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Civis Polska

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Mercoledì 15 maggio si è svolta nella splendida sede dell’ambasciata italiana a Varsavia la presentazione delle attività diCivis Polska. La storica azienda italiana di sicurezza Cittadini dell’Ordine, proprietaria del marchio Civis, da anni si sta espandendo sui mercati esteri tra cui Ungheria, Romania e da qualche anno Polonia dove Civis Polska ha tre sedi ed è in grado di garantire i suoi servizi nell’intero paese. All’evento di presentazione di Civis Polska ha partecipato l’ambasciatore italiano in Polonia Riccardo Guariglia e un’ampio spaccato dell’imprenditoria italiana e polacca, oltre a numerosi giornalisti. Maggio informazioni www.civispolska.pl

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L’arte polacca alla 55. Biennale di Venezia

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Autore: Michal Fopp

Alla 55. Biennale di Venezia parteciperà un numero record di artisti polacchi. Oltre al Padiglione Polonia, in cui si potrà vedere la monumentale installazione di Konrad Smole?ski “Everything Was Forever, Until IT Was No More”, artisti e curatori polacchi saranno protagonisti anche di altre esposizioni.

Massimiliano Gioni, il curatore generale della Biennale, ha invitato quattro artisti polacchi all’esposizione centrale “Palazzo Enciclopedico”. Il “Palazzo Enciclopedico”, brevettato a metà degli anni Cinquanta dall’artista auto-didatta Marino Auriti, è un concetto del museo di tutto il sapere dell’umanità; il museo che espone le maggiori conquiste dell’umanità. Gioni vuole creare creare uno spazio in cui opere d’arte contemporanea interagiranno con manufatti storici ed object trouves. Ha invitato alla collaborazione, tra l’altro Pawe? Althamer, Miros?aw Ba?ka, Jakub Julian Zió?kowski ed Artur ?mijewski, il curatore generale dell’ultima Biennale di Berlino.

Nel Padiglione della Romania all’esposizione collettiva verranno presentate opere di Karolina Bregu?a ed invece nel Padiglione 0, organizzato da Tomasz Wendland alla Fondazione Signum, si presenteranno opere di altri artisti polacchi.

Ad essere scelta come curatore del Padiglione georgiano è stata la curatrice indipendente, Joanna Warsza, e il curatore del Padiglione estonese è Adam Budak dell’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington.

La presenza eccezionalmente numerosa dei polacchi alla 55. Biennale di Venezia dimostra come l’interesse verso l’arte polacca nell’ambiente internazionale sia sempre più vivo ed il suo prestigio stia crescendo. In questa maniera si evidenzia anche un chiaro cambio nella struttura del mondo internazionale d’arte in cui non emerge un nuovo centro simile a Parigi, New York o Berlino ma piuttosto si ha a che fare con una sempre più forte dominazione delle periferie che alimentano il centro. In questo contesto va sottolineata l’inaugurazione, durante la Biennale, dell’iniziativa “Le periferie d’Europa, l’Europa delle periferie” sotto il nome dell’Ambasciata delle Periferie. Il progetto ha due scopi: un’analisi approfondita della situazione e dei meccanismi del sistema attuale d’arte e la creazione di un nuovo ambiente, meno ermetico e gerarchico. Come punto di partenza gli organizzatori, la Fondazione per la Propaganda, hanno preso una visibile tendenza alla prevalenza delle periferie sopra il centro. L’effetto dovrebbe essere una rete decentralizzata degli attivisti e delle istituzioni che serve allo scambio di idee, strumenti e strategie. Ancora più rilevante è il fatto che ogni persona interessata alla trasformazione della forma attuale del mondo d’arte sia invitata a parteciparvi. La struttura estremamente aperta e svariata dell’iniziativa rende possibile l’accesso su diversi livelli. Basta registrarsi sul sito web del progetto che raccoglie i suoi partner e simpatizzanti.

La necessità di cambiare paradigma viene suggerita anche dall’opera di Konrad Smole?ski, presentata nel Padiglione Polonia, “Everything Was Forever, Until IT Was No More”. La giuria che qualificava il progetto ha accentuato la sua equivocità profonda: le enormi costruzioni sonore riempiranno in maniera quasi claustrofibica l’intero spazio del Padiglione Polonia, concentrando l’energia e provocando una risonanza quasi corporea in spettatori ed ascoltatori. L’installazione composta da due grandiosi campane provenienti dall’officina dei fratelli Kruszewski a W?grów e da pannelli in metallo dovrebbe evocare un senso di sconcerto e di tensione emotiva, esaminando le questioni di accumulamento, classificazione ed ordinamento del sapere, ponendo il problema di mancanza e di sovrabbondanza delle informazioni, e, come scrivono i curatori,  di “rallentamento della storia, sospensione del suo fluire”. Il progetto è una continuazione delle attuali ricerche di Konrad Smole?ski che al centro dei propri interessi pone proprio il suono. Le sue realizzazioni uniscono un’estetica punk rock alla precisione e all’eleganza tipiche per il minimalismo. Fruendo sia degli oggetti sonori esistenti nell’area della cultura sia di quelli costruiti autonomamente, esamina attraverso essi il fluire e le funzioni dell’energia. Esplora il funzionamento di corrente elettrica, onde sonore e sistemi acustici, manipolando il significato degli oggetti che solitamente vengono associati alla cultura della musica rock. Il titolo dell’esposizione è stato prestato dal titolo del libro di Alexei Yurchak, “Everything Was Forever, Until It Was No More. The Last Soviet Generation”.

