Maserati Ghibli, rosa dei venti
L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)
Già gli Etruschi mettevano le rosa dei venti sulle loro carte nautiche, che mostravano le direzioni del mondo e i venti più frequenti che soffiano da queste direzioni. I cartografi medievali delle allora potenze marinare di Genova e Venezia erano campioni nel compilare precise e graficamente belle carte nautiche.
Il vento ovvero l’aria in movimento è il simbolo ideale di un’auto. Sembra che la prima auto il cui nome riferiva all’aria sia stata la Chrysler Airflow del 1934, ma il nome del vento fu dato per la prima volta alla Lincoln Zephyr nel 1936.
Devo ammettere che le aziende italiane hanno un piccolo problema nel dare un nome alle loro auto, la Fiat a volte usa nomi la “Tipo”, altri modelli nomina usando i numeri, per esempio la “500” o mescola l’uno con l’altro come nel caso di una “Seicento”. L’Alfa fa lo stesso e la Ferrari affonda in una miscela di cilindrata e abbreviazioni come 308 GTB. La situazione sembra migliore con Lancia [anche se ora l’intero marchio non è di buon auspicio] e Lamborghini, dove dopo un paio di primi modelli batezzati sempre con i numeri sono passati a… beh, nomi spagnoli. Maserati in questo contesto era da qualche parte nel mezzo, in origine chiamavano tutto usando capacità del motore o numero dei cilindri, fino a quando nel 1963 apparve la Quattroporte e ciò che ci interessa di più oggi è la Maserati Mistral. Il maestrale (anche mistral) è il vento che soffia nel sud della Francia e da lì il nome di questo nuovo modello è arrivato alla fabbrica di Modena. È stato proposto da un socio del concessionario francese Jean Thépenier e anche un amico del capo progettista Pietro Frua, il colonnello John Simone. Così è nata la tradizione di dare un nome dei venti ai nuovi modelli, anche se non a tutti. Nel 1966, al 48° Salone Internazionale dell’Automobile di Torino, apparve il secondo dei fratelli ”ventosi”, la Maserati Ghibli. Questa volta, il vento pieno di nuvole di sabbia soffia dalla Libia e fa parte del possente Scirocco, che domina sul Mar Mediterraneo. Ha il suo impatto sulle periodiche inondazioni di Venezia o sul ricoprire ad esempio le strade di Firenze di polvere rossa, che ho vissuto personalmente quando un’auto lavata alla perfezione, pronta per portarci al matrimonio il giorno dopo, al mattino assomigliava più a una duna sahariana che a una limousine lucida.
Tecnologicamente, la Ghibli non era innovativa, il telaio veniva dal modello “Mexico” o, se preferite, dal telaio accorciato ancora una volta della Quattroporte. Dalla limousine di punta stato preso anche un’ottimo, ma ormai invecchiato motore della 450S sportiva del 1956. Tuttavia è stata apportata una modifica importante: si tratta del sistema di lubrificazione a carter secco. Grazie a questa soluzione, Giorgetto Giugiaro all’epoca lavorando per Studio Ghia, è stato in grado di abbassare il più possibile la silhouette della vettura, creando una delle più belle GT di tutti i tempi. Il cofano infinitamente lungo che termina con una griglia del radiatore stretta e piatta, in pratica ha svolto anche il ruolo di paraurti anteriore probabilmente il più costoso in quel periodo. Dietro la parabezza montata in basso appariva l’interno spazioso e confortevole e l’enorme bagagliaio che completava tutto. La Maserati Ghibli aveva l’aria condizionata, vetri controllati elettricamente, servosterzo, freni a disco ventilati, e l’assemblaggio di massima qualità di lavorazione, tutti gli abbinamenti erano perfetti, lo stesso vale per la verniciatura.
