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Al Bano: la “Felicità” nel bicchiere

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 73 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2019)

Abbiamo incontrato Al Bano Carrisi, icona della musica italiana nel mondo, al Ristorante San Lorenzo di Varsavia in occasione della sua ultima tournee con Romina Power in Polonia, dove i loro concerti, nella capitale e Danzica, hanno registrato il tutto esaurito. Ma il pranzo al San Lorenzo, alla presenza dell’Ambasciatore italiano in Polonia Aldo Amati, è stata l’occasione per presentare a importatori e ristoratori italiani e polacchi la nuova grande passione di Al Bano: il vino.

L’Azienda vinicola Al Bano, nasce nell’antica masseria di Curti Petrizzi, dove la viticoltura è una tradizione che si tramanda da secoli. I vini Carrisi sono importati in Polonia in esclusiva da Mille Sapori Inalca F&B.

Nel 1982 cantavate “Felicità è un bicchiere di vino con un panino”, oggi “Felicità” ma anche “Nostalgia” e “Romina”, sono degli apprezzati vini.

È un ritorno alle origini. La passione per la produzione vinicola fa parte della storia della mia famiglia da generazioni. È vero che da ragazzo ho fatto il possibile per non seguire la strada di famiglia e neppure i desideri di mia madre che mi voleva vedere sistemato in qualche professione. In testa avevo la musica e mi sono lasciato tutto alle spalle. Ma col tempo ho riscoperto la mia terra e l’amore per il vino. Da ragazzo promisi a mio padre “Un giorno tornerò ad occuparmi della produzione vinicola ed il primo vino lo chiamerò con il tuo nome”. Promessa che ho rispettato con il vino Don Carmelo.

Come si vive nei panni di inossidabile ambasciatore della musica italiana?

Non so dare una risposta precisa. Posso solo dire che vivo questo ruolo da oltre 50 anni con piacere e stupore inalterato, è una sensazione che non so definire né spiegare anche perché nella musica come in ogni arte tutto cambia, ogni periodo storico ha la sua musica, e quindi mi rende ancora più orgoglioso il fatto che le mie canzoni continuino ad essere apprezzata in anni in cui il rap e altri generi contemporanei si allontanano molto dalla tradizione melodica italiana.

Dei suoi inizi si ricorda spesso l’incontro con Celentano.

È stata una fortuna conoscerlo, da lui ho imparato moltissimo ed il mio primo contratto discografico lo firmai proprio con il clan Celentano. Ma non meno importante fu l’incontro agli inizi della mia carriera con il grandissimo Domenico Modugno.

La musica italiana è una sorta di password per entrare nei paesi di una Europa che oggi si interroga sulla sua identità.

Sento molte voci preoccupate sull’Europa ma se guardiamo il passato di questo continente sicuramente oggi conviviamo meglio di prima. L’Europa è fatta di tante culture diverse e quindi ci sarà sempre un confronto tra diverse prospettive e valori, tra l’altro neppure gli Stati Uniti sono veramente così uniti come sembra. Dico questo perché bisogna accettare la fluidità dell’evoluzione storica, non esiste un mondo perfetto e completamente unificante.

Torta Linzer

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Ingredienti:

  • 100 gr nocciole in farina
  • 100 gr mandorle non sbucciate in farina 
  • 200 gr di farina 00
  • 130 gr di zucchero semolato 
  • 8 gr di lievito chimico per dolci
  • 2 cucchiaini di cannella in polvere 
  • 1 pizzico di sale
  • la buccia grattugiata di 1 limone
  • 1 uovo
  • 200 gr di burro a temperatura ambiente
  • 300 gr di confettura di lamponi o di ciliegie

Procedimento: 

In un mixer, o ciotola se lavorate a mano, inserite la farina di mandorle e nocciole, la farina 00 e di grano saraceno, lo zucchero, il lievito, la cannella, la buccia grattugiata del limone. Mescolate brevemente. Unite l’uovo, il burro a cubetti morbido a temperatura ambiente, lavorate per 1-2 minuti fino ad avere un composto ben amalgamato.

Formate un panetto, avvolgete in pellicola alimentare e mettete in frigo per 2 ore. Imburrate ed infarinate uno stampo a cerniera 22 o 24 cm. Stendete 3/4 d’impasto al suo interno ad uno spessore di circa 1,5 cm, alzate leggermente i bordi. Mettete al centro la confettura lasciando i bordi leggermente liberi, chiudete i bordi verso l’interno. Stendete l’impasto rimasto aiutandovi con un po’ di farina e ricavate tante stelline o formate la classica griglia, posizionatela sulla confettura. 

Spennellate solo il bordo della torta con poco uovo sbattuto con il latte, ricoprite con mandorle a lamelle. Mettete in frigo mentre il forno raggiunge la temperatura (in questo modo la torta e le decorazioni manterranno meglio la forma). Cuocere in forno preriscaldato a 160° per 40-45 minuti. Fate raffreddare bene e poi sfornate.

Buon appetito!

Ferrari F50, brutto anatroccolo dalla laguna

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A tutti a volte succede di passare una giornataccia, in cui non abbiamo voglia di fare niente e il mondo intorno a noi diventa insostenibile e brutto. Quando mi è capitata una giornata del genere, ho pensato al modello più brutto di tutte le Ferrari. Quindi andiamo avanti e facciamola fi nita! Una forte aspirante per questo titolo potrebbe essere la 410 SA del 1956, una Ferrari con ali Cadillac, terribile!

Fortunatamente l’azienda ha rapidamente abbandonato questo modo di compiacere la clientela americana. Non sono neanche tanto belli i modelli Mondial degli anni Ottanta, così come la Dino 308 GT4 del 1973, anche se è riuscita ad affascinare lo stesso il re del rock and roll Elvis Presley. L’auto è sopravvissuta fino ad oggi ed è esposta al Museo dell’Auto di Graceland. Parlando di Elvis, ricordiamo che l’altra sua auto italiana era la De Tomaso Pantera del 1971 che il Re ha personalmente e letteralmente fucilato quando ostinatamente non voleva mettersi in moto. Qui a parte alcuni bizzarri prototipi Ferrari, il nostro ”Elenco dei modelli brutti” avrebbe potuto essere chiuso [abbastanza bene visto gli oltre 150 modelli usciti negli ultimi 70 anni] se non fosse stato per la F50 del 1995, è questa la macchina che vince o, se preferite, perde la classifica. Per alcuni la F50 che avrebbe dovuto coronare i 50 anni di storia della Ferrari, era uscita troppo presto ovvero due anni prima dell’anniversario ma altri pensano che fosse uscita troppo tardi perché la produzione di redditizi modelli multiserie ne ritardò di due anni la messa in produzione. Un approccio un po’ strano per festeggiare un compleanno, vero?