Il duo di curatori, Daniel Muzyczuk e Agnieszka Pindera, collega l’istallazione sonora di Konrad Smole?ski al principale tema enciclopedico della costruzione di una narrazione totale in maniera fortemente critica: “Dobbiamo ammettere di aver pensato a questo tema simultaneamente mentre pensavamo al nostro progetto e alla sua dimensione concettuale. Abbiamo invece posto l’accento su un momento preciso, su diversi aspetti delle opere di Konrad che manipolano non tanto la nozione del tempo quanto il ritardare. Per questo il coinvolgimento del fisico Julian Barbour, che si occupa di un concetto che si può definire, in poche parole e semplificando un poco, come concetto secondo cui il tempo in realtà non esiste. È la psiche dell’uomo ad essere costruita in maniera tale da avere bisogno di causa, e quindi la sequenza dei momenti che sono paralleli. Per questo motivo per noi sono stati cruciali l’utilizzo di una campana, di uno strumento o di idiofoni, che tradizionalmente delimitano il tempo, e manipolazioni e deformazioni perverse a cui questo suono sarà sottoposto e attraverso cui sarà rallentato. Presupponendo che la narrazione o la causa, il principio di causa ed effetto non esistano dobbiamo altrettanto presumere che non esita la narrazione. E dunque i tentativi massimalistici di Massimiliano Gioni di creare il Palazzo Enciclopedico sono, per usare una parola corretta, troppo massimalistici.

Alla ricerca del tempo perduto

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Chi vive oggi a Varsavia, ma possiamo dire in Polonia in generale, avverte una palpabile tensione sociale sintetizzabile come una “ricerca del tempo perduto”, per dirla con Marcel Proust. Una spasmodica rincorsa a recuperare quel ritardo, o meglio sanare quella frattura, che la seconda guerra mondiale e in seguito la lunga parentesi del comunismo hanno creato tra la Polonia e la cultura europea di cui il paese di Chopin è stato da sempre tra i fondatori e protagonisti. Una ricerca del tempo perduto oggi perseguita quasi “muscolarmente” attraverso una rampante economia di cui i grattacieli stile Manhattan, disseminati nel centro di Varsavia, sono l’evidente rappresentazione. Ma per riallacciarsi pienamente al treno culturale della vecchia Europa che, nonostante i balbettamenti delle istituzioni comunitarie è tuttora il più articolato e interessante del pianeta, non bastano i muscoli. Per recuperare il tempo perduto bisogna ritornare alla frattura del 1939, bisogna prendere culturalmente la rincorsa da una Polonia cosmopolita e orgogliosa che guardava al mondo con coraggio. Il recupero con la cultura e la presenza ebraica è in questo senso un elemento fondamentale per completare la rincorsa sociale all’Europa. L’apertura lo scorso 19 aprile del Museo della Storia degli Ebrei Polacchi, nel giorno del 70° anniversario della Rivolta del Ghetto di Varsavia, riveste un valore importante in quanto si pone come tassello formale di un percorso di ricucitura della memoria. Quando l’esercito nazista iniziò l’occupazione della Polonia nel paese vivevano tre milioni di ebrei. A Varsavia gli ebrei costituivano il 30% della popolazione ed erano per dimensione il secondo nucleo in Europa. Nella capitale la presenza ebraica era sedimentata grazie a centinaia di scuole e biblioteche, 130 giornali oltre a innumerevoli circoli sportivi e teatri. Tra gli ebrei della Varsavia anni Trenta c’erano personaggi come lo scrittore Izaak Bashevis Singer, vincitore del Premio Nobel nel 1978, che a Varsavia prima della fuga negli Stati Uniti fece in tempo a tradurre in yiddish il romanzo Il Piacere di Gabriele D’Annunzio. E poi il pianista e compositore Wladislaw Szpilman e la grande attrice Ida Kaminska. Personaggi importanti che sono solo l’epitome di una millenaria presenza ebraica in Polonia, Stato che in passato si dimostrò spesso più aperto e tollerante di altri paesi europei. Ed è partendo da questa rincorsa culturale che ci piace immaginare un nuovo futuro cosmopolita della Polonia la cui ritrovata grandezza economica da sola, se non suffragata dal recupero della memoria e della cultura in senso lato, non sarebbe sufficiente a calmare la tensione della ricerca del tempo perduto.

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W poszukiwaniu straconego czasu