Come si addice ad una vettura GT purosangue, era anche veloce, che non hanno mancato di usare gli autisti guidando sull’autostrada ”del Sole” recentemente completata [1964] con il pedale dell’acceleratore premuto fino alla fine. Potevano farlo impunemente perché i limiti di velocità sulle autostrade italiane non furono fissati per la crisi dei carburanti fino al 1973. Nei centri abitati il limite dei 50 km/h era in vigore dal 1959, ma lì più lenta si muoveva la macchina, più l’ammirazione aumentava. I cerchioni in lega leggera di Campagnolo per la prima volta usati qua da Maserati sono stati una parte importante di questo. I cerchi in lega, come le chiamiamo oggi, sono stati utilizzati per primi da Ettore Bugatti nella sua Type 35 durante la gara del Gran Premio di Lione del 3 agosto 1924. Quando la Maserati decise finalmente di introdurli, erano già nell’offerta di tutti i maggiori produttori, anche se l’Aston Martin [1969] e la Mercedes [1970] hanno aspettato più a lungo ad immetterli.
Quanto piaceva la Ghibli? lasciate che la storia del proprietario del marchio Ford lo testimoni. Nonostante il fatto che il design dell’auto fosse in conflitto con tutto ciò che i designer di Detroit proponevano all’epoca, Henry Ford II, quando la vide, inviò un’offerta a Modena per l’acquisto… dell’intera società Maserati e ancora una volta [prima c’era la Ferrari] ”fu scaricato” dagli italiani. Si è accontentato dell’acquisto dell’auto stessa, per la quale ha dovuto pagare 19.000 dollari, l’equivalente di quattro delle sue Ford.Thunderbird. La Ghibli dopo il modello 3500 GT è stata un altro successo commerciale per Maserati, alla fine degli anni ’60, insieme alla Lamborghini Miura facendo una coppia non convenzionale, come Marcello e Sofia nella versione automobilistica del ”Matrimonio all’italiana”. Il 1968 è l’anno del debutto della versione aperta di Ghibli Spider, di cui sono state prodotte solo 100 esemplari in quattro anni. Nel 1970 apparve la versione più ricercata oggi della SS [Super Sport] con un motore di 4931 cc, aumentato di soli 10 CV. In questa specifica, l’azienda ha rilasciato altre 25 unità della Ghibli Spider. La produzione della seconda generazione di Ghibli è durata sette anni, è iniziata nel 1992, e non credo sia esagerato dire che la cosa migliore di questo modello è…il suo nome.
L’ultima edizione di Maserati Ghibli è stata presentata in anteprima il 19 aprile 2014 a Shanghai nel Salone dell’Auto Asiatico. L’auto si presenta come una Quattroporte più piccola, il che non è un difetto, ma si può storcere il naso alla gamma di motori diesel offerti.
Il modello della collezione SOMA è un Minichamps del 2008 ed uno dei suoi pezzi forti. Bello l’interno, il motore, le lampade e le cromature. Peggio con la vernice, perché dopo anni, „pelle d’oca” appare lentamente su di essa. L’azienda tedesca ha anche rilasciato una versione di Spider, su cui purtroppo una volta ho chiuso un occhio, cosa che oggi non farei. Finendo sui tedeschi… quando nel mondo soffiano più di 2 mila venti, perché la Volkswagen ha insistito a copiare il nome ”Bora” usato dalla Maserati nel 1971? Questo non si sa.
Qui sotto c’è la mia rosa dei venti Maserati completa:
Anni di produzione: 1967-1972
Esemplari prodotti: 1295 pezzi in ciò 100 Spider / 225 pezzi di SS / 25 pezzi di Spider SS
Motore: V-8 90°
Cilindrata: 4719 cm3
Potenza / RPM: 330 CV / 5000
Velocità massima: 265 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 7
Numero di cambi: 5
Peso proprio: 820 kg
Lunghezza: 4590 mm
Larghezza: 1790 mm
Altezza: 1168 mm
Distanza interasse: 2550 mm
foto: Piotr Bieniek
traduzione it: Karolina Wróblewska
Vicepremier Emilewicz, dal primo luglio cadono limiti a numero passeggeri aerei
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
Con-vivere col virus
“Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà”
Luca 9,24
Ma come, non dovevamo combattere fino in fondo questa “guerra” contro un nemico invisibile e insidioso, sino alla sua totale sconfitta, sino al suo annientamento? Una guerra che si sarebbe dovuta concludere con la nostra vittoria ? Ed invece si ha come l’impressione che si tratterà di una nuova “vittoria mutilata”. Eh, sì! Perché, dopo l’imperativo categorico del “restate a casa!”, farà presto il suo ingresso ufficiale il nuovo imperativo – che ci accompagnerà nei prossimi mesi, o forse più a lungo o forse addirittura per sempre: “convivete col virus!”.
