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Home Blog Page 121

Il biologo medico Maciej Tarkowski tra i premiati dal presidente Mattarella per l’impegno contro il Covid-19

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Il biologo medico Maciej Tarkowski di Milano è stato decorato martedì dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana per i servizi nella lotta all’epidemia di coronavirus. Dopo la cerimonia al Palazzo Presidenziale a Roma, il medico Tarkowski ha sottolineato in un’intervista a PAP: “Noi premiati rappresentiamo tutti quelli che si impegnano nella lotta contro la pandemia. Sono molto onorato di essere in questo gruppo”. Le onorificenze sono state ricevute dai medici e altri professionisti medici, ricercatori e altri cittadini che si sono distinti nel servizio durante la crisi epidemica in Italia. Il biologo medico polacco fa parte di un team di ricercatori milanesi dall’Ospedale Sacco e dell’università locale, che ha isolato il ceppo italiano di coronavirus dai pazienti dal comune di Codogno in provincia di Lodi in Lombardia, dove il 20 febbraio è stato confermato il primo caso dell’infezione in Italia. Il gruppo di illustri scienziati comprende anche: Claudia Balotta, Gianguglielmo Zehender, Arianna Gabrieli, Annalisa Bergna e Alessia Lai.

Beatificazione del giovane Carlo Acutis

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Il 10 ottobre 2020 ad Assisi ha avuto luogo la beatificazione del giovane Carlo Acutis, deceduto per grave malattia nel 2006 all’età di quindici anni.

Era un ragazzo come tutti gli altri, ben inserito  nel suo mondo  ma già da piccolo dimostrava amore verso il prossimo e grande carità cristiana, tanto da diventare un esempio per gli altri. Carlo era italiano ma suo bisnonno era polacco. Perciò anche i polacchi rendono omaggio a questo giovane beato.

Studenti del Politecnico di Cracovia si laureano con tesi futuristiche su Venezia

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Venezia

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Il tema Venezia, con i vari problemi legati al turismo di massa e alla perdita di residenti, è da tempo al centro delle attenzioni del Politecnico di Cracovia. Grazie all’impegno dei docenti Magda Jagiello, Beata Malinowska Petelenz, Mariusz Twardowski, Maciej Skaza, Przemyslaw Markiewicz, Bogdan Siedlecki la facoltà – che ha siglato sul tema una collaborazione con Sebastiano Giorgi, caporedattore di Gazzetta Italia – ha pubblicato due anni fa due volumi dedicati a Venezia che sono stati premiati dall’Università Jagellonica. Un’attenzione verso la Serenissima che ora è sfociata in quattro interessanti tesi di laurea magistrale. Il problema della difficile convivenza tra turismo e residenza, nell’era pre-Covid-19, è stato affrontato sotto diversi punti di vista. Iwona Wszolek ha puntato sulla necessità di eliminare il passaggio delle grandi navi dal Bacino di San Marco spostando il porto crocieristico a Marghera. Wojciech Zakrzewski invece ha pensato a separare il flusso turistico di chi vuole solo ammirare la città da quello di chi invece a Venezia ci vive e lavora, l’idea è una futuristica seggiovia con gondole volanti che consentono di apprezzare la bellezza della città senza intasarne le calli. Straordinaria, intelligente e di grande valore sostenibile l’idea di Kinga Zeglen che, per combattere l’esodo dei residenti verso la terraferma, ovvero verso Mestre e la provincia, ha pensato a delle isole residenziali galleggianti (ancorate al fondo della laguna) con abitazioni dotate di giardino e posto barca naturalmente riservate ai veneziani. Isole in grado di sostenersi energeticamente attraverso pannelli solari ed eliche sommerse che mosse dalla marea producono energia. Sylwia Wzorek ha invece puntato l’attenzione sui più giovani, creando attraverso delle stazioni di gioco, un curioso percorso ludico-didattico in cui giocando virtualmente con la storia di Venezia si rende la visita in città interattiva, contemporanea e allo stesso tempo istruttiva, invitando parallelamente i giovani a fermarsi più a lungo in città.

Oppure studia pure! Albo się i ucz!