L’auto il cui ideatore e promotore principale era il figlio di Enzo Ferrari, Piero, sarebbe diventata una degna erede dell’iconica F40. L’auto doveva essere una dimostrazione e una conferma delle capacità tecnologiche e dei risultati ottenuti dalla Ferrari in pista.

Partendo da una costruzione a guscio fatta dai compositi della carrozzeria e terminando con un serbatoio in gomma riunendo per quanto possibile le soluzioni testate in Formula 1; in pratica è stata creata un’auto di F1 che poteva essere guidata su strade ordinarie.

Pininfarina, o meglio il suo designer Pietro Camardella, ha dovuto adattare la forma della carrozzeria alle tecnologie utilizzate e alle esigenze di guida delle vetture designate dai responsabili di progetto. Quindi, questa forma ondulata è stata bucherellata con numerose prese d’aria circolari e i necessari, enormi spoiler da incubo. L’ostentato, il che probabilmente era intenzionale, nell’occasione è diventato insistente il che probabilmente non era stato pianificato. Tuttavia, si trattava di una vettura estremamente veloce che aveva una grande aderenza sulla strada, aveva per l’epoca una potenza di 514 cavalli, anche se sembrava che fosse stata puntata esattamente dallo stesso numero di calabroni. Tutte queste carenze estetiche erano compensate dal suo carattere sportivo: da zero a cento in 3,7 secondi, agile, senza precedenti, era come la divinità di Napoli, Diego Armando Maradona, uno dei primi proprietari della F50, anche se il vero primo acquirente è stato un altro campione, Mike Tyson.

Attenendosi al principio del fondatore Enzo Ferrari secondo cui nel mercato dei beni di lusso la domanda deve sempre superare l’offerta, è stata annunciata la produzione di 350 pezzi. Tuttavia di F50 ne è uscita una in meno dalla catena di montaggio. Chi sia rimasto privo dell’auto ordinata è un segreto aziendale e… di un cliente sfortunato. Tutte le 349 vetture sono state vendute ad acquirenti accuratamente selezionati anche prima dell’inizio della produzione e oltre alla lista ufficiale, sono state prodotte anche altre 6 vetture ordinate dal Sultano del Brunei, e allora a tali clienti non si può dire di no.

La Ferrari è in grado di combinare tecnologia avanzata e prestazioni eccezionali con bellissime linee di carrozzeria. Nel caso della F50 però, questo non è riuscito, l’auto nel tempo non si è affinata, purtroppo non si è trasformata da brutto anatroccolo in un dignitoso cigno, anche se… Presumo che la maggior parte dei nostri lettori abbia visitato la laguna di Venezia [altrimenti, fatelo subito, ma vi prego non una di quelle gigantesche navi da crociera!], ma quando vi chiedo chi ha visitato il centro di questa meravigliosa città in auto, sicuramente non vedrò alcuna mano alzata. Questo non può succedere, a meno che non conosciamo un uomo di nome Livio de Marchi. L’artista veneziano ha costruito a mano una replica in legno della F50, che poi ha fatto galleggiare sul Canal Grande sconvolgendo tutti. Così una macchina il cui profilo è associato con l’onda ascendente e discendente, e nella versione con il tetto rimosso è chiamato ”barchetta” ovvero barca piccola ma ha trovato il suo posto ideale nel paesaggio locale.

Canticchiando sotto il mio naso „Always look on the bright side of life” di Monty Python, sono giunto alla conclusione che oggi la F50 attirerebbe certamente meno attenzione se non fosse… semplicemente una Ferrari rossa.

In conclusione ecco una breve lista delle auto di cui gli italiani non sono fieri e a parte i SUV ”diversamente belli” che hanno recentemente prodotto, abbiamo un’Alfa Romeo Arna [1983] acclamata come la più brutta Alfa di tutti i tempi, Lamborghini Silhouette [1976] che fortunatamente scomparve rapidamente dal mercato, Maserati 5000 GT Touring [1966], diverse copie personalizzate erano tanto lussuose quanto brutte. Lancia Beta Trevi [1980], un aspetto da incubo non è tutto, la stampa inglese ha chiamato il suo cruscotto ”formaggio svizzero”. Il re non incoronato di questo elenco vergognoso è tuttavia la Fiat Multipla I [1997], guardandola i nostri occhi semplicemente soffrono. A proposito, chiedendo perdono, saluto l’amichevole Multipla Club Polonia.

Il modello in scala 1/18 qui presentato è un prodotto dell’azienda italiana Bburago. A causa di quanto scritto sopra, non stavo cercando un’opzione migliore. La Bburago non era sinonimo di buona qualità, anche se devo ammettere che da quando hanno riacquistato la licenza per produrre modelli Ferrari ci stanno lentamente lavorando.

Anni di produzione: 1995-97
Esemplari prodotti: 349 + 6 pezzi
Motore: V-12 65°
Cilindrata: 4698 cm3
Potenza / giri: 514 KM / 8500
Velocità massima: 325 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 3,6
Cambio: 6
Massa: 1230 kg
Lunghezza: 4480 mm
Larghezza: 1986 mm
Altezza: 1120 mm
Interasse: 2580 mm

foto: Piotr Bieniek
traduzione it: Karolina Wróblewska

Carlo Sironi, la bellezza del non detto

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Lena è incinta ma non vuole o piuttosto non è pronta per diventare madre perciò viene in Italia a vendere la bambina che porta in grembo. Ermanno è un ragazzo della periferia romana che vive di piccoli furti giocandosi poi tutto quello che guadagna alle slot machine. Ermanno decide di aiutare suo zio e la moglie ad ottenere l’affidamento attraverso un’adozione tra parenti e quindi finge di essere padre della bambina. I due sconosciuti si trovano in casa insieme, vivono l’uno accanto all’altro senza bisogno di esteriorizzare niente. Tutte le emozioni rimangono dentro accumulando una massa di questioni irrisolte.

Nonostante i momenti di svolta, che cambiano l’atteggiamento di tutti e due, continuano a trattenere le emozioni non mostrando né attrazione reciproca né tutte la difficoltà della situazione. Apparentemente non succede niente ma in realtà succede tutto, nella loro lotta interiore e nel lento crescendo delle emozioni fino alla loro esplosione finale. “Sole”, il primo lungometraggio del regista romano Carlo Sironi tocca un tema attuale e importante da un punto di vista diverso, delicato e molto intimo.

