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Nuovo stabilimento Mercedes-Benz in Polonia

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La costruzione della fabbrica di batterie per auto Mercedes-Benz a Jawor è quasi completata. Malgrado l’epidemia tutto il lavoro procede come da programma. Subito dopo le vacanze sarà messa in moto la prima linea di produzione. La seconda invece sarà attivata nel primo trimestre del 2021. Uno degli obiettivi dell’azienda è quello di poter fabbricare in futuro anche le batterie per auto elettriche del tipo EQ (Electric Intelligence). La dott.ssa Ewa Łabno-Falęcka, Manager delle Pubbliche Relazioni, sottolinea che a Jawor già funziona un altro progetto d’investimento di Mercedes-Benz dove vengono prodotti motori diesel a quattro cilindri. La fabbrica nonostante il lockdown è riuscita ultimamente ad ottimizzare i metodi della produzione e adesso è in grado di soddisfare tutte le esigenze dell’industria automobilistica. Mercedes-Benz Manufacturing Poland, società responsabile della costruzione delle fabbriche, assume quasi 650 persone tra cui il 36% sono donne (rispetto alla media del 15% nel mondo). La maggioranza dello staff abita vicino al posto di lavoro, l’età media dei dipendenti è di 34 anni. In futuro saranno impiegate 1300 persone. La fabbrica a Jawor è la prime in Polonia ad essere alimentata completamente dalle energie rinnovabili, cioè dall’energia eolica e biomassa.

Duda a Trump, errore ritirare le truppe dall’Europa

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Il presidente della Polonia, Andrzej Duda, in visita negli Stati Uniti, ha chiesto al presidente Donald Trump di non ritirare le truppe dalla Germania. “Non credo che siamo mai stati così vicini alla Polonia come in questo momento”, ha detto Trump. Ne parla l’emittente “Cnn”. Trump ha iniziato la sua conferenza stampa con il presidente polacco Duda nel Rose Garden della Casa Bianca attaccando, senza fare nomi, i membri della Nato che ha definito “delinquenti” perché non pagano la loro quota di spesa comune. Per Trump il presidente Duda ha fatto un “lavoro incredibile” con la Polonia, e ha aggiunto che crede che “avrà molto successo alle prossime elezioni”. Duda oggi è diventato il primo capo di Stato straniero a visitare la Casa Bianca dall’inizio della pandemia di coronavirus. La riunione fra Donald Trump e Duda è stata l’occasione per discutere dell’ulteriore rafforzamento del contingente militare statunitense in Polonia, tema di particolare rilievo viste anche le tensioni fra gli Usa e la Germania delle ultime settimane. Questo è il quinto incontro di Duda con Trump. Il presidente polacco ha dichiarato che lui e il segretario della Nato, il generale Stoltenberg, ritengono che sia un errore ritirare le truppe statunitensi dall’Europa. Trump ha deciso di ritirare dalle basi tedesche circa 9.500 militari, una riduzione consistente rispetto agli attuali 34 mila effettivi dispiegati in Germania. Le autorità di Varsavia, che chiedono da tempo di poter ospitare una nuova struttura Usa sul proprio territorio, il cosiddetto “Fort Trump”, accoglierebbero volentieri le truppe statunitensi che lascerebbero il paese vicino. Trump ha detto che alcune delle truppe ritirate dalla Germania saranno effettivamente inviate in Polonia, mentre altre saranno restituite agli Stati Uniti.

 

“Piccola Italia”, grande qualità!

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 65 della Gazzetta Italia (ottobre-novembre 2017)

Da Spoleto a Varsavia, nel segno del gusto e dell’amore. Così possiamo sintetizzare la storia di Stefano Cherubini, titolare con Barbara – la moglie polacca esperta in dolci e gelati – del ristorante Piccola Italia e della pasticceria Dolce Amaro. Due locali, uno sopra l’altro, in ulica Sierpnia 1, in cui si ritrova un pezzo d’Italia, con accenti umbri, a Ochota.