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In ogni lingua ci sono pure parole che si assomigliano molto eppure hanno significati diversi. Oppure non sono facili da ricordare neppure da chi studia da un bel po’. Chiaro? Pure, oppure, neppure e eppure non sono la stessa cosa.

Cominciamo con la più facile, almeno secondo me:

OPPURE significa:

  1. o, o invece (lub, czy), va usato nelle frasi interrogative, ad esempio: 

Ti chiamo io oppure mio marito. – Zadzwonię do ciebie ja lub mój mąż.

Preferisci andare al mare oppure in montagna?  – Wolisz jechać nad morze czy w góry?

Vieni oppure no? Idziesz czy nie?

Dobbiamo fare attenzione alla traduzione polacca della parola con czy, va bene ma mai all’inizio della frase come si fa spesso in polacco. È la cosiddetta domanda indiretta.

  1. Vuol anche dire altrimenti (w przeciwnym razie), nel caso contrario (w przeciwnym wypadku), ad esempio:

Decidi qualcosa oppure te ne pentirai. – Zdecyduj coś w innym razie będziesz żałować

Anche all’inizio della frase per introdurre una nuova opzione, ad esempio:

Oppure non vuoi? Czy nie chcesz?  Per dire non lo vuoi o vuoi?

PURE significa:

  1. anche (też)

Lui è di Roma e sua moglie pure.  – On jest z Rzymu i jego żona też.

Siamo contenti pure noi.  –  My też jesteśmy zadowoleni.

2. Addirittura (a nawet, do tego stopnia), ha un valore esclamativo:

Pure tu?!  – Ty też?!

Mi ha accompagnato e mi ha pure proposto un caffè.  – Odwiózł mnie do domu i nawet mnie zaprosił na kawę.

Non solo l’ho aiutata a portare le valigie ma le ho pure detto che mi può chiamare quando vuole.  – Nie tylko jej pomogłem zanieść walizki, ale nawet jej powiedziałem, że może dzwonić kiedy chce.

3. Una forma di incoraggiamento, spesso usato con imperativo:

Entra pure!  – No wejdz!

4. Anche se, sebbene, nonostante (chociaż, pomimo):

Sia pure bella ma rimane stupida.  – Chociaż jest ładna to jednak głupia. 

Nella forma PUR usata con gerundio.

Pur avendo detto tutta la verità non mi hanno creduto.  – Chociaż powiedziałem im całą prawdę nie uwierzyli mi.

5. Una parola pleonastica, quando parliamo del dubbio, serve a rafforzare la forma.

Dimmi tutto potrei pure crederci.  – Powiedz mi wszystko może, nawet w to uwierzę

6. Per esprimere una certa noia, malavoglia.

Va bene, vengo con te e facciamo pure la spesa. – No dobrze, pójdę z tobą i zrobimy nawet zakupy.

Qui si vede un significato simile a quello del punto 1, anche ma diverso per questa sfumatura di parlare di qualcosa che uno veramente non vuole. 

Attenzione: non confondete tutte queste opzioni della parola PURE con PUR DI che vuol dire al fine di eppure sembra simile. 

NEPPURE

Significa neanche nemmeno (też nie), è la forma negativa del primo significato della parola PURE (anche).

Non so dove sono andati. Neppure io.  – Nie wiem gdzie poszli. Ja też nie.

Non mi piace questa persona, non so neppure chi è.  – Nie podoba mi się ta osoba, nie wiem nawet kto to.

EPPURE

Vuol dire tuttavia (jednak), contraddice quanto detto prima.

Mi ha detto che tutto andava bene eppure non era vero.  – Powiedział mi, że wszystko jest ok a jednak to nie była prawda.

Ed ora studiate pure!

It.aldico

Governo dispone creazione di un ospedale da campo nello Stadio nazionale di Varsavia

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Il governo della Polonia ha disposto la creazione di un ospedale da campo nello Stadio nazionale di Varsavia. Lo comunica l’agenzia di stampa “Pap”. L’ospedale provvisorio conterrà circa 500 posti letto e a coordinare la sua installazione sarà Michal Dworczyk, a capo della cancelleria del primo ministro, Mateusz Morawiecki. “Notiamo che il numero dei contagi da coronavirus sta crescendo così velocemente che dobbiamo assicurare posti letto per le ospedalizzazioni di coloro che ne hanno bisogno”, ha dichiarato il portavoce dell’esecutivo, Piotr Muller. Sul periodo in cui questa struttura sarà operativa, Muller spiega che si tratterà di “settimane, o forse mesi”.

