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NFZ (Fondo Nazionale della Sanità) pronto a introdurre i video consigli dei medici di base
Il presidente polacco ha chiesto alle banche di sospendere la richiesta di rimborso dei crediti
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Coronavirus: primo deceduto in Polonia, a Poznan
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Cibo per capelli? Mettitelo in testa!

Argomento un po’ inusuale per una rubrica di alimentazione, ma in fondo sempre di cibo si tratta. Oltre che per la nostra salute interiore, alcuni prodotti destinati all’alimentazione possono essere utilizzati anche per la bellezza esteriore. Quando un cibo è buono, lo è in tutti i sensi!
E poiché fra le mie varie passioni, c’è anche la cura naturale dei capelli, ecco alcuni trattamenti che possono essere realizzati semplicemente aprendo la dispensa! Tutti ingredienti economici che si trovano facilmente al supermercato: forse già li utilizzate in cucina senza sapere cosa vi state perdendo.
Iniziamo dal lavaggio: gli shampoo sono indispensabili? Molte persone lamentano cute grassa, capelli che diventano facilmente unti, per non parlare di prurito, forfora e altri disturbi. Nel tentativo di porre rimedio, li laviamo più spesso con prodotti che creano più schiuma possibile. Ma i tensioattivi (che creano la schiuma) sono molto aggressivi e senza volerlo peggioriamo la situazione.
Innanzitutto è consigliabile che lo shampoo venga diluito in acqua prima dell’applicazione: si risparmia prodotto e la sua azione risulta meno aggressiva. Oltre a questo, si possono provare dei lavaggi alternativi. A questo scopo, la farina di ceci è davvero ottima!
Tutti i legumi contengono saponine, sostanze simili ai tensioattivi che formano schiuma quando entrano a contatto con l’acqua. Se ci fate caso, questo accade anche durante l’ammollo e in fase di cottura. Le saponine sono in grado di legarsi alle molecole di sporco e grasso in eccesso. Fra tutte, la farina di ceci è quella con il più alto potere assorbente, oltre ad essere economica e facilmente reperibile (in alternativa vanno bene anche le farine di piselli, fagioli, soia, lenticchie).
Per lavare i capelli è sufficiente mescolare 1 o 2 cucchiai di farina (3 se sono molto lunghi) con un po’ d’acqua tiepida, fino ad ottenere un composto cremoso della densità di uno yogurt. Applicate sui capelli massaggiando la cute, proprio come fosse uno shampoo, e risciacquate. I capelli risulteranno lucidi e più voluminosi.
Dopo il lavaggio è consigliabile il risciacquo acido: serve a far scendere il pH della cute riportandolo a livelli più adeguati, rendendo i capelli particolarmente lucidi, e agisce da fissante sul colore senza alterarne i toni.
Si può utilizzare l’aceto (di mele o di vino) oppure il limone. Nel caso dell’aceto, ne vanno diluiti uno o due cucchiai in un litro d’acqua, da utilizzare come ultimo risciacquo dopo aver lavato i capelli.
Il limone ha un’acidità maggiore dell’aceto, quindi bisogna utilizzarne di meno. La quantità è molto soggettiva: se i capelli risultano troppo secchi, significa che la soluzione era troppo acida, ma non accade nulla di irreparabile.
Per una lozione profumata, si possono anche mettere alcune scorze d’arancia a macerare nell’aceto per almeno dieci giorni. In ogni caso, anche se utilizzato senza alcuna aggiunta, l’odore dell’aceto sui capelli asciutti non si sente.
Al posto dell’acqua si possono utilizzare anche infusi, meglio se di piante che abbiano un ruolo nella cura dei capelli, come il rosmarino (remineralizzante, indicato per capelli grassi e contro la caduta) oppure la camomilla, o l’ibisco (karkadè).
Se i capelli sono secchi, crespi, sfibrati, tendono a rompersi, vuol dire che hanno bisogno di idratazione.
