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Alessandro Parrello: “il cinema è l’evasione più spettacolare della vita”

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Attore, regista e produttore cinematografico italiano, abita in un trullo in Puglia e divide la vita professionale tra l’Italia e gli Stati Uniti. Il suo ultimo cortometraggio “Nikola Tesla, the Man from the Future”, ambientato a New York il 16 maggio 1888, racconta la storia dell’inventore serbo Nikola Tesla. Lo scorso dicembre il fi lm è stato presentato a Varsavia all’interno del 15° Grand Off Witold Kon, Festival Internazionale di Cortometraggi Indipendenti.

Incontriamo Tesla nel momento in cui sta per presentare un innovativo motore asincrono a corrente alternata che cambierà per sempre il mondo e il progresso tecnologico. Il fi lm è un progetto internazionale multi piattaforma girato tra cinema e VR 3D. La versione in realtà virtuale è stata girata con un sistema di ripresa in soggettiva 3D grazie a cui è possibile catapultarsi dentro la storia e dentro il corpo di Tesla, vivendo i suoi esperimenti in prima persona.

Il cortometraggio ha debuttato ad Alice nella Città, durante la Festa del Cinema di Roma, nel 2020 nella Selezione Ufficiale e, dopo un anno e qualche mese, sta ancora girando per i festival di tutto il mondo. Finora ha vinto un totale di 22 premi tra cui miglior cortometraggio a Hollywood Gold Awards, 2 premi al Digital Media Fest 2021 con la versione VR e delle menzioni speciali a Praga e in Russia. La versione VR del fi lm è uscita nel 2020, mentre da marzo la versione cinematografi ca sarà su Rai Play, così potrà essere apprezzato da un pubblico più ampio, non solo quello che frequenta i festival.

La regia non è stata la tua prima scelta, qual è stato il tuo percorso formativo?

In realtà ho fatto tanti lavori diversi nella vita. Nel mondo dello spettacolo ho iniziato facendo il fi gurante in qualche programma televisivo, prima di diventare attore. Solo dopo mi sono iscritto ad una scuola di teatro segnalatami da un collega. Ho studiato anche con Michael Margotta, un coach di New York, che lavora tanto in Italia. Devo dire che lui mi ha formato molto e tante cose mi tornano molto utili oggi quando lavoro con gli attori. Ho esordito giovanissimo come stuntman nel fi lm „Gangs of New York” che hanno girato in Italia e poi come controfi gura in „The Sin Eater” con Heath Ledger. Se penso che sono stato in auto con lui mi vengono i brividi. Poco dopo ho esordito come attore con un piccolo ruolo nella serie televisiva Elisa di Rivombrosa. Il primo lavoro come protagonista è stato nel 2004, nella serie Rai „Sweet India” di Riccardo Donna e da lì sono arrivate altre opportunità che nel 2007 mi hanno portato negli Stati Uniti. Era una cosa che volevo fare sin da bambino, ero affascinato dall’idea di partire e andare dall’altra parte del mondo. In più in quel periodo non stavo lavorando molto perciò ho deciso di dare una svolta alla mia vita e inseguire il sogno americano.

Perché hai scelto proprio New York?

In realtà volevo andare a Los Angeles, ma uscì un’intervista su in settimanale fatta in occasione della serie „Sweet India” e la giornalista invece di scrivere che volevo partire per Los Angeles, ha scritto per New York. L’ho preso come un segno e ho cambiato la destinazione del viaggio.

Il sogno americano si è rivelato come lo avevi immaginato?

All’inizio ho fatto il cameriere in un ristorante italiano sulla West 46 a Manhattan e grazie a quel lavoro sono riuscito a pagarmi la scuola d’inglese e il corso di recitazione. Poi ho fatto il modello per un grosso brand italiano. Comunque non sono rimasto fisso negli Stati Uniti, facevo avanti e indietro perché non avevo ancora il visto idoneo. Un pomeriggio, mentre ero a Roma, mi è arrivata una mail con la proposta di fare un provino per un cortometraggio a New York il giorno stesso! Non volevo rinunciare quindi ho scritto al regista inventando che ero impegnato fuori New York e gli ho chiesto se fosse stato possibile spostare l’incontro per il giorno dopo. Ci sono riuscito! Grazie a questa mossa mi sono imbarcato su un volo last minute, ho vinto il provino e mi hanno preso come protagonista per quel cortometraggio e subito dopo ho fatto il protagonista in un piccolo fi lm indipendente francese. È stata una svolta che mi ha permesso di prendere il visto come attore e ho cominciato a costruire il mio percorso.

E quando hai capito che alla carriera d’attore preferisci quella da regista?

Non c’è stato un momento preciso. Facevo video già a 16 anni con la super 8. Al liceo stavo sempre con la telecamera e giravo sketch divertenti con i miei compagni. Poi nel 2008 ho scritto e diretto il mio primo cortometraggio „Troppo d’azzardo”, in cui il protagonista doveva recuperare una Dune Buggy che il padre aveva perso a poker anni prima. È stato il primo progetto di finzione in Italia ad essere girato in 4K ed è uscito sulla Tv privata italiana Coming Soon Television. Poi però non ho voluto fare altre regie. Temevo di dare l’idea agli addetti ai lavori di voler fare troppe cose e mi ero auto convinto di fare solo l’attore. Stavo riflettendo su cosa volevo veramente fare nella vita e questo mi ha portato però ad aprire la mia casa di produzione. Alla fine del 2015 mi affidarono la realizzazione di un video per l’allestimento di un museo in Basilicata, sulla storia di un famoso brigante italiano dell’800. Mi è venuta l’idea di trasformare quel video in un cortometraggio cinematografico a cui diedi il titolo „Il lupo del Pollino”. L’idea piacque ai miei committenti, tanto che poi il corto ha vinto dei premi ed è stato distribuito da Rai Cinema. Dopo aver visto questo lavoro alcuni amici e la mia agente mi hanno esortato a dedicarmi nuovamente alla regia. Ero un po’ indeciso, ma poi si è aggiunta anche una produttrice e alla fine mi hanno convinto a lanciarmi in modo serio. Così ho cominciato a dirigere altre ricostruzioni storiche e una serie di video multimediali, incluso qualche spot di moda. Da lì mi sono specializzato nella regia Virtual Reality. Tra il 2019 e il 2020 ho fatto Nikola Tesla. Il film è stato prodotto dalla mia società WEST 46TH FILMS in coproduzione con la società inglese Casting The Bridge e con il sostegno di Nuovo Imaie. Questo progetto si è rivelato catartico sotto molti aspetti.

Perché volevi raccontare un personaggio come Tesla?

È stato un caso, anche se non credo al caso! Un pomeriggio, parlando di fisica quantistica con la casting director Teresa Razzauti, a un certo punto è uscito fuori il nome Tesla, di cui allora sapevo poco rispetto ad oggi. Il nome è soprattutto associato alle auto elettriche. Giorni dopo lei mi chiama e mi fa notare la mia somiglianza con questo grande scienziato. I suoi brevetti e il suo lavoro teorico formano, in particolare, la base del sistema elettrico a corrente alternata, della distribuzione elettrica polifase e dei motori elettrici a corrente alternata, con i quali Tesla ha contribuito alla nascita della seconda rivoluzione industriale. Così ho comprato subito le biografie e ho cominciato a studiare il personaggio. Mi sono innamorato di questa idea perché ho scoperto che Tesla ha avuto una parabola pazzesca che mi ha conquistato. Ho dovuto meditare un po’ su cosa raccontare perché non volevo fare un documentario. Mi interessava raccontare una storia basata su eventi reali ma romanzata, per far conoscere quest’uomo incredibile a chi non lo conosceva. Dovevo trovare l’idea giusta. Poi all’improvviso, mentre ero a New York, scrissi di getto la sceneggiatura in una notte, direttamente in inglese, et voilà!