Spettacolo “Guerra e pace” di Lev Tolstoj al Teatro Morlacchi: LA PRIMA 28 X

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Andrea Baracco e Letizia Russo dopo lo straordinario successo de Il maestro e Margherita ci accompagneranno nel magico mondo di uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale Guerra e Pace di Tolstoj. La platea del Teatro Morlacchi diventerà un grande palcoscenico, gli spettatori potranno assistere allo spettacolo unicamente dai palchi.

“Se ti chiedono di parlare di Guerra e Pace non sai che dire, e se ci provi hai la frustrante consapevolezza di balbettare delle banalità. I personaggi, tutti, proprio tutti, se ne stanno ostinatamente distanti da qualunque tipo di definizione, i temi sono talmente “alti” da non sognare neanche lontanamente di farsi precipitare a terra. E quindi non si può che procedere per contradditorie impressioni, oppure provare a dare della carne e delle ossa a quei personaggi, a quei temi, farli un poco circolare tra la vita, nel teatro, indicargli la strada della sala e mettersi ad osservarli agire. Ma l’ingombro è davvero sproporzionato, vanno fuori quinta di continuo, il palco non riesce proprio a contenere tanta maestosità, tanta volontà di grandezza e allora via tutto, via le quinte, via la platea, Austerlitz, Lisie Gory, la casa di Anna Pavlovna, Mosca, la trincea, Pietroburgo, le carrozze, le feste, Andrej e il cielo, Pierre e la massoneria, hanno bisogno di spazio.

A sproporzione non si può che rispondere con sproporzione, ed il teatro è il luogo ideale, unico, per ingigantire o rimpicciolire, per mostrare in primissimo piano i turbamenti sui volti di Marja, di Lize, di Nikolaj per poi, immediatamente dopo staccare nei campi lunghissimi delle strade di Mosca, dei campi di battaglia, dei ricevimenti che sono uno dei luoghi più significanti ed emblematici del romanzo, tant’è che apri il libro e ti ci ritrovi subito immerso. Siamo a casa di Anna Pavlovna, lei apre la porta, dà il via al romanzo, ed è un incipit sensazionale: ora un personaggio parla russo, ora francese: parole russe si frammischiano in discorsi francesi, parole francesi si insinuano in discorsi russi, parole francesi sono trascritte in russo, e il gioco delle due lingue, condotto con una meravigliosa felicità, viene accompagnato dai suoni delle forchette e dei coltelli, dal tintinnio dei bicchieri, dal passo discreto dei camerieri, dal nome delle portate e dei vini rossi. Mai, forse, qualcuno ha rappresentato con più grazia e potenza insieme, l’inconsistente.

Le prove, l’allestimento e le repliche di Guerra e Pace si svolgeranno al Teatro Morlacchi che per l’occasione riapre al pubblico dopo mesi di chiusura. Abbiamo pensato che oggi, in questo momento, è assolutamente necessario festeggiare il teatro, e non si può fare una festa e non invitare chi negli anni quel luogo lo ha abitato, frequentato, trasformato, insomma chi ha fatto sì che quel luogo sia oggi quello che è. Useremo quindi, per la composizione della scenografia, elementi e oggetti ideati e costruiti per altri spettacoli, da Castri a Ronconi; così a questa “festa”, ci sarà anche chi ha creato momenti memorabili di vita in quel luogo, e noi ci attaccheremo con ferocia a quella vita nel tentativo di costruirne un’altra.