“La scelta della tematica è venuta un po’ dal desiderio di raccontare il percorso di paternità in un altro modo. Ad un certo punto, per tutta una serie di vicende personali, mi sono chiesto se riuscirei mai a diventare padre di un bambino che biologicamente non è mio? È una scelta molto difficile perché l’imprinting biologico è una cosa fondamentale per un uomo per avere una sorta di immortalità. La cosa buffa di tutto questo è che all’epoca stavo lavorando ad un altro film. Ho solo ipotizzato questo tipo di storia e quando poi mi sono documentato ho capito che è assolutamente reale. Nella ricerca mi ha aiutato molto la presidentessa del Tribunale dei minori di Roma Melita Cavallo che affronta questo tema quotidianamente. È stata una strana sensazione perché l’immaginazione che ho avuto combaciava con la realtà. Ho dovuto solamente scegliere che tipo di film volevo fare: sulla tratta dei neonati, sulle false adozioni, sulla maternità surrogata, su quanto è duro quel mondo? Alla fine ho deciso di raccontare una storia molto intima. Ragionando per contrasto ho scelto di narrare una vicenda che è brutale e molto cruda in una maniera delicata e anzi paradossalmente quasi tenera.”

Dalla tua documentazione risultava che sono proprio le donne dell’est che vengono a vendere i figli in Italia?

Si, ho avuto la fortuna di accedere a delle statistiche che erano state redatte da una ong che si chiama Women East smuggling traffic. Questa organizzazione monitor tutta la migrazione dall’est Europa verso tutta l’Europa dell’ovest. La documentazione conteneva anche il reparto italiano che affrontava il discorso della tratta dei neonati in Italia. Al tempo, e stiamo parlando del 2013, il numero maggiore di donne proveniva dall’Ucraina e dalla Bulgaria. Però fra i paesi dell’est industrialmente molto sviluppati la Polonia risultava la prima e mi hanno spiegato che questo era legato alle restrizioni legislative polacche.  

Il tuo modo di raccontare ha qualche ispirazione cinematografica?

Il cinema giapponese è quello che io amo alla follia, soprattutto quello degli anni Cinquanta e Sessanta. Ad esempio Mikio Naruse è un regista che viene sempre dimenticato perché ha iniziato la carriera ancora ai tempi del cinema muto. I suoi film sono ritratti di famiglie, di giovani innamorati, malinconici e molto semplici. Anche se sono molto diversi dal mio film quella malinconia del cinema giapponese mi ha aiutato. Una cosa che mi piace molto del cinema giapponese che cerco un po’ di riportare è il pudore attraverso cui raccontano l’emozione cioè lo sforzo di non mostrarla. In qualche maniera volevo raccontare una storia piena di pudore. Quando ti piace una persona tu non sai in realtà come dirglielo e io cerco di cogliere quel non detto, è questa per me una cosa fondamentale. 

È interessante la scelta dei protagonisti, un’attrice professionista straniera con un giovane ragazzo italiano senza nessun esperienza cinematografica, come li hai guidati per farli entrare nei loro ruoli? 

Ermanno doveva essere non professionista per essere un po’ inconsapevole di quello che faceva. Un attore avrebbe troppo sottolineando tutte le cose. Lena invece la volevo più sicura con un approccio serio per questo ho scelto un’attrice professionista. Ho visto selftape di tante ragazze da quasi tutta l’Europa dell’est. Sandra subito mi è piaciuta tantissimo, già me la immaginavo nel film prima di vederla dal vivo. Però poi quando l’ho incontrata e abbiamo fatto lunghissimo provino lei interpretava il personaggio in modo completamente diverso da come mi ero immaginato ed era molto interessante. Mi è piaciuto molto quel suo tono un po’ infantile e fantasmatico, la sua leggerezza. Claudio invece era talmente identico a come me lo immaginavo che era impressionante. Era bravo, molto portato ma nello stesso tempo molto bloccato, anche fisicamente. Faceva perfino fatica a mostrare quell’emozione in più alla fine del film. Quindi abbiamo fatto tante prove e quando veniva Sandra facevamo una settimana intensiva. Solo appena prima delle riprese gli ho fatto fare un po’ di improvvisazioni che servono un po’ per sciogliersi. È stato veramente divertente lavorare con loro. 

“Sole” è una coproduzione italo-polacca quindi hai passato un po’ di tempo in Polonia lavorando al film, che impressione ti ha fatto?

Ho lavorato con la compositrice Teonika Rożynek a Varsavia però abbiamo lavorato molto a casa. Comunque quando ho visitato quel poco che potevo ho pensato quanto scioccante sia stato vedere come una città europea che aveva una ricchezza architettonica e culturale importante sia stata rasa al suolo. La seconda guerra mondiale è un periodo che mi interessa molto e mi sono documentato un po’, anche sugli episodi più scabrosi, quindi sapevo che cosa era successo ma vedere dal vivo una capitale europea che è stata completamente ricostruita dopo la guerra dà una fortissima impressione emotiva. Poi è una città di una funzionalità straordinaria rispetto all’Italia. Tutto quello che dovevo fare era di una estrema facilità. A Cracovia invece ho avuto modo di girare senza fine ed è una città meravigliosa, con quell’atmosfera bohemienne e un miscuglio di diversi stili architettonici ti fa sentire a casa. Lì sono stato molto fortunato di poter andare alla Warner Studios e lavorare con delle persone stupende e infatti, cogliendo l’occasione, vorrei ringraziare Michał Fojcik sound designer, Teonika Rożynek con cui spero davvero di lavorare nel prossimo film perché sono entusiasta delle musiche che ha fatto. Ringrazio inoltre il Polish Film Institute per il supporto che ha dato al mio film. 

E quando finisce la frenesia legata alla promozione di questo film quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Ho un soggetto che ho scritto da solo e anche la sceneggiatura vorrei scriverla da solo, si tratta di una storia molto personale e difficile da fare per me in questo momento perché legata ad una malattia. Non sono sicuro di essere pronto a farlo adesso. E ce n’è un’altra storia che, diciamo, è un sogno di sempre, un adattamento di un romanzo giapponese degli anni sessanta di Yasunari Kawabata che si chiama “La casa delle belle addormentate”. 

