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Dov’è il lavoro, dov’è il cuore, dov’è la casa?

L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Dall’aereo scende una giovane donna. Indossa un cappotto verde comprato un mese fa durante i saldi in un negozio a pochi isolati da Ponte Vecchio. Pensava che sarebbe stato ideale per il clima polacco, ma ora, mentre scende le scale di metallo per raggiungere il piazzale dell’aeroporto, sente i rigori del freddo. Per di più, tira un vento forte e il cielo è completamente coperto da nuvole cupe che annunciano l’arrivo di una copiosa pioggia. Subito dopo il ritiro dei bagagli, la donna si guarda intorno e vede tutto grigio: pareti di una tonalità grigia con appesi i poster grigi, persone grigie vestite di grigio con facce grigie. Sente all’improvviso un forte desiderio di tornare alla sua amata, colorata e gioiosa Firenze, alle sue strade tortuose, agli sconosciuti sorridenti che conducono conversazioni vivaci. Tuttavia, scuote la testa. Deve dare una possibilità a questo luogo, resistere almeno un mese. Non bisogna arrendersi subito. Afferra la maniglia della sua valigia e con la testa sollevata in alto, in mezzo alla folla, si dirige verso l’uscita.

Venti anni dopo un trentenne prende il posto della donna. Si passa le dita fra i capelli ricci neri, scorrendo con lo sguardo confuso i segnali intorno a lui. Non conosce bene l’inglese, non parla affatto il polacco, e per questo è ancora più spaventato dalle voci delle persone circostanti che non parlano ma sussurrano. Deve essere davvero pazzo per aver avuto il coraggio di venire in un paese totalmente sconosciuto, senza conoscere la lingua, solo perché ha sentito le parole “Non avere paura”. Ora però prova una grande paura e inizia a pentirsi della sua decisione. A dire la verità qui non è poi così male, come si immaginava. Le persone intorno a lui sembrano allegre, alcune di tanto in tanto scoppiano a ridere, tutto ha dei colori, forse non molto intensi. L’uomo sospira. Ritira il suo bagaglio e lascia l’aeroporto. Davanti all’uscita, la vede. Un sorriso appare immediatamente sul suo viso, poi corre verso di lei e la stringe forte tra le braccia. Sì, sicuramente non sarà poi così male.

Venti anni dopo compaiono due persone: una giovane coppia. Due mesi fa si sono sposati, ora hanno deciso di vivere nella patria della ragazza. Un generoso sorriso fiorisce sul suo viso. Nota una signora accanto a lei con una giacca rosa chiaro e un cappello bianco con le paillettes. La sconosciuta si presenta in modo estremamente interessante. La ragazza dà una gomitata al marito in modo che guardi anche lui la signora, ma l’uomo è troppo stanco per reagire. Avverte un mondo diversa, che, sebbene pulsi di vita proprio come l’Italia, lo fa con un ritmo completamente diverso, che lo stordisce. Tante persone, tanti colori, confusione: non era questo che si aspettava, suo padre non gli aveva parlato così della Polonia. Sua moglie gli dice qualcosa, poi lo tira per la manica e prima che il ragazzo capisca che cosa sta succedendo, stanno già camminando verso i genitori della ragazza. “Dio, prenditi cura di me”, pensa facendo un dolce sorriso forzato alla sua nuova suocera. 

Questi italiani e molti altri, che allo stesso modo sono arrivati in Polonia, si sono incontrati durante in tre sere di novembre partecipando alle tavole rotonde allestite nella sala dell’Istituto Italiano di Cultura a Varsavia. Alcuni si conoscevano, altri si sono visti per la prima volta. Ognuno di questi italiani è venuto per condividere la sua storia con coloro che volevano ascoltarla.

Ideatrice e coordinatrice del progetto “Immigrazione Italiana in Polonia: per amore o per forza” è Angela Ottone, presidente della Fondazione Bottega Italiana. Il progetto patrocinato e finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano è realizzato in collaborazione con Com.It.Es Polonia, l’Istituto Italiano di Cultura e Gazzetta Italia, nonché il suo direttore Sebastiano Giorgi. Il progetto ha coinvolto studenti di alcuni rinomati licei di Varsavia in cui viene insegnata la lingua italiana. L’obiettivo principale del progetto è quello di identificare le ragioni che hanno spinto gli italiani ad emigrare in Polonia nei tre periodi di forte emigrazione italiana all’estero che inizia a partire dalla metà del XX secolo e persiste fino ad oggi:

1968-1989 – L’altra parte del muro
1990-2004 – L’integrazione europea
2005-2018 – Un nuovo confine europeo tra mito e realtà

Al progetto hanno partecipato circa 40 studenti e 80 italiani di tutte le fasce d’età, provenienti da diverse regioni d’Italia. Durante i tre incontri, i giovani hanno intervistato gli italiani sulla base delle domande precedentemente elaborate. Gli italiani hanno parlato della loro vita, del lavoro, della famiglia, delle ragioni per le quali hanno lasciato il Paese o delle difficoltà linguistiche.

Il confronto delle diverse culture ci ha sempre affascinato. Volevamo capire su quali piani le culture si sovrappongono, dove si scontrano e dove non si percepisce nemmeno la reciproca presenza. L’esperienza del progetto Emigrazione Italiana in Polonia: per amore o per forza ha evocato un fascino ancora più forte, perché ha consentito di riscontrare la cultura italiana, intervallata dalle sfumature del spirito polacco, con la nostra. Ci siamo chiesti come sia percepita la cultura polacca, vista attraverso il prisma di un’infanzia trascorsa in Italia, tramite così tante esperienze e ricordi. Come si presenta la notte polacca quando nella memoria c’è sempre il ricordo delle dolci notti stellate della calda estate italiana. Ma anche quanto lontana dalla realtà è l’immagine dell’Italia presente nella mente dei polacchi. Che sentimento provino gli italiani quando sentono parlare del sole caldo, quali ricordi e profumi la mente rievochi? 