Nel film ci sono elementi della vita reale di Tesla?

L’ultima scena del film è stata girata a New York da Delmonico’s, la storica steakhouse statunitense, dove Nikola Tesla andava spesso a cena con Mark Twain. La facciata del palazzo in cui si trova il locale è uguale a com’era a fine ‘800. Nel nostro progetto abbiamo ricostruito solo gli edifici che c’erano attorno. Siamo riusciti a girare lì senza pagare la location perché tre settimane prima scrissi una email romantica al marketing di questo ristorante, chiedendo se potevano aiutarmi a realizzare il sogno di girare lì dentro la scena finale del film. Hanno acconsentito mettendomi a disposizione l’interno e l’esterno. Il manager è un fan di Tesla! Sedermi sul posto dove veramente si sedeva Nikola Tesla è stata una grande emozione. Inoltre tutti gli effetti in scena sono stati realizzati usando una vera bobina di Tesla fatta arrivare sul set per ricreare la stessa magia che ha creato lo scienziato attraverso il suo campo elettromagnetico.

I prossimi progetti?

Sto preparando un nuovo cortometraggio perché amo questo genere. Secondo me, raccontare una storia in 15 minuti è un esercizio dell’anima che ti obbliga a concentrare la narrazione e far arrivare al pubblico il messaggio che vuoi trasmettere in un lasso di tempo molto limitato. Questo nuovo progetto si chiamerà „Lo zio di Venezia” e avrà come protagonista Giorgio Tirabassi, un attore italiano straordinario che ammiro molto. La storia si svolge interamente a Venezia e racconta un confronto generazionale tra uno zio romano e un nipote trentenne che dà tutto per scontato nella vita. Voglio raccontare come spesso noi diamo priorità alle cose superflue, un po’ per vana gloria, tralasciando i veri valori che ci rendono umani, tra cui l’amore. Tutto questo viene raccontato in una pungente chiave ironica, dove si sorride ma ci si emoziona, con un grande colpo di scena. Non vedo l’ora che il pubblico lo veda. Finito questo progetto mi dedicherò appunto al mio primo lungometraggio che avrà un bellissimo cast e sarà ambientato nel Sud Italia tra presente e passato, ma per ora lasciamo un po’ di mistero. In programma c’è anche un film di animazione in 3D, su cui sto già lavorando dallo scorso anno assieme a un gruppo di professionisti e avrà come protagonista un bambino speciale.

Stai sperimentando generi diversi?
Il bello di questo lavoro è che ci permette di dare sfogo alla fantasia e non essere fossilizzati con un solo genere. Mi sono imposto di fare solamente le cose che veramente mi va di raccontare o che sento debbano essere raccontate, a prescindere se le scrivo io o altri. Questa è una cosa che ho imparato anche dagli americani. Ci sono tanti registi che fanno film di generi diversi dove in ciascun lavoro mettono sempre un po’ di loro stessi. Una storia può essere raccontata con colori assai diversi, basta scegliere quali. A me stanno a cuore le tematiche come il confronto umano o immergere i personaggi in avventure fantastiche, raccontare di eroi positivi o negativi che ritrovano loro stessi. Mi piace esplorare le dinamiche dell’amore, dell’amicizia e il lato oscuro di ognuno di noi. Mi piace dar voce ai vinti che vogliono riscattarsi e non far mancare mai un colpo di scena che sorprenda o spiazzi il pubblico. Alla base di tutto questo però ci sono sempre i rapporti umani. Il cinema per me è l’evasione più spettacolare della nostra vita.

Monika Bułaj: la fotografia come strumento antropologico

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Photoreporter e scrittrice, laureata in filologia polacca, ha studiato anche teatro d’avanguardia e danza. Gira documentari, organizza laboratori teatrali e fotografici. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in tutto il mondo.

Lei fotografa e descrive la cultura e i popoli delle zone di confine dell’Asia, dell’Africa e dell’Est Europa. Perché ha scelto questo tema come motivo predominante delle sue opere?

Sono polacca di Varsavia ma parte della mia famiglia viene da un paesino che, prima della seconda guerra mondiale, era considerato dagli ebrei come uno dei più importanti centri chassidici in Polonia. La questione degli ebrei mi ha sempre interessato. Quando ero giovane non se ne parlava perciò ho letto tutto quello che potevo, ma non è stato facile perché tanti libri si dovevano cercare da fonti all’epoca illegali oppure in altre lingue. Nel 1988 sono andata ad Anversa. A quel tempo, mi occupavo della cultura e della storia della minoranza dei Lemchi, i cristiani ortodossi perseguitati dal governo comunista polacco, e raccoglievo storie anche dei loro vicini ebrei del periodo prebellico. Un giorno ho saputo che il più anziano ebreo di Grybów, Dawid Riegelhaupt, viveva ad Anversa. Nato nel 1906, una rarità! Dovevo conoscerlo. Dopo il nostro incontro Dawid mi ha portato a Diamantskrieg, dove lavoravano molti ebrei di origine polacca e la notizia del mio arrivo si è diffusa rapidamente. Ero per loro un pezzo d’infanzia, una cittadina del paese che amavano e da cui sono dovuti scappare dopo la guerra, come poi mi hanno raccontato. Non riuscivo a capire come potessero dire cose così negative sull’antisemitismo in Polonia. Io sono cresciuta con una narrazione diversa, in cui gli approfittatori erano un fenomeno marginale, e la generazione dei nostri nonni patrioti ed eroi era piena di compassione per il destino degli ebrei. Questi ultimi ebrei, di Łódź, di Varsavia, della Precarpazia, della Podlachia, mi hanno svelato i loro ricordi delle persecuzioni che hanno patito non solo per mano dei tedeschi ma anche da parte dei polacchi, prima, durante e dopo la guerra. Ricordavano con più dolore i torti subiti per mano dei loro compaesani che la crudeltà del genocidio nazista.

Invece gli anziani Lemchi mi hanno mostrato le loro spalle con segni di ferite, risalenti ai tempi della barbara azione di deportazione ”Vistola” nel 1947. Alcuni di loro furono poi detenuti nel campo post-tedesco, cioè nel campo di concentramento e di transito a Jaworzno. I prigionieri di guerra tedeschi furono imprigionati nel campo vicino. I soldati della Wehrmacht, trattati meglio, guardavano i Lemchi che morivano di fame e non riuscivano a capire perché i polacchi torturavano altri polacchi. Quel silenzio e la quantità del male subito dalle minoranze etniche e religiose che vivevano in Polonia hanno rotto qualcosa in me. Il confronto con questa verità è stata un’esperienza molto dolorosa.

Questa esperienza ha portato allo sviluppo dell’argomento e all’ulteriore ricerca…

Ne ho già scritto diverse volte: viviamo in un grande cimitero, dove l’alternativa al tacere su certi argomenti è una brutta parola, dove le vittime diventano criminali e i criminali vittime, giustificando in questa maniera le loro azioni. La Polonia non ha rielaborato il tema ebraico, come se la misura dei crimini tedeschi ci esentasse da esso, ma fortunatamente da almeno 20 anni grandi scrittori e ricercatori polacchi ci stanno lavorando. La mia generazione non conosce l’esperienza della guerra, ma conosce il silenzio dopo che le persone erano state assassinate, non compiante e dimenticate, un silenzio insopportabile che deve essere riempito.

