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Intreccio di amicizia e amore (Parte 1)

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Joanna Ewa Janusz

Mi trovavo quell’estate, come tutti gli anni, in vacanze in un posto al sud della Polonia sul lago Ro?nowskie vicino a Nowy S?cz, nome difficile da pronunciare “Zbyszyce”, un posto però che ha segnato il percorso di tutta la mia vita. Com’è abitudine nella mia famiglia, allora ancora composta di tre figli adolescenti, due fratelli ed io, stavamo prendendo il caffè quando dalle finestre vediamo entrare nel cortile della parrocchia 4 persone, di cui tre erano vestiti da “stranieri” con un prete polacco che avevamo conosciuto anni or sono. Mio papà entusiasta alla vista degli ospiti, si affaccia dalla finestra della casa parrocchiale e guardando le scarpe degli arrivati, indovina immediatamente la loro provenienza, salutandoli con un italiano perfetto: “Benvenuti Italiani”. Tutti quanti rimangono sorpresi dalla accoglienza fatta in italiano e si fermano sbalorditi. Ci affrettiamo per capire il motivo della visita e il prete ci fa capire che i suoi amici si trovano in Polonia per cercare le orme del lontano antenato della signora Mariadele. La conversazione si fa sempre più animata tra mio papà e Aroldo, il marito della signora, come se i due si conoscessero da sempre. Tutti quanti per fortuna parliamo qualche lingua straniera e cerchiamo di fornire più informazioni possibili sul posto dove ci troviamo. Non posso dimenticare e non ricordare il caro prete Jan che a tutti costi voleva dare le spiegazioni sulla chiesa sia in italiano che in latino con qualche parola in inglese. Pian piano ci incamminavamo verso la chiesetta antica di stile barocco e non smettevamo di chiacchierare con delle persone meravigliose con una grande conoscenza della storia del mio paese. Essendo anche mio papà appassionato di storia, la scintilla di reciproca intesa tra i due scatta a tal punto da scambiarsi gli indirizzi per poi far evolvere il nostro incontro casuale di Zbyszyce in un qualcosa che durerà nei tempi. Il tempo scorre come in una favola con un lieto fine ma più che fine l’inizio di una amicizia profonda. Meno male che ho il papà che ama tenere la corrispondenza, un romantico polacco, oserei dire. Non solo un medico ma un poeta di passione con un grande amore per la storia del suo paese. Così dopo un anno di scambio regolare di corrispondenza con Aroldo che ci lasciava senza parole ogni volta che ci scriveva le sue lettere (poi scopriremo che Aroldo a parte essere un professore, è anche uno scrittore), progettiamo il primo viaggio a Lecco da un invito così caloroso dei nostri amici italiani.

Preparativi su preparativi e l’emozione di conoscere tutta la famiglia degli amici di Lecco. Erano ancora tempi bui in Polonia dopo il crollo del muro di Berlino ma siamo ottimisti nell’attraversare le frontiere. Intanto i mesi passano e arriva il fatidico giorno di agosto in cui saliamo in una macchina piena di bagagli e partiamo. La strada è stata tracciata da mia mamma molti mesi prima che pensava sarebbe stata la via più breve e più sicura per arrivare a Lecco, compresa la consulenza addirittura di un ex soldato che aveva fatto nel passato tanti viaggi.

Le prime ore di viaggio scorrono come niente fosse senza troppi problemi alle frontiere, tranne qualche controllo di routine, ahimè, e pensiamo di pernottare in un paesino austriaco non lontano dalla frontiera con l’Italia, ormai vicina. Tutto ci sembra irreale sia a noi adolescenti, usciti per la prima volta dai confini della Polonia, che ai miei genitori con mia mamma super autista e mio padre preoccupato. Arrivati sul posto, verso le ore serali, troviamo un motel dotato di tutti comfort e piscina con un splendido paesaggio montuoso in campagna in stile “bavarese”. Dormiamo esausti dopo la prima tappa del viaggio e emozionati  al pensiero di rivedere il giorno dopo tutta la famiglia di Mariadele e Aroldo.

Al mattino seguente, dopo una buonissima colazione, ripartiamo ormai fiduciosi nella fine imminente del viaggio. Purtroppo all’arrivare ai piedi del Passo dello Stelvio, il buon umore all’improvviso svanisce e tanta paura ci assale a vedere la cima e la strada montuosa che si snoda fino alla fine della cima lontana e irraggiungibile. Mio papà ci impauriamo e vogliamo rinunciare, mentre mia mamma ottimista di natura con i miei fratelli non si arrendono e andiamo avanti. Guardiamo in alto ma la strada sembra non avere fine. Vediamo gli altri autisti tranquilli. Con la nostra Audi grande viaggiamo sulle curve piccole di un passo, uno dei più alti in Europa. Ci stiamo rendendo conto che la via scelta con grande cura sulla cartina analizzata da tante persone sembra non sia stata interepretata correttamente. A fatica arriviamo in cima ma non è finita. Sentiamo il fresco della montagna con l’immagine indimenticabile del posto infernale ma bello. Iniziamo a scendere poco alla volta, sollevati, quando all’improvviso i freni della nostra Audi smettono di reggere. Sento la brusca frenata di mia madre e il suo rifiuto, per la prima volta, di procedere. La Provvidenza che ci guidava nel corso di tutto il nostro viaggio non ci fa rimanere a piedi, neanche ci accorgiamo e c’è una famiglia italiana che prende l’iniziativa. Il marito determinato sale sulla nostra macchina ed accompagna mio padre e i miei fratelli quasi fino a Bormio, mentre io e mia madre saliamo sulla macchina dei nostri soccorritori guidata da una coraggiosa signora. La signora ci fa capire che la tecnica per scendere dalla montagna esiste e non bisogna lasciarsi prendere dal panico.