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Ten kto dziś żyje w Warszawie, lub generalnie w Polsce, odczuwa pewne namacalne napięcie społeczne, które można by podsumować, cytując Marcela Prousta, jako „poszukiwanie straconego czasu”. Jest to szalony pęd do nadrobienia opóźnienia lub może lepiej do zniwelowania podziału, który druga wojna światowa a następnie długi okres komunizmu stworzyły między Polską a kulturą europejską, której kraj Chopina od zawsze stanowił część. Poszukiwanie straconego czasu przebiega dziś prawie „mechanicznie” poprzez rosnącą gospodarkę, której ewidentnym symbolem są wieżowce, w stylu tych na Manhattanie, którymi usiane jest centrum Warszawy. Jednak, aby móc całkowicie wsiąść do tego „pociągu kulturowego” starej Europy, który pomimo niskoordynowanych działań instytucji europejskich jest nadal najbardziej złożonym i interesującym na ziemi, nie wystarczy mieć jedynie sprawnych mechanizmów. Aby nadrobić stracony czas należy wrócić do momentu podziału z 1939 r., należy wziąć kulturowy przykład z kosmopolitycznej i dumnej Polski, która z odwagą patrzyła na świat. Odzyskanie czasu poprzez kulturę i obecność żydowską jest w tym sensie zasadniczym elementem, pozwalającym osiągnąć poziom społeczny reszty Europy. Otwarcie Muzeum Historii Żydów w Polsce, które nastąpiło 16 kwietnia, w 70. rocznicę wybuchu powstania w warszawskim getcie, ma ogromne znaczenie jako formalny krok w procesie uzupełniania pamięci. Kiedy wojska nazistowskie rozpoczęły okupację Polski, w kraju żyły trzy miliony Żydów. W Warszawie Żydzi stanowili 30% populacji miasta i pod względem liczebności stanowili drugą grupę w Europie. W stolicy obecność żydowska była ugruntowana dzięki setkom żydowskich szkół i bibliotek, 130 dziennikom a także niezliczonej liczbie kółek sportowych i teatralnych. Wśród warszawskich Żydów z lat 30. możemy wymienić takie znane postacie jak Izaak Bashevis Singer, zdobywca Nagrody Nobla w 1978 r., który będąc jeszcze w Warszawie przed ucieczką do Stanów Zjednoczonych przetłumaczył na język jidysz powieść „Rozkosz” Gabriela d’Annunzio, jak również kompozytor Władysław Szpilman i wielka aktorka Ida Kamińska. Są to ważne postacie, które stanowią jedynie niewielki ułamek w tysiącletniej obecności żydowskiej w Polsce, w państwie które w przeszłości było bardziej otwarte i tolerancyjne niż inne państwa europejskie. To właśnie przez pryzmat tej utraconej kultury chcielibyśmy wyobrażać sobie nową kosmopolityczną przyszłość Polski. Jej odnaleziona potęga gospodarcza, jeśli nie byłaby wspomagana przez odzyskiwanie pamięci i kultury w najszerszym tego słowa znaczeniu, nie wystarczyłaby do rozładowania napięcia poszukiwania straconego czasu.

Palermo città da gustare

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Esplorare Palermo e la sua provincia mi hanno confermato che in questi luoghi c’è un tesoro inestimabile di arte, natura e gastronomia. Sono rimasta incantata da Monreale e dal suo famosissimo Duomo, da Cefalù che è una meta turistica di fama internazionale nonché un magico set cinematografico, da Bagheria, meta prediletta dai nobili per la villeggiatura, dall’area archeologica di Solunto dove si può fare una passeggiata nella storia, dal paese di Corleone, che ha dato il cognome al famoso protagonista de “Il padrino” ed è oggi un centro simbolo dell’antimafia. Ma il fulcro attorno al quale tutto gravita è proprio Palermo, un colorato mosaico di storia e folklore di derivazione greca, romana, araba, normanna, spagnola e francese.

foto: Heidi Polizzy Carbonelli
foto: Heidi Polizzy Carbonelli

Uno dei piaceri più grandi che offre la città si trova nella sua straordinaria gastronomia: i sapori e i profumi della tradizione culinaria palermitana racchiudono infatti il suo ricco passato, rendendola una città da gustare. Passeggiando per le vie del centro storico si possono percepire profumi invitanti, a volte forti altre delicati; onnipresenti come il vociare della gente e dei turisti. In tutta la Sicilia ma soprattutto a Palermo la cucina di strada è parte del patrimonio culturale, rappresenta una tradizione antica, che appare invincibile con buona pace delle famose catene di ristorazione americana, che qui non hanno vita facile. A proposito: tutti noi sappiamo bene cosa sia un “fast food”, ma una cosa che forse non sappiamo è che i primi “fast food” della storia sono nati tra le vie millenarie di questa città. Il clima mite dell’isola ha portato infatti, nell’arco dei secoli, ad una naturale condivisione dei cibi all’aria aperta; così nacquero i baracchini ambulanti che vendevano quello che oggi viene chiamato “street food”, ossia il cibo da strada per tutte le tasche. Tra i prodotti venduti abitualmente troviamo le arancine, famosissime polpette di riso fritte ripiene di ragù o formaggio; le verdure fritte in pastella; lo sfincione, una pizza alta e soffice; infine troviamo il panino con panelle e crocchè: le prime sono sottili sfoglie fritte realizzate con farina di ceci e prezzemolo, le seconde sono invece semplici crocchette di patate.

Due altre specialità famose ma che non ho potuto assaggiare sono le “stigghiola”, spiedini di carne cotti alla brace, e il panino con la milza di vitello, chiamato in dialetto palermitano ‘pane ca’ meusa’. Il pane è così buono che può essere mangiato anche senza alcun condimento. Io ho apprezzato molto le morbidissime brioches, che si possono gustare dolci, salate oppure col gelato: personalmente le preferisco semplici oppure farcite con la nutella o con la crema di pistacchi. Tra i primi piatti ho adorato il timballo di anelletti al forno, il risotto di mare fatto con del pesce freschissimo, la pasta con i broccoli (cavolfiori soffritti in olio e cipolla, con l’aggiunta di pinoli e uva passa) e infine la pasta con le sarde (una gustosissima ricetta a base di sarde e finocchio selvatico). Tutte queste irresistibili specialità gastronomiche hanno consentito al capoluogo siciliano di essere proclamato la capitale europea dello “Street food”, ossia del “cibo da strada”, secondo una classifica mondiale stilata da VirtualTourist e pubblicata da Forbes.