Dopo aver lasciato sul campo migliaia di morti per contrastare (malamente) il nemico, ora dobbiamo imparare a convivere con lui? È una guerra ben strana questa contro il virus fatta dal divano di casa o da un letto di terapia intensiva. Ma ancora più strano è ora dire che dobbiamo imparare a convivere con il virus. Cosa vuol dire convivere con il virus? La prima e più superficiale risposta potrebbe essere che dobbiamo convivere con la Cina. Il virus è cinese e convivere con lui significa convivere con la Cina. Vuol dire, insomma, abituarsi al fatto che la Cina è diventata una potenza che occupa uno spazio geopolitico, e che può sempre diventare “virale”.
Cerchiamo però di andare più a fondo, sperando di non andare a fondo. Se c’è qualcosa che questo virus ci ha insegnato, è che siamo stati, e siamo ancora, disposti a tutto pur di mettere in salvo le nostre vite. Ma di quali vite stiamo parlando?
Cerchiamo di spiegare il punto. Già Aristotele aveva distinto la vita come “bios” dalla vita come “zoé”. Zoé è la “nuda vita”, il semplice fatto di vivere, la vita mediante la quale siamo in vita; bios, al contrario, è la vita che viviamo, la vita qualificata dal modo con cui la viviamo: è la “condizione di vita”, il “come di una zoé”. La “quarantena” allora non rappresenta altro che questo: la rinuncia, da parte nostra, ad ogni “condizione di vita”, in nome della “nuda vita”. Ma che cos’è questa “nuda vita”, questa vita spogliata di ogni attributo, una vita che non è nulla, se non vita? Il virus stesso è questa vita, nella sua forma estrema: una vita tanto “nuda” che neppure sappiamo se sia realmente “vivo” o no. Finto vivente, finto mortale, comunque un ospite indesiderato, un intruso. Il virus è vita? È un interrogativo a cui la scienza non ha saputo ancora rispondere. Non tutte le domande forse possono avere una risposta. “La scienza”, “i virologi” (che spettacolo questi esperti, capaci di alimentare il panico collettivo e che in fondo parlano senza sapere di cosa stiano parlando!) non sono infatti neppure in grado di dire che cosa sia un “virus”, ma sono loro ora a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non è casuale. Sono loro infatti che per primi con le tecniche di rianimazione e del connesso trapianto di organi hanno separato ciò che nell’uomo era inseparabile: la vita meramente fisica e la vita biografica. No, no, la scienza e la medicina non ci immunizzeranno da questo virus.
E allora cosa ci resta? Forse possiamo passare dalla fisica alla metafisica, o se volete alla “biologia filosofica”, in senso jonasiano. La “nuda vita” del virus – priva di metabolismo? – può anche essere non vita. Un essere privo di esistenza. E se è vita che non è vita, allora neppure muore. Ecco, allora, perché non ci resta che con-vivere col virus.
Però ha senso conviverci ponendoci, adattandoci come abbiamo fatto finora, al suo stesso livello, nuda vita contro nuda vita? Ecco l’interrogativo esistenziale dei prossimi mesi, o forse anni. E sì, perché niente sarà come prima. Siamo partiti con il piede sbagliato riducendo tutto alla “nuda vita” e ora ci troviamo costretti a convivere con essa. Convivere con l’incubo, con il panico, con l’ossessione da virus. Fuori sì, ma con guanti e mascherine che diventeranno per sempre parte del nostro abbigliamento come le cravatte e i foulard? Impareremo a baciare con la mascherina senza il contatto delle lingue, o magari utilizzando un apposito profilattico? Gli abbracci avverranno a distanza? L’università e le scuole saranno a distanza? D’altro canto magari felici (felici?) per il fatto di poter essere in contatto continuo su whatsapp, facebook, twitter, Instagram, vicinissimi nel mondo virtuale, ma a due metri di distanza nella realtà?