Arriviamo a Bormio di notte, non manca molto a Lecco. Avvisati della nostra avventura i nostri amici lecchesi, ripartiamo. Tante gallerie ci accompagnano fino a Lecco. L’aria tiepida ci fa capire che siamo di nuovo in pianura. Arriviamo a Lecco alle 2 di notte ed i nostri amici, nonostante l’ora, ci attendono svegli a braccia aperte. Che bello vedere Lecco alla luce dei lampioni e la gente serena che cammina sul lungo lago che a vederci, gridano amichevolmente: Ciao Polacchi, Papa Wojty?a, “Solidarno?? evviva”. Che accoglienza dopo le vicissitudini sullo Stelvio. Ancora un momento e siamo in via Roma dai nostri cari che svegli nella notte vogliono darci un benvenuto caloroso. Mariadele con la cena pronta ma io emozionata non riesco mangiare, tutto sembra incredibile. Di notte non chiudo occhio. L’afa per noi sconosciuta ci impedisce a dormire. Un caldo che non abbiamo mai provato. La mattina seguente sentiamo il fruscìo piacevole di casa e lo squillare del telefono ininterrottamente . Ci svegliamo sereni con Mariadele che si assenta dal lavoro per stare un po’ con noi. Si sente l’odore del buon caffè italiano e la lingua italiana che mi fa nascere il desiderio di apprenderla il prima possibile almeno così come lo sa mia nonna paterna. Nella mia famiglia da parte di mio papà, tutti quanti parlano italiano per merito della nonna Krystyna. La nonna che nel passato ostacolata da varie difficoltà politiche e tecniche è riuscita nonostante tutto a trascorre un po’ di tempo in Toscana ed Umbria e studiare italiano presso l’Università di Perugia per Stranieri. Il mio desiderio viene captato da Aroldo che mi fa conoscere l’Università di Bergamo con la facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Allora mi mancavano ancora due anni all’esame di maturità ma il pensiero di poter studiare e laurearmi a Bergamo mi aiuta nell’apprendimento dell’italiano. Dopo due settimane trascorse con i nostri amici sul lago, uno dei più belli che si possa immaginare, e con il carico di nozioni sulla storia di Lecco e dei dintorni, ritorniamo in Polonia. So già cosa scegliere dopo il liceo. Poco tempo prima ero ancora indecisa tra medicina e musica ma ora so che voglio studiare le lingue in Italia, a Bergamo. Inizia un duro lavoro quotidiano in cui affronto inizialmente con l’aiuto di papà, la grammatica italiana. Ho solamente due anni per preparami all’esame di ammissione all’università ma l’idea di poter compiere gli studi a Bergamo con l’aiuto dei nostri cari amici, mi dà le ali. Non mi arrendo neanche di fronte al congiuntivo che mi spiazza un po’ ma vengo aiutata dalla nonna. Purtroppo le difficoltà per poter sbrigare i documenti per fare la domanda di ammissione all’università, ci scoraggiano ma Aroldo ci aiuta con il suo intervento presso l’ambasciata. A quei tempi era fondamentale l’invito dei cittadini italiani per poter andare in Italia. Così iniziamo le pratiche ufficiali e il mio sogno si sta avvicinando ma forse neanche mi sto rendendo conto di cosa sto per fare. Studiare all’università italiana con la mia conoscenza vaga dell’italiano studiato da sola. Un altro momento di difficoltà a livello burocratico ma entra in scena mamma, allora appena dopo aver partorito il mio terzo fratellino. Chiama l’ambasciata di Warszawa di persona. Posso fare l’ultimo viaggio a Warszawa e questa volta è l’ultimo il viaggio per ritirare il documento mancante  necessario per l’università di Bergamo. Nel frattempo siamo sempre in contatto amichevole con i nostri amici. Certo nella mia mente sorgono dei dubbi se me la caverò e naturalmente subentra la paura della lontananza ma io non mollo il mio sogno. Voglio studiare a Bergamo. Poter formarmi in Italia come una volta lo facevano i miei compatrioti durante il periodo di Rinascimento mi rende predisposta a sopportare tutto. Arrivo presto all’esame di maturità e poi il fatidico settembre. Partiamo per Bergamo io, papà e Aroldo ed io e fra poco potrò sostenere l’esame. Ho studiato tanto, ogni giorno ripassavo tutto quanto ma sento altri candidati stranieri davanti alla porta che parlano italiano in maniera libera e disinvolta. “Cosa ci faccio qui, mi domando tremante”. Danno meno di  dieci posti per i candidati dall’estero. Invece al momento dell’esame, l’emozione cala e sento che rispondo a tutte le domande del professore. Inizio sentire più sicurezza e convinzione. Finito l’esame sento le parole: “Vada in segreteria per informarsi cosa occorre per fare l’iscrizione”. Non mi sembra ancora vero il buon Aroldo è sorridente e fiducioso. Così, dopo due mesi circa, arrivo da sola con un pullman dalla Polonia per iniziare una sfida grandissima che mi sono scelta io. Aroldo mi attende alla stazione e poi ci rechiamo a casa con il treno. (prima parte – continua nel prossimo numero)

 

Tricologia- la scoperta della cosmetologica industria italiana

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Magdalena Radziszewska

L’Italia senza dubbi può essere chiamata la culla di bellezza. E questa volta non dico di bellezza dei paesaggi , dell’architettura oppure di marchi italiani di fama mondiale o di design italiano, apprezzato in tutto il mondo. L’Italia è  il posto, in cui si è diffuso molto il campo di cosmetologia, cioè il settore di dermatologia che si occupa del trattamento e della cura di pelle.  Proprio lì, in Italia,  è nato sempre poco conosciuto, ma estremamente interessante, un nuovo ramo della scienza – Tricologia, la cui essenza  vorrei presentarVi.

E’ un nuovo campo della scienza in via di sviluppo ,dal confine tra medicina estetica e dermatologia. Si occupa di tutti i casi di caduta di capelli, il che si rivela un disturbo sempre più frequnte in tutto il mondo. La fonte di un problema del genere si dovrebbe rintracciare sia nel tessuto di salute che in condizioni nocivi in cui viviamo. Al gruppo di fattori più frequenti che causano dei problemi con la cute  e la caduta di capelli appartengono l’ambiente inquinato, lo stress ed anche la radiazione trasmessa dai PC e cellulari. A chi è alle prese con i problemi “sulla testa”  si raccomanda una dieta speciale, ricca di pesci di mare, noci, mandorle, I noccioli delle zucche, carne rossa e latticini ed uova.

Tutti i fattori dannosi, sia della salute che quelli ambientali, fanno sì che il sangue nella cute  circola più lentamente e nel conseguenza i pori piliferi diventano “ addormentati” . Li si può svegliare solamente fornirli con adeguate sostanze nutrive .