GAZZETTA ITALIA 82 (agosto-settembre 2020)

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Gazzetta Italia 82 omaggia il grande Ennio Morricone con la splendida copertina disegnata da Rick Flag e con due approfondimenti dedicati al maestro recentemente scomparso. Il panorama polacco-italiano è poi indagato con le interviste all’intellettuale Leszek Kazana, alla soprano di Wroclaw Dominika Zamara e all’allenatore di Futsal a Bielsko Biala Andrea Bucciol. Come sempre tanto cinema con la rubrica “Finchè c’è cinema c’è speranza”, l’intervista all’attore Luigi Lo Cascio e un bell’approfondimento sulla dogaressa del cinema Flavia Paulon.

Poi ancora arte, moderna e antica, con la presentazione della splendida mostra dedicata a Tommaso Dolabella in programma al Castello Reale, e poi ampio spazio all’interessante collaborazione tra Wilanow e Firenze nel giardinaggio. Naturalmente non mancano rubriche e approfondimenti dedicati a cucina, tra cui la vera storia del gelato, lingua e motori.

I fantasmi del Colosseo 

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L’Anfiteatro Flavio, ovvero il Colosseo, dal momento della decadenza dell’impero romano divenne luogo ideale per evocazioni, magie e cerimonie; la sua commistione di sangue, che vi scorse a fiumi, e di natura – essendo praticamente in mezzo ai campi, e ricco di essenze vegetali anche rare – ne fece un luogo particolarmente ricercato per le pratiche occulte di negromanti, fattucchiere e stregoni di ogni epoca, e sito ideale per trovare erbe per decotti e pozioni di ogni tipo.

Nonostante la diffusa credenza popolare, a quanto pare non fu mai teatro di esecuzioni di cristiani. Eppure al suo interno avvennero fatti grandiosi e incredibili, che in qualche caso ebbero dei protagonisti davvero inaspettati. Per molti secoli dopo il suo abbandono il Colosseo fu ritenuto un luogo infestato dai demoni. Anche il celebre orafo Benvenuto Cellini vi si recò di notte, per assistere alle manifestazioni diaboliche e chiedere ai demoni di farlo incontrare con la siciliana Angelica, la cui madre aveva pensato bene di sottrarre alle sue grinfie; l’uomo era noto, fra le altre cose, per non tirarsi mai indietro davanti a una gonna che nascondesse un bel paio di gambe. Lo stesso Cellini racconta nelle sue memorie la cronaca di questo straordinario avvenimento, al quale parteciparono anche un prete-negromante, un fattorino dell’artista appena dodicenne, Vincenzo Romoli, e il domestico e amico Agnolino Gaddi, che si rese protagonista – suo malgrado – dell’allontanamento di intere legioni di diavoli…3

“Arrivati al Colosseo, il prete si mise a disegnare circoli in terra con le più belle cerimonie che immaginar si possa al mondo; e ci aveva fatto portare profumi preziosi e fuoco, e anche profumi cattivi. Come fu tutto in ordine, fece la porta al circolo e presici per mano, a uno a uno ci mise dentro il cerchio”. Il negromante affidò al ragazzino e a Gaddi la cura dei profumi e del fuoco, e pronunciò poi delle terribili invocazioni, in modo che – racconta Cellini – tutto il Colosseo si riempì di diavoli, ai quali l’artista chiese di poter rivedere Angelica. I demoni risposero.

“Hai sentito ciò che hanno detto? – disse il prete –. Che in un mese tu sarai dove lei sarà”. Ma subito dopo disse di mantenere la calma, perché le legioni diaboliche erano mille più di quelle evocate, e tra le più pericolose. Ci sarebbe voluto del tempo e molta pazienza ora, per mandarle via.

Il fanciullo, l’unico che potesse vedere i diavoli, disse agli altri che vi era “un milione di uomini terribili, tutti minacciosi”, e che erano comparsi “quattro giganti armati che cercavano di forzare il circolo magico”. La situazione sembrava precipitare. Cellini racconta che il prete, Vincenzo e Agnolino tremavano come foglie, e lui stesso iniziò a temere per la sua vita, ma non lo diede a vedere. Il ragazzino teneva la testa nascosta fra le ginocchia; quando la rialzò disse che tutto il Colosseo stava ardendo, e che il fuoco li stava circondando: “Si mise le mani sul viso, disse che era spacciato e che non voleva più vedere”.

Era arrivato il momento di agire. Cellini, su indicazione del negromante, esortò Vincenzo e Agnolino a mettere mano alla zaffetica, ovvero il cattivo profumo che negli esorcismi serviva a scacciare i demoni: “Ma Agnolo – conclude Cellini – che aveva gli occhi fuori della testa dalla paura, come si mosse fece una tale strombazzata di scoregge, con così tanta abbondanza di merda, la quale potette più che la zaffetica. Il fanciullo a quel gran puzzo e a quel rumore aveva alzato un poco il viso, sentendomi ridere, e disse che i demoni se ne cominciavano ad andare in gran furia. Rimanemmo così fin quando suonarono i mattutini, quando il fanciullo ci disse che ne erano rimasti pochi, e tutti discosti”. Malgrado l’allontanamento poco ortodosso, i demoni furono di parola. Il trentesimo giorno, sulla strada di Napoli, Benvenuto incontrò la sua Angelica.

***

Questa e molte altre storie sono contenute in “Misteri di Roma – sette notti tra storia e mito, leggende, fantasmi, enigmi e curiosità” (Studio LT2, 2013). Con prefazione di Giancarlo De Cataldo, il libro contiene fotografie, mappe e illustrazioni, oltre a dieci codici QR che rimandano ad altrettante storie. Alberto Toso Fei scrive libri sulla storia segreta delle città, tra curiosità e mistero, recuperando il patrimonio della tradizione orale: alcuni suoi volumi sono dotati di codici QR con cui l’autore “esce” dalle pagine per raccontare le storie. Ha creato il Festival del Mistero, dedicato al Veneto e ai suoi luoghi leggendari.