Resterebbe però da chiedersi se sia possibile costruire un “Gemeinwesen” autentico, una comunità umana, basato sulla distanza. Non sulla distanza sociale – le differenze sociali sono sempre esistite – ma sulla distanza tra le persone, tra i corpi. Guardare, sentire, ma non più toccare? Neppure sfiorare con una carezza il volto dell’altro? Eppure proprio Aristotele aveva insegnato, lui per primo, che l’unico senso senza il quale non si può vivere è proprio il tatto.
E noi stiamo andando esattamente in questa direzione. Una società senza contatti o con contatti ridotti al minimo. Questa sì che sarebbe la vittoria del virus. Convivere in questo modo col virus significa ammettere la nostra sconfitta. Lui se ne andrà per conto suo seguendo le leggi della sua natura ma avendo già modificato la nostra natura. La sicurezza starà nella distanza. E anche a distanza dei dispositivi di protezione saranno obbligatori: mascherine e guanti per tutti. La nuda vita avrà allora vinto sulle nostre abitudini, sulle nostre storie, sulle nostre vite, sulla nostra vita. Ma il non-essere dell’uomo è davvero qualcosa di più terribile del non-esserci-più in modo autentico? Più banalmente: la sopravvivenza della nuda vita è davvero l’istanza suprema? Dal punto di vista del darwinismo sociale è certo così. Ma questo non vale per altri punti di vista. Basti pensare a Walter Benjamin: “L’uomo non coincide in nessun modo con la nuda vita” (der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. L’uomo non vive semplicemente come una pianta. E se qualche volta oggi questo succede ci troviamo di fronte ad una tragica realtà prodotta dalle tecniche di rianimazione. Ma per l’uomo non conta solo la “nuda vita”, ciò che conta è soprattutto la storia di una vita, la vita vivente.
In fondo, è per questo che diritti fondamentali come la libertà personale, la libertà di circolazione, le libertà religiose e persino la libertà di espressione sono caduti uno dopo l’altro come soldati mandati al macello. Perché se ciò che conta è semplicemente “salvare” la nuda vita, allora tutto è permesso. Il limite è stato abbondantemente superato col trattamento incivile, barbaro, privo di qualsiasi pietà, riservato ai malati contagiosi. Uomini e donne lasciati morire soli, senza che abbiano potuto neppure vedere un’ultima volta i propri congiunti e i loro cadaveri bruciati come rifiuti tossici. Parlare di diritti e di diritto ha dunque ancora un senso, in una situazione come questa? E dai diritti si è facilmente passati a mettere in discussione l’ordinamento costituzionale. Per farsi carico dell’emergenza sanitaria diritti e diritto sono stati neutralizzati, sospesi. Bastano “le grida” televisive del Capo che anticipano i suoi atti amministrativi, volti a salvare le “nostre vite”. Possibile che siamo arrivati ad accettare tutto questo? C’è ancora una speranza?
L’episodio – riportato dalle cronache – di un nonno di Savona che, non potendo più toccare il suo nipotino, ha preferito uccidersi, in fondo è quello di un uomo – di uno dei pochi – che ha vinto la battaglia contro il virus. Il nonno per la sua età era certo un soggetto vulnerabile, esposto più facilmente al contagio, ma per lui c’era qualcosa di più importante persino della sua stessa persona fisica, qualcosa di più alto della sua mera sopravvivenza, per lui c’era la sua vita vissuta col nipotino e a questa non poteva e non voleva rinunciare. Soltanto sopravvivere: quella, per lui, non era più Vita.

Cucina polacca: cinque cose da invidiare!
L’articolo è stato pubblicato sul numero 65 della Gazzetta Italia (ottobre-novembre 2017)
Dicono che l’Italia sia la patria della migliore cucina. Nel nostro Paese abbiamo tutto, almeno in teoria. Le migliori materie prime, e una cultura gastronomica che affonda le radici nelle nostre tradizioni più antiche: non per niente siamo la culla della Dieta Mediterranea.