Il mio fascino per le religioni e le culture deriva anche da un senso di ingiustizia nei confronti delle minoranze. Molti di loro scompaiono davanti ai nostri occhi, per questo bisogna essere svelti in questo lavoro. Ho iniziato la ricerca sulle terre di confine sud-orientali e orientali della Polonia. Ero anche molto curiosa del modo in cui le culture delle zone di confine si influenzano a vicenda. In periferia ci sono a volte i fenomeni più interessanti di spiritualità e saggezza di persone di fedi diverse. In Bielorussia ho incontrato tatari che praticavano certe usanze della fede ebraica, consapevoli di essere diventati memoria dei morti, e di quella ortodossa. Gli ortodossi invece, come i tatari musulmani, usavano preghiere e tradizioni cattoliche. Più andavo verso est più scoprivo minoranze culturali. Questo ha suscitato il desiderio di imparare e registrare le loro storie. Questi percorsi mi hanno portato in Asia e in Africa.

Possiamo dire, allora, che si tratta di un lavoro con una dimensione antropologica?

Si può dire che si tratta di una sorta di reportage antropologico. Per fare questo lavoro bisogna costantemente studiare la storia, l’antropologia, la letteratura, la poesia e le lingue. Il punto di partenza è la storia, sia quella ufficiale, che spesso è la narrazione dei vincitori, sia quella trasmessa oralmente ovvero la storia sugli inizi, gli antenati e il dolore dell’esilio, trasformata in mito e sublimata in rituali.

Le persone hanno sempre migrato, spesso contro la loro volontà, come ad esempio i popoli dell’Africa. Si è poi ritrovata in comunità composte come patchwork di diverse tribù e tradizioni, ha preso ciò che era utile dalle culture locali, proteggendo i suoi canti e i suoi ritmi, spesso creando nuovi culti, grazie ai quali ha cercato di sopportare il dolore cercando di mantenere vivo il ricordo del paese d’infanzia. Tutto questo è legato agli eventi di oggi, alla migrazione, alla fuga di persone o di intere generazioni, che sono costrette ad una pericolosa ricerca di una nuova patria.

Vivo a Trieste, a 10 km dal confine sloveno. Documento i giovani in fuga dal Kashmir o dall’Afghanistan nei Balcani. In Afghanistan mi sono occupata di minoranze per molti anni. E poi in Europa e negli Stati Uniti ho cercato di mostrare con il mio lavoro – mostre, urban art, libri, reportage, teatro – quanto i nostri destini siano legati. È necessario raccontare questa storia. La migrazione afghana, la seconda al mondo secondo l’UNHCR, non è qualcosa di nuovo, le sue origini risalgono all’invasione sovietica del dicembre 1979 e dal 2001 si sta dirigendo verso l’Europa. Fa quindi parte anche della nostra storia e della nostra responsabilità perché è conseguenza delle azioni militari compiute dall’Occidente in Afghanistan. L’esilio è un’esperienza molto difficile. Le famiglie afghane mandano i loro figli maggiori non solo perché sono più forti e saranno meno esposti a stupri e violenze rispetto alle ragazze, ma anche perché, secondo la loro tradizione, sono i figli primogeniti ad essere responsabili di tutta la famiglia. A questo si aggiunge il controllo sociale delle ”virtù delle donne” nella cultura afghana, ed è per questo che le ragazze afghane che camminano da sole – un caso molto raro – di solito hanno una guardia, a volte si parla di un finto cugino. Vorrei ricordare che si tratta di giovani in fuga dall’estremismo ideologico e terroristico. Purtroppo, questa fazione marginale più radicale ha dominato il nostro immaginario collettivo sull’Islam, anche grazie alla collaborazione dei media occidentali.

In effetti è terribile come i media creino stereotipi e quanto facilmente ci crediamo. Essendo consapevoli che il mondo li rappresenta con un’immagine negativa, si fidano degli estranei? Ogni cultura l’ha accolta allo stesso modo?

A Gerusalemme, nell’ambiente maschile degli ebrei haredim, mi hanno accolta con molta difficoltà. Questo è comprensibile, perché hanno un’infinità di regole riguardanti la segregazione di genere. Non potevo entrare nella parte maschile delle sinagoghe e delle yeshives, anche se volevo davvero scattare foto lì. Ho rispettato il mio posto. Mi vesto sempre nel rispetto delle tradizioni locali, tra i musulmani, ad esempio, sono coperta fino alla punta delle dita, facendo in modo che non si veda neanche una ciocca di capelli. Nei circoli sufi afghani sono sempre stata accolta calorosamente, anche se ero l’unica donna tra gli uomini e sapevo benissimo che questi onori erano riservati a me come ospite e non come donna. Si vede che le regole sacre dell’ospitalità sono più forti di alcuni modelli culturali patriarcali secondo cui una donna è un po’ meno umana di un uomo.

Lei li accoglierebbe nello stesso modo a casa sua?

Vale la pena di mettere giù la macchina fotografica e la penna per aiutare davvero. Non voglio parlare di me stessa, ci sono già abbastanza auto-narrazioni eroiche su novelli Schindler che facevano uscire la gente dopo l’occupazione dell’Afghanistan da parte dei talebani. È interessante notare che le stesse persone che l’Europa ha salvato, facendogli abbandonare i loro figli all’Abbey Gate dell’aeroporto di Kabul, le stesse persone a cui i nostri ministeri della Difesa e degli Interni hanno garantito un volo e un visto in Europa in agosto, diventeranno molto rapidamente di nuovo illegali alle nostre frontiere. Aiutare loro o quei bambini abbandonati è un lavoro enorme.

Molte persone aiutano ogni giorno da anni, in silenzio, perché è una questione di decenza e non di eroismo. Quando il mondo intero è malato, il sogno di viaggi turistici in paesi lontani non è osceno? Potrebbe essere invece una buona occasione per dare una mano a coloro che non hanno scelta e devono migrare. Anche questo è conoscere e, vi assicuro, è molto più profondo di un safari fotografico tra le tribù dell’Etiopia distrutte dai turisti o nelle baraccopoli dell’India.

Nel nostro piccolo possiamo aiutare in molti modi diversi creando dei meravigliosi legami di solidarietà. Nel mio caso è anche una questione di ricambio dell’ospitalità, che ho vissuto, anche se probabilmente in misura diversa. Non mi fido per esempio dell’ospitalità afghana perché a volte è esagerata. Un autista è in grado di mettere i propri figli in macchina per far sembrare che una donna estranea sia sua moglie così entrambi prendono meno rischi. Preferisco andare da sola, a piedi. Ecco perché sto sempre attenta a quello che chiedo agli afghani.

Finché non si incontra un rifugiato è difficile essere sensibili alla sua situazione. Lo vedo ovunque, tra amici nella mia città di confine. La situazione può cambiare quando ci troviamo di fronte ad una persona, ad esempio ad una ragazza di nome Fatima con un bambino che zoppica a causa delle profonde ferite ai piedi e che, per la prima volta da due anni, passa la notte in una vera casa, si siede a un tavolo ben preparato, mangia un pasto caldo afghano, dorme in lenzuola stirate e allo stesso tempo blocca la porta con un armadio perché ha ancora paura della foresta e di uomini armati e mascherati. Allora cominci a capire lentamente la sua storia e la sua paura.

Come sono stati i suoi primi incontri con i musulmani? Quanto tempo ci è voluto per fare amicizia e per guadagnare la loro fiducia?

