Slide
Slide
Slide
banner Gazzetta Italia_1068x155
Bottegas_baner
baner_big
Studio_SE_1068x155 ver 2
Baner Gazetta Italia 1068x155_Baner 1068x155
ADALBERTS gazetta italia 1068x155
FA-1013-Raffaello_GazettaItalia_1068x155_v1

Home Blog Page 143

Con-vivere col virus

0

“Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà”
Luca  9,24

Ma come, non dovevamo combattere fino in fondo questa “guerra” contro un nemico invisibile e insidioso, sino alla sua totale sconfitta, sino al suo annientamento? Una guerra che si sarebbe dovuta concludere con la nostra vittoria ? Ed invece si ha come l’impressione che si tratterà di una nuova “vittoria mutilata”. Eh, sì! Perché, dopo l’imperativo categorico del “restate a casa!”, farà presto il suo ingresso ufficiale il nuovo imperativo – che ci accompagnerà nei prossimi mesi, o forse più a lungo o forse addirittura per sempre:  “convivete col virus!”.

Dopo aver lasciato sul campo migliaia di morti per contrastare (malamente) il nemico, ora dobbiamo imparare a convivere con lui? È una guerra ben strana questa contro il virus fatta dal divano di casa o da un letto di terapia intensiva. Ma ancora più strano è ora dire che dobbiamo  imparare a convivere con il virus. Cosa vuol dire convivere con il virus? La prima e più superficiale risposta potrebbe essere che dobbiamo convivere con la Cina. Il virus è cinese e convivere con lui significa convivere con la Cina. Vuol dire, insomma, abituarsi al fatto che la Cina è diventata una potenza che occupa uno spazio geopolitico, e che può sempre diventare “virale”.

Cerchiamo però di andare più a fondo, sperando di non andare a fondo. Se c’è qualcosa che questo virus ci ha insegnato, è che siamo stati, e siamo ancora, disposti a tutto pur di mettere in salvo le nostre vite.  Ma di quali vite stiamo parlando?

Cerchiamo di spiegare il punto. Già Aristotele aveva distinto la vita come “bios” dalla vita come “zoé”. Zoé è la “nuda vita”, il semplice fatto di vivere, la vita mediante la quale siamo in vita; bios, al contrario, è la vita che viviamo, la vita qualificata dal modo con cui la viviamo: è la “condizione di vita”, il “come di una zoé”. La “quarantena” allora non rappresenta altro che questo: la rinuncia, da parte nostra, ad ogni “condizione di vita”, in nome della “nuda vita”.  Ma che cos’è questa “nuda vita”, questa vita spogliata di ogni attributo, una vita che non è nulla, se non vita? Il virus stesso è questa vita, nella sua forma estrema: una vita tanto “nuda” che neppure sappiamo se sia realmente “vivo” o no. Finto vivente, finto mortale, comunque un ospite indesiderato, un intruso. Il virus è vita? È un interrogativo a cui la scienza non ha saputo ancora rispondere. Non tutte le domande forse possono avere una risposta. “La scienza”, “i virologi” (che spettacolo questi esperti, capaci di alimentare il panico collettivo e che in fondo parlano senza sapere di cosa stiano parlando!) non sono infatti neppure in grado di dire che cosa sia un “virus”, ma sono loro ora a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non è casuale. Sono loro infatti che per primi con le tecniche di rianimazione e del connesso trapianto di organi hanno separato ciò che nell’uomo era inseparabile: la vita meramente  fisica e la vita biografica. No, no,  la scienza e la medicina  non ci immunizzeranno da questo virus.

E allora cosa ci resta? Forse possiamo passare dalla fisica alla metafisica, o se volete alla “biologia filosofica”, in senso jonasiano. La “nuda vita” del virus – priva di metabolismo? – può anche essere non vita. Un essere privo di esistenza.  E se è vita che non è vita, allora neppure muore. Ecco, allora, perché non ci resta che con-vivere col virus.

Però ha senso conviverci ponendoci, adattandoci come abbiamo fatto finora, al suo stesso livello, nuda vita contro nuda vita? Ecco l’interrogativo esistenziale dei prossimi mesi, o forse anni. E sì, perché niente sarà come prima. Siamo partiti con il piede sbagliato riducendo tutto alla “nuda vita” e ora ci troviamo costretti a convivere con essa. Convivere con l’incubo, con il panico, con l’ossessione da virus. Fuori sì, ma con guanti e mascherine che diventeranno per sempre parte del nostro abbigliamento come le cravatte e i foulard? Impareremo a baciare con la mascherina senza il contatto delle lingue, o magari utilizzando un apposito profilattico? Gli abbracci avverranno a distanza? L’università e le scuole saranno a distanza? D’altro canto magari  felici (felici?) per il fatto di poter essere in contatto continuo su whatsapp, facebook, twitter, Instagram, vicinissimi nel mondo virtuale, ma a due metri di distanza nella realtà?

Resterebbe però da chiedersi se sia possibile costruire un “Gemeinwesen” autentico, una comunità umana, basato sulla distanza. Non sulla distanza sociale – le differenze sociali sono sempre esistite – ma sulla distanza tra le persone, tra i corpi. Guardare, sentire, ma non più toccare? Neppure sfiorare con una carezza il volto dell’altro? Eppure proprio Aristotele aveva insegnato, lui per primo, che l’unico senso senza il quale non si può vivere è proprio il tatto.