Durante le conversazioni sulla vita privata, sul lavoro o sulla lingua, tra centinaia di aneddoti e battute, è cresciuta in noi una domanda che poi abbiamo deciso di porre ad alta voce: “Chi siete? Vi sentite italiani o polacchi?”

Le risposte sono frutto di una serie di storie, di un milione di esperienze diverse che tra l’altro non sono mai state univoche. Si può chiamare ”casa” un posto completamente diverso da quello in cui si è vissuto prima?

Una delle italiane che è venuta in Polonia negli anni ’70, ricorda le sue prime settimane a Varsavia. Bisogna tenere presente che in quel periodo la Polonia era uno stato comunista la ”Repubblica Popolare di Polonia” e si trovava sotto l’influenza dell’URSS. Di conseguenza c’era una scarsa disponibilità dei prodotti nei negozi, nonché lunghe file anche per comprare cibo. Per la nuova arrivata questa era una novità così quando andava tutte le mattine alle nove a comprare il pane, sentiva solo due parole: “Non c’è”. Solo dopo qualche tempo le hanno spiegato che per comprare il pane, bisognava andarlo a prendere la mattina presto. Una Polonia del genere poteva paragonarsi alla lontana Italia, dove non mancava assolutamente nulla?

Anche la lingua costituiva una barriera, rivelatasi però superabile. Una donna italiana racconta come ha incontrato suo marito. Lui era un polacco che non parlava italiano, lei era un’italiana che non parlava polacco. Entrambi non sapevano comunicare in inglese, quindi gli è rimasto il francese che lui studiava da anni. Nonostante i problemi di comunicazione, si sono innamorati così tanto che hanno deciso di trascorrere insieme il resto della vita. L’uomo, incapace di parlare l’italiano, ha deciso di rischiare e ha chiesto alla donna di sposarlo in francese. L’italiana per fortuna ha indovinato ciò che il suo amato stava cercando di trasmettere e ha accettato la sua proposta. Tuttavia, quando raccontava a sua madre l’accaduto, questa ha domandato la figlia se è sicura di aver capito bene la proposta. Sembra di sì visto che in breve tempo erano sposati.

Tutta la sala rimbombava di risate ed eccitazione quando parlavano in polacco. Alla domanda su quale parola la descrive al meglio si ripeteva: tragedia. Sorprendenti sono anche le prime parole polacche apprese dagli italiani: skarbonka (salvadanaio), truskawka (fragola) o idziemy do baru na piwo? (andiamo al bar per una birra?).

Non sono mancate anche le storie divertenti. Durante i primi mesi di soggiorno in Polonia, uno degli italiani ha visitato Varsavia. Tuttavia, non parlava bene il polacco. Trovandosi al ristorante ha ordinato kotleta (cotoletta), ziemniaczki (patatatine) e buziaczki (bacini) invece di buraczki (barbabietole). La cameriera è arrossita e ha ridacchiato  colta dall’imbarazzo.

Con i cambiamenti politici in Polonia dopo il 1989 e l’adesione della Polonia all’Unione europea nel 2004, le differenze economiche tra i due paesi sono diminuiti fino a scomparire, mentre con la diffusione dell’apprendimento della lingua inglese, ha perso importanza anche la barriera linguistica. In questo modo, l’ultimo ostacolo sulla strada per diventare polacchi è la mentalità. Non c’è dubbio che le abitudini, i comportamenti e lo stile di vita polacco siano decisamente diversi da quelli italiani. Alla domanda sull’atmosfera al lavoro, quasi tutti gli italiani, indipendentemente dall’anno dell’immigrazione, hanno risposto che in Polonia le relazioni sono formali. Non si tratta solo di darsi del Lei, ma del semplice modo di lavorare. Tutti sembrano svolgere solo le proprie mansioni, la realizzazione del compito è la cosa più importante, non c’è tempo per fare amicizia. “Mi manca una semplice chiacchierata durante la pausa caffè”, dichiara una donna italiana. Sembra che manchi il clima di spensieratezza ai nuovi arrivati. Inoltre tra polacchi e italiani è diversa anche l’opinione sul valore del lavoro, che si manifesta evidentemente nel settore della gastronomia. “Lavorare con i polacchi in cucina può essere davvero difficile. Per noi preparare la pizza o la pasta è una passione, per loro è una sorte di mansione stile fabbrica. Più importante è creare un nuovo prodotto”, commenta un cuoco italiano. Un altro italiano, redattore di Gazzetta Italia, aggiunge: “In Polonia, tutto è svolto nel minimo dettaglio. […] I polacchi hanno la tendenza ad essere passivi. Lavorano bene, forse di più rispetto agli italiani, ma sono passivi. Io nella redazione ho bisogno di persone propositive con idee, quindi persone molto più attive“. Pertanto, queste differenze derivanti dal “carattere nazionale” non si possono ignorare. Sono comuni indipendentemente dal luogo di lavoro, molto visibili e probabilmente non scompariranno mai.

Tutto ciò però non ha influenzato le conclusioni finali che gli stessi italiani hanno tratto dalle loro storie. Parlando sempre delle differenze tra uno e l’altro, di cosa li ha sorpresi in Polonia e che cosa gli manca di più, subito dopo nostalgici sospiri per la mancanza del sole italiano e del cibo tradizionale, sui loro volti è apparso un leggero sorriso. Hanno ammesso che sebbene si sentiranno sempre italiani, ci sono piccole cose che gli ricordano come sono integrati con la Polonia. Leggere esclusivamente la stampa polacca, il sapore del pane polacco o kiszonki, sono solo alcune cose per le quali sentono la mancanza della Polonia trovandosi in Italia. Uno persona ha riassunto la risposta alla domanda sull’appartenenza con un racconto. Una volta mentre tornava in macchina dall’Italia in Polonia, dopo alcune ore di guida, dopo aver finalmente attraversato il confine polacco ha notato un cartello con il nome della città “Zgorzelec”. Ah, ha pensato, finalmente a casa.