I primi musulmani in carne e ossa che ho incontrato erano i tatari polacchi. Ci hanno messo sotto il piumino, perché faceva freddo. Stavo camminando con un’amica nella foresta vicino al confine bielorusso e si sprofondava nella neve fino alle ginocchia.

In Afghanistan ho incontrato tanti limiti: sono una donna, cammino da sola, a volte zoppico o sono malata, ma comunque mi accolgono con emozione e ospitalità che per loro è sacra, come in tutto l’Oriente. L’ospitalità è indipendente dalla religione.

Dai Lemchi, che erano tornati dalla deportazione alle terre occidentali nei loro nativi Monti Beschidi, all’inizio bussavo, con il pretesto di comprare il latte, per poter fare amicizia. Ero molto timida. Ho capito subito che la fiducia viene solo dalla gentilezza e dal rispetto. Ho fatto molte amicizie durevoli. Ovviamente in tutte le culture la gente si comporta diversamente. A volte sembra che un sorriso apra il mondo e poi si scopre che in alcune tribù dell’Africa mostrare i denti è una dimostrazione di virilità, salute e potere. Così si creano situazioni divertenti.

Nell’Europa dell’Est mi è capitato che la fiducia di chi accoglie in casa un ospite fosse così grande che per la prima volta hanno raccontato storie che avevano sempre taciuto. Cioè hanno affidato la memoria a una sconosciuta. Molti di loro sono morti, per me è stata l’ultima possibilità di incontrare persone anziane che ricordavano ancora i tempi della prima guerra mondiale. Quel mondo se n’è andato con loro perciò è necessario scrivere queste storie.

 

Quando penso, ad esempio, all’Afghanistan o all’Iraq mi vengono in mente le immagini che ci presentano i mezzi di comunicazione: povertà, miseria, guerra, rabbia. Queste immagini sembrano urlare, nelle sue foto invece c’è un punto di vista completamente diverso. È un tentativo di rendere autentico quel mondo?

In un certo senso sì. La fotografia è sempre un’interpretazione. Non si tratta di istruire, ma sensibilizzare le persone. È importante mostrare la verità. E cos’è la verità nella fotografia? Un attimo in cui qualcosa viene rivelato, qualcosa di reale ma non del tutto definito lasciando così allo spettatore un’opportunità di completarlo con l’immaginazione.

Mi infastidisce quando sento dire che le mie foto sono belle. Non voglio deliziare nessuno. Mi sento meglio quando questa bellezza diventa inquietante. Vorrei che le mie foto entrassero nella cultura e nella coscienza pubblica, se lo meritano, e che fossero un ponte tra le persone. Probabilmente solo l’arte è un mezzo abbastanza forte per far aprire una persona agli altri.

Tuttavia, queste storie sulle persone e sulla loro cultura, anche se molto interessanti ed estremamente preziose per il mondo, si perdono tra le notizie di facile sensazionalismo…

Sì, gli stereotipi diffusi dai media sono a favore dei fondamentalisti o dei terroristi. Vogliono che il loro ”bell’attacco” sia sulla prima pagina dei giornali. Vogliono essere al centro dell’attenzione dell’informazione, sono soddisfatti che qualcuno noti i loro crimini, perché è solo grazie a questo che esistono. Bisogna anche ricordare che la maggior parte dei fotogiornalisti di guerra si muovono con un contingente di soldati, perché è per questo che sono stati inviati. Gli hanno pagato il volo, vitto e alloggio e hanno ricevuto i termini del contratto e dell’assicurazione, in cui era chiaramente specificato dove e come potevano muoversi. Non possono uscire da soli, quindi non hanno idea della vita reale della popolazione civile. Ed è il loro lavoro che crea l’immaginario collettivo sull’Afghanistan. Io non vado lì per confermare ciò che già sappiamo o per garantire ai giornali una specifica foto. Vado lì per imparare e scoprire qualcosa che non sappiamo. Sfortunatamente non c’è richiesta per tali materiali. Ho scelto questa strada consapevolmente e, anche se ho ricevuto molti premi per le mie foto, i giornali non hanno pubblicato molto. Le redazioni non volevano ascoltare storie sugli afghani, ma piuttosto erano curiosi di sapere come mai ero ancora viva. In risposta ho scritto un reportage, o meglio un trattato antropologico, sul teatro della quotidianità degli afghani, sui loro travestimenti e trucchi per sopravvivere. Perché un ostacolo può sempre essere trasformato in un vantaggio e un problema in un’opportunità per un altro incontro. L’ho imparato in viaggio.

Le persone spesso non si rendono conto di quanta energia un fotografo mette nella creazione di una serie di foto o reportage. Come si prepara per questi viaggi?

Prima di tutto viaggio da sola e a mie spese. Lavoro tanto per permettermelo. Non sono un’inviata, mi auto invio. Mi piace viaggiare senza biglietto di ritorno, così non devo spostarlo all’infinito. Questo lavoro richiede anche molta forza fisica. Non si sa mai quanto si dovrà camminare, in quali condizioni vivere. Sono sportiva e me la cavo, è la mia grande risorsa. Un problema a parte è lo sforzo psicologico. Le persone mi affidano le loro storie, mi danno una parte di sé stessi. Mi sembra che la fotografia sia una questione di responsabilità. È importante costruire una buona storia che aiuti queste persone e sensibilizzi gli altri.

Ho davanti a me le foto della serie ”Africas”. Le ritengo stupende perché, oltre l’estetica del gioco di luci e ombre, raccontano anche una storia, la definirei una sorta di profondità bidimensionale. Le sagome delle persone sono scure e non si vedono i volti, perciò si legge di più dall’ambiente in cui si trovano. Qual è il ruolo dello sfondo nelle sue fotografie?

Per me non esiste uno sfondo nella fotografia, la fotografia è tutto, anche il più piccolo punto, ombra, segno su quello che comunemente chiamiamo lo sfondo. Per mostrare ciò che è importante, è necessario condurre a questo punto attraverso varie forme geometriche, a volte linee quasi invisibili, macchie, chiaroscuri, segni e vari percorsi, che a volte portano anche oltre l’inquadratura. Questo ”background” è importante per me tanto quanto il primo piano. Succede che il soggetto principale della foto è nascosto, devi trovarlo.

Che cos’è la fotografia per lei?

È una sorta di meditazione, richiede di essere in anticipo sui tempi, di avere un intuito su ciò che può accadere e questo è possibile solo nella massima concentrazione. Si tratta di frazioni di secondi, momenti che non possono essere ripetuti o riprodotti. Bisogna essere pronti e avere una perfetta padronanza della tecnica, la macchina fotografica deve avere tempo, profondità e luce ben impostati. Sembra molto semplice ma non lo è affatto. Sono importanti la concentrazione, la capacità di aspettare e la calma. La fotografia è anche reciprocità, è un incontro. Per me non è un fine, ma un mezzo, non devo avere una foto, posso parlare. Non mi piace essere fotografata, quindi capisco le persone che non vogliono apparire in foto. Purtroppo la fotografia è onnipresente e spesso viola la privacy.

Credo che nei luoghi più calmi si possa avere più controllo dell’inquadratura rispetto a quando si è in una grande città? È possibile fotografare nel trambusto della metropoli?

Una città europea è un grande soggetto, si possono osservare molti fenomeni interessanti legati alla luce, ma ovviamente è più difficile fotografare le persone. Tutti sono consapevoli dell’invasione dei social media, quindi la sfiducia è comprensibile. È importante non fotografare le persone contro la loro volontà.