E noi stiamo andando esattamente in questa direzione. Una società senza contatti o con contatti ridotti al minimo. Questa sì che sarebbe la vittoria del virus. Convivere in questo modo col virus significa ammettere la nostra sconfitta. Lui se ne andrà per conto suo seguendo le leggi della sua natura ma avendo già modificato la nostra natura. La sicurezza starà nella distanza. E anche a distanza dei dispositivi di protezione saranno obbligatori: mascherine e guanti per tutti. La nuda vita avrà allora vinto sulle nostre abitudini, sulle nostre storie, sulle nostre vite, sulla nostra vita. Ma il non-essere dell’uomo è davvero qualcosa di più terribile del non-esserci-più in modo autentico?   Più banalmente: la sopravvivenza della nuda vita è davvero l’istanza suprema? Dal punto di vista del darwinismo sociale è certo così. Ma  questo non vale per altri punti di vista. Basti pensare a Walter Benjamin: “L’uomo non coincide in nessun modo con la nuda vita” (der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. L’uomo non vive semplicemente come una pianta. E se qualche volta oggi questo succede ci troviamo di fronte ad una tragica realtà prodotta dalle tecniche di rianimazione. Ma per l’uomo non conta  solo la “nuda vita”, ciò che conta è  soprattutto la storia di una vita, la vita vivente.

In fondo, è per questo che diritti fondamentali come la libertà personale, la libertà di circolazione, le libertà religiose e persino la libertà di espressione  sono caduti uno dopo l’altro come soldati mandati al macello. Perché se ciò che conta è semplicemente “salvare” la nuda vita, allora tutto è permesso. Il limite è stato abbondantemente  superato col trattamento incivile, barbaro, privo di qualsiasi pietà, riservato ai malati contagiosi. Uomini e donne lasciati morire soli, senza che abbiano potuto neppure vedere un’ultima volta i propri congiunti e i loro cadaveri bruciati come rifiuti tossici. Parlare di diritti e di diritto ha dunque ancora un senso, in una situazione come questa? E dai diritti si è facilmente passati a mettere in discussione l’ordinamento costituzionale. Per farsi carico dell’emergenza sanitaria diritti e diritto sono stati neutralizzati, sospesi. Bastano “le grida” televisive del Capo  che anticipano i suoi atti amministrativi, volti  a salvare le “nostre vite”. Possibile che siamo arrivati ad accettare tutto questo? C’è ancora una speranza?

L’episodio – riportato dalle cronache – di un nonno di Savona che, non potendo più toccare il suo nipotino, ha preferito uccidersi, in fondo è quello di un uomo – di uno dei pochi – che ha vinto la battaglia contro il virus. Il nonno per la sua età era certo un soggetto vulnerabile, esposto più  facilmente al contagio, ma per lui c’era qualcosa di più importante persino della sua stessa persona fisica, qualcosa di più alto della sua mera sopravvivenza, per lui c’era la sua vita vissuta col nipotino e a questa non poteva e non voleva rinunciare. Soltanto sopravvivere: quella, per lui, non era più Vita.

Autore dell’articolo, Prof. Paolo Becchi

Cucina polacca: cinque cose da invidiare!

0

L’articolo è stato pubblicato sul numero 65 della Gazzetta Italia (ottobre-novembre 2017)

Dicono che l’Italia sia la patria della migliore cucina. Nel nostro Paese abbiamo tutto, almeno in teoria. Le migliori materie prime, e una cultura gastronomica che affonda le radici nelle nostre tradizioni più antiche: non per niente siamo la culla della Dieta Mediterranea. 

Eppure dopo essere stata qualche giorno in visita a Varsavia, e aver mangiato cibo buonissimo preparato con gli ingredienti che in Italia sarebbero definiti “poveri”, sono tornata a casa con la triste conferma dei miei dubbi. La modernità ci sta lentamente togliendo i due fattori più importanti: il tempo e la fantasia.

Sempre di più le persone restringono la propria alimentazione a pochi ingredienti, limitati nella varietà e anche nelle preparazioni. Forse perché è più semplice, o più rassicurante. Di certo non è più veloce, perché nel dimenticatoio finiscono anche tanti cibi di rapida cottura, o addirittura le verdure che potrebbero essere consumate crude.

Sono vegana e quando mio malgrado si finisce sull’argomento, la domanda che mi viene rivolta è sempre la stessa: “ma allora cosa mangi?”

Questo accade anche perché si è persa l’abitudine di consumare cereali, legumi, frutta secca e tantissimi tipi di verdura, dando invece la preferenza a cibi più moderni e purtroppo anche più calorici e meno nutrienti. Ora per fortuna qualche locale, in controtendenza, ha iniziato a riproporre la cucina di una volta, quella definita “povera”, ma di fatto più genuina e più varia. A dimostrazione del fatto che gli ingredienti sani costano meno.

Nei miei pochi giorni trascorsi nella capitale ho trovato una varietà di sapori nuova, più ampia, complici anche le forti influenze estere che si ritrovano mescolate nei piatti polacchi, e di cui ora sento la mancanza. Ecco cinque cose che la cucina italiana dovrebbe invidiare!