Lo precursore della tricologia era Enzo Formentini, un professore dell’Università di Bologna che durante la ricercha di metodi alternativi della cura di malattie della cute ha scoperto metodi efficaci nel trattamento di questi disturbi.

Professore Formentini, basandosi ad ingredienti naturali, ha creato dei prodotti comprendenti, fra l’altro, acidi di frutta, proteine, minerali ed essenza d’erbe che creano assortimenti di sostanze attive, scelte individualmente per ogni tipo della malattia.

Il fine di Tricologia è il riconoscimento di causa e di tipo di malattia che si identifica con l’aiuto di una microcamera. La cute ed i pori piliferi vengono osservati  due cento volte maggiori. Nel caso di asserzione anche dei più piccoli sintomi della malattia nei pori piliferi, viene applicata una cura che è un’unione di interventi di Tricologia ed un trattamento medico.

Fondata dal professore Formentini, Tricologia pian piano si diffonde anche In Polonia. In città maggiori, come Varsavia, Cracovia o Poznan, è stata creata già qualche clinica di Tricologia e l’interessamento di questo nuovo ramo della scienza aumenta sempre. Tricologia è un metodo estremamente efficace  nella battaglia con malattie della cute e con la caduta di capelli. Succede spesso che una cura riuscita permette a un paziente evitare l’uso dei metodi più radicali, come per esempio un trapianto di capelli.

Per quanto riguarda farmaci e cosmetici usati durante cure di Tricologia, primeggiano prodotti spagnoli ed italiani. In generale, l’industria estetica in Polonia prende gusto soprattutto a  ben conosicute ed apprezzate da consumenti marche italiane, come per esempio Sweet Skin System, Sculptura o Sweet Skin Solar. Esistono anche delle aziende, come fondata nel 1997 ‘Italian Beauty’, che si occupano esclusivamente d’importazione di prodotti delle migliori aziende italiane nel mercato cosmetico in Polonia.

Devo ammettere che la frase “Bella Italia” adesso mi sembra  giusta come mai prima!

Moje wspomnienie maestra Franco Califano

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Matteo Mazzucca

Poznaliśmy się w jednej z rzymskich restauracji, kiedy miałem 20 lat. Moi przyjaciele zaprosili mnie na kolację i w ten sposób usiadłem przy stole ze słynnym piosenkarzem i autorem teksów – Franco Califano.

Franco od razu zrobił na mnie wrażenie swoją prostotą i szczerością. Sympatyczny, o zawadiackim spojrzeniu, ale bardzo szczery. Kiedy go poznałem miał 60 lat, ale wydawało się jakby przeżył ich co najmniej 120. Właśnie dlatego był nazywany „Maestro”. Oprócz tego, że był wielkim artystą, Franco był także człowiekiem o ogromnym doświadczeniu życiowym.

Tego wieczoru, w trakcie kolacji, miałem możliwość długo rozmawiać z Franco. Uwielbiał zawierać przyjaźnie z młodymi ludźmi. Był otwarty. Ja wtedy byłem jeszcze studentem i niewiele wiedziałem o życiu. Spotkanie z Franco Califano z pewnością było dla mnie decydujące. Jego muzyka od zawsze mnie inspirowała i to właśnie dzięki niemu i jego radom postanowiłem zostać piosenkarzem.

Franco Califano był nie tylko wielkim artystą i autorem piosenek, ale także znanym playboyem rzymskiego Dolce Vita. Był autorem tekstów pięknych piosenek, napisał takie hity, jak: „Un grande amore e niente più”,dzięki któremu Peppino Di Capri wygrał festiwal Sanremo, „Minuetto” dla Mii Martini, „Un’estate fa” dla Miny, „La musica è finita” dla Ornelli Vanoni oraz „E la chiamano estate” dla Bruna Martino. Ostatnio współpracował także z Negramaro i z Federico Zampaglione (Tiromancino).

Franco Califano zmarł 30 marca 2013, mając 74 lata.

Tak, jak mówi tekst jednego z jego utworów „Un tempo piccolo”, Franco przyszedł na świat „pod gwiazdami”. Tak to właśnie mamie Franco, będącej na pokładzie samolotu, który przelatywał nad niebem Tripoli, odeszły wody i samolot musiał nagle wylądować, aby pozwolić przyjść na świat małemu Franco.

Lubię myśleć, że odszedł w takim sam sposób, jak przyszedł na świat: z nieba.

W jednym z ostatnich wywiadów zapytano go: „Jeśli twoje życie skończyłoby się teraz, co byś powiedział?”. Franco w odpowiedzi zacytował tytuł jednej z swoich piosenek: „Non escludo il ritorno” (Nie wykluczam powrotu).

Ciao Franco!

Il seminario “GREEN ENERGY FOR AERONAUTIC AND AUTOMOTIVE APPLICATIONS”

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Il 17 aprile 2013, l’Istituto di Aviazione di Varsavia

 L’importanza dello sviluppo sostenibile, in particolare dell’uso di fonti energetiche alternative a basso impatto ambientale, è stato uno dei temi principali di un seminario italo-polacco, tenutosi il 17 aprile 2013 all’Istituto di Aviazione ed organizzato dall’Ambasciata della Repubblica Italiana, dall’Istituto Italiano di Cultura e dall’ICE.

 Sono stati presentati i risultati delle recenti ricerche effettuate dagli scienziati italiani e polacchi relative alla varietà delle fonti di energia e al suo possibile utilizzo in vari veicoli. Si tratta soprattutto di soluzioni tecnologioche che utilizzano l’idrogeno, l’energia solare, i biocarburanti, i motori elettirci o di ultima generazione, alimentati da gas naturale.

 Il seminario è stato inaugurato da sua eccellenza l’Ambasciatore d’Italia in Polonia, Riccardo Guariglia; dopo i discorsi di apertura del direttore dell’Istituto di Aviazione, ing. Witold Wi?niowski e del direttore dell’ICE a Varsavia, Giuseppe Federico, sono state presentate le tecnologie per le diverse soluzioni di alimentazione del motore. Quest’argomento è stato sviluppato dal professore Giulio Romeo del Politecnico di Torino, dall’ing. Krzysztof Drabark del Politecnico di Varsavia e dall’ing. Zbigniew P?gowski dell’Istituto di Aviazione.

