Quando si parla di bollicine italiane Franciacorta e Prosecco sono tra i nomi dei vini più ricorrenti ed apprezzati in tutto il mondo, compagni ideali di brindisi importanti durante le feste.
Sebbene entrambi i vini spumanti, categoria alla quale appartengono, per ottenere le amate bollicine partano da vini di base sottoposti a rifermentazione, dopo quella alcolica, diverse sono le differenze tra questi due grandi prodotti. Scopriamole insieme.
Le prime differenze fanno riferimento all’ambito territoriale di produzione e al tipo di uve di base utilizzate: il Prosecco viene infatti prodotto da uve Glera coltivate nel Nord-Est d’Italia, nelle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia; il Franciacorta, invece è prodotto in Lombardia, nella provincia di Brescia, con uve Chardonnay e Pinot nero, ma ancora, la differenza fondamentale tra questi due prodotti, risiede nel metodo di produzione.
Per il Prosecco, sia DOC sia DOCG, il metodo Charmat-Martinotti, brevettato nel 1890 dall’astigiano Martinotti ed in seguito nel 1910 dal francese Eugène Charmat, utilizza uve Glera per almeno l’85% e, al termine della prima fermentazione, che avviene in cisterne, il vino base passa alla fase di “presa di spuma”, seconda fermentazione, in contenitori chiamati autoclavi restituendo spumanti giovani, caratterizzati da una spiccata freschezza nei quali risaltano principalmente aromi fruttati e freschi.
Il Franciacorta è prodotto con uve Chardonnay e Pinot nero e viene spumantizzato con il cosiddetto metodo classico utilizzato per ottenere tutte le grandi bollicine trentine e di Champagne.
Seguendo questa procedura, al termine della prima fermentazione, il vino viene imbottigliato con lieviti e zuccheri, rimanendovi per un minimo di 18 mesi, periodo in cui subisce la “presa di spuma”. Nei mesi di posa, i lieviti trasformano lo zucchero in anidride carbonica e alcol, rilasciando al vino sentori secondari quali: crosta di pane, nocciola, vaniglia, caramello ecc. In questo processo produttivo, la manualità e la presenza dell’uomo è fondamentale poiché le bottiglie, durante la seconda fermentazione, vengono periodicamente ruotate, in modo da raggiungere una posizione da orizzontale a verticale a testa in giù, attraverso un processo chiamato “remuage”, che impedisce ai lieviti di depositarsi sulla pancia della bottiglia. Passati i mesi di posa e dopo aver accuratamente spostato le bottiglie tramite il processo di remuage si passa alla rimozione dei lieviti esausti procedendo alla “sboccatura” ed infine al “dosaggio” ovvero un rabbocco che ne determina il residuo zuccherino.
Prosecco e Franciacorta possono essere accompagnati da termini come: pas dosè, brut, extra dry, dry e demi sec. Che definiscono il residuo zuccherino in scala, dai più secchi ai più dolci.
Per scegliere al meglio le vostre bollicine ricordate che quando parliamo di Prosecco, facciamo riferimento ad un vino giovane e fresco che risulta pronto già appena imbottigliato
per il quale non è previsto un lungo invecchiamento, che anzi, preferisce essere bevuto giovane, o, come nel caso del Prosecco Cartizze, di piccolissima produzione, abbinato ad un
classico panettone o pandoro. Al contrario con il Franciacorta si parla principalmente di un vino a lungo invecchiamento che pertanto presenta una certa complessità, ottimo come aperitivo ma che sposa bene anche piatti a base di pesce, tipici della tradizione culinaria italiana.
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anche il posto dove (non a caso, il termine) si realizza – terzo al mondo – un desiderio a lungo rincorso, quello di esserci materialmente a testimoniare tradizioni e cultura ebraiche, ma non solo. (…) progetto unico e originale, il Libro da scrivere, un taccuino ed insieme una raccolta di citazioni e fotografi e che è praticamente un vero e proprio marchio della casa editrice. (Marilena Toscano, dall’articolo apparso il 1 novembre 2022 sul quotidiano “La Sicilia”).