Non volevamo che questa serata finisse. Non volevamo lasciare questa bolla di felicità che ci ha permesso di conoscere tante nuove e stimolanti persone con le quali la conversazione non era solo uno scambio di frasi in una lingua diversa dalla lingua madre, ma era soprattutto un affascinante scambio dei diversi punti di vista che ha permesso di osservare cose note sotto una luce completamente diversa. Quando dopo le conversazioni ci siamo alzati dai tavoli e abbiamo pensato che la serata stesse per finire e tutto il meglio fosse alle nostre spalle ci è stata offerta un’altra possibilità di immergerci nelle storie di altre persone. Gli italiani ci hanno mostrato gli oggetti che hanno portato con sé in Polonia. Ciò ha fatto sì che tutte le parole, tutto il linguaggio melodico che prima galleggiava nell’aria si materializzasse trasformandosi in realtà. Con il fiato sospeso fissavamo quegli oggetti, quelle radici portate dalla terra natia che ora fioriscono di nuovo curate attentamente nei raggi del sole con l’odore di futuro. Un quaderno con i disegni dei luoghi che hanno fatto battere più forte il cuore. Dischi con la musica intrisa di ricordi, libri di cucina che permettono di ricostruire la casa sulle papille gustative. Romanzi con pagine che portano i respiri del sole italiano. Siamo stati grati. Siamo stati grati che queste meravigliose persone ci abbiano fatto entrare nel loro mondo privato di ricordi ed esperienze, facendoci assaggiare il loro passato irripetibile. Ci hanno mostrato noi stessi da una prospettiva diversa e ci hanno fatto capire che conoscere le culture diverse, e soprattutto conoscere altre persone, è una delle cose più affascinanti di questo mondo.

Tutte queste storie ci hanno mostrato che per capire le altre nazioni, bisogna dimenticare tutti gli stereotipi e concentrarsi sull’empatia nei confronti dei migranti e della loro storia. È fondamentale che come polacchi e come italiani formiamo una comunità solidale. Se abbiamo abbastanza coraggio e fiducia nelle nostre forze, troveremo la nostra casa ovunque. Alla fine tutto il mondo è Paese.

traduzione it: Amelia Cabaj

Elezioni presidenziali indette ufficialmente il 28 giugno

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Le elezioni presidenziali polacche si terranno il 28 giugno prossimo. Lo ha annunciato oggi la presidente del Sejm, la camera bassa del parlamento, Elzbieta Witek. Nel frattempo la Commissione elettorale statale (Pkw) ha dato parere positivo al calendario elettorale. Witek si è augurata che la campagna possa essere onesta e che “il 28 giugno si possa votare e scegliere un presidente già al primo turno”. In mancanza di ciò “dopo due settimane si terrà il ballottaggio”.

Patrizia Pepe: un marchio con visione

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Patrizia Pepe è una storia d’amore per la moda italiana e per la sua visione. Gli inizi del marchio risalgono al 1993, quando Patrizia Bambi insieme al marito Claudio Orrea, dopo molti anni di lavoro per le aziende di moda italiane, decisero di fondare un proprio marchio. Attualmente Patrizia Bambi svolge il ruolo di direttrice creativa, mentre Claudio è presidente del marchio. 

Il carattere del marchio è già definito dal suo nome. La prima parte deriva dal nome della sua fondatrice più la parola “pepe” che dà caratterizzazione. Questa espressione riflette perfettamente lo stile del marchio, che è una combinazione di glam-rock seducente con un tocco di ironia e di distanza da noi stessi e dalla realtà circostante. “La mia ispirazione è il mondo femminile. Le donne e le loro anime vivaci, costruite con migliaia di sfumature, talenti e passioni, la loro bellezza interiore, la loro forza, la loro fiducia e il loro desiderio di libertà”, dice Bambi.

Il tratto distintivo di Patrizia Pepe sono i tagli elaborati, grazie ai quali gli abiti si adattano perfettamente alla figura. Il marchio ha sempre prestato attenzione alla qualità dei tessuti, sia classici che innovativi. Lo conferma anche l’attuale collezione per la stagione primavera-estate 2020, creata per una donna disinvolta, che trascorre la sua giornata di vacanza in spiaggia a Santa Barbara e di sera incontra gli amici in un club di Los Angeles.  

Didi Grass, Light Hibiscus o Orange Spray sono i colori principali di questa collezione, intitolata #PATRIZIAPEPEMIRAGE. Si riferiscono al tema del sole al tramonto in California. Per la stagione primavera-estate 2020, Patrizia Pepe propone abiti con tagli per bottoni, pantaloni del vestito dalla linea fluida e abiti in denim ispirati agli indumenti da lavoro. Invece la scelta ideale per le feste formali saranno abiti lucidi con ricami di paillette, che indossiamo in combinazione con le scarpe bikers. Nell’ultima collezione troviamo anche abiti con motivi safari, tagli sensuali rifiniti con frange e interessanti stampe realizzate su tessuti di lino; tutto ciò che gli amanti del boho adorano di più.

Il marchio si è sempre distinto per la sua attenzione ai dettagli e per gli accessori accattivanti. Anche questa stagione abbiamo una nuova versione della borsa di culto Sleepy Fly, questa volta decorata con pizzi fatti a mano o con pietre ornamentali, appare anche nella versione di nappa. In questa collezione troviamo anche scarpe di rafia, sandali con frange o la loro versione più elegante decorata con cristalli cabochon.