Gli italiani amano spesso dire con ironia: “dulcis in fundo”, ed è proprio parlando dei dolci e della straordinaria pasticceria palermitana che vorrei concludere questo articolo. Nel capoluogo siciliano l’arte della produzione dei dolci è nata all’interno delle regge degli Emiri per poi svilupparsi successivamente nelle case dei nobili e nei monasteri. Quella palermitana è senza dubbio una delle più ricche e fantasiose pasticcerie del mondo: basta entrare in un qualsiasi bar per trovarsi davanti a una varietà incredibile di dolci, uno per ogni stagione: durante l’inverno, ad esempio, i palermitani amano consumare dolci a base di ricotta come la cassata e il cannolo oppure i dolci di pasta di mandorle come la frutta martorana. In primavera si possono mangiare le “sfinci di San Giuseppe”, morbide frittelle ricoperte di crema di ricotta, oppure le “pecorelle pasquali”, piccole sculture in pasta di mandorle.

D’estate invece i bar offrono una incredibile varietà di dissetanti granite e buonissimi gelati freschi, che vengono serviti in abbondanti porzioni; devo ammettere che la prima volta che ho comprato un gelato a Palermo sono rimasta spiazzata, dato che ero abituata alle piccole porzioni servite qui a Varsavia. In autunno invece i pasticceri preparano delle piccole sculture fatte interamente in zucchero che si regalano solitamente ai bambini per la festività di Ognissanti. Ho visto con i miei occhi quanto siano golosi i palermitani: vivendo in mezzo a tutte queste squisitezze credo che sia impossibile resistere! Io consiglio a tutti di provare una torta speciale inventata qualche anno fa tra i vicoli del centro storico della città, chiamata “torta sette veli”, composta da sette strati di cioccolato diversi: questa torta è così buona che ha vinto anche numerosi premi internazionali, e oggi può essere gustata nelle sue varianti di gusto, ovvero al pistacchio, al caffè e alla frutta fresca. È molto difficile descrivere la vivacità delle strade del capoluogo della Sicilia e spero che la vostra immaginazione abbia vagato con me per i suoi vicoli, per le sue piazze assolate, per i banchi vocianti dei mercati della Vucciria, del Capo e di Ballarò, attratti dai profumi del cibo che viene preparato per strada e che passeggiando per strada va mangiato.

Mapei cresce in Polonia

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Giorgio Squinzi, PoloniaLo scorso maggio 2013 è stato inaugurato il secondo stabilimento di produzione di Mapei Polonia a Barcin.

“La Polonia è sempre stata un importante mercato per il Gruppo Mapei oltre che per le sue dimensioni anche per il potenziale di crescita e l’apertura del mercato a prodotti di alta qualità e tecnologicamente avanzati. Il nuovo stabilimento è in realtà la quarta fabbrica polacca del Gruppo che si aggiunge a quelle di Mapei Polonia a Gliwice e a quelle della consociata Sopro Polonia a Nowiny e della cementeria Górka Cement a Trzebinia, che ha recentemente festeggiato il centesimo anniversario”, dichiara Giorgio Squinzi, CEO del Gruppo Mapei e Presidente di Confindustria Italia.

La filiale polacca del Gruppo Mapei è nata nel 2000. Nel 2003 è stato aperto il primo stabilimento produttivo a Gliwice nella Zona Economica Speciale di Katowice, che nei quattro anni successivi ha raddoppiato la propria capacità produttiva e il proprio deposito prodotti. Nel 2010 si è deciso di aprire un nuovo sito produttivo, scegliendo come area la Zona Economica Speciale della Pomerania. La collocazione in Barcin, situata nel centro-nord della Polonia, è strategica in quanto permette di migliorare il servizio logistico ai clienti. Gli uffici direzionali continuano ad essere a Varsavia.

Con due stabilimenti, la capacità produttiva totale di prodotti in polvere di Mapei Polonia raggiunge le 420.000 tonnellate all’anno, alle quali si aggiunge la linea di produzione di additivi liquidi per calcestruzzo e di macinazione del cemento, recentemente realizzata a Gliwice.

Vale la pena di sottolineare che lo stabilimento di produzione di Barcin è tra i 17 esclusivi progetti polacchi che hanno ricevuto la certificazione LEED dall’U.S. Green Building Council, come i più recenti stabilimenti del Gruppo nel mondo.

La costante introduzione di nuove linee di prodotti ha permesso a Mapei Polonia di essere conosciuta non solo come leader nel mercato degli adesivi e fugature per ceramica, ma anche di giocare un ruolo importante nel mercato dell’edilizia con prodotti per la posa di resilienti, tessili e pavimenti in legno, pavimenti in resina e cementizi, sistemi per l’isolamento termico, pitture protettive e decorative, additivi per calcestruzzo, impermeabilizzanti così come soluzioni specifiche per la protezione e il rinforzo del calcestruzzo e delle strutture in muratura, sia moderne sia storiche.

Da notare inoltre che il 96,3% dei prodotti Mapei venduti sul mercato polacco è prodotto localmente (a Gliwice e a Barcin) e il restante 3,7 % viene importato dall’Italia, in particolare dallo stabilimento di Robbiano di Mediglia, trattandosi di specialità del settore della chimica per edilizia. Il team di Mapei Polonia è cresciuto significativamente nel corso degli anni, sia in esperienza sia in numero: dai 48 dipendenti al momento dell’apertura dello stabilimento di Gliwice nel 2003 siamo arrivati agli attuali 290 impiegati.

Hanno presenziato alla cerimonia di inaugurazione Giorgio Squinzi, Veronica Squinzi, Marco Squinzi e le maestranze che hanno seguito la nascita del nuovo stabilimento; erano inoltre presenti 150 ospiti tra i quali Riccardo Guariglia, Ambasciatore d’Italia, Giuseppe Federico, nuovo Direttore ICE per la Polonia, Donato Di Gilio , Presidente della Camera di Commercio e dell’Industria italiana in Polonia, Teresa Kamińska, Presidente della Zona Economica Speciale della Pomerania e autorità locali come Michał Pęziak, Sindaco del Distretto di Barcin, Edward Hartwich, Vicemaresciallo a Kujasko-Pomorskie Voivodship e Zbigniew Jaszczuck, del Distretto di Znin.

