traduzione it: Maciej Wilińśki
Amalfi, pittorescamente situata sulla costa dell’Italia meridionale, era già una località affollata di turisti nella seconda metà del XIX secolo. La sua popolarità era certamente dovuta alla vicinanza di Pompei e di Napoli che, grazie alle scoperte e al rapido sviluppo dell’archeologia e della storia dell’arte, suscitavano un vasto interesse. Anche tra gli aristocratici polacchi si diffuse la moda di visitare questi luoghi. Il conte Potocki, tra l’altro, rimase affascinato dagli scavi e decise persino di esplorare l’interno del Vesuvio, descrivendolo in modo estremamente interessante nel suo resoconto della spedizione. Amalfi e i suoi dintorni furono dipinti da diversi artisti. Aleksander Gierymski, appassionato viaggiatore in Italia, fu ispirato dalla Costiera Amalfitana e vi realizzò almeno due dipinti e uno schizzo. Viaggiò verso sud nell’inverno del 1897 e immortalò la zona nei dipinti “Cattedrale di Amalfi” e “Veduta di Amalfi sulla costa”, purtroppo andato perduto (oggi conosciuto solo attraverso le fotografie). Realizzò anche uno schizzo del pulpito di una chiesa di Ravello, a pochi chilometri da Amalfi.
Si dichiarò un amante del Rinascimento italiano, studiò a Monaco di Baviera per quasi sei anni; si diceva che fosse il “sacerdote della luce”. Era anche perennemente insoddisfatto di se stesso e, secondo le testimonianze dei suoi contemporanei, aveva difficoltà a finire un quadro; aveva sempre un po’ di vernice in più sul pennello, sempre un tocco in più, una pennellata in più, una linea, una macchia, un riflesso del sole o grattando via con la spatola quello che c’era per crearne uno nuovo, diverso, migliore. Chi era Aleksander Gierymski e perché i suoi quadri nascevano nel dolore di infinite modifiche e alterazioni, ricominciando tutto da capo?
Il giovane Gierymski fu ammesso all’Accademia di Belle Arti senza esami grazie al fratello Maksymilian, che ormai vi studiava. Inizialmente si inserì nella comunità di Monaco, come veniva solitamente chiamata la colonia polacca di artisti che studiavano e lavoravano lì, e si modellò in qualche modo sul fratello maggiore. Molto presto trovò la propria strada come pittore. I suoi primi dipinti portavano il segno della sua ammirazione per i coloristi veneziani, in particolare di Tiziano e Tintoretto, che entrambi i fratelli potevano ammirare nelle ricche collezioni della Pinacoteca. Dopo qualche anno, Gierymski si recò in Italia e soggiornò principalmente a Roma, nonostante in questo periodo visitasse più volte Varsavia. Dipinse quadri italiani e scene realistiche di Varsavia.
La creazione del dipinto “Il pergolato”, raccontata da Stanisław Witkiewicz, divenne famosa e avvolta nella leggenda. Gierymski iniziò a lavorare all’opera già nel 1875, ma il suo fascino e i suoi esperimenti con la luce lo portarono quasi ad ammalarsi mentalmente. Soffriva di una nevrosi che, nel caso del suo lavoro pittorico, si manifestava in una morbosa cesellatura di ogni macchia di colore e di ogni dettaglio. Il processo di creazione del dipinto, la sua probabile distruzione da parte dell’artista, i frammenti o bozzetti dell’opera monumentale sparsi in vari musei, fatti e aneddoti, pettegolezzi e scandali legati al suo lavoro creativo sono materiale per un romanzo o un film, che furono utilizzati già nel 1963 nel film “Mansarda” diretto da Konrad Nałęcki. Gli autori si basarono sul racconto di Witkiewicz e sulle lettere di Gierymski. Witkiewicz scrisse del quadro “Il pergolato” che la composizione sembrava essere stata dipinta per anni, raschiata, tirata, tutti i mezzi pittorici portati all’ultimo limite e infine, in preda a un disperato sconforto, senza raggiungere il risultato voluto, (la composizione) è stata gettata nella cornice.
Nel corso del tempo Gierymski cadde sempre di più nella nevrosi. Verso la fine della sua vita, manifestò segni di malattia mentale. Soffre di depressione e muore in un ospedale psichiatrico italiano tra il 6 e l’8 marzo 1901.