Barbara e Stefano Cherubini

“La Polonia l’ho scoperta per caso durante un viaggio nel 1998. La vita era molto diversa dell’attuale ma non era difficile rendersi conto che era un paese dal grande potenziale di sviluppo”, racconta Stefano Cherubini, arrivato in Polonia dopo aver lavorato in vari locali in Italia.

“La sua fortuna è stata conoscere me!”, interviene la moglie Barbara che ricorda il periodo duro all’inizio quando il gusto autentico della cucina italiana non era apprezzato. “Stefano ha sempre cucinato all’italiana, senza mai piegarsi a commistioni con i gusti polacchi. A volte quando servivamo una carbonara avevamo dei clienti che, sicuri di sapere com’è la vera ricetta del piatto, ci chiedevano perché non c’erano panna e piselli!”

Ma i Cherubini non hanno ceduto. “Ci dicevano durerete poco con questo tipo di cucina, bè intanto l’anno prossimo festeggeremo 20 anni d’attività”, sottolinea Stefano. 

All’inizio era difficile anche trovare i prodotti?

S.C.: “Certo, all’epoca non si trovava quasi nulla degli ingredienti che servono per cucinare all’italiana, il cui segreto come tutti sappiamo sta proprio nella qualità dei prodotti. Così di tanto in tanto scendevo in Umbria e tornavo avventurosamente con l’auto strapiena di olio, formaggi, salami. Erano viaggi della speranza, tra strade scadenti e tre lunghi passaggi alle frontiere.”

Barbara Cherubini: “Ma ne è valsa la pena perché piano piano i polacchi iniziarono a viaggiare in Italia e quando tornavano dalle vacanze e venivano da noi riconoscevano i veri piatti italiani. Così si diffuse tra chi veniva a Piccola Italia il modo di dire “vado a mangiare dagli italiani”. Eravamo e siamo tuttora garanzia di qualità italiana. La svolta definitiva c’è stata con alcune recensioni del giornalista Nowak. Ad un tratto iniziammo ad avere la coda fuori del ristorante che era grande la metà di quello che vedete oggi. All’epoca Stefano era in cucina e io servivo ai tavoli e ad un certo punto con il locale strapieno e la gente in coda per entrare ci siamo chiesti: ma che succede? Allora abbiamo allargato il ristorante e iniziato ad avere altri cuochi italiani.”

S.C.: “Quando aprii Piccola Italia c’erano solo 2 ristoranti italiani. Adesso è cambiato tutto, praticamente c’è un ristorante italiano, o almeno che si dichiara tale, ad ogni angolo. Per me è importante che il cliente polacco sappia cosa vuol dire mangiare italiano perché solo così può capire se gli stanno servendo un piatto autentico. La differenza la fanno la qualità dei prodotti. Basta ordinare la cosa più semplice, tipo pasta al pomodoro e basilico, e provare se il sugo non è acido, se il parmigiano reggiano è buono, se la cottura è giusta.”

Voi fate una cucina italiana con accenti umbri?

S.C.: “All’inizio proponevo solo i piatti italiani classici. Poi piano piano che la clientela si abituava ho iniziato a introdurre anche gusti più regionali e sfiziosi. Olio, formaggi, salumi, tartufi arrivano direttamente dall’Umbria. Il pesce invece lo facciamo più con accenti campani visto che il nostro cuoco principale è napoletano.”

E con la pasticceria quando avete iniziato?

S.C.: “Nel 2012 c’è stata l’occasione di prendere il locale sotto al ristorante. Barbara era perplessa ma sapevo che le sarebbe piaciuto anche perché la sua specialità è fare i gelati. Così è nato Dolce Amaro.”

B.C.: “Ho imparato grazie ad alcuni corsi in Italia e alla consulenza di un gran maestro del gelato come Palmiro Bruschi della Carpigiani. Ma a Dolce Amaro oltre ai gelati abbiamo la tradizionale delicata pasticceria italiana, con le pastine fatte a cigno, i cannoli, i bignè, i cestini di frutta, oltre a quella classica polacca. Ed è un piacere vedere come con il tempo sempre più clienti comprano le pastine per portarle quando sono invitati ad una cena.”