 La sessione è terminata con il discorso del direttore IVECO Polska, ing. Piotr Wójcik, che ha dato testimonianza all’impegno dell’IVECO, grande gruppo industriale europeo nel settore automobilistico, nell’ambito del duetto “Ambiente e Economia”, del gruppo che offre una vasta gamma di veicoli alimentati a gas naturale.

 Ha avuto un’importanza rilevante la presentazione del prof. Giulio Romeo sulla realizzazione del primo aereo in Europa e nel mondo che, alimentato da idrogeno, in grado di non inquinare l’ambiente. Il progetto che è stato finanziato dalla Commissione Europea e coordinato dal prof. Giulio Romeo è terminato con dei test positivi per gli aerei di nuova costruzione.

 L’esperienza e le ricerche del Politecnico di Varsavia, rappresntate dall’ing. Krzysztof Drabark, hanno illustrato il successo di un motoaliante con un motore elettrico senza emissioni di CO2, che nel 2012 ha superato i test per gli aerei di nuova costruzione.

 Infine l’ing. Zbigniew P?gowski dell’Istituto di Aviazione ha elencato le conseguenze dell’uso della tecnologia dei biocarburanti nel settore automobilistico e aeronautico.

 Il seminario ha radunato ben 50 rappresentanti delle istituzioni e delle aziende del settore aeronautico e automobilistico, scienziati, ingegneri e i media degli entrambi i Paesi.

Il ghetto di Varsavia, 70 anni dopo

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Leonardo A. Losito

L’inaugurazione a metà aprile a Varsavia di quello che probabilmente sarà il più importante museo ebraico d’Europa, coincide con il 70° anniversario dello scoppio dell’insurrezione del ghetto di Varsavia (19 aprile 1943), che storicamente rappresentò il primo episodio europeo di resistenza armata alle forze armate naziste. Le polemiche sulla memoria non sono mai mancate: i negazionisti ancora si accaniscono (specie nell’Iran degli ayatollah, ma non solo lì) a smentire la stessa esistenza dell’Olocausto ed a considerare la sanguinosa repressione nazista della rivolta del ghetto (conclusasi un mese dopo con la distruzione del quartiere ebraico ordinata dal generale Stroop delle SS) come una semplice operazione di polizia.

In questi giorni, si discute a Varsavia sulla proposta del governo Tusk di erigere accanto al museo ebraico appena inaugurato, un memoriale per i giusti fra i non ebrei: quelli che anche a costo della propria vita tentarono, spesso riuscendoci, di salvare molti ebrei dalla Shoah. La stessa Comunità ebraica appare divisa su questo argomento. Alcuni autorevoli esponenti ritengono che non sia questo né il luogo né il momento più opportuno per ricordare il pur innegabile eroismo di circa seimila polacchi, accanto al museo della millenaria esistenza ebraica, nella ricorrenza della distruzione del ghetto. Altri invece sostengono che sia non solo lecito, ma addirittura opportuno riconoscere un monumento ai giusti polacchi: specie in un momento in cui un po’ dappertutto in Europa i nazionalismi e le tensioni antisemite riacquistano virulenza.

La questione è estremamente complessa, anche perché si tratta di accostare sensibilità ed esigenze di profonda diversità sia storica che concettuale, su cui è difficilissimo applicare dei criteri di condivisa ed oggettiva analisi valoriale. Non tutti i polacchi erano (e sono) ostili agli ebrei, e questo è un fatto. Altrettanto innegabile è però che frizioni, incomprensioni e pregiudizi a carico degli ebrei siano ancora diffusi nel tessuto sociale polacco. Nella sola Varsavia, una recente rilevazione a campione fatta effettuare dalla locale Comunità ebraica tra 1250 studenti di età liceale, mostra che ben oltre il 40% degli interpellati non vorrebbe avere compagni di classe o vicini di casa ebrei. La percentuale sale poi al 60% per coloro i quali non li vorrebbe avere come partner sentimentale. E ciò che preoccupa è che sono dei giovani ad esprimersi in tal senso.

E in Italia, per fare un altro esempio, cosa si legge sull’argomento? Non c’e’ dubbio che non manchino pubblicazioni serie e rigorose per onestà di contenuti. Case editrici come La Giuntina di Firenze, Sellerio ed altre hanno un catalogo fornitissimo e mirato sulla questione complessiva dell’ebraismo, con titoli di tutto rispetto. Accade però anche che una casa editrice genovese di dichiarato orientamento apologetico su fatti e figure del nazismo, pubblichi senza che nessuno ne abbia mai fatto un problema l’unica edizione acriticamente disponibile in italiano del rapporto del generale Stroop delle SS (quello che scrisse trionfalisticamente ad Himmler che A Varsavia non esiste più un quartiere ebraico), con un’altrettanto ignobile prefazione dell’ineffabile negazionista francese Robert Faurisson.

Lo stesso, per intenderci, ospite d’onore ed acclamato maitre a penser delle periodiche adunate antisemite ed anti-israeliane del Presidente iraniano Ahmadinejad, che puntualmente ne magnifica le teorie e gli scritti: in base ai quali le camere a gas e l’Olocausto sarebbero un’invenzione propagandistica della stampa filo-israeliana; o che non sarebbero mai stati sterminati dai nazisti 6 milioni di ebrei: ne morirono, sì, circa 500.000, ma per cause che andrebbero — stando a quanto farnetica monsieur Faurisson — dalla durezza dei campi di lavori forzato, alle epidemie di tifo o ai bombardamenti degli anglo-americani sui campi di concentramento.

In Italia, dove il tema dell’Olocausto è diventato un argomento piuttosto popolarizzato a mezzo blog dalle infauste dichiarazioni di un leader neoqualunquista come Beppe Grillo, ci tocca solo aspettare l’uscita di una versione critica che sia filologicamente ineccepibile del Rapporto Stroop. Come ad esempio è quella pubblicata in Polonia nel 2009 per conto dell’IPN (l’Istituto della Memoria Nazionale), con un solido apparato di note e di bibliografia, curata da un valoroso studioso come Andrzej Zbikowski dell’Istituto Storico Ebraico, oggi diretto da un ex parlamentare ed apprezzato opinionista quale il Prof. Pawel Spiewak.