Le sue opere vengono esaminate in due modi: da un lato, viene analizzato come realista, come pittore e cronista della vita dei poveri a Varsavia, evidenziando la sua visione reportagistica della realtà; dall’altro, la sua pittura viene confrontata con le tendenze dell’Impressionismo e con l’intera tradizione artistica della luce e dell’ombra. Vale la pena ricordare che lo stesso Gierymski riteneva che ci fosse molto da imparare dagli impressionisti, ma la sua pittura, in cui studiava in modo simile la luce, era una precisa costruzione dello spazio sulla tela e si distingueva per una grande disciplina nei dettagli. Si concentrava sul luminismo ma non rinunciava ai dettagli. Il dipinto proveniente dalla collezione del Museo Nazionale di Kielce “Cattedrale di Amalfi” costituisce una combinazione dei due punti di vista del pittore, se li prendiamo come punti di partenza per un giudizio. L’opera è sia una sorta di cronaca della vita in una città italiana alla fine del XIX secolo, sia un eccezionale studio sulla luce.
Il Duomo di Amalfi, le cui origini risalgono al XIII secolo, affascinava gli artisti con la sua architettura e divenne anche il motivo principale del dipinto di Gierymski. Il suo aspetto attuale è dovuto alla ricostruzione e alla riedificazione della seconda metà del XIX secolo, intrapresa dall’architetto italiano Enrico Alvini dopo il terremoto del 1862. Prima della catastrofe, la cattedrale aveva una facciata barocca, ma si decise di ripristinare l’aspetto del periodo più antico e di tornare allo stile arabo-normanno, tipico dell’Italia meridionale.
Il quadro di Gierymski può essere analizzato in termini di documentazione, e capita che venga paragonato alla fotografia. Vale la pena estendere questa visione e prestare attenzione a valori aggiuntivi che vanno oltre il mezzo moderno della fine del XIX secolo, che era la fotografia, ovvero considerare i colori e la luce oltre ai dettagli architettonici. La fotografia dell’epoca non offriva certamente una tale qualità e fedeltà, quindi l’immagine rappresenta un valore molto più elevato. La ripresa realistica era accentuata dalla presenza di persone. Oggi la cattedrale ha lo stesso aspetto, ma non ci sono fioriste con grembiuli colorati su ampie gonne, né uomini in cilindro che salgono le scale con signore altrettanto eleganti. Tuttavia, si può notare una certa convergenza e permanenza del luogo. Il sole splende sugli stessi edifici della piccola Piazza Duomo, sulla scalinata che porta alla cattedrale e sul tempio stesso. Le stesse montagne si accumulano sullo sfondo, la torre dell’orologio misura ancora le ore. Un tempo fiori, ora frutta. Nella piazza sotto la scalinata, in grandi ceste di vimini e cassette di legno appoggiate direttamente sul marciapiede, si vendono arance e limoni maturi della varietà sfusato amalfitano, per cui è famosa la regione amalfitana.
Gierymski dipinse il quadro nell'”ora d’oro”, poco prima del tramonto, i raggi del sole quasi illuminano le decorazioni sulla facciata della cattedrale. La pietra assume calde tonalità ambrate con brillanti riflessi di bianco. Sopra la metà della scalinata, la parte superiore che brilla al sole e la facciata della chiesa contrastano con la parte inferiore in ombra grigia, con la piazza del Duomo che si estende in primo piano. L’orologio sul campanile della chiesa indica le 17:20, l’ora in cui i raggi del sole sono più intensi, ma non arrivano più in tutte le parti. Grazie ai contrasti della luce e alla gestione del colore, il dipinto mostra che il terreno sale dal primo piano verso i giardini terrazzati e gli edifici che emergono tra la torre e la sommità della facciata, per stagliarsi contro il cielo con picchi rocciosi. Gierymski era un attento osservatore e aveva una grande consapevolezza del colore. La facciata della cattedrale e la torre dell’orologio risplendono nella luce che rende ancora più nitido ogni dettaglio architettonico. Per un edificio in stile arabo-normanno, questa era un’enorme sfida artistica, poiché la sua decoratività fu pensata per evocare stupore e giochi di luce sui numerosi dettagli scultorei e sulla pietra variegata generando un vero e proprio mosaico colorato e scintillante.
Come scrisse Bolesław Prus, che all’epoca parlava spesso dell’arte polacca, ‘Gierymski non è né un pittore di “genere”, né un pittore di “storia”, né un “fotografo”, ma piuttosto un sacerdote della luce, di cui ripercorre i misteri e ce ne insegna le bellezze’. L’opera potrebbe essere stata in parte realizzata all’aperto, ma sappiamo che Gierymski la completò solo due anni dopo, ormai a Parigi. Lo testimoniano la firma e la data in basso a destra: “A.GIERYMSKI 99”.