“La presenza di Mapei e del capitale investito nella nostra regione significano per noi nuove tecnologie, creazione di posti di lavoro. Mapei è un partner affidabile e siamo particolarmente felici di averlo tra i nostri partners” ha commentato Michał Pęziak, Sindaco del Distretto di Barcin.

Grupa Mapei rośnie w Polsce

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W maju tego roku został oficjalnie otwarty w Barcinie drugi zakład produkcyjny spółki Mapei Polska.

„Polska od zawsze stanowiła ważny rynek dla Grupy Mapei zarówno ze względu na jej wielkość jak i przez wzgląd na potencjał wzrostu i otwarcie rynku na zaawansowane technologicznie produkty o wysokiej jakości. Zakład, który dziś otwieramy, jest w rzeczywistości drugim mogącym spełnić zapotrzebowanie klientów Mapei w Polsce i czwartym polskim zakładem Grupy, poza Mapei Polska w Gliwicach, spółką partnerską Sopro Polska w Nowinach oraz cementownią Górka Cement w Trzebinie, która ostatnio świętowała setną rocznicę założenia” – powiedział Giorgio Squinzi, dyrektor generalny Grupy Mapei i prezes włoskiej organizacji pracodawców i przemysłowców Confindustria.

 

Polska filia Grupy Mapei powstała w 2000 r. Następnie w 2003 r. w Gliwicach należących do Katowickiej Specjalnej Strefy Ekonomicznej został otwarty pierwszy zakład produkcyjny, który w następnych 4 latach podwoił swoją moc produkcyjną i depozyt produktów. Dzięki nieustannemu wzrostowi sprzedaży, w 2010 r. podjęto decyzję o otworzeniu kolejnego zakładu produkcyjnego, wybrawszy na miejsce inwestycji Pomorską Specjalną Strefę Ekonomiczną. Współpraca w Barcinach, położonych w środkowo-północnej części Polski, ma znaczenie strategiczne, ponieważ pozwala na poprawienie usług logistycznych oferowanych klientom. Warto zaznaczyć, że biuro handlowe grupy nadal znajduje się w Warszawie.

 

Moce produkcyjne dwóch zakładów wytwarzających produkty w proszku Mapei Polska wynoszą 420.000 ton rocznie. Należy do nich również dodać linię produkcyjną ciekłych dodatków do betonu i mielenia cementu, którą niedawno zrealizowano w Gliwicach.

 

Warto podkreślić, że zakład produkcyjny w Barcinie jest jednym z 17 wyjątkowych polskich projektów, które otrzymały certyfikat LEED od U.S. Green Building Council, podobnie jak inne najnowsze zakłady Grupy Mapei na świecie.

 

Nieustanne wprowadzanie nowych linii produktów pozwoliło Mapei Polska na bycie rozpoznawalną nie tylko jako lider na rynku klejów i fug do ceramiki, ale także na odgrywanie ważnej roli na rynku budowlanym. Firma ma w swojej ofercie produkty do kładzenia podłóg sprężystych, wykładzin, drewnianych parkietów oraz podłóg żywicznych i cementowych, systemy do izolacji termicznej, farby dekoracyjne i ochronne, dodatki do betonu, produkty do impregnacji, jak również konkretne rozwiązania do ochrony i wzmocnienia betonu oraz konstrukcji murowanych, zarówno nowoczesnych jak i historycznych.

 

Należy również zauważyć, iż pod względem wagowym, aż 96,3% produktów Mapei sprzedawanych na polskim rynku jest produkowanych lokalnie (w Gliwicach i w Barcinie), a tylko pozostałe 3,7% jest importowane z Włoch, w szczególności z zakładu w Robbiano di Medaglia. Chodzi tu o specjalne produkty chemiczne dla budownictwa. Zespół Mapei Polska znacznie rozwinął się w ciągu minionych lat zarówno pod względem zdobytego doświadczenia jak i liczbowym. Liczba 48 pracowników w momencie otwarcia zakładu w Gliwicach w 2003 r. wzrosła do 290 aktualnie zatrudnionych.

 

W uroczystości otwarcia uczestniczyli Giorgio Squinzi, Veronica Squinzi, Marco Squinzi i zespół pracowników, którzy brali udział w tworzeniu nowego zakładu, a także 150 zaproszonych gości wśród których znalazł się ambasador Włoch w Polsce Riccardo Guariglia, nowy dyrektor ICE w Polsce Giuseppe Federico, prezes Włoskiej Izby Handlowo-Przemysłowej w Polsce Donato Di Gilio, prezes Pomorskiej Specjalnej Strefy Ekonomicznej Teresa Kamińska oraz przedstawiciele władz lokalnych, tacy jak burmistrz Barcina Michał Pęziak, wicemarszałek województwa Kujawsko-pomorskiego Edward Hartwich i starosta Żnina Zbigniew Jaszczuk.

„Obecność Mapei i kapitału inwestycyjnego w naszym regionie oznaczają dla nas nowe technologie i stworzenie nowych miejsc pracy. Mapei jest wiarygodnym partnerem, dlatego jesteśmy szczególnie szczęśliwi, że jest wśród naszych partnerów” – powiedział Michał Pęziak burmistrz Barcina.

 

La vera ricetta della Carbonara!

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Stiamo parlando di uno dei piatti più famosi della cucina italiana, una vera icona, una bandiera assoluta del Bel Paese, ma anche forse il piatto più massacrato, goffamente imitato e a volte stravolto ai limiti dell’offesa alla nazione: LA CARBONARA.

