Non tutti gli italiani sanno che cosa sia la schiscetta, quindi partiamo con un po’ di storia. Schiscetta è un termine dialettale, riferito originariamente al contenitore per il trasporto e il consumo di vivande. Il termine deriva dall’abitudine di colmare questi contenitori oltre le loro capacità, con il risultato che il cibo veniva schiacciato: “schiscià”, in milanese!
Altrimenti conosciuta anche come gavetta, o gamella, la schiscetta è stata prodotta in moltissime versioni: la più nota, e la prima a essere progettata specificatamente per operai e studenti, è La 2000, progettata da Renato Caimi e prodotta a partire dal 1952. In Lombardia è considerata un simbolo del boom economico, tanto che La 2000 è esposta permanentemente al museo del design della Triennale presso la Villa Reale di Monza.
Un oggetto con questa valenza storica, come può essere oggi sconosciuto a molti? Presto detto: la ripresa economica del dopoguerra portò molteplici cambiamenti alle abitudini e allo stile di vita dei lavoratori. Vuoi per l’offerta sempre maggiore di locali che proponevano menù economici, vuoi perché il tempo libero era sempre di meno, il pranzo da asporto scomparve, soppiantato da nuove possibilità che allora devono essere sembrate più comode e moderne.
In breve tempo la confidenza con il cibo è stata persa, la preparazione dei pasti sempre più delegata a terzi. Paradossalmente, il pranzo portato da casa è diventato una cosa considerata “da poveri”.
Grazie a una rinnovata coscienza alimentare, oggi la schiscetta torna a essere protagonista. Dalla Lombardia il termine si è diffuso in tutta Italia, anche se gli esterofili preferiscono la Lunch box, o le giapponesi Bento box. Online si trovano portavivande modernissimi e di design, impazzano i libri di ricette, i siti internet specializzati e pure gli account Instagram dedicati!
Quello della schiscetta però è un rito che richiede un minimo di organizzazione, fantasia, e senso pratico!

Partiamo dal contenitore: elettrico, termico, con scompartimenti separati? Scegliete qualcosa più semplice possibile, iniziate con ciò che avete in casa, purché con coperchio ermetico: eviterete che il vostro pranzo vi rovini la borsa, oltre che la giornata! In base alle esigenze, ai gusti, e a ciò che avete disponibile sul luogo di lavoro (microonde, scaldavivande, presa elettrica), potrete eventualmente aggiustare il tiro verso qualcosa di più specifico.
Per quanto riguarda la composizione del pasto, i cereali sono sempre una buona soluzione, meglio se integrali per il maggior contenuto di fibre. Possono essere cotti in precedenza per poi essere conservati in frigo fino a cinque giorni, oppure in congelatore per periodi più lunghi. Da condire con verdure di stagione saltate in padella per pochi minuti, frutta secca e semi oleosi (noci, mandorle, semi di girasole o di zucca).
La verdura non può mai mancare: la masticazione favorisce il senso di sazietà. Dopo averla tagliata, aggiungete un goccio di succo di limone: in questo modo eviterete che si annerisca, e arriverà all’ora di pranzo ancora fresca e croccante. Per quanto riguarda i condimenti, se non avete la possibilità di lasciarli sul luogo di lavoro, potete preparare un vasetto o una piccola bottiglia con una miscela già pronta: olio d’oliva, aceto, sale e pepe. Un pinzimonio take away!