Riscrittura: Letizia Russo
Regia: Andrea Baracco
Con: Giordano Agrusta, Caroline Baglioni, Carolina Balucani, Dario Cantarelli, Stefano Fresi, Ilaria Genatiempo, Lucia Lavia, Emiliano Masala, Laurence Mazzoni, Alessandro Pezzali, Ludovico Röhl, Emilia Scarpati Fanetti, Aleph Viola, Oskar Winiarski
Scene e costumi: Marta Crisolini Malatesta
Luci: Simone De Angelis
Musiche originali: Giacomo Vezzani
Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

Da mercoledi 28 ottobre a domenica 22 novembre:

  • da martedi a venerdi ore 21
  • sabato e domenica ore 17

Fonte: www.teatrostabile.umbria.it/spettacolo/guerra-e-pace/?produzione=1

fot. Karen Righi

EUR, la moderna eternità dell’Urbe

Chi conosce Roma non può non conoscere anche il quartiere EUR (Esposizione Universale di Roma), acronimo che definisce la sua genesi ovvero il progetto iniziale da cui prese vita, grazie alla proposta nel 1935 del governatore di Roma Giuseppe Bottai poi approvata dal Bureau International des Expositions.

“Con l’Esposizione si concreta una nuova, grande città, di modernissimo aspetto, se pur armoniosamente inquadrata nel clima monumentale di Roma e del suo paesaggio, una città che, fornita dei più moderni impianti, servita da una complessa rete di strade irradiantesi verso l’Urbe, le colline e il mare, è destinata a congiungere in un avvenire prossimo Roma al Tirreno, anzi a dare alla Capitale il carattere di metropoli marittima. (…) Chi venendo da Roma o dal mare si affaccerà dalla via dell’Impero sul pianoro delle Tre Fontane, vedrà aprirsi, fra candidi marmi e travertini dorati, la città nuova, viva d’acque e di verde; una città degna di stare accanto all’antica, ma con questo in più: che essa nella sua cornice di severa e potente architettura sarà atta ad accogliere la multanime, dinamica vita d’oggi e di domani”.

Queste sono le lungimiranti parole di Vittorio Cini, Commissario generale dell’Esposizione, sul primo numero della rivista “Civiltà” perché ad oggi, quel quartiere finito solo nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, rimane modernissimo, perfettamente inserito nell’Urbe con peculiarità uniche nel suo genere: da una parte centro direzionale denso di relazioni e movimento persino caotico, dall’altra luogo di incanto metafisico quando, all’imbrunire, tutte le attività amministrative cessano. 

L’Esposizione di Roma avrebbe dovuto illustrare al mondo la civiltà italica con una serie di strutture, alcune temporanee ed altre permanenti, che al termine dell’evento avrebbero costituito un nuovo e funzionale quartiere romano. 

A questo fine, nel dicembre del 1936, venne costituito un Ente con il precipuo compito di sovrintendere ad ogni opera ed un anno dopo il piano regolatore per l’E 42 venne realizzato dagli architetti Giuseppe Pagano, Marcello Piacentini, Luigi Piccinato, Ettore Rossi e Luigi Vietti.

L’area venne individuata da Mussolini in quella delle Tre Fontane, dove il culto vuole sia stato martirizzato l’apostolo Paolo, tra l’antica via Ostiense e il fiume Tevere. Infatti il primo edificio realizzato, quello del Palazzo degli Uffici, progettato dall’architetto Gaetano Minnucci, reca l’iscrizione incisa nel travertino “LA TERZA ROMA SI DILATERÀ SOPRA ALTRI COLLI LUNGO LE RIVE DEL FIUME SACRO FINO ALLE SPIAGGE DEL TIRRENO” che fa eco alle parole che il Duce aveva già pronunciato nel 1925 in Campidoglio. La zona, di 400 ettari, completamente arida, di natura vulcanica, con molte caverne e gallerie scavate alla ricerca di pozzolana, raccoglieva intere famiglie organizzate in piccoli villaggi di capanne e baracche.

Ci volle dunque del tempo per trasformare quel terreno inospitale in un luogo capace di accogliere le fondamenta di un progetto così grandioso. Se ne definì così lo schema urbanistico: una struttura pentagonale che rappresentava il termine di un percorso fisico che dalle vestigia classiche dei Fori imperiali (piazza Venezia) portava alla via Imperiale (attuale via Cristoforo Colombo) dove il nuovo quartiere venne immaginato come un castrum romano, con un decumano e una serie di strade che si sarebbero intersecate ortogonalmente e piazze aperte in sequenza dove la classicità rivestita di modernità dei singoli edifici vennero studiati in una visione prospettica ampia. Non minore attenzione fu rivolta alla progettazione di un esteso spazio verde che previde non solo una fitta tipologia boschiva ma anche la realizzazione di un lago artificiale. 

