuto in Polonia 20 anni fa ed ho avvertito come un flash back, un’impressione di déjà vu. Ho sentito subito di appartenere alla Polonia, percepivo un certo richiamo verso questo paese e ho deciso di costruire la casa dove viviamo oggi. Possiamo dire che è stata mia la decisione di venire a vivere qui, e finora non ho rimpianti. Ormai siamo fissi in Polonia da 4 anni. A dire il vero volevamo venire in Polonia per “andare in pensione”, per fermarci un po’, crescere il nostro bambino. Anzi, volevo aprire un ristorante!
Però il destino è stato più forte e continui a dare i concerti. Com’è iniziata la tua carriera nel mondo della musica qui in Polonia?
La musica da sempre era un uragano che mi attirava. Un giorno una grande azienda di Varsavia che vendeva ceramiche ha organizzato un banchetto ed il proprietario voleva assolutamente che io cantassi. Ci ho pensato prima di accettare la proposta perché non ho mai cantato per fare soldi o per fare carriera, semplicemente amo farlo. Al banchetto era presente anche un mio ex chitarrista che è un grande amico di Robert Janowski che allora conduceva lo show “Jaka to melodia?”. Janowski dopo avermi sentito mi invita a casa per farmi cantare una serenata per sua moglie per San Valentino. Nei giorni successivi è venuto anche a sentire uno dei miei concerti e dopo lo spettacolo mi ha preso a parte e ha detto: “Farei di tutto per portarti nel programma Jaka to melodia!”. Da allora ho formato una band acustica con la quale giro la Polonia. Cantiamo soprattutto le canzoni napoletane e le mie composizioni. Se c’è bisogno faccio anche “wloskie przeboje”, le canzoni italiane che i polacchi conoscono. Però io sono un napoletano e vado in giro con il mio “essere napoletano”. E questa testardaggine artistica mi sta premiando perché faccio molti concerti, anche nella televisione polacca (Wielki Test, Dzień dobry TVN). Ho appena registrato il mio primo CD da cantautore.
Tra le tue collaborazioni in Polonia quale consideri la più importante?
Qualche anno fa, durante il Campionato europeo di calcio a Parigi, mentre ero a pranzo con l’allenatore Nawałka è nata l’idea di scrivere una canzone per la nazionale polacca. Ho scritto un brano intitolato Polska, la traduzione in polacco è stata fatta da Paolo Cozza con cui l’ho cantata. È una canzone molto patriottica anche se è stata scritta da un italiano. Inoltre, ho cantato al Teatr Palladium con Halina Benedyk in occasione del concerto di beneficenza per le vittime del terremoto di Amatrice. Se parliamo di duetti con i polacchi, la prima nel mio cuore e nei miei pensieri è Izabela Trojanowska. Ci siamo conosciuti durante una conferenza stampa nel corso del festival di Lublino, Europejski Festiwal Smaku (2017), dove c’erano anche Stefano Terrazzino, Al Bano e Romina Power e Drupi. Abbiamo registrato due canzoni, Mambo italiano e Amore, e devo dire la verità, Izabela canta in italiano meglio di un italiano. È fantastica! Anche adesso ci capita di fare concerti insieme.
Come mai ai polacchi piace così tanto la musica italiana?
Una volta ero in un ristorante al centro di Varsavia con Stanislaw Sojka, che ho conosciuto durante uno dei miei concerti in uno dei locali che lui frequenta spesso. E quella volta al ristorante ha detto una cosa che ritengo giusta: “voi italiani siete maestri nel combinare armonia e melodia. Anche tramite gli accordi strani, riuscite ad ottenere una linea melodica molto bella”. Infatti i polacchi amano la melodia. E non sono d’accordo con chi dice che i polacchi vogliono sentire solamente “włoskie przeboje”. I polacchi vogliono una buona musica. La maggior parte di voi è cresciuta con almeno uno strumento in famiglia. I polacchi non fanno differenza fra la canzoni napoletane e italiane. Per loro il napoletano è l’italiano, gli fa piacere ascoltarlo.
Ti definiresti artista-cantante?