La tradizione israeliana, ancora fortemente presente, viene reinterpretata nella cucina polacca con l’uso di cereali e spezie. Cereali in chicco intero o spezzato, comunque integrale: cous cous, taboulè, bulgur. Per la preparazione di queste specialità, i chicchi di frumento vengono cotti a vapore, fatti essiccare, e poi macinati e ridotti in piccoli pezzi.

Presentano le stesse caratteristiche del cereale integrale. Ricchi di fibra, vitamine, minerali, sono una buona alternativa alla pasta, che oltre a essere solitamente preparata con farina raffinata, richiede una lavorazione industriale più lunga. Ricordiamo che meno trasformazioni richiede la preparazione, più il risultato può essere considerato sano.

Sempre dal Medio Oriente arriva una delle mie ricette preferite in assoluto: l’hummus, in tutte le sue varianti. Per gli italiani, che ancora lo conoscono poco: l’hummus è una crema a base di ceci e pasta di semi di sesamo (tahina), nella sua versione più tradizionale aromatizzata con olio d’oliva, aglio, succo di limone, paprica, semi di cumino in polvere e prezzemolo finemente tritato. Si presta poi a essere personalizzato in mille modi, dall’avocado ai peperoni, dalla barbabietola alla senape, arrivando persino alla versione dolce con aggiunta di cioccolato.

Viene solitamente consumato insieme a focacce di pane azzimo, oppure in accompagnamento ai falafel (polpette di ceci). Nella cucina mediterranea può essere utilizzato come salsa per verdure crude (carote, sedano, finocchio) in piacevole alternativa al classico pinzimonio, o spalmato sui crostini e all’interno di panini e tramezzini.

Goloso e leggero, è un ottimo stratagemma per riabituarsi al consumo di legumi. Da provare anche nella versione con le fave, con i lupini, oppure con i fagioli cannellini e l’aggiunta di capperi sotto aceto (prende un gusto molto simile a quello della salsa tonnata). Perfetto anche per i pranzi da asporto.

Parlando di cereali e hummus, non si possono dimenticare le spezie, in particolare pepe, paprica, cannella, curcuma e zenzero. Da sempre utilizzate per insaporire e conservare i cibi, riducono il consumo di sale, e possiedono interessanti proprietà: migliorano la digestione e l’assorbimento dei grassi, aumentano il senso di sazietà, riducono il tempo di transito del cibo nel tratto gastrointestinale, stimolano l’attività degli enzimi. Ecco perché dovremmo usarle di più.

Per terminare, frutta e verdura: sembra impossibile ma anche sotto questo aspetto avremmo qualcosa da imparare. O da ricordare.

Gli smoothies: frullati di frutta e verdura, a volte con l’aggiunta di latte o yogurt, da gustare anche mentre si cammina per la città. Nei nostri locali bere qualcosa che non sia una bibita zuccherata e che sia preparato con ingredienti freschi, sembra essere una rarità. Solitamente si trovano le centrifughe, quasi mai gli estratti (che sono da preferire perché mantengono inalterate le vitamine e i sali minerali), ma non saziano allo stesso modo di un frullato. Soprattutto, centrifugare la frutta vuol dire assumere il fruttosio privato del suo antidoto naturale, la fibra: una pratica da sconsigliare.

E le verdure? Rape, barbabietole, e soprattutto verdure in foglia, così dimenticate. Gli ortaggi a foglia verde, così come le barbabietole, sono una grande fonte di acido folico e di folati, utili per la prevenzione dell’aterosclerosi. Sono ricchi di vitamina C e favoriscono quindi l’assorbimento del Ferro contenuto nella frutta e nella verdura. 

Per quanto se ne parli, non se ne mangia mai abbastanza. Una piacevole sorpresa trovare gli spinaci crudi nelle insalatone, accompagnati da frutta fresca e frutta secca, come i semi di zucca.

Quello che invece hanno in comune la cucina italiana e quella polacca, è il cambiamento e i rischi che questo comporta. Le tradizioni sono in pericolo, minacciate dal progresso che porta fastfood, piatti pronti, sapori standardizzati. Un po’ alla volta, vengono a mancare la curiosità per gli ingredienti, la fantasia negli abbinamenti, e la pazienza di aspettare la trasformazione del cibo. 

Non facciamoci derubare di ciò che abbiamo di più prezioso. Ogni momento dedicato al nutrimento e alla preparazione dei pasti, è un investimento per il futuro.

«Quello che mi sorprende degli uomini è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute.» (Dalai Lama)

www.tizianacremesini.it

Domande o curiosità inerenti l’alimentazione? Scrivete a info@tizianacremesini.it e cercherò di rispondere attraverso questa rubrica!