Patrizia Pepe, pur essendo sul mercato da oltre 25 anni, cerca sempre di seguire le ultime tendenze, ricordando la sua storia e le donne per cui sono fatti i suoi abiti. Nel 2019 il marchio ha lanciato il progetto #patriziape99. Nell’ambito di questo concetto di tanto in tanto un prodotto viene rilasciato in una serie limitata, che si ispira a un numero e a una persona o a una storia specifici. Tra le collaborazioni di questa serie unica nel suo genere c’è stata quella con la famosa donna influencer della moda Evangelie Smyrniotaki (@styleheroine) o con l’attrice e modella Larsen Thompson.

Da notare che, nell’ambito dell’edizione di San Valentino, il marchio ha creato la felpa “Love Hoodie”, ispirata a un momento unico degli anni ’80, che è stato l’inizio della storia d’amore dei fondatori di quel marchio italiano. A quanto pare, dopo essere andati al cinema insieme, Patrizia ha regalato a Claudio una felpa rossa che si riferiva allo stile della protagonista del film. In un’epoca in cui l’uso del jersey per la produzione dei maglioni non era ancora così comune come oggi, Patrizia e Claudio hanno deciso di sviluppare un modello che li ispirasse a presentare la loro idea di moda, e questo si è tradotto nel loro marchio.

La passione per l’arte di Patrizia Bambi si riflette non solo nelle sue collezioni ma anche nelle campagne del marchio, realizzate in collaborazione con artisti interessanti. Dietro ogni progetto #patriziape99 c’è una serie di cortometraggi che sono più un concetto artistico che una semplice pubblicità online.

#PatriziaPepeCrew, è una delle ultime idee del marchio, è un movimento inedito per creare un collettivo femminile. Il suo scopo è quello di promuovere e incoraggiare la libertà di espressione delle donne attraverso la musica, l’arte, lo sport e tutti gli altri settori in cui possono esprimere la loro natura unica. Il primo gruppo è costituito da giovani ragazze che fanno skateboard e dalla storia della loro passione per questo sport tipicamente maschile, che viene mostrata in una serie di cortometraggi. Hanno parlato delle sfide che hanno affrontato e dell’esperienza che hanno acquisito lungo il percorso, celebrando la loro grande passione e il loro stile audace, disinvolto e non convenzionale.

Tali iniziative sottolineano l’unicità di questo marchio italiano, dietro il quale si nasconde non solo la grande qualità dei suoi prodotti, ma anche una visione coerente, che si riflette nei suoi progetti, nonché le iniziative intraprese nel campo di CSR, oggi così importante.

traduzione it: Karolina Wróblewska

Sito web: www.patriziapepe.com

It.aldico

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It.aldico è una piccola scuola di lingua italiana gestita da un’esperta insegnante di lingue, insegnante dell’Università di Varsavia, traduttrice ed interprete.

Il programma dei corsi viene creato separatamente per ogni gruppo, non è basato su un manuale grazie a ciò il programma è diversificato ed adatto agli studenti ed ai loro bisogni. Ci si concentra particolarmente sulla comunicazione e sulla comprensione della lingua quotidiana, a lezione spesso vengono usati i materiali originali preparati dall’insegnante stessa.

Oltre ai corsi regolari e individuali sono organizzati anche i workshop tematici, una fantastica soluzione per chi non frequenta i corsi regolari ma vuole mantenere il contatto con la lingua oppure per ciascuno che vuole semplicemente approfondire qualche tema specifico.

La sede della scuola si trova in Saska Kepa a Varsavia e tutte le informazioni sui corsi ed i workshop attuali si trovano sul fanpage It.aldico sul Facebook. Una parte di corsi sono i corsi online. Da poco l’insegnante ha creato anche un canale su Youtube con lo stesso nome.

Facebook: www.facebook.com/Italdico-770971666412376/
YouTube:
www.youtube.com/channel/UC_wJM2CrwDXvYJzZG4Yz09A
Tel: 
609 022 155
E-mail: aleoncewicz@gmail.com

Vivere italiano, il Bel paese a tavola!

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 77 della Gazzetta Italia (ottobre-novembre 2019)

A Wroclaw a due passi dal rynek ci si può sedere a tavola e fare un tour culinario delle regioni italiane. Il ristorante Vivere Italiano nasce nel 2016 dalla trasformazione dell’omonimo negozio di prodotti alimentari di alta qualità italiana, aperto fin dal 2013, in un accogliente ristorante in cui si possono ritrovare i gusti più autentici della cucina del Bel Paese. 

L’indiscutibile successo del locale, che vanta clienti ormai da tutta la Polonia, è merito dei tre soci pugliesi e del preparato personale che fa sentire il cliente a casa, suggerisce i piatti del giorno e lo serve in modo rapido ed efficace. “Dare un buon servizio è importante, soprattutto qui in Polonia dove a volte nei ristoranti aspetti a lungo e i camerieri sembrano indifferenti alle tue necessità”, spiega Amedeo Menale uno dei soci ricordando come a tutto il personale vengano fatte provare le diverse ricette in modo che quando i camerieri presentano al cliente i piatti possano spiegare cose che conoscono. 

A determinare il successo di Vivere Italiano è poi l’uso nella preparazione dei piatti di soli prodotti di qualità. Il locale importa direttamente dall’Italia la gran parte dei prodotti tra cui le mozzarelle e burrate da Andria, il pomodorino piennolo del Vesuvio, il capocollo di Martinafranca, l’olio pugliese e il pesce fresco che arriva un paio di volte la settimana direttamente da Chioggia. Spaghetti alle vongole è uno dei piatti più richiesti dalla fedele clientela di Wroclaw che ormai conosce e vuole mangiare secondo i canoni della cucina mediterranea che è la linea culinaria scelta da Vivere Italiano che propone soprattutto pesce, pasta con le verdure, tanta frutta il tutto condito dai migliori olii italiani e innaffiato da selezionati vini. E per i clienti che anche a casa volessero continuare a mangiare all’italiana nel locale si possono acquistare tanti prodotti di qualità, molti dei quali preparati anche in confezione regalo. Qualità che hanno fatto meritare l’inserimento di Vivere Italiano nella prestigiosa guida francese Gault e Millau e l’ottenimento del riconoscimento Ospitalità Italiana da parte della Camera di Commercio e dell’Industria Italiana in polonia.