Eppure dopo essere stata qualche giorno in visita a Varsavia, e aver mangiato cibo buonissimo preparato con gli ingredienti che in Italia sarebbero definiti “poveri”, sono tornata a casa con la triste conferma dei miei dubbi. La modernità ci sta lentamente togliendo i due fattori più importanti: il tempo e la fantasia.
Sempre di più le persone restringono la propria alimentazione a pochi ingredienti, limitati nella varietà e anche nelle preparazioni. Forse perché è più semplice, o più rassicurante. Di certo non è più veloce, perché nel dimenticatoio finiscono anche tanti cibi di rapida cottura, o addirittura le verdure che potrebbero essere consumate crude.
Sono vegana e quando mio malgrado si finisce sull’argomento, la domanda che mi viene rivolta è sempre la stessa: “ma allora cosa mangi?”

Questo accade anche perché si è persa l’abitudine di consumare cereali, legumi, frutta secca e tantissimi tipi di verdura, dando invece la preferenza a cibi più moderni e purtroppo anche più calorici e meno nutrienti. Ora per fortuna qualche locale, in controtendenza, ha iniziato a riproporre la cucina di una volta, quella definita “povera”, ma di fatto più genuina e più varia. A dimostrazione del fatto che gli ingredienti sani costano meno.
Nei miei pochi giorni trascorsi nella capitale ho trovato una varietà di sapori nuova, più ampia, complici anche le forti influenze estere che si ritrovano mescolate nei piatti polacchi, e di cui ora sento la mancanza. Ecco cinque cose che la cucina italiana dovrebbe invidiare!
La tradizione israeliana, ancora fortemente presente, viene reinterpretata nella cucina polacca con l’uso di cereali e spezie. Cereali in chicco intero o spezzato, comunque integrale: cous cous, taboulè, bulgur. Per la preparazione di queste specialità, i chicchi di frumento vengono cotti a vapore, fatti essiccare, e poi macinati e ridotti in piccoli pezzi.
Presentano le stesse caratteristiche del cereale integrale. Ricchi di fibra, vitamine, minerali, sono una buona alternativa alla pasta, che oltre a essere solitamente preparata con farina raffinata, richiede una lavorazione industriale più lunga. Ricordiamo che meno trasformazioni richiede la preparazione, più il risultato può essere considerato sano.
Sempre dal Medio Oriente arriva una delle mie ricette preferite in assoluto: l’hummus, in tutte le sue varianti. Per gli italiani, che ancora lo conoscono poco: l’hummus è una crema a base di ceci e pasta di semi di sesamo (tahina), nella sua versione più tradizionale aromatizzata con olio d’oliva, aglio, succo di limone, paprica, semi di cumino in polvere e prezzemolo finemente tritato. Si presta poi a essere personalizzato in mille modi, dall’avocado ai peperoni, dalla barbabietola alla senape, arrivando persino alla versione dolce con aggiunta di cioccolato.
Viene solitamente consumato insieme a focacce di pane azzimo, oppure in accompagnamento ai falafel (polpette di ceci). Nella cucina mediterranea può essere utilizzato come salsa per verdure crude (carote, sedano, finocchio) in piacevole alternativa al classico pinzimonio, o spalmato sui crostini e all’interno di panini e tramezzini.
Goloso e leggero, è un ottimo stratagemma per riabituarsi al consumo di legumi. Da provare anche nella versione con le fave, con i lupini, oppure con i fagioli cannellini e l’aggiunta di capperi sotto aceto (prende un gusto molto simile a quello della salsa tonnata). Perfetto anche per i pranzi da asporto.
Parlando di cereali e hummus, non si possono dimenticare le spezie, in particolare pepe, paprica, cannella, curcuma e zenzero. Da sempre utilizzate per insaporire e conservare i cibi, riducono il consumo di sale, e possiedono interessanti proprietà: migliorano la digestione e l’assorbimento dei grassi, aumentano il senso di sazietà, riducono il tempo di transito del cibo nel tratto gastrointestinale, stimolano l’attività degli enzimi. Ecco perché dovremmo usarle di più.