Esiste la convinzione che per scattare foto bisogna andare in un posto lontano, estraniarsi dal mondo di tutti i giorni e guardare gli ”altri”. Questa ovviamente è un’illusione perché le foto scattate in questa maniera sono spesso molto brutte, non hanno profondità, c’è solo esoticità superficiale. Penso anche che sia importante vivere la quotidianità nella fotografia, come diceva Czesław Miłosz, ”partendo dalle mie strade”. A volte insegno fotografia a bambini provenienti dai ghetti poveri da cui non possono uscire, come le enclave serbe del Kosovo. Gli insegno a guardare questi luoghi con ”occhi diversi” in modo che cambino la loro prospettiva sul mondo che conoscono, giochino con le proporzioni e attivino la loro immaginazione. Per fargli vedere macchie solari, lampi, insetti, luce che brilla attraverso le foglie degli alberi.

A proposito come guarda le sue foto? Le tratta come una sorta di ricordo? Si siede con una tazza di tè, tira fuori un album e lo mostra agli amici o ricorda da sola i viaggi?

No. Creare sequenze che si trasformano in una storia è un lavoro. Metto da sola le foto negli album, le associo al testo, ma sono stanca delle mie foto e non mi piace guardarle. A casa voglio riposare, ho bisogno di spazio vuoto. Preparo mostre, monto, controllo se tutto è in ordine e questo mi basta.

Penso che nel corso degli anni guardiamo le nostre fotografie in modo diverso.

Sì, una tale distanza aiuta sicuramente, quindi è importante conservare l’archivio e fare una riselezione. Sia quando fotografi che quando fai editing, devi essere come una pagina bianca e non lasciare che altre immagini o teorie prendano il sopravvento sul tuo modo di percepire. Bisogna entrare nelle immagini, abbinarle le une con le altre, e poi la partitura narrativa – due, tre, sette foto, o un libro intero – crea a volte
una nuova storia, rafforzando le singole fotografie e facendo emergere un significato ancora più profondo sulle persone e sulle situazioni che vogliamo raccontare. Lavorare sulla sequenza è molto importante. Lo insegno ai miei studenti. Quando invece si lavora sul campo ogni giorno è nuovo, facciamo nuove esperienze, cerchiamo nuove persone, luoghi, partendo da zero. Certo siamo già in grado di prevedere alcune cose, ma bisogna essere sorpresi ogni volta…

Avere la freschezza dello sguardo?

Esattamente! Ho 55 anni, quindi ho già molta esperienza. Ho visto tante cose, innumerevoli situazioni e posso prevedere alcune cose. Osservo il teatro della vita che si ripete, il dolore che ritorna, le separazioni, la sofferenza e la gioia. Comunque
cerco di mantenere attenzione ed empatia.

Ha visitato molti paesi ma ha deciso di vivere in Italia. Come mai ha scelto proprio Trieste?

In parte per una situazione familiare, in parte per caso. All’inizio non pensavo che l’Italia sarebbe stata il posto dove avrei voluto trascorrere il resto della mia vita. Immaginavo che sarei venuta per un po’, ma questo momento dura già da 28 anni e sono molto grata al destino per questo. Ma anche la lingua e la letteratura polacca, con cui sono cresciuta, sono la mia casa. A causa della distanza e del fatto che non la uso tutti i giorni, trovo forza nelle parole polacche. È incredibile quante dimensioni possa avere una parola polacca! Presto anche molta attenzione al suono e all’etimologia. L’Italia è un paese molto interessante, probabilmente il più bello al mondo, lo amo molto. Torno a casa e dagli amici con una sensazione di gratitudine.

Ogni regione ha qualcosa di unico, che la distingue dalle altre, e che costantemente ci sorprende e ci attira. Che cos’è che le piace di più dell’Italia?

Amo l’Italia per l’operaio che legge Rilke e organizza un festival di musica, per le persone che da molti anni portano nella piazza di fronte alla stazione ferroviaria di Trieste il riso con verdure, scarpe morbide, vestiti e medicine per i rifugiati feriti e congelati, per i calabresi e la loro ospitalità quasi afgana, cioè orientale, sacra, per l’umorismo diabolico dei toscani, per il fatto che esista una città come Napoli, per il dialetto romano e la luce dell’Umbria, per la bora, ovvero il più forte vento mediterraneo… I motivi sono infiniti e non faccio complimenti di routine. Non c’è snobismo e necessità di giudicare. Quando mi esibisco nei teatri italiani, sento l’attenzione e la tenerezza del pubblico che ascolta la storia. Sono contenta di aver cresciuto i miei figli qui. In Italia ho tanti impegni, faccio workshop e lezioni, pubblico libri. Ultimamente lavoro molto in Calabria dove da un po’ di tempo sto girando un film documentario. Esploro ogni angolo delle montagne dell’Aspromonte, perché anche lì ci sono fenomeni legati ai luoghi di confine. Con mio figlio, che fa il regista, giro una storia sulle persone che vivono in città completamente deserte, spesso sono figli di migranti.

La ammiro per il suo coraggio e la sua determinazione e per l’aiuto che porta a chi ne ha bisogno in modo diretto e attraverso il suo lavoro.

L’aiuto è un dono non solo per chi lo riceve, ma anche per chi lo offre. Come possiamo essere certi che non diventeremo di nuovo dei rifugiati?

Affidarsi alla follia

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Dopo aver esordito come narratore nel 2008 con la raccolta di racconti Spirale (Città Nuova, Roma), a cui ha fatto seguito tre anni dopo il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano), Stefano Redaelli, che vive e insegna a Varsavia da diversi anni, giunge ora con Beati gli inquieti, pubblicato nel 2021 presso la casa editrice abruzzese Neo Edizioni, a un libro straordinariamente denso, sentito e meditato, che è stato candidato, subito dopo la sua uscita, al Premio Strega, nonché successivamente rientrato, fra gli altri riconoscimenti, nella selezione ufficiale del Premio Campiello.

Questo romanzo però non ha unicamente incontrato un immediato consenso di critica ma anche un notevole riscontro fra i lettori, arrivando ormai, in pochi mesi, alla sua terza ristampa. Felice e tutt’altro che scontata accoglienza, è il caso di sottolineare, per un’opera che mette al centro della narrazione la sofferenza psichica, dandole direttamente la parola, spostando coraggiosamente, e convintamente, l’orizzonte del proprio discorso dal patologico all’epifanico, dal documento alla fiction, dal quadro clinico a una ricerca spirituale o ancor meglio religiosa del senso. In Beati gli inquieti Redaelli si affida alla follia, con un atteggiamento di radicale pietas, in forza di una esigenza di complicità che lo porta a scrivere non tanto per circoscrivere una esperienza limite, quanto per esserne circondato.

In questo romanzo la finzione permette di dare voce a ciò che sfugge al referto medico e rimane nel silenzio. Affidarsi alla follia significa allora, in Beati gli inquieti, ricercare rivelazioni dove ci aspetteremmo di incontrare solo il disgregarsi della ragione o il ritratto senza anima di una cartella clinica. Redaelli non scrive, dunque, sulla follia, ma con la follia, le si pone accanto, la ingloba, con rispetto, tramite una scrittura ispirata e al contempo cristallina, leggera e lacerata, invasa dal mistero e dalle ragioni di una alterità, di uno smarrimento che si rivolge a tutti e riguarda tutti.