Le origini di questo piatto sono incerte, esistono diverse ipotesi, la più accreditata delle quali riconduce ad una origine laziale, tuttavia alcune particolarità tecniche nella sua preparazione sono quasi sicuramente riconducibili ad una genesi napoletana della ricetta. Per gli appassionati di cucina italiana ecco le ipotesi più accreditate riguardo la sua origine.

I Carbonari Appenninici

Si racconta che la provenienza del termine, arrivi da un piatto tipico dei carbonari, per la facile reperibilità e conservazione degli ingredienti, tipici della zona. La carbonara sarebbe in questo caso quindi l’evoluzione del piatto detto, cacio e ova, di origini laziali e abruzzesi, che i carbonari usavano portare con loro precotti anche il giorno prima e consumati di solito freddi, con il solo utilizzo delle mani. È importante ricordare come il pepe nero, elemento fondamentale della ricetta, ricordi la polvere del carbone che ci riconduce appunto all’Appennino Laziale.

Ipotesi Angloamericana

La carbonara non viene mai citata nel manuale di cucina romana, pubblicato nel 1930. Il piatto è stato registrato per la prima volta nel periodo immediatamente successivo alla seconda Guerra mondiale , subito dopo la liberazione di Roma nel 1944, quando nei mercatini arrivò il bacon portato dalle truppe angloamericane. Secondo questa versione, sembrerebbe che durante la guerra , i soldati americani in Italia, mescolavano gli ingredienti a loro più familiari e che riuscivano a reperire più facilmente, e cioè uova, pancetta e spaghetti, dando cosi l’idea ai nostri cuochi per la ricetta vera e propria che si sarebbe sviluppata solo più tardi. A favore di questa storia resta il fatto che non esistono tracce documentate con certezza della ricetta prima del 1944.

Ipotesi Napoletana (secondo me la più accreditata)

Un’altra ipotesi ricondurrebbe l’origine della Carbonara alla cucina napoletana unica tra le cucine regionali italiane che usa per condire alcune pietanze tecnica e ingredienti identici a quelli della carbonara. Che consiste nell’aggiunta dopo la cottura di uno sbattuto di uova, formaggio, e abbondante pepe nero con una successiva rapida mantecatura. Questa tecnica, riportata in diversi ricettari antichi e moderni, è tutt’oggi molto diffusa nella cucina napoletana e viene adottata nella preparazione di numerose ricette tradizionali di pasta o carne.

Comunque lasciando perdere le chiacchere, qui di seguito la ricetta considerata “originale” e che dovrebbe servire da indicazione per preparare una Carbonara come si deve, ovvero senza panna!

Ingredienti per 4 persone

Pasta di grano duro (spaghetti o maccheroni) 400 grammi
Guanciale 150 grammi, questo ingrediente difficile da trovare in Polonia può essere sostituito dalla pancetta affumicata, ma i puristi lo considereranno un atto abominevole.
Olio extra vergine di oliva.
4 rossi d’uovo (mi raccomando vogliamoci bene solo uova BIO).
100 grammi di pecorino (se non lo avete potete usare del parmigiano, tollerato ma sconsigliato dai puristi).
Pepe nero macinato fresco.

Come vedete ingredienti e ricetta sono semplici ma purtroppo la carbonara è male imitata in tutto il mondo, per questo sottolineo rigorosamente: VIETATO USARE LA PANNA.

Preparazione: tagliamo il guanciale (o la pancetta) a listarelle e mettiamolo a soffriggere in padella con l’olio d’oliva quando diventa croccante togliamo dal fuoco. Nel frattempo mettiamo a cuocere la pasta che scoleremo al dente, tenendo da parte un po’ d’acqua di cottura, poi facciamo saltare la pasta in padella con il guanciale per insaporirla. Versiamo la pasta in una terrina calda e aggiungiamo i rossi d’uovo ed il pecorino grattugiato, mescolate subito energicamente o l’uovo diventerà strapazzato, nel caso fosse troppo asciutta, ma meglio farlo sempre, aggiungiamo un po’ di acqua di cottura che legherà la salsa dandole cremosità.
Aggiungiamo pepe nero macinato a volontà e buon appetito!

Consigliato (obbligatorio) un buon bicchiere di vino rosso corposo, meglio se dei colli laziali.

Marco Ghia – Akademia Kulinarna Whirpool

Emiliano Castagna e Marco Ghia
Emiliano Castagna e Marco Ghia

La diffamazione in internet Il caso Italia

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Bruno Fiammella

(Pubblicato  sito www.filodiritto.com)  Per citazioni indichiamo anche anche il sito www.fiammella.it)

L’epoca in cui viviamo è caratterizzata da molteplici cambiamenti dettati dalla imperante rivoluzione della cosiddetta information technology. Essa ha condizionato tanto il nostro ” modus vivendi ” da mutare radicalmente i nostri costumi, le abitudini, le nostre condizioni di vita e di lavoro rendendo possibili e fattivamente realizzabili, alcuni comportamenti che, solo dieci anni or sono, erano frutto delle fantasie degli scrittori più audaci.

L’evoluzione causata da questa nuova tecnologia dell’informazione, apre le porte del nostro futuro verso una nuova era cosiddetta “telematica”. Con tale termine si definisce “il metodo tecnologico di trasmissione del pensiero a distanza mediante l’impiego di un linguaggio computerizzato che veicola informazioni automatizzate”; è un’epoca in cui, quindi, i tempi di trasmissione delle informazioni sono immediati.