S.C.: “E poi abbiamo un cliente speciale, presidente di una Fondazione di beneficienza che aiuta l’ospedale Dzieciatka Jezus. Quando ha scoperto che prepariamo una serie di dolci tradizionali polacchi – i drozdzowki alla ricotta o ai frutti di bosco e i paczki – col solo lievito di birra e con una preparazione che li rende leggerissimi, ha iniziato a comprarli sempre più spesso e sempre in maggiore quantità. A volte arriva e li prende tutti! È stata una grande soddisfazione sapere che li porta in ospedale per medici e pazienti particolari.”

Ecco perché – in una Varsavia sempre più inflazionata da locali “italian sounding” – pranzare a Piccola Italia, o prendere un caffè con pastina al Dolce Amaro, significa gustare con certezza qualcosa di autenticamente italiano, oltreché sano perché fatto con prodotti di qualità.

Siti web:
Piccola Italia Ristorante Italiano: www.piccolaitalia.pl
Dolce Amaro: www.dolceamaro.pl
Facebook:
Piccola Italia Ristorante Italiano: www.facebook.com/piccolaitaliapl/
Dolce Amaro: www.facebook.com/dolceamaropl/

Ambasciatore Amati: già in atto la cooperazione energetica tra Italia e Polonia

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Si è svolto ieri un webinar intitolato “Il futuro delle fonti e delle reti energetiche in Polonia”, organizzato dall’ambasciata d’Italia a Varsavia in collaborazione con la Camera del commercio e dell’industria italiana in Polonia. L’incontro è stato moderato dall’ambasciatore italiano, Aldo Amati, e ha visto una serie di interventi da parte di società del settore, coinvolte in progetti in Italia e in Polonia, tra le quali Saipem, Maire Tecnimont, Snam, Terna, Gaz System e Pge. Amati ha apprezzato il fatto che il dialogo tra le compagnie dei due paesi avviene “in diverse aree del mercato dell’energia in Italia e in Polonia” e si è detto “impressionato dal fatto che molte già cooperano diffusamente qui in Polonia”. Obiettivo del webinar, come sottolineato dall’ambasciatore, è stato “quello di illustrare le attività delle società e di restare in contatto per creare una rete di imprese italiane e polacche”. Il diplomatico italiano ha evidenziato che la Polonia è un paese che a detta di molti uscirà dalla crisi provocata dalla pandemia di coronavirus meglio e prima di altri, elemento che rappresenta “un incentivo per le compagnie italiane a investire qui e partecipare alla ripresa in particolare del comparto energetico”. “Gli amici polacchi possono contare sul sistema italiano, sull’ambasciata, sulla Camera di commercio, sull’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (Ice), sulla confindustria polacca appena stabilita”, ha dichiarato Amati. L’ambasciatore ha annunciato anche che è in programma un nuovo incontro, che spera si possa svolgere in presenza e non da remoto, presumibilmente a novembre.

Again, mostra delle opere di Ryszard Szozda

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Dal 25 giugno al 14 agosto alla Galeria Nanazenit a Varsavia si potranno vedere i quadri di Ryszard Szozda.

Nato nel 1976 a Cracovia, attualmente vive e lavora a Varsavia. Laureato in grafica all’Accademia di Belle Arti di Cracovia e in fotografia all’Università Duisburg-Essen in Germania Szozda si occupa all’inizio solo di grafica e fotografia per poi spostare completamente il suo interesse sulla pittura.