Per terminare, frutta e verdura: sembra impossibile ma anche sotto questo aspetto avremmo qualcosa da imparare. O da ricordare.
Gli smoothies: frullati di frutta e verdura, a volte con l’aggiunta di latte o yogurt, da gustare anche mentre si cammina per la città. Nei nostri locali bere qualcosa che non sia una bibita zuccherata e che sia preparato con ingredienti freschi, sembra essere una rarità. Solitamente si trovano le centrifughe, quasi mai gli estratti (che sono da preferire perché mantengono inalterate le vitamine e i sali minerali), ma non saziano allo stesso modo di un frullato. Soprattutto, centrifugare la frutta vuol dire assumere il fruttosio privato del suo antidoto naturale, la fibra: una pratica da sconsigliare.
E le verdure? Rape, barbabietole, e soprattutto verdure in foglia, così dimenticate. Gli ortaggi a foglia verde, così come le barbabietole, sono una grande fonte di acido folico e di folati, utili per la prevenzione dell’aterosclerosi. Sono ricchi di vitamina C e favoriscono quindi l’assorbimento del Ferro contenuto nella frutta e nella verdura.
Per quanto se ne parli, non se ne mangia mai abbastanza. Una piacevole sorpresa trovare gli spinaci crudi nelle insalatone, accompagnati da frutta fresca e frutta secca, come i semi di zucca.

Quello che invece hanno in comune la cucina italiana e quella polacca, è il cambiamento e i rischi che questo comporta. Le tradizioni sono in pericolo, minacciate dal progresso che porta fastfood, piatti pronti, sapori standardizzati. Un po’ alla volta, vengono a mancare la curiosità per gli ingredienti, la fantasia negli abbinamenti, e la pazienza di aspettare la trasformazione del cibo.
Non facciamoci derubare di ciò che abbiamo di più prezioso. Ogni momento dedicato al nutrimento e alla preparazione dei pasti, è un investimento per il futuro.
«Quello che mi sorprende degli uomini è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute.» (Dalai Lama)
Domande o curiosità inerenti l’alimentazione? Scrivete a info@tizianacremesini.it e cercherò di rispondere attraverso questa rubrica!
Wizz Air riapre le proprie basi in Polonia e riattiva voli internazionali verso l’Italia
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
Gli scienziati di Breslavia conquistano il mondo della tecnologia
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
La nascita della medicina preventiva

L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)
Nel 1348 Venezia fu sconvolta dalla peste che giunse attraverso le vie carovaniere e navali da Kaffa in Crimea dove i Tartari, che l’anno prima avevano assediato la città, colpiti dal contagio, gettarono i cadaveri dentro le mura usando la guerra batteriologica prima della nascita dei laboratori.
La peste, che deriva dalla radice indoreuropea “pes” = “soffio mortale”, fu portata in Occidente dai mercanti genovesi che forzarono l’assedio. La pandemia nel corso di pochi mesi quasi dimezzò la popolazione veneziana e mieté in Europa circa 30 milioni di vittime. Il batterio patogeno, isolato nel 1894 da Alexander Yersin, è iniettato da una pulce parassita del ratto nero, la Xenopsilla Cheopis, che, trasferendosi sull’uomo, provoca, con il suo morso, l’ingrossamento delle linfoghiandole, ascellari o inguinali con la formazione di bubboni scuri. L’incubazione è di circa 5 giorni e il decorso va da due a sette giorni con febbre alta, arsura, delirio e, infine, morte nel 70 per cento dei casi. La peste, oggi sconfitta dagli antibiotici, si manifestava anche in forma setticemica e polmonare, quest’ultima, senza bubboni, è la più pericolosa perché trasmissibile da uomo a uomo per via aerea, con una mortalità del 95%. Perciò i medici cercarono di proteggersi con maschere dal lungo naso in cui ponevano delle erbe aromatiche.