Wizz Air riapre le proprie basi in Polonia e riattiva voli internazionali verso l’Italia

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La compagnia aerea low-cost ungherese Wizz Air ha riaperto le proprie 5 basi in Polonia e ha riattivato i voli da e verso paesi quali Bulgaria, Croazia, Islanda, Italia, Norvegia e Spagna. Lo rende noto oggi la società. Wizz Air precisa che, allo scopo di assicurare viaggi in sicurezza, verranno compiute procedure aggiuntive per consentire il rispetto delle distanze di sicurezza nella fase dell’imbarco e un’adeguata igienizzazione dei velivoli. “Sebbene i filtri Hepa che si trovano in tutti gli aerei di Wizz Air filtrino l’aria in cabina al 99,97 per cento, l’equipaggio e i passeggeri saranno obbligati a indossare mascherine per l’intera durata del volo. Il personale di bordo distribuirà a ciascun passeggero fazzolettini disinfettanti. Allo scopo di ridurre il contatto fisico, esortiamo al pagamento contactless negli acquisti a bordo”, si legge in un comunicato.

Gli scienziati di Breslavia conquistano il mondo della tecnologia

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Un progetto internazionale denominato “Desire”, creato in collaborazione tra gli scienziati della facoltà di Geoingegneria, Industria Mineraria e Geologia del Politecnico di Breslavia è stato iscritto alla lista delle 1000 tecnologie moderne che cambiano il mondo. La lista è preparata dalla organizzazione Solar Impulse Foundation che premia i progetti scelti con il titolo di “The Solar Impulse Efficient Solution Label”. Alla lista vengono iscritti i progetti che hanno un impatto positivo sull’ambiente e migliorano la qualità della vita. Il nome del progetto “Desire” viene dal Control Based on Distributed in situ Sensors into Raw Material and Energy Feedstock e prevede un controllo integrato dei processi basati sulla rete dei sensori “intelligenti” per controllare i bisogni di risorse naturali e energia. Il progetto è durato tre anni e aveva un budget di 6 mln di euro che veniva dai fondi del programma di Unione Europea Horyzont 2020. Gli scienziati hanno lavoravano su uno dei quattro temi proposti esaminando come le tecnologie intelligenti riescano a migliorare il lavoro nelle miniere e portando le soluzioni più efficaci alla lavorazione di ciò che è stato già scavato. Realizzando questo progetto hanno collaborato anche con KGHM Rame Polacca perché come ci dice prof. Robert Król è proprio il processo della estrazione di rame e la sua lavorazione che consuma grande quantità di energia. Krol aggiunge che grazie alla loro tecnologia sarà possibile dire precisamente e più velocemente la composizione minerale di singoli materiali scavati e prepararli adeguatamente alla lavorazione che risparmierà energia e tempo. Nel progetto sono stati usati i sensori RFID sui quali scrivevano informazioni sui parametri di qualità e quantità del minerale scavato. La ricerca svolta nella miniera di KGHM ha confermato l’efficienza del metodo trovato dagli scienziati del Politecnico di Breslavia. Il Prof. Król ha informato che insieme al gruppo dei scienziati di Finlandia VTT Technical Research Centre cercano la sovvenzione che gli permetterebbe di continuare le ricerche su questo progetto.

A Zanzibar parlando polacco e mangiando italiano

0

L’articolo è stato pubblicato sul numero 52 della Gazzetta Italia (settembre 2015)

La mitica isola delle spezie, che ha dato i natali a Freddy Mercury. Un antico snodo di commerci in cui da secoli si incrociano popolazioni, religioni e culture africane, arabe e asiatiche. Un paradiso incontaminato di flora e fauna ma anche una nuova Mecca per gli appassionati di kitesurf. Questo e molto altro è Zanzibar, meta esotica perfetta per una vacanza allo stesso tempo riposante, avventurosa e sportiva che per me si è inaspettatamente arricchita di due elementi cruciali: Italia e Polonia. L’Italia, quella culinaria, l’ho trovata nei piatti del romantico e tranquillo Twisted Palms Lodge&Restaurant del veneto Carlo Mazzuccato che nella taverna su palafitte che si allunga fino al bagnasciuga della spiaggia di Bwejuu offre piatti di stile italiano arricchiti dal pescato del luogo, tipo gli squisiti spaghetti al granchio!

A Twisted Palms ho passato con mia figlia Matilde rilassanti giornate a camminare sulla soffice spiaggia bianca o avventurandoci per centinaia di metri verso il reef quando la bassa marea lasciava scoperti scogli pieni di stelle marine, pesci color “Nemo” e tantissimi pungenti ricci. Giorni passati in una deliziosa serenità, lontano dalle mete più battute dell’isola, godendo di massaggi all’ombra delle palme mentre mia figlia si faceva tatuare con l’hennè. Davanti a noi una spiaggia incontaminata che si allungava e accorciava di centinaia di metri a seconda dell’umore delle maree, con le donne del luogo pronte a rimboccarsi la gonna per andare a cercare a mano crostacei e altre specie commestibili.

Una volta ritemprati ci siamo trasferiti nell’elegante resort di tre straordinari polacchi: Radek Mrokwa, di Bytom, conosciuto durante lo scalo a Dubai, e Kazimierz Topór con la figlia Kamila di Łapsze Niżne. Persone squisite, entusiasticamente innamorate di Zanzibar che ci hanno fatto conoscere gli angoli più remoti dell’isola, come il quartiere di Stone Town che ospita alcuni palazzoni in stile Plattenbau. Sì perché negli anni Settanta in piena guerra fredda la Tanzania – che fino al 1964 si chiamava Tanganica e solo dopo l’unificazione con Zanzibar è diventata Tanzania – era vicina al blocco sovietico. E così è successo che l’allora Germania dell’Est, la ex DDR, offrì la costruzione a Stone Town di alcuni blocchi di appartamenti stile periferia sovietica. Blocchi che sono ancora lì, tuttora completamente abitati, a testimoniare un’indimenticata pagina di storia.