Nelle sue opere esplora i temi legati a violenza, pericolo, razzismo e guerra presenti nell’iconosfera contemporanea. Autore dei progetti: Sig Sauer e Visa Americana nel 2000 presso Galeria Otwarta diretta da Rafał Bujnowski e Wilhelm Sasnal. Co-ideatore e regista del film documentario “Don’t pay me” sulla negazione del bisogno comune dell’accumulazione di denaro e di beni (www.dontpayme.com). Co-redattore del programma “Uccelli e ornitologi” sull’arte contemporanea, un progetto radiofonico online di Radio Głosy (radioglosy.pl). Autore dei quadri in grande formato per lo spettacolo “Zew Cthulhu” di Michał Borczuch a Teatr Nowy di Varsavia nel 2017. Vincitore del primo premio Arte Laguna Prize 2019 a Venezia.

Evento Facebook: www.facebook.com/events/1543757852464376/

GAZZETTA ITALIA 81 (giugno-luglio 2020)

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Gazzetta 81 è negli Empik! Nell’era post-covid Gazzetta Italia ritorna in formato cartaceo con uno splendido numero di 88 pagine caratterizzato da un ampio approfondimento sull’EUR di Roma. Gazzetta questa volta vi porta poi in viaggio tra le meraviglie del Lago di Garda, le curiosità di Perugia e il fascino dei giardini rinascimentali polacchi.

I famosi giornalisti sportivi Piotr Dumanowski e Domink Guziak vi faranno invece scoprire i segreti dei calciatori polacchi che giocano in Italia. E poi c’è tantissimo cinema con l’intervista al regista Ferzan Ozpetek, il cui nuovo film esce in questi giorni in Polonia, ed un omaggio al grande attore Alberto Sordi nel centenario della sua nascita. Cucina, lingua, moda, consigli di lettura, gli appuntamenti degli Istituti Italiani di Cultura e tantissimo altro nel nuovo imperdibile numero!

Maserati Ghibli, rosa dei venti

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Già gli Etruschi mettevano le rosa dei venti sulle loro carte nautiche, che mostravano le direzioni del mondo e i venti più frequenti che soffiano da queste direzioni. I cartografi medievali delle allora potenze marinare di Genova e Venezia erano campioni nel compilare precise e graficamente belle carte nautiche.

Il vento ovvero l’aria in movimento è il simbolo ideale di un’auto. Sembra che la prima auto il cui nome riferiva all’aria sia stata la Chrysler Airflow del 1934, ma il nome del vento fu dato per la prima volta alla Lincoln Zephyr nel 1936.

Devo ammettere che le aziende italiane hanno un piccolo problema nel dare un nome alle loro auto, la Fiat a volte usa nomi la “Tipo”, altri modelli nomina usando i numeri, per esempio la “500” o mescola l’uno con l’altro come nel caso di una “Seicento”. L’Alfa fa lo stesso e la Ferrari affonda in una miscela di cilindrata e abbreviazioni come 308 GTB. La situazione sembra migliore con Lancia [anche se ora l’intero marchio non è di buon auspicio] e Lamborghini, dove dopo un paio di primi modelli batezzati sempre con i numeri sono passati a… beh, nomi spagnoli. Maserati in questo contesto era da qualche parte nel mezzo, in origine chiamavano tutto usando capacità del motore o numero dei cilindri, fino a quando nel 1963 apparve la Quattroporte e ciò che ci interessa di più oggi è la Maserati Mistral. Il maestrale (anche mistral) è il vento che soffia nel sud della Francia e da lì il nome di questo nuovo modello è arrivato alla fabbrica di Modena. È stato proposto da un socio del concessionario francese Jean Thépenier e anche un amico del capo progettista Pietro Frua, il colonnello John Simone. Così è nata la tradizione di dare un nome dei venti ai nuovi modelli, anche se non a tutti. Nel 1966, al 48° Salone Internazionale dell’Automobile di Torino, apparve il secondo dei fratelli ”ventosi”, la Maserati Ghibli. Questa volta, il vento pieno di nuvole di sabbia soffia dalla Libia e fa parte del possente Scirocco, che domina sul Mar Mediterraneo. Ha il suo impatto sulle periodiche inondazioni di Venezia o sul ricoprire ad esempio le strade di Firenze di polvere rossa, che ho vissuto personalmente quando un’auto lavata alla perfezione, pronta per portarci al matrimonio il giorno dopo, al mattino assomigliava più a una duna sahariana che a una limousine lucida.