Un locale che in pochi anni è diventato una delle maggiori attrazioni culinarie di Wroclaw, amato dai clienti del posto ma ricercato anche da chi a Wroclaw viene saltuariamente. E tra i tavoli del Vivere Italiano non è difficile incontrare attori, scrittori, giornalisti, fotografi e musicisti che magari con una chitarra improvvisano facendo cantare i clienti del locale. Insomma una cena al Vivere Italiano equivale ad una autentica immersione nelle atmosfere del Bel Paese.

 

Sito web: vivereitaliano.pl
Facebook: facebook.com/vivereitalianowroclaw/

Marta Czok – pittrice che ama la satira

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 79 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2020)

Laureata alla prestigiosa Saint Martin’s School of Art di Londra, pittrice specializzata in design di moda. Vive in Italia dal 1974. Le sue opere si concentrano sui commenti satirici sulla realtà.

Nel 2020 celebriamo il centenario della nascita del Papa polacco Giovanni Paolo II, iniziamo la conversazione con il regalo che ha fatto per lui

Infatti, su ordinazione di Società Alitalia, ho fatto un regalo per il Santo Padre, che gli è stato consegnato dalla gestione di questa compagnia. Ho dipinto un altare pieghevole per un aereo, basato sull’arte gotica, ovviamente modernizzato, con l’immagine della Madonna circondata da aerei. In passato ho fatto anche altri lavori per il Papa. Nel 2000, in occasione della Mostra del Millennio al Centro Culturale Francese di Roma ho preparato 4 grandi tele di cui l’ultima rappresentava una folla della piazza romana, dove, se si guarda bene, sullo sfondo, nella profondità del quadro c’era un discreto punto bianco…  era il Papa. La mostra era collettiva, ma l’ambasciatore francese ha detto che solo io avevo capito il suo messaggio spirituale.

Lei abita a Castel Gandolfo, vicino alla residenza estiva dei papi…

E’ stata una coincidenza. Per i primi 5 anni da quando siamo arrivati in Italia, abbiamo vissuto a Roma. Sono arrivati i bambini e non potevamo permetterci una casa a Roma. A Castel Gandolfo, zona che allora non interessava a nessuno, abbiamo trovato qualcosa che potevamo permetterci. E così ci siamo trasferiti in una casa con vista sul lago e sul Palazzo Papale. 

Condizioni pittoriche da sogno: dintorni bellissimi, famosa luce italiana

È solo che la luce italiana ha poca importanza per me, perché lavoro in studio, con la luce artificiale. Mi ci sono abituata negli anni in cui i bambini erano piccoli e potevo dipingere a notte fonda quando dormivano. La luce italiana, il cielo azzurro, mi interessa più come turista che come pittrice. Mi piace il colore grigio, quindi a volte sono più interessata alle nuvole e alle nebbie locali che alla luce. Mi ricordano l’Inghilterra, dove sono cresciuta.

I suoi quadri sono sempre satirici?

Amo la satira. Con essa si possono dire molte verità, senza rischiare di ferire orgoglio di qualcuno. Quello che ho da dire lo comunico con un sorriso. Cerco di commuovere gli altri e se ci riesco, comincio a sentirmi la voce della comunità. Presento le mie opinioni personali su argomenti non personali. Nella mia vita ho avuto una sola mostra intitolata “Children in War”, nata dal mio bisogno personale di liberarmi dalle memorie dell’infanzia segnata dalla guerra. Un argomento del genere non può essere trattato con umorismo.

Secondo lei l’arte dovrebbe essere socialmente coinvolta?

Assolutamente sì. La mia opinione sugli artisti che proclamano la mancanza di coinvolgimento nelle questioni sociali e politiche è che se avessero qualcosa da dire, lo direbbero. 

Chi compra i suoi quadri?

Mio marito si occupa di queste cose, ne sa più di me. Ma a proposito di clienti “importanti”: è stato con grande piacere che ho dipinto un trittico per l’ordine di Alitalia, sapendo che doveva essere presentato al Papa per il suo ottantesimo compleanno. I miei clienti sono collezionisti privati interessati all’arte impegnata.      

Suo marito gestisce una galleria a Castel Gandolfo ed è il suo manager

Sì, abbiamo la nostra galleria. Siamo indipendenti, mio marito come manager, io come pittrice. I collezionisti di miei lavori si trovano in Italia e all’estero. All’inizio degli anni ’80 hanno cominciato a comprare i miei quadri. A quel tempo lavoravamo ancora con gallerie che ricevevano commissioni. Poi, negli anni ’90, la domanda e i prezzi sono aumentati notevolmente. Ora facciamo tutto da soli.

Congratulazioni. Com’era prima?

Quando ci siamo trasferiti in Italia, eravamo poveri. Mio marito stava ancora studiando. Prima disegnavo vestiti, poi, quando è nata mia figlia, dipingevo piccoli quadri, nature morte e paesaggi. Mi pagavano mille lire per un quadro, l’equivalente di 4 pacchetti di sigarette di allora. Dovete sapere che in Inghilterra, attraverso l’Accademia, ho avuto contatti talmente forti che dipingevo ritratti in miniatura di varie persone del Parlamento britannico. Tra l’altro, le immagini delle mogli del primo ministro Wilson e di Lord Ellwyn Jones sono state esposte alla Royal Academy Summer Exhibition, il che mi ha reso un po’ confusa. In Italia ho dovuto ricominciare tutto da capo. È stata un’esperienza molto preziosa: ho imparato a lavorare. Mi ricordo quando, all’inizio degli anni Ottanta, un giorno mio marito mi rese così nervosa che afferrai la tela e mi sono sfogata dipingendo “Mezalians”: una bella sposa circondata dalla terribile famiglia del marito. E così, grazie a questo litigio e a questa pittura, ho scoperto il mio percorso di sviluppo artistico individuale: un’affermazione satirica. Oggi queste situazioni finiscono con il divorzio. Pero quella si è finita con una carriera. Oggi non solo ridiamo di quell’incidente, ma presto apriremo il primo museo privato a Castel Gandolfo che presenta tutto il mio sviluppo pittorico.