Inserite degli ingredienti proteici e facilmente digeribili, per non appesantire la digestione e subire un calo dell’attenzione: i legumi, come i cereali, possono essere preparati in precedenza e conservati in congelatore, ma possono anche essere acquistati già lessati, e trasformati velocemente in zuppe, hummus, insalatone.
Voglia di dolce? Aggiungete anche un po’ di frutta fresca, frutta disidratata, oppure cioccolato fondente. Cambiate spesso gli ingredienti, e soprattutto giocate sempre con i colori: il vostro umore ne gioverà.
Di solito mi piace salutarvi con una ricetta, ma questa volta vorrei lasciarvi un ricordo della mia amata nonna. Molti anni fa, aveva l’abitudine di viziarmi preparandomi tanti vasetti di pasta e fagioli da tenere in congelatore. Per lei era un modo semplice di sentirsi utile, e per me era un contributo indispensabile per un pranzo dignitoso: ero giovane e sapevo cucinare poche cose, inoltre lavoravo e studiavo allo stesso tempo (come ora, del resto!) e trascorrevo le pause pranzo sui libri. Nonostante la fatica per gli obiettivi da raggiungere, quella pasta e fagioli consumata sotto a un albero nel giardino aziendale mi consolava, sapeva di famiglia. I legami affettivi non si manifestano solo nei giorni di festa, attorno a una tavola imbandita. Possono essere portati con sé nella vita di tutti i giorni. Anche dentro a una schiscetta.
Domande o curiosità inerenti l’alimentazione? Scrivete a info@tizianacremesini.it e cercherò
di rispondere attraverso questa rubrica!
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Tiziana Cremesini, diplomata in Naturopatia presso l’Istituto di Medicina Globale di Padova. Ha frequentato la Scuola di Interazione Uomo-Animale ottenendo la qualifica di Referente per intervento di Zooantropologia Assistenziale (Pet-Therapy), attività in cui si sposano i suoi interessi: supporto terapeutico e miglioramento della relazione fra essere umano e ambiente circostante. Nel 2011 ha vinto il premio letterario Firenze per le culture di pace in memoria di Tiziano Terzani. Attualmente è iscritta al corso di Scienze e Tecnologie per Ambiente e Natura presso l’Università degli Studi di Trieste. Ha pubblicato due libri “Emozioni animali e fiori di Bach” (2013), “Ricette vegan per negati” (2020). Con Gazzetta Italia collabora dal 2015 curando la rubrica “Siamo ciò che mangiamo”. Per più informazioni visitate il sito www.tizianacremesini.it

















All’inizio le donne furono coinvolte nel trasporto della droga come corrieri, il che era dovuto soprattutto al modo in cui le donne si vestivano e alla forma del loro corpo che permettevano di nascondere efficacemente i pacchi di droga sotto l’abbigliamento. Successivamente l’attività criminale invase lo spazio fortemente legato alle donne, cioè la cucina; la droga veniva confezionata proprio lì. Marina Pino, giornalista italiana, ha raccolto le storie di donne coinvolte nel traffico di droga nel suo libro Le signore della droga. Come risulta dalle sue indagini, le donne non spendevano soldi per particolari investimenti ma solo per le spese quotidiane. La mafia sfruttò la disperazione delle donne dovuta alle tragiche condizioni economiche, ma anche alla loro preoccupazione per le famiglie e le spinse non solo ad avere un ruolo nel traffico di droga (p.e. negli Stati Uniti), ma anche alla prostituzione contro la loro volontà. Nonostante il coinvolgimento delle donne nelle attività criminali della mafia, la loro posizione non è migliorata. Al contrario venivano loro affidati i compiti più rischiosi e meno redditizi, quelli che gli uomini non volevano più svolgere.
Vale la pena impiegare il concetto di “pseudoemancipazione” introdotta da Ombretta Ingrascì, studiosa del ruolo delle donne nelle strutture di mafia. Le donne, sia svolgendo i ruoli tradizionali, ad esempio crescendo i bambini nel rispetto del codice d’onore o incitando gli uomini alla vendetta, che dedicandosi ai ruoli tradizionalmente riservati agli uomini, sono soggette comunque al potere maschile. Il potere degli uomini sulle donne è una parte immanente delle struttura della mafia. Non esiste dunque la possibilità di ridefinire il concetto di “femminilità” al di fuori dell’ottica della maternità, ovvero attraverso una evoluzione personale delle donne tramite l’istruzione. I cambiamenti avvenuti nel corso degli anni del ruolo e della posizione delle donne di mafia mostra che, pur avendo accresciuto il loro potere, non si è mai arrivati ad una vera e propria emancipazione.