La trama prende avvio a partire dalla decisione di Angelo, ricercatore universitario e scrittore, di comporre un libro sulla follia, e, per tale motivo, di studiarla sul campo, dal vivo, dall’interno di un centro di salute mentale. Angelo vuole ossessivamente toccare con mano questo tema che lo assilla, e come San Tommaso sente la febbrile, quasi sacrilega, necessità di immergere il suo dito nelle piaghe di una misteriosa verità che lo coinvolge e lo interroga. Con il procedere della narrazione il protagonista entra sempre più in un rapporto simpatetico con i pazienti, che dovrebbe osservare dall’esterno, e in confl itto con la psichiatra. La narrazione si fa così, man mano che si procede nella lettura, più concitata e spiazzante, con un susseguirsi di epifanie e sofferenze in cui urla il “troppo umano” di ogni esperienza limite. Una particolare inquietudine, quasi da racconto di spettri, sembra in defi nitiva impossessarsi del motore stesso del discorso, catturando fi gure e storie, grazie a un immaginario capace di covare (e scovare) la beatitudine dentro l’inquietudine.

Beati gli inquieti è in definitiva un libro che accoglie la dignità del vissuto della pazzia,vi si relaziona empaticamente, mostrando come per avvicinarsi alla rappresentazione del disturbo mentale l’unica strada sia quella di un’autentica stretta di mano, di un riconoscimento e un incontro che rifiuta paratie protettive e muri mentali. Redaelli, per far ciò, parte dal contributo più fertile dell’antipsichiatria di Franco Basaglia, che riconosceva nella follia una esperienza costitutiva della condizione umana, aggiungendo: “In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragionequanto la follia”. Ai limiti operativi cui è però poi andata incontro la pratica basagliana, Redaelli risponde dando forma, tramite la finzione, a una “comunità della cura”, per usare le parole dello psichiatra e saggista Eugenio Borgna, nonché invitandoci, nel suo romanzo, ad aprirci alla follia, ad accoglierla per celebrare la dignità della creatura sofferente, la sua prossimità al sacro. Fra interrogazione spirituale ed esistenziale, epifanie e crisi interiori, grumi di tenebra e rivendicazioni ostinate di gioia, Redaelli dà vita ad una narrazione a più voci in cui risuonano le parole del Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry così come il discorso della montagna di Gesù, l’Horla di Guy de Maupassant e la Terra Santa di Alda Merini. In Beati gli inquieti, in definitiva, la follia non rappresenta uno specchio deformato della cosiddetta ‘normalità’, ma un perturbante avvicinamento alle proprie zone d’ombra e di abbacinante luce, una vera e propria catabasis alle radici dell’identità. Il romanzo intreccia così maschere e confessioni, individuando come “apriti sesamo” un patto di fiducia con la follia, una complicità che fi nisce per riconoscerle il valore di peculiarissima e inattesa maestra di vita.

1522-2022: Anno Giubilare Mariano alla Madonna della Corona

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Ogni qual volta mi trovo in una libreria in Polonia, non posso fare a meno di curiosare nei volumi dedicati, pur a volte solo in parte, all’Italia, per vedere a quali luoghi è dato spazio. Di tutti i testi consultati, ne ricordo bene uno, poiché la copertina di addirittura tutta l’Europa presentava il Santuario della Madonna della Corona, sito a Ferrara di Monte Baldo in provincia di Verona. Non essendoci mai stato prima e vista la speciale ricorrenza del 2022, ecco che l’1gennaio, in compagnia della mia ragazza Karolina, ho inaugurato il “peregrinare” turistico-culturale del nuovo anno proprio con il Santuario più “ardito” d’Italia.

Un soprannome non casuale, ma ottenuto letteralmente sul campo, in virtù della sua incastonatura nella roccia, esposta verso il sole che la illumina. Il momento dell’alba è suggestivo, come nella mattinata dell’Epifania, durante la quale ho avuto modo di dialogare a distanza con il Rettore, Monsignor Martino Signoretto.

L’inizio del confronto verte proprio sull’unicità del luogo e sulle tappe che ne hanno scandito la storia. Si tratta di un luogo abitato da almeno un millennio, con l’arrivo degli eremiti intorno all’anno 1000, e che dopo 500 anni lasciano spazio ai Cavalieri di Malta. «L’epoca di fondazione del 1522 è dovuta a un racconto leggendario che mescola aspetti storici e coreografici”, spiega il Rettore. Arriva infatti la Madonna da Rodi, questa Pietà speciale e taumaturgica, e come segno che è un luogo santo dedicato a Maria, già venerate dai monaci eremiti, crescono i pellegrinaggi; allora i Cavalieri allargano il sentiero, soprattutto quello della Speranza, 1760 gradini, 600 metri di dislivello, che ha segnato per secoli il culto e la sensibilità religiosa di molti che arrivano ancora oggi fin qua. Nel 1822 per i 300 anni si racconta di numeri importanti, mentre nel 1922 per i 400 è stata scavata la galleria».

Il 2022 non è soltanto l’anniversario dei 500 anni dell’incantevole Santuario, ma un concetto superiore, sintetizzato così dal Monsignore: «Si vuole dare un significato a questo per fare memoria, ma non è nostalgia di qualcosa che è successo, ma un riattivare delle forze spirituali, e si tratta di perdono, accoglienza, giubilo: si apre quindi la nostra Porta Santa, e noi proponiamo questo cammino giubilare in chiesa, per l’indulgenza plenaria, e lo si può fare anche per i defunti, quindi allargando questo rito, momento potente, interiore, di rinnovo, anche a chi ci ha lasciati».

Oggi questo si prefigura come luogo di accoglienza assoluta, e per farlo è stata creata una squadra di volontari che segue una formazione mirata, così che i visitatori sappiano di essere accolti per come sono. Il manto di Maria avvolge ed abbraccia chiunque, da chi giunge mosso da spinta spirituale, per la perdita di un figlio, di una persona cara o anche di un animale, o per qualsiasi forma di voto o forte devozione, affrontando alle volte addirittura il cammino scalzo o la scalinata in ginocchio, fino invece a chi arriva qui in modo più disinteressato o per motivi sportivi.

«Per noi è importante che qui la gente trovi un sorriso – dice Signoretto – una forma di attenzione ad personam con queste pietre vive, e non solo con quelle della memoria. Poi se qualcuno vuole di più lo trova, c’è tutto: visite accompagnate, approfondimenti, momenti di preghiera e servizi anche più semplici. Dà soddisfazione vedere turisti che rimangono toccati anche nel cuore, non solo negli occhi, perché il luogo trasuda un’esperienza precedente ancor oggi percepibile».

Il respiro internazionale è concreto: sono ben 60 le valute contate dal Rettore nelle offerte,provenienti anche dall’Oceania e da tutto il continente americano, Nord e Sud. Non mancano Stati africani ed asiatici, con gruppi di musulmani e buddhisti interessati al luogo, a Maria ed alla sua suggestione. Significativa è stata la visita nel 1988 di Papa Wojtyła, che Mons. Signoretto ha vissuto in prima persona: «Quando San Giovanni Paolo II è venuto a Verona e ha incontrato varie realtà, una delle sue tappe è stata proprio il Santuario. Io avevo 18 anni ed ero in chiesa, lo avevamo atteso a lungo ed è arrivato con l’elicottero, e c’era la montagna piena di gente che lo accoglieva. Abbiamo qui una sua gigantografia che lo ricorda, esprimeva una statura umana e spirituale incredibile, facendo sempre trasparire quella sensibilità Mariana, ben nota anche con la “M” nel suo stemma. Ha pregato con noi, lasciando un segnale, e questo è anche il motivo del perché abbiamo una forte presenza del mondo polacco che qui viene molto volentieri».