per il Disegno Industriale, che vede coinvolta la rete delle ambasciate, consolati, istituti italiani di cultura e gli uffici di ICEAgenzia all’estero. “Il design è un elemento importante nella rappresentazione del settore produttivo italiano perché mette coinvolge una enorme e diversa serie di competenze artigianali e industriali”, ha dichiarato Luca Franchetti-
Pardo ambasciatore d’Italia designato in Polonia ricordando anche la candidatura di Roma ad ospitare Expo 2030. “Il design è una delle migliori sintesi tra cultura e sistema industriale italiano, un valore che affonda le radici ai tempi delle eccellenze dell’Italia dei Comuni, quando gli Stati della Penisola si sfidavano in bellezza e qualità artistica. Naturalmente l’apice del design come lo intendiamo oggi è legato al periodo del boom economico degli anni Sessanta quando si creò il concetto di Made in Italy”, ha sottolineato Fabio Troisi direttore dell’Istituto Italiano di
Cultura di Varsavia. Paolo Lemma, direttore dell’Ufficio ICE di Varsavia, ha poi presentato le aziende e gli oggetti esposti ricordando da un lato il contributo all’evento dato da Simone Balzani, ex responsabile commerciale dell’Ambasciata italiana in Polonia e poi il contributo alla mostra di tante aziende polacche che investono nella promozione e vendita del design italiano in Polonia. Tema della mostra, che resterà aperta fino al 2 aprile 2023, è “La qualità che illumina. L’energia del design per le persone e per l’ambiente” in cui possiamo ammirare una selezione di lampade storiche provenienti dalla collezione privata Fulvio Ferrari “Luce: lampade di design italiane 1950>2000” (a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia) e di lampade di design contemporaneo di alcune delle più note aziende italiane del settore (a cura di ICE/ITA-Italian Trade Agency di Varsavia). Nello spazio espositivo sono previste anche due conferenze il 21 e 22 marzo.
La prima tappa di questa avventura risponde al nome di Bondarte, un esiguo gruppo di case quasi nascoste tra le colline che vanno a formare un autentico museo a cielo aperto, grazie a splendidi dipinti, mosaici e sculture. Forse il luogo meno “di grido” della giornata, ma certo il più calzante con la mia idea di turismo selezionato e peculiare.
Ricaricate le pile con un gustoso pranzo tipico, è tempo del preannunciato cuore della giornata, uno dei luoghi di culto più importanti di tutto il Nord Italia, ossia il Santuario di Oropa, dedicato alla Madonna Nera. A rendere più fruttuosa l’esperienza in loco una esaustiva visita guidata con Linda Angeli, responsabile della comunicazione del Santuario, disponibile ed illuminante per comprendere appieno la storia e le specificità del complesso.
Un elemento di vicinanza con la Polonia è ovviamente la già detta presenza della Madonna Nera, come nell’importante centro di Jasna Góra. Il legame è concreto: l’inno di Oropa ricalca la musicalità di quello cantato a Częstochowa, ed inoltre un importante convegno del 2010, organizzato dai piemontesi sul tema delle madonne nere, ha visto la preziosa partecipazione dei polacchi. La statua lignea di Oropa è stata peraltro da poco impreziosita di una componente in assoluto unica nel suo genere, un Manto della Misericordia, ultimato già in piena pandemia, nella primavera del 2020, ma presentato soltanto nell’agosto 2021, lungo 25 metri e formato da 15 mila pezzi di stoffa donati da migliaia di persone, che hanno lasciato un’intenzione di preghiera insieme al proprio tassello. Linda Angeli spende poi due parole sul Sacro Monte di Oropa, che sorge proprio al fianco del Santuario: “Patrimonio Mondiale Unesco dell’Umanità assieme agli altri otto Sacri Monti di Piemonte e Lombardia, è dedicato alla storia della vita di Maria. Ci sono 12 cappelle con statue di terracotta, dall’Immacolata Concezione fino all’Incoronazione. Era un modo per avvicinare i pellegrini, soprattutto nel 1600 e 1700, a quella che era la storia della Madonna, e farla conoscere attraverso mestieri e abiti tradizionali, avvicinandola alla quotidianità che la gente viveva”.
Terminata la visita in quel di Oropa, è tempo di ridiscendere verso la pianura per le ultime due tappe del ricco itinerario. Dapprima il Ricetto di Candelo, una fortificazione medievale che era destinata alla custodia di beni, quali prodotti agricoli e vinicoli, per ogni evenienza. Muovendosi tra le vie di ciottoli di questa struttura, tra le meglio conservate in Europa del suo tipo sembra davvero di fare un salto indietro nel tempo. Ed infine, a pochi minuti di distanza, non si può che chiudere il programma con la città capoluogo di provincia: Biella. Dopo una passeggiata per il centro della “capitale della lana”, tra il Duomo di Santo Stefano in stile neogotico (visitato nel suo particolarissimo interno) e il Battistero di San Giovanni di epoca romanica, è tempo di cenare ripensando a tutto quanto visto nell’arco della giornata, prima di ritornare poi a casa incredibilmente arricchito, come tutte le volte in cui posso dedicare del tempo a questo genere di esperienze.