Si identifica con la Polonia? 

La Polonia è la patria dei miei genitori, dove sono stato solo una volta, da adolescente. Per me la Polonia è mia madre, che di sera ci leggeva libri polacchi a Londra. E il fatto che la voce di mia madre tremava sempre quando il signor Wołodyjowski stava morendo. E il cimitero polacco di Montecassino. Quando è stato creato, vivevamo a Londra, ero una bambina, ma ricordo quanto fosse importante per i polacchi all’estero.

Si sente italiana?

No. Sono un’estranea ovunque. Non mi sento a casa mia da nessuna parte.

Nonostante 45 anni in Italia?

Sono una figlia della guerra. Nata dopo la guerra, in Libano, dove i miei genitori, polacchi, sono arrivati con l’esercito polacco. Sono stata registrata solo in chiesa, perché a quel tempo il governo polacco di prima della guerra era già fuorilegge. Ero un apolide. Poi siamo finiti a Londra; ho ottenuto la cittadinanza inglese, mi sono diplomata a scuola e poi laureata.

Io ho un marito italiano, ma non mi sento né italiana, né inglese, né polacca vera. Io subisco le conseguenze della guerra, perché se non fosse per la guerra, avrei una patria. E così, oggi, quando parlo bene della Polonia, allora ho il diritto di sentirmi polacca, lodo l’Italia come italiana, l’Inghilterra come inglese. Ma quando inizio a criticare, mi viene subito chiesto: “Da dove viene?” Sono sbucata dal nulla. Sicuramente europea, sicuramente internazionale.

Come descriverebbe il suo stile?

Ho letto da qualche parte che il mio stile è la continuazione della “tradizione figurale polacca del passato”. In Inghilterra sento che il mio stile è italiano, in Italia che polacco. Quindi il mio stile è “estraneo” ovunque. Un po’ come Liszt: si diceva di lui che anche lui è “estraneo”. È confortante che sia diventato un grande compositore nonostante ciò.

traduzione it: Karolina Wróblewska

Iniziato il 60° Festival Internazionale di Film di Cracovia

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Gli spettatori potranno vedere oltre 200 film durante la 60^ edizione del Kraków Film Festival, tutti disponibili online sul sito del Festival. L’evento è iniziato domenica e durerà fino al 7 giugno, programma e biglietti alle proiezioni sono disponibili sul sito dell’evento, sono gratuiti invece gli incontri con gli autori dei vari film che saranno anche disponibili sul sito e sui profili social dell’evento. Il Festival si è aperto con un documentario di Paweł Ferdek “Pollywood”, un racconto sul viaggio in America sulle tracce dei fondatori di Hollywood. “È un edizione speciale perché festeggiamo sessantanni del Festival ma purtroppo non potremo incontrarci in piazza, organizzare i concerti a teatro e brindare insieme. Comunque vi presentiamo un programma ricco a cui abbiamo lavorato per gli ultimi sei mesi”, ha detto all’inaugurazione il direttore del festival Krzysztof Gierat. Il Festival di Cracovia è il primo festival internazionale organizzato integralmente online. Secondo il sindaco di Cracovia il Festival Jacek Majchrowski non ha bisogno di nessuna raccomandazione perché “non solo è uno dei più vecchi ma anche uno dei più importanti e migliori festival del genere al mondo”, ha dichiarato il presidente. L’ospite speciale dell’edizione di quest’anno è la cinematografia danese a cui viene dedicata l’intera sezione “Focus sulla Danimarca” che presenterà i nuovi documentari e cortometraggi provenienti da questo paese. Le quattro giurie internazionali sceglieranno i vincitori di quattro concorsi tra cui: concorso internazionale documentari, concorso del film polacco, concorso dei cortometraggi e concorso internazionale DocFilmMusic. La cerimonia di premiazione si terrà il 6 giugno.

“Il Sorpasso” (1962): l’insostenibile leggerezza dell’esistenza italiana

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 78 della Gazzetta Italia (dicembre-gennaio 2019/2020)

L’epoca del boom economico del secondo dopoguerra (1958-1964) lasciò un segno indelebile nella storia della penisola appenninica e dei suoi abitanti; fu un periodo intriso di novità, invenzioni e grandi eventi, ma anche di profondi e turbolenti cambiamenti sociali che si manifestarono anche a livello dei comportamenti sociali, degli usi e dei costumi. Il cinema non rimase certo indifferente a questa “spettacolare baraonda”, non a caso gli anni Sessanta vengono ricordati come “l’epoca d’oro” della cinematografia italiana che registrò una produzione straordinaria sia come cinema d’autore (basti pensare alla “Dolce vita” di Federico Fellini, “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti o “L’Avventura” di Michelangelo Antonioni), sia con vari film di genere che hanno raggiunto oggi lo status di pellicole-cult.