In attesa che qualche germanista nostrano avverta l’esigenza di colmare questa inspiegabile lacuna, il lettore italiano che voglia informarsi su quanto avveniva esattamente 70 anni fa nel ghetto di Varsavia raso al suolo (Sinagoga grande compresa) ad opera dei nazisti, potrà comunque leggere la traduzione dal polacco di Il ghetto di Varsavia lotta pubblicata per la prima volta nel 1945 da Marek Edelman, il ventiseienne vice comandante della ZOB (l’organizzazione ebraica di combattimento di cui facevano parte 220 intrepidi ragazzi e ragazze: il più giovane, Jurek Blones, aveva appena 13 anni).

L’autore della traduzione del testo di Edelman, uscita a marzo dell’anno scorso a Firenze, è Wlodek Goldkorn che ha teneramente dedicato questa pubblicazione ai suoi giovani nipoti, Arturo e Pietro; è il caporedattore culturale dell’Espresso; sull’argomento ha al suo attivo diversi titoli ed articoli. E mi ha promesso che per questo anniversario verrà a Varsavia: per testimoniare a chi ne dubitasse che l’Italia che scrive e che legge non ha dimenticato questa tragica, ma al tempo stesso esaltante, pagina di storia.

Pensando ai nostri simili

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Diana Golec

La seconda settimana di Pasqua è un periodo molto importante, in quanto ognuno di noi ha la possibilità di imparare ad aiutare un altro uomo: si tratta della “Settimana della Carità” che in Polonia viene celebrata per la 69^ volta. Quella precedente a questa è stata la “Domenica della Divina Misericordia”, che è la festa della Caritas Polska, un’organizzazione cattolica al servizio dei più bisognosi. È stato proprio il direttore della Caritas Polska, Don Marian Subocz, a raccontarci dell’aiuto concreto e basato sulla misericordia in un’intervista che è possibile trovare sul canale YouTube di Gazzetta Italia

La Cartias ha sviluppato nel corso degli anni un completo sistema di assistenza, partendo da azioni volte a prevenire la diffusione della povertà fino alla costante lotta contro i suoi effetti. La professionalità di questa istituzione si fonda sulla buona conoscenza della situazione dei bisognosi e di conseguenza anche su una loro accurata assistenza. Uno degli elementi della prevenzione è costituito dalla realizzazione dei programmi “Skrzyd?a” (Le ali) e “Tornister Pe?en U?miechów” (Cartella piena di sorrisi) che sostengono l’istruzione dei bambini e degli adolescenti. Come sottolinea Don Marian Subocz, “così come le ali permettono di volare, così l’istruzione aiuta a lottare contro la disoccupazione, la povertà e il degrado”. Anche in quei casi in cui non sia riuscita a prevenire questi fenomeni, la Caritas ha comunque utilizzato tutte le risorse per far fronte alle situazioni di povertà perdurante o per aiutare le vittime di catastrofi naturali. Il direttore della Caritas sottolinea come la Chiesa abbia inoltre il compito di proteggere la vita, a partire dal concepimento fino alla morte naturale dell’individuo. Quest’approccio ha portato alla creazione della “Finestra della Vita” (Okno ?ycia), dove le madri possono lasciare i propri figli in adozione. Si tratta di dare la possibilità di vivere una vita normale ai neonati non desiderati. Quest’idea non è nuova: è infatti nata nell’Italia medievale. Inoltre le persone anziane o malate possono contare sulle cure e sul sostegno negli ospizi e nelle case di cura gestiti dalla Caritas.

“La Chiesa si basa su tre pilastri: la Parola di Dio, i sacramenti e la Caritas, ovvero l’amore caritatevole” nota Don Marian Subocz, aggiungendo che l’obbligo di aiutare gli altri non pesa soltanto sulla Caritas, come istituzione, ma su ognuno di noi. Questo deriva dal comandamento sull’amore verso Dio e i nostri simili e dai valori morali comuni a tutte le persone. Inoltre i credenti dovrebbero ricordarsi che se hanno ricevuto dal Cristo Risorto il dono della misericordia, a loro volta sono quindi chiamati alla dimostrazione dell’amore attivo verso i bisognosi. Dovranno sostenere non solo i loro fratelli ma anche le persone non credenti, perché questo comportamento diventa la testimonianza dell’amore di Dio verso tutti coloro che non l’hanno ancora scoperto nella loro vita.  Don Marian Subocz spiega che questo è un modo per dimostrare la misericordia verso le anime, visto che non è soltanto il corpo ad aver necessità di soddisfare i propri bisogni. Sempre più spesso accade infatti che sia l’anima ad aver più “fame” rispetto al corpo, il che fa sì che l’uomo sprovvisto di speranza smetta di cavarsela nella vita quotidiana. Proprio queste persone rassegnate, anche se non sempre in modo consapevole, aspettano di essere notate ed aiutate, visto che da sole non hanno il coraggio di chiedere aiuto. Pensando proprio a loro la Caritas ha intrapreso una serie di iniziative sotto forma di un servizio di sostegno a lungo termine elargito nelle situazioni difficili, sia materiali che spirituali. La Caritas può rispondere ad un lungo elenco di esigenze grazie al sostegno finanziario della gente comune che vuole condividere ciò che possiede.

Don Marian Subocz incoraggia a devolvere l’1% delle tasse alla Caritas o, in alternativa, a scendere in campo personalmente attraverso il volontariato, per rispondere alla richiesta di Papa Francesco che, con le sue parole e con i suoi gesti, ci indica la strada per arrivare a chi ha bisogno di aiuto. Nel giorno della sua elezione, il nuovo Papa ha preso il suo nome in onore del Santo di Assisi, un esempio di uomo umile al servizio dei più poveri.

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BEAUTIFUL: Walter Nicoletti nelle puntate “pugliesi”

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La soap più famosa del mondo dedicata alle peripezie della famiglia Forrester compie 25 anni e per festeggiare ha girato delle puntate in Italia, in Puglia, con la partecipazione speciale, una sorpresa, di un giovane attore materano, Walter Nicoletti (cinema: “Operazione Vacanze”, “La mia mamma suona il rock”, “Si può fare l’amore vestiti”, “Outing: fidanzati per sbaglio”, “Leone nel basilico”; teatro: “Le troiane”, “Il sindaco del rione sanità”). Le riprese delle puntate televisive, prodotte dalla Bell-Phillip Television Productios inc. sono state girate dal 7 al 10 maggio dell’anno scorso tra Polignano a mare, Alberobello e Fasano con i protagonisti di culto: Ronn Moss (Ridge), Katherine Kelly Lang (Brooke), Don Diamont (Bill Spencer), Jacqueline Macinnes Wood (Steffy), Kim Matula (Hope) e Scott Clifton (Liam). Walter interpreta l’invitato alle nozze di Hope e Liam. Esclusivamente per Net1News racconta questa favolosa avventura hollywoodiana.