 

www.albertotosofei.it

Cent’anni fa il Miracolo che fermò il bolscevismo e salvò l’Europa

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Nel giugno del 1920 l’appena rinata Polonia si trovava da più di un anno in guerra contro l’appena bolscevizzata Russia. Il Maresciallo ed eroe della Grande Guerra Józef Piłsudski era riuscito a cacciare i comunisti da Minsk e Vilnius (Wilno in polacco) e il 7 maggio era riuscito a conquistare Kiev, nella speranza di riappropriarsi di quelle terre che nei secoli antecedenti formavano la Confederazione polacco-lituana. Le truppe polacche già assaporavano piene d’orgoglio la conquista di Mosca, come nel lontano 1612. Ma in quel primo mese d’estate la situazione precipitò. Le forze dell’Armata degli Operai e dei Contadini, meglio nota come Armata Rossa, sotto la guida dei generali Michail Tuchačevskij a nord e Semën Budënnyj a sud contrattaccarono, ricacciando in meno di due mesi i polacchi alle porte di Varsavia. Ad aiutarli c’erano anche molti ex ufficiali zaristi ostili agli pšeki; così avevano chiamato quel popolo che durante i centoventitre anni di spartizione aveva dato rogne al governo pietroburghese. Molti comunisti avevano lo stesso parere: agli occhi di Lenin e Trockij, la Polonia era il simbolo della borghesia, della decaduta nobiltà feudale piena. Feliks Dzierżyński, polacco e fondatore della temuta Čeka, condivideva l’idea. E quando alle porte di Varsavia sarebbero crollate, con loro sarebbe caduta la “borghese Polonia” e la Rivoluzione portata col fucile si sarebbe estesa in Germania, in Italia, in Europa e, forse, nel mondo.
Il Maresciallo Piłsudski e i soldati polacchi, però, non si diedero per vinti. Nei giorni antecedenti alla battaglia, un efficace programma agrario aveva contrastato la propaganda rossa, col risultato che migliaia di contadini e studenti universitari si arruolarono volontari, addestrandosi in breve tempo. Negli stessi giorni, i crittografi decifrarono i segnali radio sovietici e crearono interferenze fatali per il nemico. Riuscirono, addirittura, a disturbare gli ordini di Tuchačevskij con versetti della Genesi in codice Morse. Il 12 agosto la Battaglia di Varsavia ebbe inizio. I soldati di Tuchačevskij tentarono di creare una testa di ponte nel quartiere Praga, sulla sponda orientale della Vistola, ma furono respinti da un reggimento di ulani della Quinta Armata del generale Władysław Sikorski. Budënnyj, disobbedendo agli ordini di Mosca su suggerimento del compagno Iosif Džugašvili “Stalin”, marciò su Leopoli con sogni di gloria. Il suo tentativo di catturare la città galiziana fallì miseramente. Il 16 agosto a Varsavia Piłsudski diede l’ordine ai ventimila uomini della cavalleria polacca di attaccare, supportati da Sikorski nei pressi di Modlin, e dall’Armata Blu del generale Józef Haller nelle zone settentrionali della capitale. Anche alcuni volontari della Repubblica dell’Ucraina occidentale antibolscevica assistettero i polacchi. Tuchačevskij fu costretto a retrocedere di quasi duecentocinquanta chilometri, fino al fiume Bug che oggigiorno segna il confine tra la Polonia e la Bielorussia. In totale più di centomila furono i morti, i feriti e i prigionieri. Lenin la definì “l’enorme sconfitta”, e i suoi piani geopolitici su scala europea si frantumarono. La pace fu firmata a Riga nell’ottobre dello stesso anno, e i polacchi riguadagnarono i territori occidentali delle attuali Ucraina e della Bielorussia. Il confine polacco-sovietico rimase lo stesso fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Eppure di questo fatto non si discusse molto nei decenni successivi, forse a causa di conflitti ideologici, o forse per la distanza geografica (e al di sopra di tutto culturale) tra ovest, centro ed est Europa. Negli ultimi anni, fortunatamente, l’importanza della Battaglia di Varsavia è riemersa, non solo in alcuni libri di scuola, ma anche e in particolare su internet, dove milioni di persone, guardando documentari caricati in rete, rimangono increduli di fronte all’abilità di un esercito allo stremo delle forze di fronteggiare un nemico alle porte. La Battaglia è rimasta nell’immaginario polacco come uno degli esempi della missione salvifica della Polonia nella storia dell’Europa cristiana. Non bisogna dimenticare che nel pieno cuore della battaglia i reparti polacchi celebrarono, il 15 agosto come da tradizione, l’Assunzione di Maria. Una coincidenza troppo grande per passare inosservata di fronte ai credenti polacchi, i quali vedevano avanzare davanti a loro le orde atee del comunismo. Proprio per questo, in Polonia, il 15 agosto è anche il giorno delle Forze Armate. Fu il generale Haller, uno degli eroi della Battaglia, a parlare di “miracolo”. Un miracolo scorso sulle acque di un fiume.

Pompei, la vita continua

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È possibile sentire l’energia della vita mentre si cammina tra le rovine? Questa sensazione, apparentemente inadatta alle circostanze, mi accompagnava dal momento in cui, ancora camminando lungo via Plinio, stavo lanciando degli sguardi timidi oltre una recinzione in ferro moderna che separa il passato dal presente: l’antica Pompei da quella di oggi.

Ero travolta dal sentimento di appartenenza, dalla gioia di tornare in un posto vicino al mio cuore, anche se lo stavo visitando per la prima volta. Una strana sensazione di comprensione per queste mura, che sembravano ancora pulsare di vita. Come se in queste pietre antiche circolassero costantemente i ricordi non tanto del tragico giorno del 24 agosto del 79, ma piuttosto i ricordi di una semplice, vivace e rumorosa quotidianità.

Vino, labirinto di strade e domus pompeiane

Le viti verdi che crescono vicino all’anfiteatro e una ricca vegetazione sembrano essere le stesse di secoli fa. Le viti silenziose e ferme in piena armonia all’ombra del Vesuvio che veglia sull’equilibrio delle terre che lo circondano. E in effetti, nell’area chiamata Foro Boario, dove, secondo le ipotesi iniziali, si trovò un antico mercato di vendita di buoi, le successive ricerche archeologiche hanno mostrato, tuttavia, delle tracce di un vigneto di notevoli dimensioni, che è stato infatti attualmente ricostruito.

Gli archeologi hanno diviso l’antica città in nove aree, che, come si può facilmente notare, studiando la mappa, sono contrassegnate dalle strade principali della città; ed anche le vie e singoli monumenti sono stati precisamente segnati. Nella regio II, vicino all’ingresso di via Plino, crescono dei pini svettanti, come se volessero competere per dimensioni con i muri affaticati dell’antico anfiteatro. La zona della regio II è un’area di domus restaurate nel 2016: la casa di Ottaviano Quartius e la villa di Giulia Felice. La villa fu una delle prime scoperte dalle mani affaticate degli archeologi. Attualmente, la residenza impressiona con i colori vivaci dei dipinti murali e con un giardino ben curato in cui, quando aguzziamo la nostra immaginazione, risulta quasi possibile sentire ancora il rumore dell’acqua che scorre.