Le sostanze idratanti sono molte. Fra gli alimenti troviamo i semi di lino e tutti gli amidi e gli zuccheri, da utilizzare per impacchi pre (o ancora meglio post) shampoo, in modo da non aggredire il capello subito dopo l’idratazione.
In un pentolino, fate sciogliere due cucchiai di amido (di riso, di mais, in commercio con il nome di Maizena) oppure di fecola di patate, con un bicchiere d’acqua. Portate a bollore continuando a mescolare, fino ad ottenere una crema gelatinosa. Lasciate raffreddare e poi applicate sui capelli (cute e lunghezze), tenete in posa almeno mezz’ora e poi risciacquate.
Ancora meglio se al posto dell’acqua si utilizza il latte di cocco (quello in lattina), che nutre e rende morbidi i capelli, oppure un infuso.
Lo zucchero può essere utilizzato per un lavaggio alternativo, unito al balsamo o alla maschera che utilizzate abitualmente, per fare un cowash (dall’inglese conditioner only wash, ovvero lavaggio con il solo condizionante). Una tazzina di balsamo e una tazzina di zucchero, da utilizzare come fosse shampoo, meglio se tenuto in posa alcuni minuti. I capelli saranno puliti, idratati, nutriti.
Il termine “nutrimento” in realtà è improprio, in quanto l’unico vero nutrimento può essere ricevuto solo dall’interno, dall’alimentazione. Le sostanze grasse però vanno a riparare la componente lipidica del capello, proteggendolo dagli agenti esterni, a patto di non esagerare: il rischio è quello di trovarsi con capelli grassi e stopposi.
Gli oli più utilizzati sono quello di lino e di ricino. Alcune sostanze più ricche di acidi grassi saturi riescono anche a penetrare nel capello: olio di oliva, olio di cocco, polpa di avocado.
Tutti possono essere utilizzati come impacco pre-shampoo oppure come leave-in, tecnica fondamentale per proteggere le lunghezze e prevenire le doppie punte. Dopo il lavaggio, a capelli asciutti oppure umidi, si applica qualche goccia di qualsiasi olio, strofinandolo prima sulle mani e poi sui capelli, pettinandoli con le dita.
E per finire, il colore: giocate con spezie e infusi per aggiungere e esaltare i riflessi della chioma, aggiungendoli agli impacchi già descritti! Cacao in polvere e tè nero per i riflessi più scuri. Polvere di curcuma e infuso di camomilla per i capelli biondi. Infuso di karkadè per i toni rame e violetto.
Viaggio sulle tracce dei misteriosi nuovi arrivati dal Sud, l’epopea della famiglia Kanelli
Nel 2010 ho deciso di spiegare e scoprire quali documenti sono stati conservati sulla famiglia Kanelli, di cui sapevo solo che erano i miei antenati. Mi chiedevo perché il loro nome avesse un’ortografia diversa da una tipica ortografia italiana. Attualmente, i cognomi di origine greca sono registrati in questo modo. La mia ricerca è in corso da nove anni.
La prima fase di ricerche negli archivi e nelle biblioteche di Varsavia è stata coronata dall’articolo “Misteriosi nuovi arrivati dal Sud”, apparso in Gazzetta Italia nel febbraio 2014. La fase delle ricerche a Varsavia è finita nel malandato cimitero evangelico della vecchia Modlin. Nelle mie conversazioni con la gente del luogo ho colto che lo chiamavano cimitero tedesco. Poiché non riuscivo ad interessare le autorità locali e la Missione Evangelica delle sue condizioni, ho consegnato il caso all’ambasciata tedesca che ha promesso di prendersene cura. Se il mio trisnonno, un tedesco-italiano, sia stato sepolto in questo cimitero, resterà un mistero per sempre. Secondo le informazioni contenute nel certificato di morte di Krystian Kanelli, incluso nell’articolo precedente, c’era il luogo della sua nascita. Sfortunatamente, nella sezione degli archivi di Varsavia a Grodzisk Mazowiecki, nessuna evidenza di questo fatto è stata trovata. Fatto comprensibile dato che sono passati oltre duecento anni. Sono comunque riuscita a trovare negli archivi di Płock i certificati di morte di Rudolf Kanelli che è morto nel 1845 (n. 90), figlio di Piotr e Anna, e anche di suo figlio Stanisław Borgoniusz che è morto nel 1844 (n. 203). Il suo secondo nome indica anche il rapporto di questa famiglia con l’Italia. Borgoniusz è un nome maschile con radici latine (ad esempio, Perrus Borgonius). Era tradizione locale in Piemonte che i figli nella generazione successiva avesse lo stesso nome? Questo è già un argomento per una ricerca separata, anche se ci sono molti famosi abitanti della regione che hanno un secondo nome.