Walter, è un vero onore per tutti gli spettatori italiani, soprattutto le signore, vederti sul piccolo schermo nella soap più famosa del mondo! Chi ti ha contattato per farne parte?

L’esperienza di Beautiful è stata un vero colpo di fortuna perché ricordo benissimo quel periodo. Era il 7 maggio ed ero nello studio legale dove svolgo attualmente la pratica forense per diventare avvocato. In mattinata ricevo una chiamata da una mia cara collega, attrice e presentatrice pugliese, Marianna Pontrandolfo, la quale mi avvisa dell’imminente casting per partecipare alle riprese della soap americana. Come di consueto ho inviato il curriculum con alcune foto del mio book fotografico e dopo qualche ora… arriva la chiamata dalla produzione che mi convoca per il giorno seguente a Polignano a mare, splendida località della costa adriatica pugliese.

Quanto tempo hai passato insieme ai protagonisti di Beautiful?

Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere i protagonisti della soap più famosa del mondo. Ho trascorso una intera giornata insieme al cast. Ricordo benissimo gli scherzi e le battute di Ronn Moss (Ridge), Katherine Kelly Lang (Brooke). Simpaticissimi anche Don Diamont (Bill Spencer), Jacqueline Macinnes Wood (Steffy), Kim Matula (Hope) e Scott Clifton (Liam). Ricordo benissimo che tutti gli attori e l’intera troupe scattavano sul set delle foto ricordo nei momenti di pausa. Inutile dire che sono rimasti affascinati dal panorama di Polignano a mare. Voglio sottolineare che tutti gli attori, insieme al regista Michael Stich, sono persone davvero straordinarie. Un’umiltà che non avevo mai visto prima. Tutti disponibilissimi, cordiali e molto professionali. Per ogni scena era quasi sempre “buona la prima”.

Perché gli americani hanno scelto la Puglia, Italia per festeggiare il 25° anniversario della soap?

Gli americani negli ultimi anni sono sempre più attratti dalle bellezze del nostro Paese, in particolare del Sud Italia. Voglio ricordare che nel 2004 in Basilicata è stato girato il colossal americano “La passione di Cristo” per la regia di Mel Gibson. La Puglia è una delle nostre regioni più affascinanti: quella dei trulli monumentali e delle immense grotte sotterranee, delle misteriose caverne marine e dei castelli medioevali, delle nere scogliere che precipitano nell’Adriatico blu-cobaito e delle soffici spiagge dorate che degradano nello Jonio verde-smeraldo, dell’esasperato barocco leccese e delle ingenue cripte bizantine, dei villaggi di un bianco abbagliante, o dei paesi densi di colori caldi. E non dimentichiamoci che in questa regione è presente l’Apulia Film Commission, una grande realtà di professionisti del settore cinematografico. Credo che gli americani abbiano fatto un’ottima scelta per celebrare le nozze d’argento della soap.

Tu invece vieni da Matera che comunque è abbastanza vicina ai posti dove avete girato.

Matera è tra le città più antiche del mondo il cui territorio custodisce testimonianze di insediamenti umani a partire dal paleolitico e senza interruzioni fino ai nostri giorni. Rappresenta una pagina straordinaria scritta dall’uomo attraverso oltre 10.000 anni di storia. Matera è la città dei Sassi, il nucleo urbano originario, sviluppatosi a partire dalle grotte naturali scavate nella roccia e successivamente modellate in strutture sempre più complesse all’interno di due grandi anfiteatri naturali che sono il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano. Le riprese di Beautiful si sono svolte nell’arco di 4 giornate per un totale di 10 puntate e hanno toccato note località pugliesi: Polignano a mare, Fasano, Alberobello (la città dei Trulli). La puntata del matrimonio tra Liam ed Hope si è svolta nei pressi della statua di Domenico Modugno, sul lungomare omonimo di Polignano a Mare. Sullo sfondo dell’azzurro Adriatico.

Questa è la tua prima esperienza con una produzione internazionale?

Beautiful è stata la mia prima esperienza con un cast internazionale. Un cast tutto americano che proviene da Hollywood, la città del cinema, la storia stessa del cinema americano. Si da piccolo ho apprezzato il modo di recitare “americano” figlio dell’Actor Studio, il laboratorio per eccellenza per la formazione al mestiere di attore che ha per base il metodo Starsberg il quale rappresenta un’esperienza leggendaria nel mondo del teatro e del cinema. Ho immediatamente appreso diverse tecniche recitative osservando gli attori. D’altronde se è vero il proverbio che “un attore è un po’ come un ladro”, dico che il furto si compie prima di tutto con gli occhi: infatti occorre saper guardare, poi ascoltare, e allenarsi a farlo in ogni momento, in ogni ambiente.

Ci descrivi il tuo ruolo?

Ho interpretato l’invitato alle nozze. Una parte davvero piacevole e divertente considerato che mi ritrovo insieme al cast a cantare la meravigliosa canzone “Nel blu dipinto di blu (Volare)” di Domenico Modugno, l’inno italiano della musica leggera. Per farla breve la scena è la celebrazione del matrimonio, seguito dal bacio fra gli sposi. Una sorta di inno alla gioia e all’amore.

Cosa ricorderai di quest’avventura pugliese?

Mi ritengo davvero fortunato perché quest’esperienza mi ha permesso di crescere professionalmente. Per non dimenticare le forti emozioni che resteranno impresse nella memoria e che un giorno spero di poter raccontare ai miei figli, magari tornando sul luogo in loro compagnia. Credo che le esperienze vadano necessariamente vissute per poter comprenderne la rilevanza anche sotto un profilo umano. In questi casi le parole servono a poco.

Come sono personalmente le due icone di questo mitico sequel: Ridge e Brook?