Tecnologicamente, la Ghibli non era innovativa, il telaio veniva dal modello “Mexico” o, se preferite, dal telaio accorciato ancora una volta della Quattroporte. Dalla limousine di punta stato preso anche un’ottimo, ma ormai invecchiato motore della 450S sportiva del 1956. Tuttavia è stata apportata una modifica importante: si tratta del sistema di lubrificazione a carter secco. Grazie a questa soluzione, Giorgetto Giugiaro all’epoca lavorando per Studio Ghia, è stato in grado di abbassare il più possibile la silhouette della vettura, creando una delle più belle GT di tutti i tempi. Il cofano infinitamente lungo che termina con una griglia del radiatore stretta e piatta, in pratica ha svolto anche il ruolo di paraurti anteriore probabilmente il più costoso in quel periodo. Dietro la parabezza montata in basso appariva l’interno spazioso e confortevole e l’enorme bagagliaio che completava tutto. La Maserati Ghibli aveva l’aria condizionata, vetri controllati elettricamente, servosterzo, freni a disco ventilati, e l’assemblaggio di massima qualità di lavorazione, tutti gli abbinamenti erano perfetti, lo stesso vale per la verniciatura.

Come si addice ad una vettura GT purosangue, era anche veloce, che non hanno mancato di usare gli autisti guidando sull’autostrada ”del Sole” recentemente completata [1964] con il pedale dell’acceleratore premuto fino alla fine. Potevano farlo impunemente perché i limiti di velocità sulle autostrade italiane non furono fissati per la crisi dei carburanti fino al 1973. Nei centri abitati il limite dei 50 km/h era in vigore dal 1959, ma lì più lenta si muoveva la macchina, più l’ammirazione aumentava. I cerchioni in lega leggera di Campagnolo per la prima volta usati qua da Maserati sono stati una parte importante di questo. I cerchi in lega, come le chiamiamo oggi, sono stati utilizzati per primi da Ettore Bugatti nella sua Type 35 durante la gara del Gran Premio di Lione del 3 agosto 1924. Quando la Maserati decise finalmente di introdurli, erano già nell’offerta di tutti i maggiori produttori, anche se l’Aston Martin [1969] e la Mercedes [1970] hanno aspettato più a lungo ad immetterli.

Quanto piaceva la Ghibli? lasciate che la storia del proprietario del marchio Ford lo testimoni. Nonostante il fatto che il design dell’auto fosse in conflitto con tutto ciò che i designer di Detroit proponevano all’epoca, Henry Ford II, quando la vide, inviò un’offerta a Modena per l’acquisto… dell’intera società Maserati e ancora una volta [prima c’era la Ferrari] ”fu scaricato” dagli italiani. Si è accontentato dell’acquisto dell’auto stessa, per la quale ha dovuto pagare 19.000 dollari, l’equivalente di quattro delle sue Ford.Thunderbird. La Ghibli dopo il modello 3500 GT è stata un altro successo commerciale per Maserati, alla fine degli anni ’60, insieme alla Lamborghini Miura facendo una coppia non convenzionale, come Marcello e Sofia nella versione automobilistica del ”Matrimonio all’italiana”. Il 1968 è l’anno del debutto della versione aperta di Ghibli Spider, di cui sono state prodotte solo 100 esemplari in quattro anni. Nel 1970 apparve la versione più ricercata oggi della SS [Super Sport] con un motore di 4931 cc, aumentato di soli 10 CV. In questa specifica, l’azienda ha rilasciato altre 25 unità della Ghibli Spider. La produzione della seconda generazione di Ghibli è durata sette anni, è iniziata nel 1992, e non credo sia esagerato dire che la cosa migliore di questo modello è…il suo nome.

L’ultima edizione di Maserati Ghibli è stata presentata in anteprima il 19 aprile 2014 a Shanghai nel Salone dell’Auto Asiatico. L’auto si presenta come una Quattroporte più piccola, il che non è un difetto, ma si può storcere il naso alla gamma di motori diesel offerti.