Si provvide quindi ad organizzare le singole mostre e la loro disposizione; tra le più importanti all’interno dei padiglioni stabili: la mostra della Civiltà Italiana (odierno Palazzo della Civiltà Italiana), la mostra della Romanità (odierno Museo della Civiltà Romana), la mostra dell’Autarchia, del Corporativismo e della Previdenza Sociale (odierno Archivio centrale dello Stato), mostra della Scienza (odierno Museo Nazionale Etnografico Luigi Pigorini-Museo delle Civiltà), mostra delle Arti e Tradizioni Popolari (odierno Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari-Museo delle Civiltà). Dentro la città ‘definitiva’ sarebbe sorta poi quella ‘effimera’ costituente l’Esposizione vera e propria. 

Progetti fantastici di grande impatto visivo come la Mostra storica della Luce artificiale che avrebbe dovuto aver luogo nella zona più alta dell’Esposizione, così come il monumentale Arco di Adalberto Libera, purtroppo lasciano traccia solo nei disegni progettuali e nel manifesto pubblicitario dell’Esposizione creato da Giorgio Quaroni. 

Nel 1940, all’entrata in guerra dell’Italia, erano terminati solo gli edifici del Palazzo degli Uffici mentre erano in fase di realizzazione quelli più importanti come il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi, il Palazzo della Civiltà Italiana, i quattro Musei della piazza Imperiale (oggi piazza Guglielmo Marconi), la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, l’Ufficio Postale e i Palazzi delle Esedre. 

Il 1942, ventennale della marcia su Roma e data prevista per l’Esposizione universale non inaugurò la realizzazione del progetto tanto vagheggiato e perseguito ma fu invece il momento della desolazione: i cantieri spopolati lasciarono posto al silenzio, al degrado, alle sterpaglie e all’abbandono.

Si dovette giungere ai primi anni della ricostruzione postbellica perché in virtù del riconosciuto valore intrinseco del progetto – per il quale avevano lavorato, superando anche pratiche concorsuali, tra i più grandi ingegneri, architetti, scultori e decoratori del Novecento – il sogno interrotto tornasse a prendere vita superando anche le persistenti contrapposizioni ideologiche.

Fu così che molte opere sono state completate ancora sotto l’occhio vigile di Piacentini, protagonista della progettazione urbanistica, e la caparbia granitica del Commissario straordinario dell’Ente Eur, Virgilio Testa. Negli anni Cinquanta, presero corpo il Palazzo dei Congressi, il Palazzo della Civiltà Italiana, gli edifici dell’INA e dell’INPS e nel 1953 l’Archivio centrale dello Stato originariamente progettato come spazio per la Mostra dell’Autarchia, del Corporativismo e della Previdenza sociale.

Nel 1955 entrò in funzione la metropolitana nel tratto Stazione Termini-Eur, il quale era stato concepito in origine per il trasporto dei visitatori dal centro storico all’Esposizione; nello stesso anno venne inaugurato il Museo della Civiltà Romana, che avrebbe accolto stabilmente la prestigiosa collezione della Mostra archeologica del 1911 organizzata da Rodolfo Lanciani, la collezione del Museo dell’Impero Romano del 1929 e la Mostra Augustea della Romanità del 1937. A queste si aggiungeranno la non meno preziosa collezione dei calchi della colonna Traiana e del plastico di Roma imperiale di Italo Gismondi. 

Sarà proprio la chiusura di questo Museo, dal 2014, a scatenare dapprima l’indignazione di molti cittadini e studiosi, specialisti, archeologi e storici dell’arte, e a stimolare poi la creazione di una pagina Facebook “Riapriamo il Museo della Civiltà Romana” ad opera dell’Associazione “Conosciamo l’Eur” 

Ad oggi l’Associazione focalizza principalmente il suo lavoro nello studio delle fonti primarie e nella ricerca delle testimonianze orali sulla nascita del quartiere ricevendo ampio consenso da diverse istituzioni presenti sul territorio. Nell’ottica di una valorizzazione sempre più diffusa ha organizzato numerose visite guidate agli edifici cogliendo anche l’opportunità di accedere a spazi normalmente chiusi al pubblico.