Ridge e Brooke, insieme a tutti gli altri attori del cast, sono persone normalissime, davvero gentili e simpaticissimi. Ricordo che sul set scattavano foto ricordo e nei momenti di pausa andavano sempre verso i loro fans. A volte mi sembravano dei turisti! Tuttavia sono rimasto colpito dalla loro bravura. Non sbagliavano mai ed andavano spediti. Hanno una media di decine di scene al giorno da girare. Professionisti allo stato puro.

Qualcuno di loro ti ha invitato negli Stati Uniti?

Gli attori e la produzione hanno promesso di ritornare quanto prima in Puglia, forse in estate, per poter rilassarsi ed apprezzare liberamente i luoghi dove hanno girato le scene. Per cui non escludo che andrò a salutarli in occasione del loro ritorno, questa volta in veste di turisti.

Lingue, letterature e culture in traduzione

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Convegno Istituto Italiano di Cultura Varsavia
La sala conferenza dell'Istituto Italiano di Cultura a Varsavia.

Il 26 e 27 aprile 2013 a Varsavia si è tenuta la conferenza VISTO DALL’ALTRA PARTE: LINGUE, LETTERATURE, CULTURE IN TRADUZIONE organizzata dall’Istituto di Linguistica e Culturologia Antropocentrica – Facoltà di Linguistica Applicata presso l’Università di Varsavia, dedicata all’ampia tematica legata alla traduzione, didattica e formazione di traduttori. Il Convegno è stato aperto dalla Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, dott.ssa Paola Ciccolella.
Nel suo breve discorso inaugurale, l’Ambasciatore della Repubblica d’Italia in Polonia, Riccardo Guariglia, ha sottolineato l’importanza della qualità delle traduzioni di opere italiane in Polonia ed il bisogno di mettere in risalto gli stretti rapporti e legami tra le due nazioni, di una tradizione secolare. Queste relazioni trovano le loro testimonianze anche nell’ambito della letteratura e della cultura. In primo luogo, per dare il via alle deliberazioni, è intervenuto il Preside della Facoltà di Linguistica Applicata, prof. Krzysztof Hejwowski.

Nelle dodici sessioni plenarie aperte al pubblico hanno partecipato più di 40 relatori provenienti da circa 20 università di tutta Europa. Abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare lezioni sulla traduzione e sulle strategie di traslazione ed interpretariato, nonché vedere degli esempi di traduzione letteraria, conoscere le tecniche e le metodologie della didattica e della traduzione e toccare varie questioni incentrate sugli aspetti linguistici della traduzione. La protagonista del convegno è stata la lingua italiana ma non sono mancate relazioni in lingua inglese, dedicate ai problemi linguistici e letterari.

linguistica applicata

 

Gli organizzatori ed i partecipanti, molto soddisfatti dei risultati, hanno constatato un enorme potenziale di ricerca e di didattica di tali iniziative e, dato il grande interesse per la conferenza, stanno già pianificando futuri incontri.

Polacy jednym z najbardziej zestresowanych narodów na Świecie

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Magdalena Radziszewska

Stres w dzisiejszych czasach jest nieodłącznym elementem naszego życia. Spocone dłonie, „gęsia skórka”, przyspieszone bicie serca w reakcji na silne emocje – któż z nas tego nie doświadczył? Krótkotrwały stres, który powstaje dzięki hormonowi o nazwie adrenalina, ma pozytywne działanie o ile organizm ma szansę go odreagować. Gdy się stresujemy, i nie mamy szansy na odpoczynek, w naszym ciele wzrasta poziom kortyzolu, zwanego „hormonem stresu”, a obniża się poziom serotoniny i dopaminy, które należą do „hormonów szczęścia”. Ciągłe nadwyrężanie układu nerwowego prowadzi do wielu poważnych schorzeń.

Informacje te powinni sobie wziąć do serca przede wszystkim Polacy. Według ostatnich badań firmy Extended DISC to właśnie Polska należy do krajów, w których odnotowuje się najwyższy poziom stresu.

Narodowy wskaźnik stresu TM, będący wytyczną w badaniach prowadzonych przez firmę Extended DISC, wykazuje w jakim stopniu ludzie odczuwają spokój, harmonię i brak stresu w różnych krajach. Badanie przeprowadzane jest w formie ankiety wypełnianej przez tysiące osób aktywnych zawodowo w danym kraju. Polska populacja uczestniczy w badaniu od sześciu lat. W Polsce wskaźnik wynosi 2.18 i jest o wiele wyższy niż ten odnotowany wśród mieszkańców innych krajów europejskich, np. Niemiec, gdzie wskaźnik TM wynosi 1.60. Można powiedzieć, że wyniki badania są odwrotnie proporcjonalne do stopnia zamożności społeczeństwa. W USA, Kanadzie, czy Wielkiej Brytanii wskaźnik stresu jest niski (1.49-1.59). Wyniki zależą także od aspiracji rozwojowych danego narodu (wynik Polski jest najbardziej zbliżony do tego w Korei). Całkowicie odrębną grupę stanowią kraje Ameryki Łacińskiej, które pomimo iż nie są zamożne, zachowują wskaźnik stresu na niskim poziomie (w granicach 1.17). Prawdopodobnie uwarunkowane jest to wpływami kulturowymi (np. zwyczajowym w krajach latynoskich „mañana”).

Większość Polaków żyje w stresie, w szczególności ta część społeczeństwa, która obejmuje wysokie, menadżerskie stanowiska. Wieczny pośpiech, nadmiar obowiązków i lęk o utratę pracy to podstawowe czynniki sprzyjające towarzyszącemu nam napięciu. Co najgorsze, przeciętny polski pracownik jest z roku na rok coraz bardziej zestresowany. Z najnowszych badań przeprowadzonych przez firmę Regus wynika, że prawie połowa Polaków (40%) odczuwa, iż poziom doświadczanego przez nich stresu jest wyższy niż w poprzednich latach.

Według respondentów (badania przeprowadzane są przede wszystkim w środowisku pracy), stres jest częściej wywoływany przez czynniki natury zawodowej, niż osobistej. Do najbardziej stresogennych czynników należą osobista sytuacja finansowa, praca oraz kontakt z klientami.