Ma torniamo ai nostri amici polacchi titolari dello splendido Cristal Resort a Paje che si affaccia su una delle più belle spiagge di Zanzibar. Una location incantevole con bungalows disseminati tra le palme, una bella piscina e un ottimo ristorante dove spesso la sera si possono apprezzare danze popolari e sacrifici rituali da parte di autentici Masai.

E proprio la spiaggia del Cristal Resort è uno dei migliori luoghi al mondo dove imparare ad andare in kite. Dal bagnasciuga al reef per oltre un chilometro di larghezza, e alcuni chilometri in lunghezza, c’è una sorta di divina piscina di acqua turchese tiepida, senza scogli sul fondo, battuta sei mesi l’anno da venti costanti: il paradiso dei kitesurfer. E su quella spiaggia si possono trovare varie scuole di kite in cui si parla italiano, grazie ad un toscano che offre corsi con ottime attrezzature, e polacco grazie a Agata Dobrzyńska, giovane e bella ragazza di Gdańsk che ha imparato kite lungo la penisola di Hel, prima di diventare lei stessa insegnante e iniziare a girare il mondo insieme al suo compagno alla ricerca delle migliori spiagge per il kite.

Tra le molte escursioni fatte durante la vacanza ricordo con piacere quella in canoa lungo un’ansa costellata di mangrovie, l’uscita in mare per fare snorkelling e nuotare con i delfini, la passeggiata in mezzo alle pacifiche scimmie dell’isola, e poi la divertente gita all’estremo nord di Zanzibar sulla bella spiaggia di Nungwi. Un posto meraviglioso che in altissima stagione, ovvero durante le vacanze di Natale, è una meta cult per gli italiani tanto che ogni negozietto di prodotti locali sfoggia ironici cartelli in italiano, e qualsiasi venditore è in grado di mercanteggiare nella lingua del Bel Paese. Nungwi si distingue anche per la bella spiaggia senza barriera corallina dove a pochi metri dal bagnasciuga transitano i tipici dhow in legno con a bordo pescatori o turisti.

Ma Zanzibar è molto più di questo. Una vacanza fantastica che per gli italiani e i polacchi può diventare davvero un’esperienza speciale. Se la meta vi incuriosisce date un’occhiata ai video di Kamila Topór (canale YouTube: ZanziRaj), la giovane polacca che partita per Zanzibar per andare a trovare il papà si è poi fermata e in pochi mesi ha imparato lo swahili decidendo di vivere e lavorare nell’isola delle spezie, da lei ribattezzata proprio ZanziRaj (Paradiso-Zanzibar).

foto: Matilde Giorgi

La nascita della medicina preventiva

0
La Sede del Magistrato alla Sanità nel Fontego delle Farine, sec. XVII, fu demolita nel 1807 dalla Dominazione Francese per farci i giardinetti reali

L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Nel 1348 Venezia fu sconvolta dalla peste che giunse attraverso le vie carovaniere e navali da Kaffa in Crimea dove i Tartari, che l’anno prima avevano assediato la città, colpiti dal contagio, gettarono i cadaveri dentro le mura usando la guerra batteriologica prima della nascita dei laboratori.

La peste, che deriva dalla radice indoreuropea “pes” = “soffio mortale”, fu portata in Occidente dai mercanti genovesi che forzarono l’assedio. La pandemia nel corso di pochi mesi quasi dimezzò la popolazione veneziana e mieté in Europa circa 30 milioni di vittime. Il batterio patogeno, isolato nel 1894 da Alexander Yersin, è iniettato da una pulce parassita del ratto nero, la Xenopsilla Cheopis, che, trasferendosi sull’uomo, provoca, con il suo morso, l’ingrossamento delle linfoghiandole, ascellari o inguinali con la formazione di bubboni scuri. L’incubazione è di circa 5 giorni e il decorso va da due a sette giorni con febbre alta, arsura, delirio e, infine, morte nel 70 per cento dei casi. La peste, oggi sconfitta dagli antibiotici, si manifestava anche in forma setticemica e polmonare, quest’ultima, senza bubboni, è la più pericolosa perché trasmissibile da uomo a uomo per via aerea, con una mortalità del 95%. Perciò i medici cercarono di proteggersi con maschere dal lungo naso in cui ponevano delle erbe aromatiche.

I volumi con le leggi di sanità della Serenissima

La provenienza del contagio dal Levante, lungo le vie di terra e di mare, fu palese da subito ed anche i tempi e le modalità dell’infezione: per contatto e prossimità. Non si conoscevano le cause né la cura, perciò l’unico rimedio fu la fuga. Ogni rapporto umano e ogni relazione sociale furono stravolti dal terrore, che minò la stabilità socio-economica e gli equilibri politici. Commissioni temporanee cercarono di fronteggiare l’emergenza con la rapida inumazione dei cadaveri, con l’abolizione di processioni, fiere, mercati e riti pubblici come occasioni di contagio. Si inchiodarono le porte delle case degli appestati e si chiusero i quartieri infetti. Venezia, per i suoi rapporti commerciali con il Levante, fu esposta a continue ondate epidemiche, finché, il 28 agosto 1423, il Senato stabilì l’obbligo di comunicare l’arrivo di forestieri infetti e il divieto di accoglierli, ordinò di raccogliere ogni possibile informazione per individuare i paesi colpiti sospendendo ogni scambio, ogni capitano di nave fu tenuto a denunciare i malati a bordo, pena sanzioni pecuniarie e detentive.