Uno dei generi che sembra rispecchiare appieno il carattere di questi tempi folli, spensierati e nello stesso tempo complessi e contraddittori è senza dubbio la commedia all’italiana. Furono proprio i creatori di questo tipo di “commedia” a parlare in modo umoristico e coraggioso delle vicissitudini del cosiddetto “italiano medio”. Queste vicissitudini sono direttamente collegate al “miracolo economico” degli anni ’60 e ai nuovi bisogni, sogni e feticci che da esso derivano.

fot. Dino Risi: Graziano Arici

Usando di solito una chiave tragicomica (a volte anche piuttosto satirica e grottesca), cineasti come Dino Risi, Pietro Germi, Vittorio de Sica (ricordato principalmente nei panni di “triste neorealista”, eppure autore di molte commedie all’italiana famose e amate in tutto il mondo con Sophia Loren e Marcello Mastroianni nei ruoli principali [ad es. Il premio Oscar “Ieri, oggi e domani” o il film premiato con il Golden Globe “Matrimonio all’italiana”), Alberto Lattuada, Mario Monicelli, Luigi Comencini, Steno, Nanni Loy e Luciano Salce erano in grado di rappresentare diagnosi socio-politiche importanti ed estremamente accurate, che anche oggi non sembrano perdere la loro rilevanza. I film dei registi citati hanno evitato a livello concettuale di essere espliciti a favore di un “chiaroscuro emotivo”, le motivazioni di eroi egocentrici, ma anche semplicemente “umani” della commedia all’italiana difficilmente possono essere giudicati soltanto in una luce positiva o negativa; molto spesso si tratta di “Mostri” (riferendosi al famoso film a episodi di Din Risi, 1963), ai quali tuttavia non si può negare carisma, senso dell’umorismo o perfino un po’ di dolce ingenuità. Come ha sottolineato giustamente uno dei veri maestri del genere Mario Monicelli: “La commedia all’italiana è questo: trattare con termini comici, divertenti, ironici, umoristici degli argomenti che sono invece drammatici. È questo che distingue la commedia all’italiana da tutte le altre commedie… “.

“Il Sorpasso” (il titolo polacco “Fanfaron” può esser tradotto come “Borioso”, mentre l’italiano è associato all’atto di superare, che nel contesto interpretativo dell’opera avrà una dimensione quasi metaforica) è comunemente considerato un capolavoro della commedia all’italiana. La trama del film di Risi si concentra sul viaggio piuttosto accidentale e particolare di due persone molto diverse, rappresentanti di due modi di vedere il mondo opposti. Bruno (Vittorio Gassman) è un edonista, talvolta grossolano, invece il più giovane Roberto (Jean-Louis Trintignant) è uno studente di legge timido e taciturno. Un giorno (più precisamente durante un caldo Ferragosto, una festa molto importante per gli italiani che si svolge a metà agosto), l’estroverso assume il ruolo di guida dantesca per l’introverso nel Belpaese ai tempi del boom.

La struttura narrativa de “Il sorpasso” dà l’impressione di esser rilassata e serena; il regista limita molto consapevolmente gran parte delle interazioni dei personaggi principali nello spazio dell’automobile (emblema del “miracolo economico” e probabilmente il feticcio più importante dell’epoca; nel film vediamo un bellissimo modello della Lancia Aurelia) iscrivendo la storia raccontata nel paradigma del road movie. Tra le righe di questa “storia movimentata” – tra osservazioni “apparentemente poco appariscenti”, dialoghi brillanti su questioni a volte molto banali – spicca una verità abbastanza crudele sulla condizione spirituale di una Italia forse troppo baldanzosa. Risi è riuscito a catturare (quasi in flagrante) il paradosso dell’Italia di allora rivolta ingenuamente verso un futuro migliore nei meandri della società dei consumi, ma ancora radicata nella superstizione e nell’ignoranza. “Il vagabondaggio motorizzato” nel film serve non tanto alla ricerca esistenziale di personaggi specifici ma pone una diagnosi più ampia sull’emergente (dinamicamente e drasticamente) nuova identità nazionale (non senza ragione Pier Paolo Pasolini ha descritto il consumismo, due decenni dopo la guerra, come “secondo fascismo”). Anche se i toni della commedia sembrano inizialmente dominare ne “Il Sorpasso”, l’amaro retrogusto sembra non lasciare mai i protagonisti, proprio come ne “La dolce vita” di Fellini. Lo spettacolo e il divertimento rimangono soltanto un’affascinante facciata dietro la quale c’è un vuoto straordinario. In un – sempre più privo di ideali e valori classici – spaccato della realtà contemporanea, è impossibile non notare il doloroso “doppio fondo” (che si manifesterà più chiaramente nel sorprendente finale dell’opera di Risi).

Oggi è difficile immaginare che il ruolo iconico di Bruno Cortona potesse esser interpretato da qualcuno diverso da Vittorio Gassman, uno degli attori più importanti nella storia del cinema italiano. Tuttavia, la prima scelta dei produttori fu Alberto Sordi, favorito dal pubblico e decisamente più associato al genere comico e alla cosiddetta “romanità” (l’azione dell’opera di Risi inizialmente si svolge proprio nella capitale della penisola appenninica). Con il ruolo di Bruno ne “Il Sorpasso” Gassman è riuscito ad aprire un nuovo capitolo nella sua ricca filmografia, noto per molti anni di collaborazione a Hollywood (negli anni ’50 il divo italiano ha recitato due volte al fianco di Liz Taylor!), diventò (accanto a Sordi, e insieme con Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni e Nino Manfredi) uno dei pilastri della commedia all’italiana. Nel 1974 la collaborazione con Dino Risi in “Profumo di donna” ha portato a Gassman una menzione estremamente prestigiosa: il premio per la migliore interpretazione maschile all’IFF di Cannes. Dopo due decenni, lo stesso personaggio del colonnello non vedente in pensione (protagonista del romanzo di Giovanni Arpino, “Il buio e il miele” del 1969) fu interpretato con successo da Al Pacino; è stato proprio per questo ruolo che la star americana ha ricevuto il lungo desiderato Oscar nel 1993.