Przeprowadzone badanie miało również na celu znalezienie możliwego rozwiązania problemu nadmiernego stresu. Według niektórych ekspertów w redukcji stresu pomocna byłaby możliwość wykonywania pracy w elastycznym trybie. Najnowsza ankieta potwierdziła wyniki poprzedniego badania przeprowadzonego przez Regus, wg którego 58% ankietowanych czuje się znacznie lepiej gdy ma możliwość wykonywania elastycznej pracy. Respondenci uważają, że jest to jeden ze sposobów na ograniczenie towarzyszącego im napięcia. Większość z przepytanych osób uważa możliwość elastycznej pracy za czynnik pozytywnie wpływający na życie rodzinne, podnoszący komfort życia oraz ułatwiający odnalezienie równowagi między pracą oraz sferą prywatną. Ponadto, elastyczne warunki zatrudnienia zwiększają produktywność i eliminują koszty związane z pracą w biurze.

Szybkie tempo życia, nadmiar pracy, walka o wyższe stanowiska, konflikty ze współpracownikami to tylko część czynników, które wpływają na podwyższenie poziomu hormonów stresu we krwi Polaków. Jesteśmy narodem, który dąży do poprawy statusu społecznego, niestety, zdeterminowani i skupieni na osiągnięciu wyznaczonych celów, zapominamy o tym, że ciągły stres może prowadzić do odroczonych w czasie, ale ciężkich dolegliwości, takich jak uzależnienia, napięcie i bóle mięśni, depresja, wrzody, bezsenność, czy problemów rodzinnych.

Przeglądarki internetowe bezlitośnie potwierdzają ten portret naszego społeczeństwa poprzez pewien interesujący fakt: po wpisaniu hasła „Polacy i stres” otrzymamy tysiące stron informujących nas o tym, jak bardzo zestresowanym narodem jesteśmy. Natomiast gdy spróbujemy wyszukać jakichkolwiek informacji dotyczące stresu w społeczeństwie włoskim, nie uzyskamy żadnej odpowiedzi… Może mieszkańcy półwyspu Apenińskiego mimo gonitwy dnia codziennego znaleźli odpowiednie sposoby na zmniejszenie stresu i zachowanie spokoju? Może powinniśmy brać przykład z naszych południowych przyjaciół?

Fermarsi un momento e porsi una domanda

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Diana Golec

Per i cristiani è arrivato ancora una volta il periodo della Quaresima che precede la Pasqua. La sequenza di questi periodi non è certamente casuale: bisogna infatti giungere alla purificazione dello spirito per poter giungere al trionfo della risurrezione, anche se a volte può succedere di perdere di vista questo obiettivo! Essere così immersi negli impegni della quotidianità ci fa entrare nel periodo quaresimale in modo frettoloso e quindi spesso senza la dovuta attenzione. Gravati da innumerevoli attività che ci impongono l’imperativo “devo farlo” o “devo finirlo in tempo”, fissiamo dei propositi quaresimali poco ponderati, mirati in un certo senso più a metterci in pace la coscienza che a uno sviluppo della nostra spiritualità. Questi propositi sono spesso superficiali e superati, non sono congruenti alla fase attuale del cammino spirituale in cui ci troviamo, a volte sono echi della nostra infanzia. Ed è proprio in una simile situazione che si rende necessario fare dei cambiamenti.

Tutti noi sappiamo che una macchina molto veloce diventa pericolosa senza dei freni adeguati, e lo stesso accade con la nostra vita che procede freneticamente e che, se sprovvista di momenti di riflessione, rischia di farci perdere il controllo su di essa. E’ per questo motivo che la liturgia della Chiesa invita a vivere 40 giorni di preparazione alla Pasqua. È necessario quindi fermarsi e porsi una domanda: cosa di buono dovrà germogliare e crescere in noi durante questo periodo?

Non vi è alcun dubbio che l’astenersi dal mangiare dolci o dal bere alcolici durante la Quaresima contribuisca a formare un carattere forte, supportando la capacità di autocontrollo; ma siamo certi che sia proprio quello che vuole Gesù, che nel Vangelo invita al digiuno, all’elemosina e alla preghiera? Non sarebbe forse meglio fare una profonda introspezione, ammettendo le nostre debolezze e riflettendo sui misteri della fede in questo periodo così speciale?

Questo non è un compito facile. Inizialmente può nascere in noi il pensiero secondo cui ci sono già state molte prove volte a migliorare tutto ciò in cui la nostra anima è debole, prove che però non hanno avuto apparentemente alcun effetto. Si tratta di una tentazione che va sconfitta, stando attenti a non caderci nuovamente quando la realtà grigia e frettolosa limiterà i nostri momenti di riflessione sulla realizzazione dei nostri progetti spirituali. Può sopraggiungere quindi la voglia di scoraggiarsi e trovare conforto nel mondo delle fugaci superficialità. Dio desidera invece da parte nostra uno sforzo per raggiungere l’obiettivo che ci eravamo prefissati all’inizio del periodo quaresimale. Per Lui è importante sapere che i suoi figli provano a migliorarsi, non che ci riescano, perché sa che per loro arriverà il momento dell’elevazione dello spirito.

A tal proposito, è molto interessante la trama del racconto “Il leone, la strega e l’armadio” di C.S. Lewis, che ci mostra lo sforzo dei quattro fratelli Pevensie per ristabilire l’armonia e la pace nel regno di Narnia. I bambini si trovano ad affrontare il tradimento di uno di loro, ma devono anche battere una strega, così potente e astuta che nemmeno gli sforzi dei personaggi sono sufficienti a sconfiggerla. Riescono finalmente a vincere con l’aiuto del leone Aslan che decide di sacrificare la propria vita per redimere la colpa del traditore. L’animale muore ma con l’arrivo dell’alba avviene un miracolo, visto che l’animale, attraverso un’antica magia, torna in vita e alla fine sconfigge la strega.

La morte e la vita sono divise da un’enorme voragine che per essere superata dall’uomo necessita di un pesach (che in ebraico significa “passaggio”), lo stesso seguito da Gesù, che ne è diventato emblematicamente il ponte: questo è il vero significato della risurrezione! È stato il sacrificio di Dio che ha sacrificato se stesso per vincere il peccato e la morte e, nel contempo, ha dato un senso agli sforzi degli uomini nel loro cammino verso il bene.

La forza dell’amore di Dio dà speranza a tutti e, anche se spesso non è possibile vederne gli effetti nella nostra lotta contro il male, bisogna aver fede perché alla fine il nostro impegno sarà premiato in maniera similie a quella dei protagonisti del racconto “Narnia”. Riceveremo in premio l’accesso ad una terra eterna e bellissima.