Il modello della collezione SOMA è un Minichamps del 2008 ed uno dei suoi pezzi forti. Bello l’interno, il motore, le lampade e le cromature. Peggio con la vernice, perché dopo anni, „pelle d’oca” appare lentamente su di essa. L’azienda tedesca ha anche rilasciato una versione di Spider, su cui purtroppo una volta ho chiuso un occhio, cosa che oggi non farei. Finendo sui tedeschi… quando nel mondo soffiano più di 2 mila venti, perché la Volkswagen ha insistito a copiare il nome ”Bora” usato dalla Maserati nel 1971? Questo non si sa.

Qui sotto c’è la mia rosa dei venti Maserati completa:

Anni di produzione: 1967-1972
Esemplari prodotti: 1295 pezzi in ciò 100 Spider / 225 pezzi di SS / 25 pezzi di Spider SS
Motore: V-8 90°
Cilindrata: 4719 cm3
Potenza / RPM: 330 CV / 5000
Velocità massima: 265 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 7
Numero di cambi: 5
Peso proprio: 820 kg
Lunghezza: 4590 mm
Larghezza: 1790 mm
Altezza: 1168 mm
Distanza interasse: 2550 mm

foto: Piotr Bieniek
traduzione it: Karolina Wróblewska

Vicepremier Emilewicz, dal primo luglio cadono limiti a numero passeggeri aerei

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Dal primo luglio vengono meno i limiti al numero di passeggeri che possono essere trasportati a bordo degli aerei in Polonia. Lo ha dichiarato il vicepremier e ministro dello Sviluppo polacco, Jadwiga Emilewicz. La rimozione dei limiti vale per tutti i voli, sia quelli regolari, sia i charter. La decisione attende solamente la firma del premier, Mateusz Morawiecki. Una deliberazione risalente al 29 maggio, motivata dall’epidemia di coronavirus in corso, fissava il numero massimo di passeggeri a bordo al 50 per cento della capienza del velivolo.

Con-vivere col virus

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“Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà”
Luca  9,24

Ma come, non dovevamo combattere fino in fondo questa “guerra” contro un nemico invisibile e insidioso, sino alla sua totale sconfitta, sino al suo annientamento? Una guerra che si sarebbe dovuta concludere con la nostra vittoria ? Ed invece si ha come l’impressione che si tratterà di una nuova “vittoria mutilata”. Eh, sì! Perché, dopo l’imperativo categorico del “restate a casa!”, farà presto il suo ingresso ufficiale il nuovo imperativo – che ci accompagnerà nei prossimi mesi, o forse più a lungo o forse addirittura per sempre:  “convivete col virus!”.

Dopo aver lasciato sul campo migliaia di morti per contrastare (malamente) il nemico, ora dobbiamo imparare a convivere con lui? È una guerra ben strana questa contro il virus fatta dal divano di casa o da un letto di terapia intensiva. Ma ancora più strano è ora dire che dobbiamo  imparare a convivere con il virus. Cosa vuol dire convivere con il virus? La prima e più superficiale risposta potrebbe essere che dobbiamo convivere con la Cina. Il virus è cinese e convivere con lui significa convivere con la Cina. Vuol dire, insomma, abituarsi al fatto che la Cina è diventata una potenza che occupa uno spazio geopolitico, e che può sempre diventare “virale”.

Cerchiamo però di andare più a fondo, sperando di non andare a fondo. Se c’è qualcosa che questo virus ci ha insegnato, è che siamo stati, e siamo ancora, disposti a tutto pur di mettere in salvo le nostre vite.  Ma di quali vite stiamo parlando?