Le strade furono selciate con grosse pietre. I tratti di strade destinate al traffico veicolare possono essere immediatamente riconosciuti dai segni profondi creati dalle ruote dei carri pesanti. Non le vedremo invece camminando per le strade accessibili allora solamente ai pedoni: l’accesso ad esse fu impedito ai carri, a causa di tre o quattro blocchi pesanti di grandi dimensioni messi in fila. Per le strade antiche di Pompei si cammina come se si camminasse in un labirinto silenzioso, che ogni tanto svela i volti spesso commoventi della città sepolta per secoli nelle ceneri: il panificio di Popido Prisco o la casa del Fauno (a cui, a proposito, arriviamo proseguendo il vico del labirinto) è impossibile omettere o non riconoscere.

Il fauno è in realtà una statuetta di bronzo a guardia della fontana già asciutta nell’atrium spazioso. Il pavimento colorato sotto i suoi piedi ricorda una vita colorata, che probabilmente i padroni della casa hanno vissuto. Altri edifici non sono più così evidenti. I muri nudi, rovine coperte di erba non ci dicono nulla, non ci raccontano alcuna storia. Possiamo solo immaginare che stiamo dando un’occhiata dentro la casa di qualcuno. Ci viene voglia di bussare ad una porta invisibile, chiedendo: “C’è qualcuno? Possiamo entrare? Ci piacerebbe conoscere la vostra storia”. Le pareti tacciono, rivelando solo una targa in pietra che le decora con il numero della regio in cui sono collocate. 

L’area della Porta Marina ed il Foro

Vicino al tempio della Fortuna Augusta, un cane sta sdraiato per terra. Senza collare, ma certamente non randagio, sembra appartenere al luogo più delle pietre antiche, sdraiato su un tappeto di morbida erba verde tra i resti di antichi edifici. Con gli occhi socchiusi, osserva assonnato i turisti, senza interessarsi troppo. È a casa, e noi siamo passanti, ospiti di giornata. Nell’interno dell’edificio di Eumachia e degli altri in via dell’abbondanza, notiamo i papaveri che stanno fiorendo. È impossibile non fermarsi per un momento a guardarli, a non dare un significato simbolico alle circostanze che a volte raccontano del passato in modo molto più bello e commovente di molte guide.

A pochi passi di distanza, la nostra attenzione viene attirata dalla statua di Apollo. Quel dio antico, fu fermato immobile con le braccia distese, come se stesse inseguendo qualcosa di sfuggente, passato. In realtà, nelle sue mani delicate manca l’arco, con cui mirava al bersaglio in avanti, prendendo la rincorsa. Il forum racconta del potere della città. Lì, si riprende fiato, notando i templi e gli edifici dove nel passato stava fiorendo il commercio. Il cuore del foro è decorato dalla statua del Centauro di Igor Mitoraj. La scultura, per il suo carattere mitologico ed estremamente misterioso, è quasi parte integrante degli scavi, anche se li sta decorando solo da alcuni anni.

L’area del Foro e dei templi e degli edifici circostanti è la regio VII, riconosciuta come il primo agglomerato. Il modo più veloce per raggiungerla è attraverso l’ingresso di Porta Marina, che collega la settima e l’ottava area, dove nelle vicinanze del tempio di Venere sta Dedalo, un’altra opera di Mitoraj. Dedalo osserva dall’alto il presente: il viale dei Teatri della nuova Pompei, che si trasforma dolcemente in via Plinio. E mi ci ritrovo anch’io, affascinata dalla vista, nelle vicinanze della porta di Nocera, guardando le tranquille strade dell’antica Pompei, selciate in pietra ed il vigile Vesuvio.

Oggi, la nuova Pompei si fa conoscere attraverso un’accogliente via Roma, che conduce alla piazza Bartolo Longo, dove sorge il Santuario della Madonna del Rosario. Mentre il passato rimane silenzioso dietro le mura della zona archeologica, dall’altra parte, i venditori di limoni e souvenir si affollano tra le bancarelle, ed i camerieri tra i tavoli; invece il profumo di un caffè fresco o di una limonata dolce e dei piatti aromatici ci attira nei bar e nei ristoranti accoglienti. Un avvertimento della storia passata sorge accanto ad una vivace vita quotidiana di un spensierato “carpe diem”, il vecchio sta accanto al nuovo. La vita continua. 

foto: Magda Karolina Romanow-Filim

Il calcio italiano, pieno di passione, pieno di stranezze

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Ne parliamo con Piotr Dumanowski e Dominik Guziak – specialisti del calcio italiano e autori della pubblicazione “Nel paese delle divinità del calcio. I polacchi in Serie A” (Casa Editrice: Wydawnictwo Otwarte, 2020) – in un’intervista inedita per Gazzetta Italia.

Il vostro libro non è una semplice raccolta di interviste con i giocatori, non troveremo nei suoi contenuti una precisa divisione tra i club, gli ex-giocatori o i calciatori polacchi presenti adesso in Seria A. È un viaggio molto variegato e imprevedibile, composto da  aneddoti, conversazioni, citazioni, osservazioni… Tutto ciò si aggiunge ad un ritratto intrigante di uno dei campionati di calcio più vivaci del mondo.  Fin dall’inizio volevate strutturare così il vostro libro?

Piotr Dumanowski: Sì sapevamo fin dall’inizio che non volevamo soltanto una raccolta di interviste con i calciatori. Prima di iniziare a lavorare sul libro, abbiamo fatto diverse decine di viaggi in Italia, sia privati che di lavoro. Abbiamo voluto conoscere bene il paese, le persone e le specificità della Lega Italiana. Non siamo quindi partiti  da zero, avevamo una dozzina di aneddoti e avventure già impresse nelle nostre menti e sapevamo in quale direzione andare. Abbiamo puntato sul fatto di voler sollevare non solo argomenti puramente sportivi. L’Italia è un paese in cui il calcio tocca tutti gli aspetti di vita, quindi non volevamo limitarci puramente a ciò che accade sul campo o negli spogliatoi. Abbiamo cercato di differenziarlo nella sua forma e contenuti per distinguerci dagli altri libri sportivi.

DD: Da anni lavorate insieme come specialisti e commentatori presso il canale sportivo Eleven Sports. Manifestate Il vostro grande amore per la Serie A anche sul canale YT “Calcio Truck” discutendo a fondo delle singole partite. Ma perché  avete scelto proprio il calcio italiano? Cosa vi attrae? Avete la vostra  squadra preferita in serie A per la quale tifate fedelmente?