Sebbene negli anni ’60 molti critici non includessero il nome di Risi nel pantheon degli autori cinematografici, oggi è innegabilmente e meritatamente considerato tale. Tra euforia e malinconia, provocazione e beffa, il regista ha tratteggiato un ritratto multidimensionale di una nazione al limite del divario esistenziale. Al confine tra realismo e creazione, Risi non ha realizzato film, ma specchi, in cui generazioni passate di italiani spesso “brutti, sporchi e cattivi” potevano travedere il loro tragicomico passato e guardare da lontano un futuro ancora più grottesco.

Il sorpasso (1962). Prod. Italia, Regia: Dino Risi
Sceneggiatura: Dino Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari
Interpreti principali: Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Lucia Angiolillo

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Diana Dąbrowska

FINCHÈ C’È CINEMA, C’È SPERANZA è una serie di saggi dedicati alla cinematografia italiana – le sue tendenze, opere e autori principali, ma anche meno conosciuti – scritta da Diana Dąbrowska, esperta di cinema, organizzatrice di numerosi eventi e festival, animatrice socioculturale, per molti anni docente di Italianistica all’Università di Łódź. Vincitrice del Premio Letterario Leopold Staff (2018) per la promozione della cultura italiana con particolare attenzione al cinema. Nel 2019, è stata nominata per il premio del Polish Film Institute (Istituto Polacco d’Arte Cinematografica) nella categoria “critica cinematografica”, vincitrice del terzo posto nel prestigioso concorso per il premio Krzysztof Mętrak per giovani critici cinematografici.

Just Like Home

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 76 della Gazzetta Italia (agosto-settembre 2019)

Azioni, criptovalute, oro, whiskey… Con così tanti prodotti diversi, vale la pena di continuare a investire i propri risparmi nel settore immobiliare? In caso affermativo, la Polonia dovrebbe essere presa in considerazione come area d’investimento?

Gli immobili, contrariamente ad altre forme di investimento, offrono un rendimento stabile ed equilibrato e possono essere un elemento stabile per accrescere la ricchezza personale. Per chi alle scelte adrenaliniche preferisce investimenti sicuri dei propri risparmi l’immobiliare è una buona scelta. A causa dei tassi di rendimento generati l’acquisto di appartamenti in Polonia può essere molto interessante per gli investitori stranieri. Il fatto è che i prezzi immobiliari polacchi stanno aumentando di trimestre in trimestre ma sono ancora eccezionalmente convenienti rispetto alla maggior parte degli altri paesi europei.

Vale anche la pena di notare che in Polonia c’è una carenza di case – ci sono 376 appartamenti ogni mille abitanti – mentre in altri paesi dell’Unione Europea il risultato è molto più alto, in media 435 appartamenti ogni mille persone. Il deficit di abitazioni è stimato in 2-2,5 milioni di appartamenti. È inoltre significativo il fatto che in Polonia è molto visibile la tendenza a non avere un appartamento. Nonostante la situazione finanziaria consolidata, molte persone (soprattutto i cosiddetti millenials) decidono spesso di affittare un appartamento piuttosto che comprarne uno. Questo dà un senso di libertà e l’opportunità di muoversi più spesso. Sta diventando di moda anche la tendenza di condividere un appartamento con altri giovani lavoratori, una cosa che finora facevano piuttosto gli studenti, invece oggi (soprattutto nelle grandi città) affittare un appartamento insieme ad altre persone che lavorano è uno scenario molto frequente. Non trascurabile è anche il fatto che i centri di studio e ricerca polacchi, grazie alla loro buona reputazione, sono molto popolari tra gli studenti stranieri che decidono di studiare all’università polacca e cercano un posto in cui vivere. Tutto questo contribuisce ad un aumento della domanda di appartamenti in affitto.

Questi dati confermano che investire sul mercato polacco – soprattutto nel settore immobiliare in affitto – è un eccellente modo per investire il capitale. Al fine di soddisfare le aspettative e dar risposta ai timori che accompagnano chiunque voglia acquistare immobili in Polonia, JUST LIKE HOME offre un supporto completo in tutto il processo di investimento nel mercato immobiliare polacco.

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Imbrattato il monumento all’eroe polacco Tadeusz Kościuszko davanti alla Casa Bianca

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Nella notte tra domenica e lunedì a Washington, nonostante il coprifuoco, migliaia di manifestanti si sono radunati di fronte alla Casa Bianca per protestare contro l’uccisione da parte della polizia del quarantaseienne afroamericano George Floyd, avvenuta il 25 maggio a Minneapolis, Minnesota. Durante la notte i manifestanti hanno filmato e imbrattato con scritte antipresidenziali, antirazziste e antifasciste il piedistallo del monumento all’eroe della Rivoluzione Americana Tadeusz Kościuszko. Il generale polacco arrivò in America nel 1776, dove si distinse nella costruzione di fortezze sui fiumi Delaware e Hudson. Kościuszko non era solo un abile stratega militare, ma anche un sostenitore della democrazia e della liberazione delle minoranze e degli schiavi. Nel suo testamento donò tutti i suoi beni al terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, beni destinati all’istruzione degli schiavi liberati e consentire loro di partecipare al bene della società. Tuttavia Jefferson non mantenne la promessa e il denaro scomparve. Nel 1910 fu eretto sulla Piazza Lafayette a Washington un monumento in suo onore, ma opere, vie e piazze dedicate all’eroe polacco sono presenti in altre importanti città americane, quali Chigago e Detroit, e in tutto il mondo: il Monte Kościuszko, ad esempio, è la montagna più alta dell’Australia. Una copia del monumento di Washington è presente anche a Varsavia. “Sono disgustato per quanto è accaduto” sono state le parole dell’ambasciatore polacco negli USA Piotr Wilczek, pubblicate sul suo profilo Twitter. Al momento il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump non ha rilasciato alcun commento sulla manifestazione davanti alla Casa Bianca.