Rudolf Kanelli era un misuratore governativo e un disegnatore. Il suo nome indica che la sua famiglia doveva essere stata ispirata dalla cultura tedesca per qualche motivo. I miei diversi anni di ricerche mi hanno fatto capire che molti rappresentanti di questa famiglia sono venuti in Polonia, ecco il perché di questa dedizione nel seguire le tracce di questa famiglia. Oggi è impossibile stabilire le relazioni di parentela che collegavano i vari rami della famiglia, ma questo tipo di ricerca non mi interessa. La città Canelli, adagiata su una collina vicino a Torino, dalla quale probabilmente sono partiti tutti verso la Polonia, è affascinante, piena di bei monumenti e stretti vicoli. È anche una città con una storia molto turbolenta e ricca di vigneti da cui si producono buoni vini da generazioni. Il film che ho visto nel locale Museo del vino, mi ha permesso di capire come la storia del vino in questa zona sia stata sanguinosa. Le famiglie dei vignaioli si combattevano a vicenda e la battaglia continua ancora oggi anche se con modalità più tranquille. Lo scopo del contendere è dimostrare la superiorità di un marchio rispetto agli altri. Negli archivi della parrocchia locale di San Tommaso ho scoperto che il primo Kanelli è apparso in questa città alla fine dell’Ottocento. Tuttavia, mi sono ricordata di quanto mi dissero al consolato polacco di Milano ovvero che nel XX secolo c’è stato un’alluvione in questa città che ha distrutto anche parte delle collezioni archivistiche. Inoltre non ci sono attualmente molti residenti che vivono quì con questo cognome. Al municipio mi hanno detto che alcuni di loro si erano trasferiti in Sicilia. La domanda, quindi, è: dove si è svolta la produzione del vino di questo marchio? Ricordo che verso la fine degli anni settanta e ottanta del secolo scorso, era possibile acquistarlo nei negozi polacchi. Forse troverò la risposta a questa domanda in Sicilia. Durante la visita a Canelli, non ho potuto ottenere tali informazioni anche perchè ho trovato solo cantine moderne. Inoltre, è necessario ricordare che “caneli” è anche un modo per chiamare la cannella, quindi fin dall’inizio della sua storia, la città è stata fondata per nutrire e dar da bere agli ospiti.