Dominik Guziak:  Prima di tutto, siamo cresciuti in un momento in cui i club italiani erano ancora i più forti al mondo. Abbiamo visto vincere la Champions sia il Milan che all’Inter, arrossendo per l’ emozione! Nel 2006, abbiamo potuto assistere a uno dei più grandi successi nella storia del calcio italiano, ovvero la vittoria azzurra del Mondiale di calcio. È stato difficile non innamorarsi di calciatori come Del Piero, Cannavaro, Totti, Buffon, Pirlo … In secondo luogo come giornalisti abbiamo avuto l’opportunità di commentare proprio questa lega calcistica prima sul canale Orange Sport e poi presso Eleven, quindi la nostra passione giovanile si è trasformata in qualcosa che in seguito potevamo unire anche alla nostra vita professionale.

DD: Secondo voi cosa rende davvero unica la Serie A rispetto ad altri campionati? La posizione del calcio italiano è ancora alta adesso? I calciatori sognano ancora di giocare nei club italiani?

PD: La storia. La storia di grandi squadre che un tempo erano le migliori al mondo, come l’Inter di Helenio Herrera, la Juventus di Giovanni Trapattoni, il Milan guidato da Arrigo Sacchi e di grandi calciatori che hanno giocato in Italia soprattutto negli anni ’80 e ’90. Attualmente  la Serie A non è più così forte. La maggior parte dei calciatori sogna di giocare nel Real, nel Barcellona o in Premier League, ma la Serie A  gode ancora di grande popolarità nel mondo ed è un campionato che suscita interesse globale. Nessuna lega ha così tanti club che sono riconoscibili in qualsiasi parte del mondo, proprio grazie alla loro ricca tradizione, anche se questi club ora non sono più così potenti e forti come 10, 20 o 30 anni fa.

DG: Generalmente molti calciatori che sognano di giocare nei club più importanti del mondo spesso scelgono proprio la Serie A su sollecitazione di colleghi più esperti. Il campionato italiano è tatticamente molto avanzato, gli allenatori italiani sono considerati i migliori al mondo, quindi per un giocatore l’Italia  può’ diventare un’importante scuola di calcio. A tal proposito possiamo citare ancora una volta le parole di Wojtek Szczęsny, che ha ammesso nel libro che il passaggio dall’Inghilterra all’Italia gli ha salvato la carriera. In Serie A si è sviluppato come portiere e ha iniziato a prestare attenzione agli elementi che aveva trascurato in passato.

DD: Come scrivete nel vostro libro: “Le partite in Italia non durano 90 minuti, ma un’intera settimana”. Cosa significa che  nessuno capisce il calcio  come gli italiani?

DG: Il fatto che gli italiani capiscano il calcio meglio di tutti si vede benissimo durante una partita vista insieme a loro. Ad esempio in Polonia i tifosi seduti in tribuna di solito reagiscono solo in due modi: o con la rabbia dopo un’azione fallita e manifestando gioia dopo un goal. In Italia non devi guardare il campo per sapere cosa sta succedendo. Quando la palla si avvicina alla porta, l’intera tribuna inizia ad alzarsi lentamente. Le persone gridano immediatamente a chi è necessario passare la palla, quale dovrebbe essere la prossimo mossa. Questo non è un caso. I canali sportivi italiani forniscono agli spettatori durante lo studio post-partita un’analisi approfondita del gioco da parte di giocatori e allenatori di spicco. Del calcio non si parla mai in maniera semplificata e nessuno si chiede se gli spettatori in studio siano capaci di capire pienamente di cosa stiano  parlando Arrigo Sacchi o Andrea Pirlo. Infine ogni tifoso italiano è allo stesso tempo un allenatore  e ha un’opinione su molti argomenti calcistici.

PD: Anche questo è perfettamente illustrato dal vocabolario del calcio italiano. In Polonia è molto povero rispetto a quello che incontriamo in Italia. In Italia il centrocampista centrale, in base alle sue caratteristiche e ai compiti che ha in campo, può essere definito in vari modi: regista, mediano, mezzala, trequartista. In Polonia di solito non abbiamo nomi per queste posizioni, conosciute in Italia da tutti, anche dal  tifoso meno esperto.

DD: Questo è senza dubbio un momento fantastico per i polacchi in Serie A. Cosa ha contribuito a questo boom di popolarità e trasferimenti?

PD: Abbiamo posto questa domanda a ciascuno dei nostri interlocutori e la risposta è sempre stata la stessa: laboriosità, diligenza. Siamo una nazione a cui viene insegnato a lavorare sodo. I nostri giocatori sono percepiti in Italia come coloro che si allenano, affrontano coscienziosamente i compiti tattici e, cosa molto importante, non causano problemi fuori dal campo. Non ha senso nascondere che anche le questioni finanziarie svolgono un ruolo significativo. Il rapporto qualità-prezzo è molto conveniente. Un giocatore di calcio polacco affidabile può essere preso per 3-4 milioni di euro. Le squadre italiane  cercano i nostri giocatori perché così non rischiano molto.

DD: Uno dei protagnosti del vostro libro è ovviamente Wojciech Szczęsny, ex portiere della Roma, oggi uno dei giocatori principali della Juventus. C’è molta leggerezza e senso dell’umorismo nelle sue dichiarazioni, e soprattutto un sano distacco dall’etichetta di “star del calcio”, che però viene attribuita spesso ai calciatori in Italia …

DG: Per Wojtek Szczęsny il calcio è veramente molto importante, ma allo stesso tempo non ha il pallone al posto della testa, non ne è ossessionato, con lui si può parlare di tutto. Quando eravamo con lui a Torino, dopo aver registrato 3 ore di materiale per il nostro libro, abbiamo trascorso altre 3 ore insieme e abbiamo chiacchierato di argomenti completamente estranei al calcio. È una persona incredibilmente brillante e dobbiamo ammettere che le sue riflessioni sul calcio, che potete leggere nel libro, hanno anche chiarito molte questioni delle quali non eravamo consapevoli. Il portiere della Juventus ha molte intuizioni giuste e se in futuro volesse diventare un esperto ad esempio in televisione, diventerebbe probabilmente uno dei migliori nel settore. La presenza di Wojtek nelle pagine di un qualsiasi libro o in un programma televisivo trasforma una normale esibizione in uno spettacolo con battute intelligenti e prese in giro.