Il lavoro del Rettore e dei suoi confratelli. Appassionato di pellegrinaggi, anche estremi, è tra gli artefici della “Santiago veronese”, un cammino di 54 km che parte da Verona e giunge alla Madonna della Corona, con tanto di documenti e servizi ad hoc per i pellegrini. Ed in cantiere vi sono anche altre novità; il modo migliore di operare per chi crede che «la scommessa dell’evangelizzazione del futuro passa anche attraverso il Santuario».

La svalutazione dello zloty allontana i polacchi dagli standard salariali europei

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In termini di livello dei salari nominali, la Polonia è in ritardo rispetto agli altri paesi dell’UE. L’indebolimento dello zloty non permette di avvicinare l’Occidente. L’anno scorso lo stipendio medio in Polonia è stato di circa mille euro al mese. I salari polacchi espressi in euro hanno smesso di recuperare terreno rispetto ai salari dell’Europa Occidentale negli ultimi due anni. Le differenze salariali espresse in euro si notano, ad esempio, durante i viaggi di vacanza. In termini di parità di potere d’acquisto, il livello dei salari in Polonia sembra molto migliore. Il successo di Grecia e Portogallo in termini di salari e un significativo riavvicinamento con la Spagna può essere considerato un successo.

https://www.money.pl/pieniadze/slaby-zloty-utrudni-poscig-za-zachodem-jestesmy-niemal-tak-samo-biedni-jak-kilka-lat-temu-6790243956050688a.html

Commemorazione del massacro dei polacchi in Volinia l’11 luglio 1943

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Warszawa, 11.07.2022. Prezydent RP Andrzej Duda podczas uroczystoœci z okazji Narodowego Dnia Pamiêci Ofiar Ludobójstwa dokonanego przez ukraiñskich nacjonalistów na obywatelach II Rzeczypospolitej Polskiej, 11 bm. na skwerze Wo³yñskim w Warszawie. (mr) PAP/Pawe³ Supernak

Foto PAP / Paweł Supernak

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L’11 luglio 1943, fu il culmine del massacro della Volinia, l’azione di sterminio di massa dei civili polacchi da parte dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini di Stepan Bandera (OUN-B), dell’esercito insurrezionale ucraino (UPA) e della popolazione civile ucraina. Alla cerimonia di commemorazione era presente il presidente Andrzej Duda ed il Primo Ministro Mateusz Morawiecki e si è svolta in Piazza Volin a Varsavia. “L’11 luglio 1943, culminarono i crimini commessi contro i polacchi che vivevano in particolare in Volinia. Questo crimine era in realtà un genocidio, perché il suo scopo era quello di effettuare la pulizia etnica uccidendo i polacchi” ha ricordato il presidente Andrzej Duda. Duda ha ricordato che sono state sterminate oltre 100.000 persone. Nel suo discorso commemorativo Duda ha ricordato i tragici eventi dell’11 luglio 1943, sottolineando l’importanza di questo evento storico che non va dimenticato. Il presidente ha detto che la storia non è fatta di vendette e rappresaglie. “Non ci sono polacchi oggi che non sappiano cosa è stato il massacro della Volinia. Eppure invitano gli ucraini sotto il loro tetto(..)” ha detto, sottolineando la speranza che il conflitto in Ucraina finisca presto. Duda ha detto che lunedì il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha inviato alla Verkhovna Rada dell’Ucraina un disegno di legge sulla concessione ai polacchi di uno status speciale in Ucraina. Il presidente ha anche sottolineato l’importanza del trovare e identificare le sepolture di tutte le vittime del crimine dell’11 luglio 1943.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news,1344621,prezydent-o-wolyniu-dla-nas-ogromnie-bolesny-temat-dla-ukraincow-trudny-bo

Zecchino d’Oro 2022: Tra i solisti Massimiliano Peralta, un bambino italo-polacco di Varsavia

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Lo Zecchino d’Oro, il Festival Internazionale della Canzone per Bambini quest’anno giunge alla 65^ edizione. Le esibizioni dei solisti si svolgeranno a Bologna dal 18 al 20 novembre. Il direttore artistico dell’evento per la sesta volta consecutiva sarà Carlo Conti. Tra i 14 solisti c’è anche Massimiliano Peralta, 7 anni, di padre sardo e madre polacca, scelto da oltre tre mila bambini di tutta Italia. Massimiliano canterà il brano “Il maglione” (testo di Filippo Pascuzzi – Musica di Filippo Pascuzzi e Davide Civaschi in arte Cesareo).

La manifestazione intende favorire la creazione di canzoni per bambini, ovvero stimolare l’impegno dei compositori a realizzare opere destinate al mondo dell’infanzia. Il Festival è considerato patrimonio culturale italiano, nell’aprile del 2008 ha ricevuto la targa “Patrimoni per una cultura di pace” consegnata nel corso della cerimonia organizzata dai Club e Centri UNESCO. La trasmissione andò in onda per la prima volta dal 24 al 26 settembre 1959. Dal 1961 la manifestazione è organizzata e prodotta dall’Antoniano di Bologna. Nel 1963, invece, nacque il Piccolo Coro dell’Antoniano condotto e diretto per anni da Mariele Ventre (dal 1995 sostituita da Sabrina Simoni), che d’ora in poi accompagna i piccoli solisti durante le loro esibizioni. L’idea di creare uno spettacolo per bambini che promuovesse la musica a loro dedicata fu di Niny Comolli, musicista, pianista, autrice di canzoni e prima donna a far parte di un’orchestra della RAI. La sua intenzione fu quella di organizzare una specie di Festival di Sanremo per bambini in cui il primo premio sarebbe stato uno Zecchino d’Oro, che tutti ricordano perfettamente dalla favola di Carlo Collodi “Pinocchio” e che diventò il nome della rassegna canora.

Ecco tutte le canzoni e i solisti in gara:

  1. “MAMBO RIMAMBO” (Testo e Musica di Gianfranco Grottoli, Andrea Vaschetti e Andrea Casamento) cantata da Frida Ruggeri, 8 anni, di Moncalieri (TO);
  2. “CI VUOLE PAZIENZA” (Testo di Carmine Spera e Flavio Careddu – Musica di Valerio Baggio) cantata da Beatrice Marcello, 4 anni, di San Fermo della Battaglia (CO) ed Elia Pedrini, 9 anni, di Parma (PR)
  3. “COME KING KONG” (Testo e Musica di Gianluca Giuseppe Servetti e Margherita Vicario) cantata da Giulia Baccaro, 10 anni, di Gravina di Catania (CT);
  4. “L’ORSO COL GHIACCIOLO” (Testo di Mario Gardini – Musica di Giuseppe De Rosa) cantata da Benedetta Morzetta, 8 anni, di Cerreto Guidi (FI);
  5. L’ACCIUGA RAFFREDDATA” (Testo e Musica di Gianfranco Fasano e Antonio Buldini) cantata da Eleonora Busacca, 6 anni, di Ragusa (RG):
  6. “IL MONDO ALLA ROVESCIA” (Testo di Maurizio Festuccia – Musica di Francesco Stillitano) cantata da Susanna Marchetti, 10 anni, di Gignano (AQ);
  7. “ZANZARA” (Testo di Luca Angelosanti – Musica di Francesco Morettini) cantata da Francesco Berretti, 5 anni, di Genova (GE), Diana Giorcelli, 6 anni, di Monza e Olga Gorgone, 6 anni, di Paola (CS)
  8. “IL PANDA CON LE ALI” (Testo e Musica di Virginio e Daniele Coro) cantata da Mariapaola Chiummo, 7 anni, di Scicli (RG);
  9. “METTIAMO SU LA BAND” (Testo di Davide Capotorto e Roberto Palmitesta – Musica di Alessandro Augusto Fusaro e Giuseppe Carlo Biasi) cantata da Ferdinando Catapano, 9 anni, di San Giuseppe Vesuviano (NA);
  10. “MILLE FRAGOLE” (Testo di Massimo Zanotti e Deborah Iurato – Musica di Massimo Zanotti) cantata da Maryam Pagliarone, 9 anni, di Roma (RM);
  11. “LA CANZONE DELLA SETTIMANA” (Testo e Musica di Eugenio Cesaro) cantata da Chiara Paumgardhen, 9 anni, di Sant’Angelo d’Alife (CE);
  12. “IL MAGLIONE” (Testo di Filippo Pascuzzi – Musica di Filippo Pascuzzi e Davide Civaschi in arte Cesareo) cantata da Massimiliano Peralta, 7 anni, di Varsavia (PL);
  13. “GIOCA CON ME PAPÀ” (Testo e Musica di Enrico Ruggeri) cantata da Gioele Frione, 8 anni, di Finale Ligure (SV);
  14. “GIOVANISSIMO PAPÀ” (Testo e Musica di Antonio Iammarino e Luca Medici) cantata da Giorgia Nocentini, 8 anni, di Reggello (FI).