Era necessaria una visita a Canelli anche perchè, oltre alle ricerche archivistiche, si apprezzava l’atmosfera del luogo. Giravo per la città con la macchina fotografica, suscitando l’interesse dei residenti. Tuttavia, ulteriori informazioni legate alla storia della famiglia Kanelli sono riuscita a trovarle in posti lontani da questa città. In allegato al testo, la fotografia in bianco e nero è stata messa a mia disposizione da un parente lontano e defunto dalla Russia. La donna seduta è Emilia Kanelli, madre di quattro figli. Ha dato la sua bellezza alle figlie, giovani donne, anch’esse presentate in questa fotografia insieme ai loro mariti. Probabilmente la fotografia è stata scattata a Terespol, nell’est della Polonia, in cui la famiglia è rimasta periodicamente. Secondo le informazioni ottenute presso l’ufficio anagrafico di questa città, attualmente non ci sono tra i residenti persone che hanno questo cognome. Nella chiesa di Santa Croce distrutta durante l’insurrezione di Varsavia, ci sono solo le informazioni sul funerale di Kazimierz Czernichowski, figlio di Natalia Kanelli, morto il 30 ottobre 1939, che si è svolto in questa chiesa. Il suo certificato di morte non si è salvato perché la chiesa è stata completamente distrutta. Tutto ciò che si sa è che era un medico impiegato in un luogo di detenzione a Bereza Kartuska, dove il suo compito era quello di prendersi cura della salute dei detenuti. Dalla mia defunta madre, nipote di Emilia Kanelli, so che Czernichowski è morto dopo la liquidazione del campo e che è sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero Powązki.
Ho programmato viaggi in Sicilia e in Bulgaria per continuare le ricerche. E colgo l’occasione per chiedere ai lettori di contattarmi all’indirizzo mariadybowska@interia.eu in caso qualcuno sia a conoscenza di fatti sulla storia di questa famigliao.
Fonti dell’articolo:
Maria Dybowska, Tajemniczy przybysze z Południa, Gazzetta Italia, 15 luty 2014
W.H. Gawarecki Pamiątki historyczne Łowicza , s.192
Poczet BB. Składających Świątynię Minerwy, Warszawa Wschodnia, pr. r.5821 poz.103
Riviste polacche dei periodi in cui hanno vissuto Kanelli.
La letteratura sulla storia del vino è disponibile sulle pagine della Biblioteca comunale di Milano. Non solo in italiano.
Spaghetti pere e gorgonzola
Ingredienti per 2 persone:
- 200 gr. di spaghetti crudi (Sarebbero consigliati gli spaghetti alla chitarra ma se non li trovate potete
utilizzare degli spaghetti normali, meglio se un po’ grossi.) - 1 Pera (conference o kaiser, devono essere compatte, non troppo mature)
- 60/70 gr. di Gorgonzola
- 30 gr. di mascarpone
- 100 gr. di panna da cucina, (non acida)
- 20 gr. di Parmigiano grattugiato
- 50 ml. di vino bianco secco
- 1 cucchiaino di zucchero in polvere
- Olio qb.
- Burro ½ cucchiaio
- Sale e pepe qb.
Preparazione:
Sbucciate la pera, privatela del torsolo e tagliatela a dadini, ca. 2×2 cm. Ponete i dadini su della carta
assorbente per asciugare al meglio i dadini di pera. Scaldate una padella antiaderente con un filo d’olio e il
burro, prima di scottare le pere cospargerle con lo zucchero in polvere. Quando i dadini inizieranno ad
arrostire, innaffiate con il vino bianco e mettete da parte le pere cotte. (La cottura dovrà essere a fuoco alto
e veloce.)
Mettete a bollire l’acqua per cuocere gli spaghetti, la preparazione de salsa è molto veloce.
Prendere un pentolino e versare la panna, il mascarpone, il gorgonzola, il parmigiano ed il pepe. Accendere
il fuoco molto basso e mescolate la salsa senza farla bollire, qualora la salsa fosse troppo densa aggiungete
un po’ d’acqua di cottura. Scolate gli spaghetti ed uniteli alla salsa, aggiungendo una metà delle pere
precedentemente preparate, mescolate il tutto e servite ponendo sopra gli spaghetti le pere rimaste.
Buon appetito!
L’hennè trasforma le persone in arte vivente
Un’intervista con Joanna Cyd Petruczenko:
Conosciuta anche con il nome d’arte Henna Illu, Joanna Cyd Petruczenko ha portato la tradizionale arte della decorazione con henné in tutta la Polonia, facendola scoprire ad un elevato numero di persone.