DD: Bartosz Salamon sembra essere un personaggio altrettanto interessante. Quando guardo le interviste con lui su YT, non posso fare a meno di ammirare come parla in italiano! Gli stessi tifosi sottolineano nei commenti che Salamon parla meglio di tanti italiani!

PD: Abbiamo scherzato noi stessi dicendo che Bartek parla l’italiano meglio di molti giocatori italiani. Ad esempio, Francesco Totti, è  stato colto più volte sul fatto che non usa correttamente il congiuntivo. Salamon è  di certo lontano dallo stereotipo del calciatore. La lettura è la sua passione. Deve aver letto dozzine di libri italiani. Usa spesso nello spogliatoio parole che i suoi colleghi italiani non conoscono e lo guardano come se fosse un alieno. Vive in Italia da oltre 10 anni, ecco perché è stato il migliore e il più maturo nel raccontarci lo stile di vita italiano, i rituali, le abitudini e i vizi italiani. Mostra anche i lati più oscuri del vivere in Italia, che noi, come molti dei nostri spettatori, conosciamo soltanto dal punto di vista del turista, guardiamo il Belpaese attraverso una sorta di lente rosa. La conversazione con Bartek ci ha permesso di descrivere la vita quotidiana italiana in un modo molto veritiero.

DD: Durante la lavorazione sul libro è capitata una delle trasferte più spettacolari degli ultimi anni: Krzysztof Piątek è passato dal Genova al Milan. In Italia il sacro si mescola al profano e la scelta del polacco è stata descritta dal Corriere della Sera in categorie papali! Il pistolero era ovunque e tutta la Polonia seguiva con il fiato sospeso l’euforia del giornalista sportivo Tiziano Crudeli, ripetendo dopo di lui ogni settimana “Pio pio pio”! L’avventura in Serie A non è durata  a lungo per Piątek, ma a suo modo è stata indimenticabile …

PD: Neanche gli italiani si ricordano una storia così spettacolare come quella di Piątek. Quando eravamo nella redazione de La Gazzetta dello Sport, i giornalisti locali non riuscivano a ricordare qualcosa di simile. Un ragazzo apparso  dal nulla, che lotta per il titolo di capocannoniere, segna in quasi tutte le partite e sorpassa pure Cristiano Ronaldo in questa classifica a fine  stagione. I giornalisti italiani si lamentavano del fatto di non avere più idee per i prossimi articoli su Piątek, ma i tifosi erano curiosi,  volevano leggere. Nessun polacco ha mai dominato così tanto i titoli dei giornali italiani. Sono stati solo “cinque minuti” e oggi a nessuno in Italia manca Krzysiek Ma nessuno mai prima ha avuto dei “cinque minuti” così intensi.

DD: Nel vostro libro scrivete anche degli stadi italiani, che in molti casi non sono il massimo dell’avanguardia Il San Paolo a Napoli è stato maliziosamente paragonato una volta ad… un cesso. Come appare questo aspetto nei vostri occhi? Avete il vostro stadio preferito in Italia? E quale stadio può vantarsi della platea migliore durante il campionato?

DG: Non incantiamoci, tranne alcune eccezioni, gli stadi italiani non differiscono molto dal Colosseo romano nell’ambito della struttura tecnica. La Juventus, l’Udinese e il Frosinone hanno costruito strutture moderne negli ultimi anni, ma la lista finisce qui. Molte volte durante la nostra trasmissione, cerchiamo di riderci sopra, scherzare un po’, perché cosa puoi dire durante una partita messa in dubbio da un temporale che allaga l’impianto e crea un  lago nel bel mezzo del campo? Ma agli stadi italiani non possiamo negare una cosa: hanno un’anima. Quando sentiamo che tra qualche anno il leggendario San Siro verrà demolito per far spazio a una nuova costruzione siamo dispiaciuti. Non c’è altro stadio in cui  il tifo di quasi 80 mila fan sia così impressionante D’altra parte siamo consapevoli che sotto questo aspetto la Serie A è molto indietro rispetto alle altre leghe e qualcosa deve cambiare. Altrimenti questi stadi crolleranno.

DD: Delfini in piscina, maiali in casa, feste fino all’alba, vita da sballo… Qual è l’aneddoto più divertente che avete sentito sui calciatori che giocano in Serie A, che riflette perfettamente il carattere specifico, a volte grottesco, di questa lega?

PD: È difficile scegliere il migliore. Ci sono molte storie che conosciamo, ma non è corretto condividerle in pubblico. Inoltre, non vogliamo fare troppi spoiler a coloro che vorranno leggere il nostro libro. Possiamo solo garantire che i giocatori sanno davvero divertirsi, soprattutto in Italia. Ciò che ci ha scioccato è stato quello che ci ha detto Bartosz Salamon. Solo pochi anni fa sulla stampa italiana c’era una rubrica che descriveva “gli episodi notturni” dei calciatori italiani nei club di Milano. Un inviato  della redazione aspettava fuori della discoteca e relazionava sui calciatori avvistati su chi tornava in  in hotel, quando, in quali condizioni e in quale compagnia. A quanto pare i tifosi italiani adorano questo tipo di lettura, e poi anche per gli stessi giocatori è stato un gran bel divertimento parlarne negli spogliatoi. Ciò illustra perfettamente lo status dei giocatori di calcio in Italia.

DD: Attualmente siete una delle coppie di commentatori più famosa in Polonia. Quando è nata la vostra collaborazione e come si sviluppa il vostro dialogo quando commentate gli incontri dal vivo?

PD: Ad essere sincero è stato frutto di una coincidenza, ovvero quando il nostro capo Patryk Mirosławski ha deciso che gli sarebbe piaciuto avere delle coppie permanenti. Entrambi commentavamo le partite di Serie A già in Orange Sport, quindi naturalmente ci hanno messi insieme. Poi c’è stata l’idea di un podcast dedicato alla Serie A e di scrivere un libro insieme.

DG: Inoltre, dopo aver commentato congiuntamente centinaia di partite, è più facile creare una interazione narrativa. Intuitivamente sappiamo già quando faremo delle pause, come reagiremo ai gol, non ci interrompiamo a vicenda. Questo può essere paragonato a ciò che ha detto Wojtek Szczęsny nel nostro libro. Per lui è più facile giocare quando al centro della difesa bianconera c’è la coppia Bonucci-Chiellini, con cui ha maggior confidenza per averci giocato insieme più spesso, perché sa cosa aspettarsi da loro, come motivarli, come ognuno di loro reagisce in situazioni specifiche. Insomma il feeling tra di noi ci aiuta moltissimo.