La provenienza del contagio dal Levante, lungo le vie di terra e di mare, fu palese da subito ed anche i tempi e le modalità dell’infezione: per contatto e prossimità. Non si conoscevano le cause né la cura, perciò l’unico rimedio fu la fuga. Ogni rapporto umano e ogni relazione sociale furono stravolti dal terrore, che minò la stabilità socio-economica e gli equilibri politici. Commissioni temporanee cercarono di fronteggiare l’emergenza con la rapida inumazione dei cadaveri, con l’abolizione di processioni, fiere, mercati e riti pubblici come occasioni di contagio. Si inchiodarono le porte delle case degli appestati e si chiusero i quartieri infetti. Venezia, per i suoi rapporti commerciali con il Levante, fu esposta a continue ondate epidemiche, finché, il 28 agosto 1423, il Senato stabilì l’obbligo di comunicare l’arrivo di forestieri infetti e il divieto di accoglierli, ordinò di raccogliere ogni possibile informazione per individuare i paesi colpiti sospendendo ogni scambio, ogni capitano di nave fu tenuto a denunciare i malati a bordo, pena sanzioni pecuniarie e detentive.
Per accogliere i cittadini contagiati e i casi manifestatisi in città e sulle navi veneziane, la Repubblica inventò il primo lazzaretto della storia: un ospedale di Stato ad alto isolamento, posto sull’isola periferica di Santa Maria di Nazareth, sede dell’omonimo convento degli Eremitani. Dalla volgarizzazione del termine Nazareth in Nazaretum e poi Lazzaretto derivò la denominazione di tutte le analoghe strutture che sorsero poi in Occidente su modello di quella veneziana. Questa soluzione fu molto innovativa rispetto agli ospedali dell’epoca, in cui assistenza e carità cristiana erano un binomio inscindibile.
Nel 1468 la creazione di un secondo Lazzaretto, detto “Nuovo”, per accogliere sia i guariti, prima del loro rientro in città, che i “sospetti” che avevano avuto contatto con persone e luoghi infetti, diede un messaggio confortante sulla possibilità di guarire e di prevenire il morbo. La gestione dei due lazzaretti richiese competenze specifiche perciò, nel 1486, venne istituito il Magistrato alla Sanità, composto da tre patrizi eletti annualmente e affiancati da un ufficio tecnico, da un protomedico e da un braccio armato. Tale organismo divenne un riferimento normativo per tutte le nazioni europee e mediterranee. Monitorò l’andamento dei flussi epidemici attraverso la sua rete di diplomatici e di “spie di sanità” e dettò agli altri stati le regole e i tempi delle contumacie, creando lazzaretti nei suoi domini e posti di blocco lungo le vie di terra. Diramò migliaia di proclami a stampa per comunicare i porti e i paesi contagiati o “sospetti”, con i quali aveva sospeso ogni rapporto commerciale, invitando anche le altre nazioni a fare lo stesso. Dal 1630 la sua rete di controlli riuscì a tener Venezia indenne dalla peste che continuò a imperversare nel Mediterraneo fino a tutto l’800.
***
Nelli-Elena Vanzan Marchini:
Docente di Bibliografia/biblioteconomia e di Storia della Sanità nelle Università di Vercelli e di Padova, presidente del Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera del Veneto, ha pubblicato Le leggi di Sanità della Repubblica di Venezia in 5 volumi (Vicenza 1995-Treviso 2012); I mali e i rimedi della Serenissima, Vicenza 1995. Fra i suoi numerosi studi su epidemie e lazzaretti si ricordano: Rotte Mediterranee e Baluardi di Sanità, Milano-Ginevra 2004; Venezia e i lazzaretti Mediterranei, Catalogo della mostra nella Biblioteca Nazionale Marciana, Mariano del Friuli 2004; Venezia, la salute e la fede, Vittorio Veneto 2011, Venezia e Trieste sulle rotte della ricchezza e della paura, Verona 2016.

Ministro Esteri Czaputowicz, vogliamo Ue più forte e con bilancio ambizioso
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl































































