Ora il Covid-19 ha determinato la sospensione delle attività pubbliche dell’Associazione che comunque non ha mai smesso di impegnarsi nello studio e nella ricerca di nuovi percorsi, prospettive che possano nel futuro più prossimo farci immergere ancora nella scenografia originaria del progetto arricchitosi progressivamente di nuove suggestioni e contenuti, uno per tutti la Formula E. Una gara automobilistica questa, dedicata a monoposto spinte da motori elettrici; un evento all’avanguardia che guarda al futuro dell’automobilismo, ospitato in un quartiere nato guardando al futuro, ed il cui circuito, attraverso i suoi rettilinei e le sue 21 curve, apre un palcoscenico non soltanto sugli edifici dell’E42, ma anche su quella ruota panoramica di un parco divertimenti che ha segnato l’adolescenza di generazioni di romani.

ASSOCIAZIONE CULTURALE CONOSCIAMO L’EUR
E-mail: conosciamo.eur@gmail.com
Pagina Facebook: Associazione Culturale Conosciamo l’Eur
Recapito telefonico Associazione: +39 392 8533253

fot. Roberta Grappasonni

[Aggiornamento 15.10.2020] Situazione attuale in Polonia rispetto all’epidemia di COVID-19

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Negli ultimi giorni in Polonia si sono registrati ancora numeri record per nuovi casi di COVID-19. Il numero complessivo dei malati attivi è salito a 61.007 (numero doppio rispetto a una settimana fa), di cui in gravi condizioni 508, ovvero circa l’1% del totale. Tutta la settimana si sono registrati casi in aumento, arrivati anche oltre 8.000 casi/giorno. Gli ultimi dati mostrano 8.099 nuovi contagi, con 91 morti. Il Voivodato di Masovia (1.306), la Piccola Polonia (1.303), la Grande Polonia (835) e la Slesia (822) sono i Voivodati maggiormente interessati dai nuovi casi.

Complessivamente i numeri dell’epidemia rimangono sotto controllo e senza pressione eccessiva sulle strutture sanitarie polacche. L’impennata dei nuovi casi ha indotto il Governo a prendere nuove misure restrittive per contenere il contagio.

Tutto il territorio polacco è zona giallacon obbligo di mascherina, anche all’aperto, e oltre 150 zone rosse (152 contee e 11 città). Sia per le zone rosse che per le zone gialle sono state introdotte nuove misure per prevenire la diffusione dell’epidemia.

Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia, per il rischio di possibili nuove restrizioni sui voli e gli spostamenti.

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Informazioni per i cittadini italiani in rientro dall’estero e cittadini stranieri in Italia tra cui le risposte alle domande:

  • Ci sono Paesi dai quali l’ingresso in Italia è vietato?
  • Sono entrato/a in Italia dall’estero, devo stare 14 giorni in isolamento fiduciario a casa?
  • Quali sono le eccezioni all’obbligo di isolamento fiduciario per chi entra dall’estero?
  • E’ consentito il turismo da e per l’estero?

Per gli spostamenti da e per l’Italia a questo link le informazioni del Ministero degli Esteri:
https://www.esteri.it/mae/it/ministero/normativaonline/decreto-iorestoacasa-domande-frequenti/

La situazione Polonia verrà aggiornata all’indirizzo: www.icpartners.it/polonia-situazione-coronavirus/

Per maggiori informazioni:
E-mail: info@icpartnerspoland.pl
Telefono: +48 22 828 39 49
Facebook: www.facebook.com/ICPPoland
LinkedIn: www.linkedin.com/company/icpartners/