L’avvento delle nuove tecnologie, le cosiddette autostrade dell’informazione, attestatane ed acclaratane l’utilità e necessità, ha tuttavia aperto la strada a nuove frontiere della criminalità. I diversi strumenti che la scienza pone nelle mani dell’uomo, infatti, possono essere canalizzati in settori spesso differenti da quelli per i quali erano stati progettati e gli stessi obbiettivi da raggiungere, divergono notevolmente dalle intenzioni originarie degli ideatori.

Da tempo ormai la comunità scientifica si sta occupando di quella branca della criminologia che studia e definisce le forme di reato legate alla tecnologia digitale, infatti, come tutti i cambiamenti che la collettività vive, anche le nuove tecnologie impongono ai criminali un processo di adattamento.

In sede di elaborazione di una disciplina normativa che fosse adatta ai nuovi comportamenti criminali, si crearono due correnti in dottrina.

La prima, più innovatrice, riteneva il doversi procedere attraverso la creazione di un capo autonomo del codice di diritto penale avente ad oggetto tutte le nuove disposizioni, costruite ex novo in base alle nuove esigenze, creando quindi una legge organica avente ad oggetto un nuovo bene giuridico, meglio identificato come “bene giuridico informatico”. L’altra corrente, definita conservatrice, sosteneva invece che i beni giuridici da tutelare fossero gli stessi identificati in precedenza e che pertanto fosse sufficiente modificare le fattispecie già esistenti, meglio specificando alcuni comportamenti che, in passato, non potevano essere previsti, dato il livello di cognizione scientifica.

In alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, si è preferita la strada della emanazione di una nuova legge organica; altri, tra i quali l’Italia, hanno invece optato per il metodo evolutivo, aggiornando, con una serie di interventi, la legislazione penale previgente.

La legge 547/93 che nel nostro paese ne è scaturita, costituisce un ibrido in cui parte delle norme sono innovative e parte sono una modificazione parziale di disposizioni già esistenti.

Il problema si pone anche per le fattispecie come quella prevista dall’art. 595 c.p., la diffamazione, oggetto di questo studio, poiché si tratta di norme del codice penale emanate prima dell’avvento della tecnologia informatica. Tali reati, che non hanno subito una modifica con l’ingresso della l. 547/93, possono trovare applicazione anche in relazione alle “nuove” condotte di aggressione, alle nuove forme di attacco al bene giuridico tutelato?

Occorrerà quindi verificare se e come sia possibile che si concretizzino le disposizioni normative già esistenti, cioè nel nostro caso se sia possibile perpetrare, attraverso i servizi messi a disposizione da internet, il reato di diffamazione e constatare, infine, se ed in che modi sia opportuno un intervento legislativo.

L’affascinante mondo della chat ha istituito un nuovo sistema di comunicazione fino a ieri sconosciuto. Il termine “chat” deriva dalla più lunga “Internet Relay Chat“, ovvero dal verbo anglofono “to chat”, che significa appunto “chiacchierare” e la sua traduzione letterale è: “conversazione attraverso Internet”.

Essa consente di coniugare il testo scritto, tipico delle lettere cartacee o della posta elettronica, con la simultaneità del dialogo, fino a poco tempo fa privilegio esclusivo delle comunicazioni telefoniche o radio-amatoriali.

E’ dunque una conversazione fra più utenti, condotta tramite Internet; è particolarmente conveniente in quanto ogni soggetto, collegandosi al proprio server attraverso appositi programmi gratuiti, ha la possibilità di introdursi in una o più aree tematiche di discussione aventi ad oggetto i più disparati argomenti; il tutto sostenendo esclusivamente i costi di una chiamata urbana, quella appunto al “nodo internet” più vicino, e ciò indipendentemente dalla collocazione geografia degli altri partecipanti. La comunicazione avviene in appositi canali o “stanze” che possono essere pubblici o privati, protetti eventualmente da una password, ai quali si può accedere solo dopo un invito esplicito da parte di uno dei cosiddetti operatori “op”.

Uno dei grandi vantaggi offerti dalla comunicazione via computer è la possibilità di entrare in contatto con persone lontane in tempo reale, attraverso il testo che, nello stesso momento in cui viene digitato, è letto dal destinatario o interlocutore.

La possibilità di comunicare in forma privata o pubblica, ha dei risvolti giuridici che non possono essere sottovalutati.

Infatti, in relazione alla comunicazione privata, è chiaro che essa consente il dialogo anche tra soggetti che si scambiano delle informazioni illegali, con l’unica diversità che, rispetto alle comunicazioni telefoniche, questo nuovo universo presenta delle difficoltà oggettive nella individuazione degli effettivi utenti: primo fra tutti il problema relativo alla identità personale degli interlocutori. In chat, infatti, ogni utente utilizza uno pseudonimo o nick – name; a ciò si aggiunge il fatto che, anche qualora si riuscisse a risalire all’IP (numero di protocollo assegnato dal server al momento del collegamento), non è detto che ad utilizzare il computer quel giorno, a quella data ora, fosse esattamente la persona titolare dell’abbonamento di fornitura di accesso ad internet. Potrebbe infatti trattarsi di un familiare, di un dipendente all’interno di una azienda o addirittura potrebbe essere una persona completamente estranea, ad esempio un hacker (o pirata informatico che dir si voglia) che sia riuscito ad interfacciarsi in forma illecita al computer di un altro utente, mascherando la propria identità.

La chat, nella sua minor parte, è pur sempre un ricettacolo di informazioni illecite. La possibilità di celare la propria identità, può senza dubbio avallare il comportamento criminale latente di alcuni individui altrimenti insospettabili.