Prima di tutto non mi ritengo un cantante, piuttosto un musicista. Mi piace stare vicino al pubblico e respirare le emozioni della gente. Per questo motivo amo esibirmi nei club privati, locali piccoli dove viene la gente che ti dà soddisfazione perché ti conosce, ti segue e le piace quello che fai. I miei sono ritmi zingari, compongo canzoni napoletane ma con un tocco zingaro, mediterraneo. Amo il deserto, verso cui provo un amore quasi paragonabile alla mia Napoli. Non amo molto le città grandi. Infatti tutte le volte che faccio un concerto in qualche città polacca poi torno sempre a casa, anche se mi danno una stanza in albergo. Ho un’anima molto vagabonda però ad un certo punto della vita arriva un momento in cui si preferisce semplicemente tornare a casa. Trovo ispirazione e pace solo nel deserto oppure davanti al mare o in campagna. Ma in fondo credo che non siamo noi che abbiamo l’ispirazione. L’ispirazione è il divino, è Dio che entra in una persona e tira fuori l’arte. Noi siamo solo dei mezzi.
foto: Gosia i Jacek Klepaczka
Al Bano: la “Felicità” nel bicchiere
L’articolo è stato pubblicato sul numero 73 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2019)
Abbiamo incontrato Al Bano Carrisi, icona della musica italiana nel mondo, al Ristorante San Lorenzo di Varsavia in occasione della sua ultima tournee con Romina Power in Polonia, dove i loro concerti, nella capitale e Danzica, hanno registrato il tutto esaurito. Ma il pranzo al San Lorenzo, alla presenza dell’Ambasciatore italiano in Polonia Aldo Amati, è stata l’occasione per presentare a importatori e ristoratori italiani e polacchi la nuova grande passione di Al Bano: il vino.
L’Azienda vinicola Al Bano, nasce nell’antica masseria di Curti Petrizzi, dove la viticoltura è una tradizione che si tramanda da secoli. I vini Carrisi sono importati in Polonia in esclusiva da Mille Sapori Inalca F&B.
Nel 1982 cantavate “Felicità è un bicchiere di vino con un panino”, oggi “Felicità” ma anche “Nostalgia” e “Romina”, sono degli apprezzati vini.
È un ritorno alle origini. La passione per la produzione vinicola fa parte della storia della mia famiglia da generazioni. È vero che da ragazzo ho fatto il possibile per non seguire la strada di famiglia e neppure i desideri di mia madre che mi voleva vedere sistemato in qualche professione. In testa avevo la musica e mi sono lasciato tutto alle spalle. Ma col tempo ho riscoperto la mia terra e l’amore per il vino. Da ragazzo promisi a mio padre “Un giorno tornerò ad occuparmi della produzione vinicola ed il primo vino lo chiamerò con il tuo nome”. Promessa che ho rispettato con il vino Don Carmelo.
Come si vive nei panni di inossidabile ambasciatore della musica italiana?
Non so dare una risposta precisa. Posso solo dire che vivo questo ruolo da oltre 50 anni con piacere e stupore inalterato, è una sensazione che non so definire né spiegare anche perché nella musica come in ogni arte tutto cambia, ogni periodo storico ha la sua musica, e quindi mi rende ancora più orgoglioso il fatto che le mie canzoni continuino ad essere apprezzata in anni in cui il rap e altri generi contemporanei si allontanano molto dalla tradizione melodica italiana.
Dei suoi inizi si ricorda spesso l’incontro con Celentano.
È stata una fortuna conoscerlo, da lui ho imparato moltissimo ed il mio primo contratto discografico lo firmai proprio con il clan Celentano. Ma non meno importante fu l’incontro agli inizi della mia carriera con il grandissimo Domenico Modugno.
La musica italiana è una sorta di password per entrare nei paesi di una Europa che oggi si interroga sulla sua identità.
Sento molte voci preoccupate sull’Europa ma se guardiamo il passato di questo continente sicuramente oggi conviviamo meglio di prima. L’Europa è fatta di tante culture diverse e quindi ci sarà sempre un confronto tra diverse prospettive e valori, tra l’altro neppure gli Stati Uniti sono veramente così uniti come sembra. Dico questo perché bisogna accettare la fluidità dell’evoluzione storica, non esiste un mondo perfetto e completamente unificante.