51 scienziati chiedono di chiudere le miniere di carbone della Slesia

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Mercoledì scorso 51 scienziati dell’Università della Slesia a Katowice, in accordo con i sindacati minerari, hanno fatto appello al governo chiedendo di terminare l’estrazione del carbone nella Slesia. Nella lettera scritta al governo i scienziati chiedono di mettere in moto un processo di cambiamenti economici, tecnologici e sociali grazie a cui la regione dell’Alta Slesia avrà l’opportunità di raggiungere gli scopi europei per quanto riguarda la politica climatica. Gli autori sottolineano che ora la regione ha bisogno di una rivitalizzazione degli spazi post-minerari e un miglioramento radicale della qualità dell’ambiente naturale. Per farlo bisogna impiegare tante persone e tanti soldi che ora vengono spesi per l’industria mineraria del carbone. Secondo gli scienziati tanti soldi provenienti dall’UE vengono spesi male e invece di continuare a sostenere l’industria del carbone potrebbero facilmente coprire le trasformazioni di cui la regione e gli abitanti hanno tanto bisogno. Gli scienziati credono che l’epoca dell’estrazione del carbone debba finire al più presto perché continuando a estrarre carbone la regione può diventare marginalizzata dall’economia europea e mondiale. Gli autori della lettera sottolineano che la trasformazione non influenzerà la regione in un modo negativo visto che si prenderanno in considerazione non solo gli interessi dei sindacati minerari ma anche dei consigli territoriali, degli ambienti economici, delle organizzazioni non governative e delle comunità scientifiche.

Nutella, l’irresistibile dolcezza italiana

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Da quell’aprile del 1964, da quando cioè esce il primo barattolo di Nutella dalle linee della Ferrero, ad Alba, in provincia di Cuneo, le merende per i bambini non sarebbero state mai più le stesse.

I Ferrero – Pietro prima e Michele poi – inseguono dagli anni Venti l’obiettivo di creare una merenda al cioccolato e a basso prezzo da mangiare assieme al pane.

All’inizio Pietro Ferrero non si rivolge ai bambini, bensì agli operai. Il fondatore della dinastia industriale si era spostato dalle natie Langhe a Torino dove aveva aperto una bottega di pasticcere. Vede gli operai che vanno a lavorare in fabbrica portando con sé del pane da consumare assieme a pomodori e formaggio. Pensa che se fosse riuscito a fornire a quegli operai qualcosa di dolce e a basso prezzo da mangiare assieme al pane, avrebbe fatto tombola. In Piemonte al tempo esiste già una specie di cioccolato autarchico, fatto con poco cacao e molte nocciole tritate fino a essere ridotte in polvere: il gianduia. Pietro Ferrero comincia a lavorarci sopra e nel 1925 mette a punto il cosiddetto “pastone”, una sorta di nonno della Nutella. Si tratta di una pasta al cioccolato e nocciole, ottima da mangiare assieme al pane. Naturalmente, oltre che dagli operai, viene subito apprezzata anche dai bambini e proprio i più piccoli diventano l’obiettivo di Ferrero convinto che ci saranno sempre bambini a cui far fare merenda.

Arriva la guerra, Pietro chiude la bottega di Torino e si rifugia ad Alba dove continua a lavorare attorno a quel composto al cioccolato. È buono nel gusto, ma troppo duro, difficile da utilizzare. Pietro cerca la formula per ammorbidirlo. Il successo arriva a guerra finita da pochi mesi: all’inizio del 1946 ritrova su uno scaffale un dimenticato barattolo di burro di cacao. Lo aggiunge all’impasto e ottiene una pasta bella morbida, che si può fare a fette, che sa di cioccolato, ma soprattutto, che costa pochissimo. Nell’Italia stremata dalla guerra nessuno ha soldi da buttar via in dolcezze e voluttà. Gli ingredienti sono più o meno quelli odierni: zucchero, nocciole, grassi vegetali e cacao. Per il nome Pietro non ci pensa su molto: va benissimo quello del tradizionale cioccolato con le nocciole piemontese. Il Giandujot, o Pasta gianduja, arriva nei negozi nel 1946 e costa 4-5 volte meno del cioccolato tradizionale. Si tratta di una specie di marmellata solida in pani avvolti nella stagnola che si vende a peso e si taglia a fette per imbottire i panini.

Il prodotto va subito fortissimo, il successo è immediato. Il cioccolato per far merenda con il pane si vende come il pane e il problema ora, per Ferrero è tener dietro agli ordini. Lo stabilimento di Alba, da minuscolo laboratorio artigianale, si amplia sempre di più. Monsù Pietro, come tutti lo chiamano, ha un’ulteriore idea: vendere il Giandujot in confezioni monodose. Nasce così il cremino, un cioccolatino popolare ancora ai nostri giorni.