L’Amalfi di oggi offre ai turisti un’esperienza estetica simile a quella di cento anni fa? È una delle centinaia di città italiane che si vorrebbero visitare sotto il bel sole pomeridiano. A parte la Cattedrale di Sant’Andrea, con le reliquie di Sant’Andrea Apostolo portate in città dopo la quarta crociata, e il tentativo di confrontarsi con la fotografia contemporanea con il dipinto di Gierymski, ci sono alcuni luoghi bellissimi che meritano di essere visitati. Ad Amalfi non mancano e sono certamente in grado di attirare il nostro sguardo più a lungo, magari non per i due anni che Gierymski ha trascorso a dipingere la vista della cattedrale e le colline rocciose in profondità, ma almeno per un momento, per un bicchiere di limoncello fatto con limoni locali sotto l’ombrellone di un caffè in Piazza Duomo, per vedere se i colori del sole pomeridiano sono cambiati negli ultimi cento anni o per lasciarsi andare alla festa estetica dell’”ora d’oro” e percepire così il dolce far niente italiano.





























Il libro “Polveri d’ambra” raccoglie leggende delle terre polacche, aree che hanno avuto confini mutevoli e per questo sottolineo la multiculturalità della Polonia e i cambiamenti storici avvenuti nei secoli. Ovviamente non si tratta di una semplice versione italiana di alcune leggende, c’è anche un’analisi sulle loro origini. Le storie che ho scelto sono legate ai posti autentici che possiamo visitare ed esplorare più profondamente. È quindi un modo di incoraggiare i lettori a visitare la Polonia pensando alle leggende. “Polveri d’ambra”
Invito il lettore a esplorare la Polonia anche nella seconda pubblicazione, “Nowa Huta, la città ideale”. Mi interessa l’architettura, soprattutto quella del XX secolo, che purtroppo è spesso legata ai totalitarismi. Oggi in Polonia tale architettura, in parte modernista e in parte del realismo socialista, è in certa misura sgradita. Vivendo a Cracovia, ho conosciuto Nowa Huta. A mio avviso questa città è un fenomeno unico a livello mondiale. Rappresenta uno degli esempi più importanti dell’architettura del realismo socialista e allo stesso tempo una parte importante della storia dei polacchi. È una città costruita da zero, non solo per quanto riguarda l’urbanistica, ma anche socialmente. Non celebro l’architettura comunista come tale, piuttosto richiamo l’attenzione sulle persone che sono arrivate a Nowa Huta da tutta la Polonia per edificare la città e che poi hanno combattuto per la democrazia. Ricordiamo lo sciopero nel Kombinat e gli scontri contro il regime.

All’epoca ero una ambasciatrice del programma Skills for Tomorrow di Google. Gli spettacoli dal vivo organizzati con me sono stati seguiti da diverse migliaia di giovani! Naturalmente, oltre al sostegno della famiglia e degli amici, sono stati questi “caffè della domenica” a darmi la motivazione più forte. Nel giro di poco tempo, sul mio profilo Instagram (
Si può descrivere più semplicemente come eco-volontariato. In cambio di 4-5 ore di lavoro al giorno nelle fattorie, si riceve vitto e alloggio. Tutte le eco-fattorie italiane possono essere consultate sulla piattaforma wwoof.it, basta candidarsi nella data prescelta e concordare i dettagli. Finora ho fatto quattro viaggi di volontariato di diverse settimane. Ho raccolto lavanda, dato da mangiare alle capre, piantato lattuga, lignificato pomodori, piantato un nuovo vigneto, lavato piatti in un ristorante, diserbato aiuole, innaffiato fiori, fatto creme per il corpo, liquori di ciliegie e marmellate di ribes, ma anche pulito, cucinato e, quando potevo, ho preparato “pane polacco” e fatto i pierogi! Dedicavo alla fattoria le mattine e lavoravo “per conto mio” la maggior parte dei pomeriggi e delle sere. Devo ammettere che questo non è idilliaco, soprattutto a lungo termine. La considero anche una strada accidentata e a volte difficile, ma è la migliore e più veloce per scoprire se stessi.
È bene essere realisti. Non tutti i nomadi digitali lavorano da un’amaca. Pensate a voi stessi: avete bisogno di un posto dove collegare il caricabatterie, e quando lavorate per diverse ore avete bisogno di un tavolo o di una sedia. È anche importante che ci sia ombra, in modo da poter vedere tutto ciò che appare sullo schermo, e che ci sia silenzio: in una fattoria stavo lavorando a un tavolo in un ristorante, e poco prima della mia chiamata, quando avevo già sistemato la struttura e collegato tutto, il figlio del padrone di casa e i suoi amici hanno iniziato a suonare la batteria. La chiave, ovviamente, è internet. Finora mi sono affidata a luoghi con accesso a internet o al roaming. È bene tenere presente che, per gli italiani, l’accesso a Internet non implica necessariamente un’ottima velocità e una connessione costante.