Una grande esperienza maturata in dieci anni di attività, migliaia di disegni e innumerevoli workshop, conferenze, incontri e festival che hanno reso Joanna una delle più famose Henna Artist a livello internazionale.
Ho avuto il piacere di incontrarla durante una visita a Varsavia, per parlare della sua visione artistica e della nostra passione comune: l’henné!
Joanna come definire le decorazioni con henné?
Henné è il nome comune della pianta Lawsonia Inermis, diffusa in India e in tutto il Medio Oriente, le cui foglie vengono essiccate e utilizzate per la decorazione del corpo e la colorazione dei capelli. Henna è il termine arabo per indicare la pianta, mentre Henné ne è la traduzione francese.
Tradizionalmente le decorazioni erano eseguite sulle donne in occasione del matrimonio e della maternità. Il momento della decorazione era un vero e proprio rituale, durante il quale le donne di famiglia si occupavano della sposa, impreziosendo il suo corpo con simboli beneauguranti e minuziosi dettagli, come fossero gioielli.
Ogni paese in cui questa arte è stata praticata ha prodotto i propri disegni tradizionali, così che oggi possiamo ammirarne le diversità. Le fantasie più diffuse e apprezzate sono quelle tipiche dell’India (dove le decorazioni sono chiamate Mehndi), Pakistan, Marocco e la penisola araba.
La polvere di henné viene mescolata con zucchero, acqua e olio essenziale di lavanda, fino ad ottenere un impasto cremoso e morbido utilizzato per realizzare un tatuaggio temporaneo: il disegno rimane visibile da una a tre settimane.
Come sei arrivata a quest’arte?
Mia madre era una pittrice quindi è stato normale per me sviluppare un interesse particolare verso l’arte figurativa. Ho studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Varsavia.
Ho provato diversi stili e progetti, e sono costantemente alla ricerca di nuovi: murales, illustrazioni, ceramica, ma l’henné ora mi assorbe completamente ed è diventata la mia passione e la mia professione. Grazie all’henné la mia tecnica è migliorata, perché richiede precisione e una grande cura dei dettagli.
Nei miei tatuaggi mi piace mettere insieme diversi stili: ritratti, animali, ricami, idee prese dalla cultura pop. Ma l’ispirazione funziona anche in direzione opposta: tutte le mie creazioni sono influenzate dalla simbologia tradizionale dell’arte con henné.
Di recente sei stata all’East West Mehndi Meet, incontro internazionale svoltosi in Ungheria. Le tue opere sono ormai fonte d’ispirazione per molti artisti minori.
È stata una grande soddisfazione essere invitata, e una bellissima esperienza. Ho tenuto tre diversi workshop e mi sono divertita molto perché mi piace insegnare. In particolare mi è piaciuto lavorare sulle varie tecniche di realizzazione dei dettagli. Ci sono sempre più persone appassionate a quest’arte, ed è molto bello seguire il loro apprendimento.
Come mai ti sei innamorata dell’henné?
Amo tutto ciò che è nuovo, ma trovo che tutto ciò che riguarda l’henné sia estremamente affascinante. La cultura, i disegni, la preparazione: continuo ad imparare e ogni giorno scopro qualcosa di nuovo.
Mi permette di decidere come far apparire il mio corpo, di cambiarlo e di giocare con la fantasia: se un progetto non ti piace, hai la possibilità di cancellare e rifarlo.
È la forma d’arte perfetta: mi permette di utilizzare le tecniche di disegno e pittura apprese all’Accademia per creare qualcosa di completamente nuovo. Ho dipinto su carta, pareti, gioielli, dolci, ceramiche, ma la tela perfetta sono i corpi umani.
Combina il mio grande amore per la creatività e per il disegno, ma mi permette di lavorare direttamente su modelli vivi. L’henné trasforma le persone in arte vivente.
Per saperne di più: www.hennaillu.pl
Chiudono le università
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Anna Walentynowicz una delle 100 donne più influenti del secolo scorso secondo “Time”
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