Per accogliere i cittadini contagiati e i casi manifestatisi in città e sulle navi veneziane, la Repubblica inventò il primo lazzaretto della storia: un ospedale di Stato ad alto isolamento, posto sull’isola periferica di Santa Maria di Nazareth, sede dell’omonimo convento degli Eremitani. Dalla volgarizzazione del termine Nazareth in Nazaretum e poi Lazzaretto derivò la denominazione di tutte le analoghe strutture che sorsero poi in Occidente su modello di quella veneziana. Questa soluzione fu molto innovativa rispetto agli ospedali dell’epoca, in cui assistenza e carità cristiana erano un binomio inscindibile.

Nel 1468 la creazione di un secondo Lazzaretto, detto “Nuovo”, per accogliere sia i guariti, prima del loro rientro in città, che i “sospetti” che avevano avuto contatto con persone e luoghi infetti, diede un messaggio confortante sulla possibilità di guarire e di prevenire il morbo. La gestione dei due lazzaretti richiese competenze specifiche perciò, nel 1486, venne istituito il Magistrato alla Sanità, composto da tre patrizi eletti annualmente e affiancati da un ufficio tecnico, da un protomedico e da un braccio armato. Tale organismo divenne un riferimento normativo per tutte le nazioni europee e mediterranee. Monitorò l’andamento dei flussi epidemici attraverso la sua rete di diplomatici e di “spie di sanità” e dettò agli altri stati le regole e i tempi delle contumacie, creando lazzaretti nei suoi domini e posti di blocco lungo le vie di terra. Diramò migliaia di proclami a stampa per comunicare i porti e i paesi contagiati o “sospetti”, con i quali aveva sospeso ogni rapporto commerciale, invitando anche le altre nazioni a fare lo stesso. Dal 1630 la sua rete di controlli riuscì a tener Venezia indenne dalla peste che continuò a imperversare nel Mediterraneo fino a tutto l’800.

***

Nelli-Elena Vanzan Marchini:

Docente di Bibliografia/biblioteconomia e di Storia della Sanità nelle Università di Vercelli e di Padova, presidente del Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera del Veneto,  ha pubblicato Le leggi di Sanità della Repubblica di Venezia in 5 volumi (Vicenza 1995-Treviso 2012); I mali e i rimedi della Serenissima, Vicenza 1995. Fra i suoi numerosi studi su epidemie e lazzaretti si ricordano: Rotte Mediterranee e Baluardi di Sanità, Milano-Ginevra 2004; Venezia e i lazzaretti Mediterranei, Catalogo della mostra nella Biblioteca Nazionale Marciana, Mariano del Friuli 2004; Venezia, la salute e la fede, Vittorio Veneto 2011, Venezia e Trieste sulle rotte della ricchezza e della paura, Verona 2016. 

Il lazzaretto Vecchio, oggi, fot. Vanzan

Ministro Esteri Czaputowicz, vogliamo Ue più forte e con bilancio ambizioso

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La Polonia desidera un’Unione europea più forte, con un bilancio ambizioso e che giochi un ruolo importante in politica estera. E’ quanto ha dichiarato il ministro degli Esteri polacco, Jacek Czaputowicz, in conferenza stampa dopo il colloquio avuto con l’omologo tedesco, Heiko Maas. E’ il primo incontro di persona tra i due ministri dopo l’emergenza causata dal coronavirus. In questi mesi il dialogo intenso è proseguito comunque a distanza, il che per Czaputowicz testimonia del peso dato alle relazioni “buone e amichevoli”. La discussione tra i due è stata un’occasione “per parlare delle nostre relazioni bilaterali e di quelle multilaterali di politica estera”, ha continuato. “Abbiamo la consapevolezza che questa visita è molto importante, perché la Germania assumerà la presidenza dell’Unione europea il primo luglio, in un periodo molto difficile nel quale bisogna compiere sforzi per uscire dalla crisi indotta dalla pandemia e approvare il quadro finanziario pluriennale”, ha proseguito il capo della diplomazia di Varsavia. “Abbiamo discusso del Fondo di ricostruzione e di come risolvere in modo costruttivo e all’insegna del compromesso la questione dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Sono tutti temi che si accumuleranno durante la presidenza tedesca. Contiamo che sia una presidenza forte. Ho espresso l’appoggio della Polonia alla realizzazione degli obiettivi e delle priorità della Germania in Ue in tale periodo”, ha affermato Czaputowicz. “Polonia e Germania hanno da giocare un ruolo cruciale nell’elaborazione di un compromesso riguardante il Fondo di ricostruzione europeo”, ha valutato Maas. “Siamo persuasi che se non lasciamo nessun paese da solo, sarà meglio per tutti”, ha continuato, segnalando che gli Stati membri Ue sono profondamente legati da un punto di vista politico ed economico, pertanto è nell’interesse di ciascuno che tutti escano dalla crisi. Le risorse del programma di ricostruzione vanno investite “in una ristrutturazione equilibrata, sociale e digitale dell’economia europea”. Il ministro degli Esteri tedesco ha anche espresso la convinzione che la Polonia sosterrà i tentativi di Berlino in tale direzione durante la presidenza del Consiglio Ue.