Il passo successivo è quello di rendere la pasta al cioccolato da affettabile a spalmabile. Ma non sarà Pietro a compierlo: il fondatore della Ferrero muore il 2 marzo 1949, sostituito dal figlio Michele (scomparso nel 2015). La leggenda vuole che in quella stessa estate del 1949, particolarmente calda, la pasta gianduja si sciolga e in tal modo la si possa spalmare sul pane.  

A quel punto Ferrero ritocca la formula e rende la pasta più morbida, facendo sì che si possa spalmare sempre, a prescindere dalla temperatura esterna. L’impasto non contiene più burro di cacao, bensì una miscela di oli vegetali. Come questa miscela sia composta è uno dei segreti meglio custoditi dall’azienda. I pochi che lo conoscono non possono, per contratto, abbandonare la provincia di Cuneo. E pur di non violare quel segreto, la Ferrero ha preferito perdere alcune cause legali (la più clamorosa negli Stati Uniti) basate sull’impossibilità di identificare cosa diavolo si celi all’interno di quella benedetta scritta «olî vegetali».

Il prodotto prende il nome di Supercrema e si affianca, senza sostituirlo, al Giandujot. I genitori, tuttavia, preferiscono la crema spalmabile alla pasta da tagliare a fette perché i bambini non possono più buttare le fette di pane per mangiarsi solo l’imbottitura di cioccolato, come talvolta avveniva in precedenza.

C’è anche una componente psicologica: il dolce in Italia, paese cattolico, è visto come qualcosa di peccaminoso. La Ferrero, per renderlo maggiormente accettabile, lo confeziona dentro oggetti che poi resteranno: dapprima giocattoli per i bambini e in seguito i celebri bicchieri. Il contenitore che può essere riutilizzato fornisce una giustificazione morale all’acquisto.

Il decennio Cinquanta costituisce un periodo di crescita clamorosa per la Ferrero, che apre pure uno stabilimento in Germania, ad Allendorf, 150 chilometri da Francoforte. Proprio dalla filiale tedesca verranno le spinte più forti a cambiare il nome del prodotto: Supercrema riesce ostico da pronunciare in tedesco, per non parlare di Giandujot, che è ostico pure in italiano. Inoltre, nel 1962, il parlamento italiano approva una legge che viene interpretata come un divieto di apporre prefissi accrescitivi ai nomi: niente più super, ultra, stra e poi qualcosa. La Supercrema ci ricade in pieno.

Ad Alba c’è grande fermento per trovare un nome nuovo. La rosa è ampia, si parla di SuperNut, Nutosa, Nutola, Nusty. Alla fine, però, come sempre, è Michele Ferrero in persona a decidere. E sceglie Nutella. Il nome è formato da due parti: la prima «nut» vuol dire noce in inglese, ma è facilmente identificabile anche in altre lingue. La seconda «ella» è un diminutivo femminile, che quindi comporta sentimenti positivi come tenerezza, affetto, dolcezza. Inoltre è facile da pronunciare in qualsiasi lingua.

Evidentemente la scelta è ben ponderata perché il nome viene depositato il 10 ottobre 1963. Il primo barattolo, come detto, vede la luce sei mesi più tardi. Dal 20 aprile 1964 inizia l’era della Nutella in cui ancora, ci piaccia o meno, ci ritroviamo immersi.

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Alessandro Marzo Magno

Pillole culinarie è una rubrica di approfondimento sulla storia della cucina curata dal giornalista e scrittore Alessandro Marzo Magno. Dopo essere stato per quasi un decennio il responsabile degli esteri di un settimanale nazionale, si è dedicato alla scrittura di libri di divulgazione storica, pubblicati da importanti case editrici e in alcuni casi tradotti in varie lingue. Ne ha pubblicati diciassette, uno di questi “Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo” ripercorre la storia delle più importanti specialità gastronomiche italiane. Partecipa a trasmissioni televisive sulla principale rete della tv pubblica italiana.