E’ stato infatti riscontrato che, attraverso la comunicazione in chat, avviene uno scambio di appuntamenti o informazioni relative allo spaccio di sostanze stupefacenti, armi, immagini di pedo-pornografia.

Relativamente a questa analisi, la domanda da porsi è se, attraverso tale strumento, possa essere punita la condotta diffamante di chi divulga informazioni lesive del decoro, onore, o reputazione di un soggetto.

Una volta individuato il canale pubblico di discussione che si ritiene appropriato, vi si può accedere ed è come se ci si trovasse in una stanza o piazza virtuale, in cui ciascun utente è identificato dal proprio nick – name. Si può così dar luogo ad un dialogo, proprio come avverrebbe nella realtà, con l’unica differenza che le parti sono lontane, ciascuna comodamente seduta davanti al proprio personal computer.

Nel caso di affermazioni diffamatorie, quindi, nulla nega che vengano “pronunziate” in pubblico.

L’art. 595 c.p. recita: “Chiunque, comunicando con più persone …”. C’è da chiedersi se il requisito indispensabile della comunicazione possa considerarsi integrato anche quando lo strumento sia quello appunto della chat. Considerando che la comunicazione di cui stiamo parlando è di tipo telematico, cioè una comunicazione “che si giova delle tecnologie informatiche per le telecomunicazioni”, e considerando che con l’entrata in vigore della L. 547/93, le comunicazioni informatiche e telematiche hanno avuto il giusto riconoscimento da parte del legislatore, non sembra si possano muovere eccezioni sulla legittimità di una tutela esplicata anche nei confronti di ogni sorta di comunicazione, avvenuta proprio tramite una delle forme tipiche attraverso cui si esplica la comunicazione telematica, che è appunto la chat.

Possibilità, dunque, di configurare la fattispecie di cui all’art. 595 c.p., anche se le affermazioni avvengono sui canali IRC. Tuttavia, le problematiche verso cui si va incontro sono di tipo processuale, in particolare in sede probatoria. Dimostrare in sede processuale le dichiarazioni diffamatorie intervenute in una chat, causa agli operatori del diritto una serie di nuovi problemi con cui confrontarsi: innanzitutto occorrerebbe uno strumento certo che consenta la registrazione dei file di log della chat, avvenuta nel giorno e nell’ora in questione. Considerando l’ingente mole di lavoro a cui è sottoposto un server, già questa prima richiesta determina un primo oggettivo rallentamento dei lavori; in secondo luogo, occorrerebbe agire per tempo, poiché la denuncia per diffamazione deve avvenire entro novanta giorni dal fatto di reato o comunque dal momento in cui se ne è venuti a conoscenza. Si potrebbe fare una copia del file di log del proprio computer, che tuttavia, potendo essere facilmente modificato da chiunque, non può avere quella rilevanza probatoria che invece necessita. Questo documento potrebbe essere allegato alla denuncia presentata alla autorità giudiziaria, in attesa di ottenere l’autorizzazione ad estrarre copia del file di log direttamente dal service provider.

Altro problema è poi rappresentato dall’anonimato della chat, che, come già esposto in precedenza, renderebbe meno agevole l’individuazione dell’effettivo autore delle dichiarazioni infamanti.

Come si evince facilmente, le procedure diventano senza dubbio più farraginose e meno agevoli, specie qualora non si possegga una competenza ad hoc in materie delicate, come quella del diritto dell’informatica. Si incomincia a profilare la necessità di affiancare agli operatori del diritto, una serie di assistenti dotati di competenze tecniche e di cognizioni giuridiche specifiche nella materia in oggetto.

Conclusioni.

La rivoluzione che stiamo vivendo non è esente da problematiche e dai rischi ad essa connessi. La possibilità, in fieri, data ad ognuno di comunicare con tutti, può trasformare ogni individuo in un veicolo consapevole o meno di informazioni errate, fuorvianti o viziate che possono ricadere su Stati, gruppi o altri singoli.

Ecco perché probabilmente occorrerà tenere sempre ben demarcato il confine tra l’informazione che proviene dal privato, rispetto a quella che scaturisce da un professionista, quale è il giornalista; né si può pretendere che chi esercita tale professione sia sottoposto agli stessi vincoli o doveri, in una parola alle stesse responsabilità, rispetto ad un privato. Appare evidente come le problematiche che internet pone, non sono certamente limitate ai possibili usi illeciti di queste nuove forme di comunicazione. L’attenzione del legislatore andrebbe, in questa fase, rivolta anche ad alcuni importanti aspetti di tipo procedurale, come l’accertamento del fatto di reato, l’individuazione dell’effettivo responsabile e del locus commissi delicti e della possibilità di un concreto intervento, nel caso in cui il sito o l’autore si trovino all’estero.

Il criterio di responsabilità penale personale, la necessità di rispettare il principio di colpevolezza, non possono essere travalicati attraverso una generica e onnicomprensiva ascrizione di responsabilità a tutti i soggetti, che entrano all’interno del processo divulgativo delle informazioni per via telematica. A ciascun partecipe va addotta la responsabilità relativa alla propria condotta, alle proprie competenze, qualifiche ed operato. Ecco perché non possono essere penalmente parificate, sotto il profilo della punibilità, le differenti e variegate forme di responsabilità, relative all’operato del direttore di una rivista, di un service provider, di un utente privato che gestisce in forma personale la propria pagina web.

In conclusione si può affermare che “il progresso non è mai buono o cattivo in sé. E’ l’utilizzo che ne fa l’uomo che può renderlo cattivo”. L’uomo può essere soggetto attivo di un reato, la Rete soltanto uno fra i possibili mezzi.