Via libera ai voli internazionali

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Da oggi è possibile prendere di nuovo voli internazionali, come ha dichiarato il primo ministro Mateusz Morawiecki la settimana scorsa. Il 13 giugno la Polonia ha aperto i suoi confini ed è stato revocato l’obbligo di due settimane di quarantena per chi entra in Polonia. Oggi viene abolito il divieto di voli internazionali, ma la decisione se riprendere i voli spetta alle compagnie aeree. Wizzair ha annunciato che da domani sarà possibile approfittare dei loro voli e che ripristineranno le operazioni in tutte le basi polacche. I voli regolari di Ryanair saranno ripresi il 1 luglio. La compagnia aerea polacca LOT non ha ancora preso una decisione quando sarà possibile prendere i voli. Per ora, i viaggi aerei saranno possibili solo nei paesi dell’Unione Europea. Al momento non è noto quando sarà possibile riprendere i voli a lungo raggio.

Il governo francese non vuole lavoratori polacchi negli stabilimenti della Peugeot

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La Ministra del Lavoro Muriel Penicaud e il Ministro dell’Economia e Finanze Bruno Le Maire hanno chiesto ai produttori della PSA Peugeut di rinunciare all’assunzione di lavori polacchi in Francia, data la decisione del gruppo industriale di trasferire la fabbrica di Gliwice, nel voivodato della Slesia, a Hordain, comune francese vicino al confine belga. Nelle prossime settimane i cinquecentotrenta lavoratori polacchi dovrebbero raggiungere il Paese transalpino. Questa decisione ha ottenuto le critiche dei sindacati locali, i quali hanno ricordano che molti operai della zona sono ancora disoccupati. I rappresentanti della PSA hanno ribadito la possibilità dei lavoratori e delle aziende UE di spostarsi liberamente all’interno degli Stati membri.

Parma, la città chiusa

0
Duomo di Parma. Vista sulla cupola di Correggio

L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Parmigianino, Parmigiano-Reggiano, Parmigiana, Parma Calcio, Prosciutto di Parma, Acqua … Parma, Parma, Parma. Dietro tutto questo si nasconde una città dell’Emilia-Romagna, situata da qualche parte tra Modena e Piacenza, in una prospettiva più ampia, tra Bologna e Milano.

Il titolo proposto “Parma, la città chiusa”, che si richiama all’inverso a “Roma città aperta” uno dei più importanti film di Roberto Rossellini, è nato recentemente, quando l’Italia è diventata il centro europeo delle disgrazie ancora in corso. Parma si trova a circa 70 km da Codogno, dove è stato rilevato il primo caso del virus che ha poi devastato il Paese (a proposito, è anche una stazione di comodo interscambio per chi viaggia in treno da Cremona a Piacenza). L’immagine di Parma del ‘400, che presenta una città racchiusa tra le mura, può costituire una metafora perfetta della presente quarantena e della situazione attuale dell’Italia. Il titolo all’inizio doveva essere “Parma in un giorno”, in tale spirito infatti voglio parlare di questa famosa città dell’Emilia-Romagna. Le voci dicono che Bernard Berenson è rimasto scandalizzato quando Kenneth Clark ha espresso l’intenzione di visitare l’Italia senza alcuna preparazione, buttandosi a capofitto nel viaggio. Di certo non è sempre il metodo migliore, ma con Parma ho rischiato, anche se sapevo esattamente cosa voglio vedere. Dopo esser arrivato a Milano, ho corso velocemente alla stazione Centrale per prendere il primo treno, che passa tra l’altro per Lodi e Piacenza, grazie al quale dopo circa un’ora e mezza mi sono trovato sul binario della stazione di Parma. Visto che il programma è intenso, mi dirigo direttamente verso il centro percorrendo la via Giuseppe Verdi. 

Vista sulla Piazza del Duomo

Parma conta circa 170 mila abitanti. Nella città si trova un’università (una delle più antiche), che si può capire immediatamente visitando Piazza della Pace, che è un luogo di incontro per i giovani. Nella stagione accademica sembra di essere un grande hot spot fuori dalle mura dell’università, dove probabilmente per tutto l’anno non solo è possibile crogiolarsi al sole appoggiati ad un muro o distesi sull’erba, ma anche semplicemente sedersi con un libro o gli appunti. Da qui, solo a due passi si trova il tesoro artistico della città, basta percorrere la strada Macedonio Melloni e poi svoltare a sinistra nel verde passaggio che porta alla Camera di San Paolo. Proprio lì, nell’ex monastero, vi sono dipinti di Correggio (1489-1534), uno degli artisti più interessanti del suo tempo, che invece dello splendore della metropoli scelse la provincia e lì rimase. La sua pittura è un inno caloroso per coloro che delocalizzano il flusso del genio e lo mettono in camere appartate.