Torta Linzer
Ingredienti:
- 100 gr nocciole in farina
- 100 gr mandorle non sbucciate in farina
- 200 gr di farina 00
- 130 gr di zucchero semolato
- 8 gr di lievito chimico per dolci
- 2 cucchiaini di cannella in polvere
- 1 pizzico di sale
- la buccia grattugiata di 1 limone
- 1 uovo
- 200 gr di burro a temperatura ambiente
- 300 gr di confettura di lamponi o di ciliegie
Procedimento:
In un mixer, o ciotola se lavorate a mano, inserite la farina di mandorle e nocciole, la farina 00 e di grano saraceno, lo zucchero, il lievito, la cannella, la buccia grattugiata del limone. Mescolate brevemente. Unite l’uovo, il burro a cubetti morbido a temperatura ambiente, lavorate per 1-2 minuti fino ad avere un composto ben amalgamato.
Formate un panetto, avvolgete in pellicola alimentare e mettete in frigo per 2 ore. Imburrate ed infarinate uno stampo a cerniera 22 o 24 cm. Stendete 3/4 d’impasto al suo interno ad uno spessore di circa 1,5 cm, alzate leggermente i bordi. Mettete al centro la confettura lasciando i bordi leggermente liberi, chiudete i bordi verso l’interno. Stendete l’impasto rimasto aiutandovi con un po’ di farina e ricavate tante stelline o formate la classica griglia, posizionatela sulla confettura.
Spennellate solo il bordo della torta con poco uovo sbattuto con il latte, ricoprite con mandorle a lamelle. Mettete in frigo mentre il forno raggiunge la temperatura (in questo modo la torta e le decorazioni manterranno meglio la forma). Cuocere in forno preriscaldato a 160° per 40-45 minuti. Fate raffreddare bene e poi sfornate.
Buon appetito!
Ferrari F50, brutto anatroccolo dalla laguna
A tutti a volte succede di passare una giornataccia, in cui non abbiamo voglia di fare niente e il mondo intorno a noi diventa insostenibile e brutto. Quando mi è capitata una giornata del genere, ho pensato al modello più brutto di tutte le Ferrari. Quindi andiamo avanti e facciamola fi nita! Una forte aspirante per questo titolo potrebbe essere la 410 SA del 1956, una Ferrari con ali Cadillac, terribile!
Fortunatamente l’azienda ha rapidamente abbandonato questo modo di compiacere la clientela americana. Non sono neanche tanto belli i modelli Mondial degli anni Ottanta, così come la Dino 308 GT4 del 1973, anche se è riuscita ad affascinare lo stesso il re del rock and roll Elvis Presley. L’auto è sopravvissuta fino ad oggi ed è esposta al Museo dell’Auto di Graceland. Parlando di Elvis, ricordiamo che l’altra sua auto italiana era la De Tomaso Pantera del 1971 che il Re ha personalmente e letteralmente fucilato quando ostinatamente non voleva mettersi in moto. Qui a parte alcuni bizzarri prototipi Ferrari, il nostro ”Elenco dei modelli brutti” avrebbe potuto essere chiuso [abbastanza bene visto gli oltre 150 modelli usciti negli ultimi 70 anni] se non fosse stato per la F50 del 1995, è questa la macchina che vince o, se preferite, perde la classifica. Per alcuni la F50 che avrebbe dovuto coronare i 50 anni di storia della Ferrari, era uscita troppo presto ovvero due anni prima dell’anniversario ma altri pensano che fosse uscita troppo tardi perché la produzione di redditizi modelli multiserie ne ritardò di due anni la messa in produzione. Un approccio un po’ strano per festeggiare un compleanno, vero?
L’auto il cui ideatore e promotore principale era il figlio di Enzo Ferrari, Piero, sarebbe diventata una degna erede dell’iconica F40. L’auto doveva essere una dimostrazione e una conferma delle capacità tecnologiche e dei risultati ottenuti dalla Ferrari in pista.
Partendo da una costruzione a guscio fatta dai compositi della carrozzeria e terminando con un serbatoio in gomma riunendo per quanto possibile le soluzioni testate in Formula 1; in pratica è stata creata un’auto di F1 che poteva essere guidata su strade ordinarie.