Donald Tusk propone la settimana lavorativa di quattro giorni

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Fot.https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Premier_Donald_Tusk_%285828471896%29.jpg

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Parlando a Szczecin, il leader del partito Piattaforma Civica Donald Tusk ha annunciato la preparazione di un preciso progetto pilota per una settimana lavorativa di quattro giorni. Secondo il leader di Piattaforma Civica, questa soluzione è dettata dai cambiamenti dinamici che si sono verificati di recente nel mercato del lavoro. L’ex leader del Consiglio europeo ha aggiunto che il progresso tecnologico non deve necessariamente comportare un aumento automatico della disoccupazione. Tuttavia, è necessario cambiare l’atteggiamento nei confronti del lavoro e modificare il modello sociale. Tusk ha fatto riferimento a due modelli. Uno è l’accorciamento della giornata lavorativa e l’altra è l’accorciamento dell’intera settimana; a suo parere, quest’ultima, cioè quattro giorni lavorativi a settimana, sarebbe più probabile. Tra i Paesi che stanno sperimentando la settimana di quattro giorni ci sono il Regno Unito e la Spagna. L’Islanda è pronta a quest’esperimento. Nel caso delle isole britanniche, più di 3.000 dipendenti di 70 aziende dovrebbero partecipare all’esperimento, annunciato nel giugno di quest’anno. Le prime conclusioni degli esperimenti sono piuttosto ottimistiche. Tra l’altro, è stato notato un aumento della produttività dei dipendenti, o almeno è stato mantenuto il livello precedente allo studio. Inoltre, i dipendenti erano meno stressati e avevano un minor rischio di burnout. Tuttavia, gli esperti sottolineano che, per il momento, lo studio ha coperto un periodo di tempo troppo breve per poter trarre conclusioni più serie.

https://www.pb.pl/tusk-zapowiada-czterodniowy-tydzien-pracy-1155571

Daikin investe in Polonia: almeno 1.500 posti di lavoro a Lodz

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Japoński koncern Daikin zainwestuje prawie 1,5 mld zł (PAP, PAP/Grzegorz Michałowski)

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“Almeno 1.500 posti di lavoro saranno creati grazie all’investimento di Daikin nella Zona Economica Speciale di Łódź”, ha dichiarato ieri il Primo Ministro Mateusz Morawiecki a Ksawerów, vicino a Łódź. Il Primo Ministro ha sottolineato che in Polonia ci sono già un gran numero di posti di lavoro. “Ora non ci interessano solo i nuovi posti di lavoro, ma soprattutto quelli di alta qualità”, ha aggiunto. “Nella nuova prospettiva di bilancio ci saranno ulteriori misure per attrarre gli investitori. Ci saranno anche nuove regole amministrative e ambientali per mantenere la burocrazia la minore possibile, per rendere la Polonia uno dei posti migliori per investire nel mondo”, ha detto il Primo Ministro. Il capo del governo ha anche sottolineato il fatto che la Polonia è cambiata molto nell’ambiente economico e che condizioni economiche eque sono la base per un rapido sviluppo. Ha inoltre dichiarato che i cambiamenti introdotti dal governo hanno portato al tasso di disoccupazione più basso della storia della Polonia, pari al 2,7%.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news,1289428,japonski-gigant-inwestuje-w-polsce-premier-powstanie-co-najmniej-15

Il 92% dei polacchi vuole restare nell’UE ma contesta le sue politiche

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Dal 30 maggio al 9 giugno 2022, il Centro per la ricerca sull’opinione pubblica (CBOS) ha condotto un’indagine sull’UE in Polonia. Gli intervistati erano adulti. Il sondaggio ha discusso la questione dell’appartenenza all’UE, l’atteggiamento nei confronti dello sviluppo dell’integrazione europea, il rispetto della sovranità della Polonia, la questione dei cambiamenti nella magistratura e il modo in cui l’UE affronta varie sfide. Il 92% degli intervistati era favorevole all’adesione della Polonia all’UE, il 5% era contrario e il 3% non esprimeva opinioni. Tra gli intervistati si possono distinguere i sostenitori di vari gruppi politici del Paese. Il più grande sostegno sociale per l’adesione della Polonia all’UE è tra coloro che votano KO e Polska 2050. Questo risultato è del 100%. Nella sinistra il 98% è favorevole all’UE e invece il 92% tra i sostenitori del PiS. Il maggior numero di oppositori all’adesione all’UE è tra gli elettori della Confederazione (76% favorevoli, 24% contrari all’UE). Nel caso dell’integrazione tra paesi europei, solo il 38% è favorevole all’approfondimento delle relazioni, mentre solo il 29% è favorevole al mantenimento dell’attuale stato di integrazione. Il 16% degli intervistati vorrebbe limitare l’integrazione dei paesi e aumentare l’importanza del ruolo degli stati nazione. Inoltre, solo il 3% vorrebbe lasciare l’UE, e l’idea di un’Europa “a più velocità” è sostenuta solo dal 4% degli intervistati, il 9% non ha opinioni. Per quanto riguarda la sovranità della Polonia, il 55% degli intervistati ritiene che l’UE non limiti troppo l’indipendenza del paese mentre il 33% non è d’accordo con questa opinione e il 12% non ha un’opinione. Per quanto riguarda il Piano nazionale di ricostruzione, il 70% (di cui il 40% in modo assoluto) sostiene che la Polonia non debba realizzare le modifiche nella magistratura che l’Europa chiede per sbloccare i fondi. Di opinione opposta è il 12% (di cui il 4% in modo assoluto) e il 18% non ha opinione. Nonostante l’enorme sostegno all’adesione della Polonia all’Unione europea, la politica dell’UE non è così ben valutata. Gli intervistati sono stati interrogati su cinque questioni, ovvero le azioni dell’UE durante la pandemia di Covid e le sue conseguenze (55% positive, 33% negative), la guerra in Ucraina (52% positive, 37% negative), lo stato di diritto nei paesi dell’UE (52% positive, 30% negative), la politica climatica (42% positive, 39% negative) e la politica migratoria (40% positive, 39% negative).

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C1280605%2Ccbos-92-proc-badanych-popiera-przynaleznosc-polski-do-ue.html