All’età di trent’anni, Correggio elabora un programma mitologico per la badessa delle benedettine Giovanna Piacenza (sorprende il fatto che è stato creato per una persona ecclesiastica), decorando la sua cella, Camera della Badessa. La sorella doveva avere orizzonti ampiamente umanistici per pensare alla sua “camera” in un modo così lontano dal cristianesimo. Sotto l’ampio pergolato a volta, sorridono i putti paffuti rappresentati in varie configurazioni durante i loro spensierati giochi di caccia, su cui trionfa la dea della caccia Diana, l’immagine della quale decora il camino.

Correggio è lirico, ciò si manifesta anche nei suoi successivi incarichi nella chiesa di San Giovanni Evangelista e nella cattedrale, dove dipinge nella cappella dell’Assunzione della Vergine. La realizzazione avviene tra gli anni 1526-1530 e annuncia pienamente il Barocco, quando ancora del Barocco non si può parlare. Non suscita nessuna polemica, viene accolto tranquillamente dal gruppo sacro. Alla fine i monaci non rimangono entusiasti della realizzazione di questa innovativa impresa, solo Tiziano, passando per la città, la valuta correttamente, dichiarando che perfino riempiendo la cappella d’oro e rovesciandola, il pagamento sarebbe troppo basso.

Il paragone di Parma a una città chiusa è dovuta anche alla sensazione che essa raccoglie i suoi tesori l’uno dall’altro a una distanza di circa 500 m su un’area di dimensioni limitate. Per strada tra le diverse tappe, vale la pena di mangiare qualcosa. E cosa si può mangiare a Parma? Questa è una domanda retorica. Ricordiamo solo che il nome Parmigiano-Reggiano è il nome ufficiale del parmigiano, senza il quale molti non si possono immaginare la cucina italiana. È prodotto nella regione emiliana (Parma, Modena, Reggio Emilia, Bologna). Scelgo i tortelli. Qui non si può aggiungere nulla in più, si può solo procedere per raggiungere le tappe successive del programma giornaliero, e quindi la cattedrale, il non lontano battistero medievale, tuttavia sottovalutato, la chiesa di San Giovanni Evangelista.

Per rimanere fedele all’argomento culinario, lungo la strada raccolgo altri punti di questo gioco di un giorno e per pochi euro compro un panino con il Prosciutto di Parma, che degusto prima di attraversare l’ingresso del vicino tempio. La Basilica di Santa Maria della Steccata conserva i tesori di un altro grande artista della città da cui lui non potrà mai fuggire: Parmigianino. Qui nasce successivamente trascorre tre anni a Roma, dove lavora per il Papa Clemente VII ed è considerato il successore di Raffaello. Tuttavia, la sua carriera viene ostacolata dal “Sacco di Roma” del 1527. Parmigianino, o se vogliamo semplicemente chiamarlo per nome, Girolamo Francesco, ritorna alla sua città natale dove dal 1535 decora la chiesa in cui sono appena entrato. Le bibliche “Tre sciocche vergini” spuntano chiaramente dalla volta (allo stesso periodo risale il dipinto “Madonna dal collo lungo”, conservato negli Uffizi, prima appeso anche a Parma nella chiesa di Santa Maria de ‘Servi). Nel 1539, il pittore interrompe il lavoro sui dipinti, di conseguenza finendo in prigione e nel frattempo assorbito dall’alchimia. Muore poco dopo all’età di 37 anni. 

Quando usciamo dalla Basilica di Santa Maria Steccata, sulla destra attira il nostro sguardo il Teatro Regio di Parma, inaugurato nel 1829. Un tempo era uno dei teatri lirici più importanti d’Italia, accanto alla Scala, affascinando non solo i principi di Parma. Vale la pena aggiungere che dalla città proveniva anche Arturo Toscanini. Prima della nascita del Teatro Regio, gli spettacoli si tenevano al Teatro Farnese, costruito nel 1618, che si trova nel poco distante Palazzo della Pilotta. C’è lì anche una pinacoteca, che comprende le raccolte della famiglia Farnese, portate da Roma nella seconda metà del XVII secolo. Gran parte delle quali viene trasportata a Napoli nel 1734, tuttavia ancora sul posto si possono ammirare magnifici dipinti, tra cui quelli di Correggio, Sebastiano del Piombo o Cima da Conegliano.

„Herkules”, I sec., Galleria Nazionale di Parma

Una passeggiata nella Pinacoteca di solito raggiunge il numero massimo dei passi che si possono fare durante un giorno. Alla stazione vale la pena di ritornare prendendo il viale Paolo Toschi per vedere almeno per un attimo il fiume Parma e i tranquilli dintorni delle case locali, che probabilmente nella parte più lontana della città, ci sono tante. Infine, vorrei dichiarare che non sono d’accordo con Stendhal, che ha descritto Parma come una città “abbastanza noiosa”.

In realtà, non c’è qui l’abbondanza di Roma e i fuochi d’artificio quotidiani della metropoli, ma le perle si raccolgono nelle silenziose stradine del centro. Anche se il nord d’Italia ora ha altre preoccupazioni, vale la pena percorrerle un giorno.

 

foto: Dawid Dziedziczak
traduzione it: Amelia Cabaj