Pininfarina, o meglio il suo designer Pietro Camardella, ha dovuto adattare la forma della carrozzeria alle tecnologie utilizzate e alle esigenze di guida delle vetture designate dai responsabili di progetto. Quindi, questa forma ondulata è stata bucherellata con numerose prese d’aria circolari e i necessari, enormi spoiler da incubo. L’ostentato, il che probabilmente era intenzionale, nell’occasione è diventato insistente il che probabilmente non era stato pianificato. Tuttavia, si trattava di una vettura estremamente veloce che aveva una grande aderenza sulla strada, aveva per l’epoca una potenza di 514 cavalli, anche se sembrava che fosse stata puntata esattamente dallo stesso numero di calabroni. Tutte queste carenze estetiche erano compensate dal suo carattere sportivo: da zero a cento in 3,7 secondi, agile, senza precedenti, era come la divinità di Napoli, Diego Armando Maradona, uno dei primi proprietari della F50, anche se il vero primo acquirente è stato un altro campione, Mike Tyson.
Attenendosi al principio del fondatore Enzo Ferrari secondo cui nel mercato dei beni di lusso la domanda deve sempre superare l’offerta, è stata annunciata la produzione di 350 pezzi. Tuttavia di F50 ne è uscita una in meno dalla catena di montaggio. Chi sia rimasto privo dell’auto ordinata è un segreto aziendale e… di un cliente sfortunato. Tutte le 349 vetture sono state vendute ad acquirenti accuratamente selezionati anche prima dell’inizio della produzione e oltre alla lista ufficiale, sono state prodotte anche altre 6 vetture ordinate dal Sultano del Brunei, e allora a tali clienti non si può dire di no.
La Ferrari è in grado di combinare tecnologia avanzata e prestazioni eccezionali con bellissime linee di carrozzeria. Nel caso della F50 però, questo non è riuscito, l’auto nel tempo non si è affinata, purtroppo non si è trasformata da brutto anatroccolo in un dignitoso cigno, anche se… Presumo che la maggior parte dei nostri lettori abbia visitato la laguna di Venezia [altrimenti, fatelo subito, ma vi prego non una di quelle gigantesche navi da crociera!], ma quando vi chiedo chi ha visitato il centro di questa meravigliosa città in auto, sicuramente non vedrò alcuna mano alzata. Questo non può succedere, a meno che non conosciamo un uomo di nome Livio de Marchi. L’artista veneziano ha costruito a mano una replica in legno della F50, che poi ha fatto galleggiare sul Canal Grande sconvolgendo tutti. Così una macchina il cui profilo è associato con l’onda ascendente e discendente, e nella versione con il tetto rimosso è chiamato ”barchetta” ovvero barca piccola ma ha trovato il suo posto ideale nel paesaggio locale.
Canticchiando sotto il mio naso „Always look on the bright side of life” di Monty Python, sono giunto alla conclusione che oggi la F50 attirerebbe certamente meno attenzione se non fosse… semplicemente una Ferrari rossa.
In conclusione ecco una breve lista delle auto di cui gli italiani non sono fieri e a parte i SUV ”diversamente belli” che hanno recentemente prodotto, abbiamo un’Alfa Romeo Arna [1983] acclamata come la più brutta Alfa di tutti i tempi, Lamborghini Silhouette [1976] che fortunatamente scomparve rapidamente dal mercato, Maserati 5000 GT Touring [1966], diverse copie personalizzate erano tanto lussuose quanto brutte. Lancia Beta Trevi [1980], un aspetto da incubo non è tutto, la stampa inglese ha chiamato il suo cruscotto ”formaggio svizzero”. Il re non incoronato di questo elenco vergognoso è tuttavia la Fiat Multipla I [1997], guardandola i nostri occhi semplicemente soffrono. A proposito, chiedendo perdono, saluto l’amichevole Multipla Club Polonia.
Il modello in scala 1/18 qui presentato è un prodotto dell’azienda italiana Bburago. A causa di quanto scritto sopra, non stavo cercando un’opzione migliore. La Bburago non era sinonimo di buona qualità, anche se devo ammettere che da quando hanno riacquistato la licenza per produrre modelli Ferrari ci stanno lentamente lavorando.
Anni di produzione: 1995-97
Esemplari prodotti: 349 + 6 pezzi
Motore: V-12 65°
Cilindrata: 4698 cm3
Potenza / giri: 514 KM / 8500
Velocità massima: 325 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 3,6
Cambio: 6
Massa: 1230 kg
Lunghezza: 4480 mm
Larghezza: 1986 mm
Altezza: 1120 mm
Interasse: 2580 mm
foto: Piotr Bieniek
traduzione it: Karolina Wróblewska


