Cerchiamo di spiegare il punto. Già Aristotele aveva distinto la vita come “bios” dalla vita come “zoé”. Zoé è la “nuda vita”, il semplice fatto di vivere, la vita mediante la quale siamo in vita; bios, al contrario, è la vita che viviamo, la vita qualificata dal modo con cui la viviamo: è la “condizione di vita”, il “come di una zoé”. La “quarantena” allora non rappresenta altro che questo: la rinuncia, da parte nostra, ad ogni “condizione di vita”, in nome della “nuda vita”.  Ma che cos’è questa “nuda vita”, questa vita spogliata di ogni attributo, una vita che non è nulla, se non vita? Il virus stesso è questa vita, nella sua forma estrema: una vita tanto “nuda” che neppure sappiamo se sia realmente “vivo” o no. Finto vivente, finto mortale, comunque un ospite indesiderato, un intruso. Il virus è vita? È un interrogativo a cui la scienza non ha saputo ancora rispondere. Non tutte le domande forse possono avere una risposta. “La scienza”, “i virologi” (che spettacolo questi esperti, capaci di alimentare il panico collettivo e che in fondo parlano senza sapere di cosa stiano parlando!) non sono infatti neppure in grado di dire che cosa sia un “virus”, ma sono loro ora a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non è casuale. Sono loro infatti che per primi con le tecniche di rianimazione e del connesso trapianto di organi hanno separato ciò che nell’uomo era inseparabile: la vita meramente  fisica e la vita biografica. No, no,  la scienza e la medicina  non ci immunizzeranno da questo virus.

E allora cosa ci resta? Forse possiamo passare dalla fisica alla metafisica, o se volete alla “biologia filosofica”, in senso jonasiano. La “nuda vita” del virus – priva di metabolismo? – può anche essere non vita. Un essere privo di esistenza.  E se è vita che non è vita, allora neppure muore. Ecco, allora, perché non ci resta che con-vivere col virus.

Però ha senso conviverci ponendoci, adattandoci come abbiamo fatto finora, al suo stesso livello, nuda vita contro nuda vita? Ecco l’interrogativo esistenziale dei prossimi mesi, o forse anni. E sì, perché niente sarà come prima. Siamo partiti con il piede sbagliato riducendo tutto alla “nuda vita” e ora ci troviamo costretti a convivere con essa. Convivere con l’incubo, con il panico, con l’ossessione da virus. Fuori sì, ma con guanti e mascherine che diventeranno per sempre parte del nostro abbigliamento come le cravatte e i foulard? Impareremo a baciare con la mascherina senza il contatto delle lingue, o magari utilizzando un apposito profilattico? Gli abbracci avverranno a distanza? L’università e le scuole saranno a distanza? D’altro canto magari  felici (felici?) per il fatto di poter essere in contatto continuo su whatsapp, facebook, twitter, Instagram, vicinissimi nel mondo virtuale, ma a due metri di distanza nella realtà?

Resterebbe però da chiedersi se sia possibile costruire un “Gemeinwesen” autentico, una comunità umana, basato sulla distanza. Non sulla distanza sociale – le differenze sociali sono sempre esistite – ma sulla distanza tra le persone, tra i corpi. Guardare, sentire, ma non più toccare? Neppure sfiorare con una carezza il volto dell’altro? Eppure proprio Aristotele aveva insegnato, lui per primo, che l’unico senso senza il quale non si può vivere è proprio il tatto.

E noi stiamo andando esattamente in questa direzione. Una società senza contatti o con contatti ridotti al minimo. Questa sì che sarebbe la vittoria del virus. Convivere in questo modo col virus significa ammettere la nostra sconfitta. Lui se ne andrà per conto suo seguendo le leggi della sua natura ma avendo già modificato la nostra natura. La sicurezza starà nella distanza. E anche a distanza dei dispositivi di protezione saranno obbligatori: mascherine e guanti per tutti. La nuda vita avrà allora vinto sulle nostre abitudini, sulle nostre storie, sulle nostre vite, sulla nostra vita. Ma il non-essere dell’uomo è davvero qualcosa di più terribile del non-esserci-più in modo autentico?   Più banalmente: la sopravvivenza della nuda vita è davvero l’istanza suprema? Dal punto di vista del darwinismo sociale è certo così. Ma  questo non vale per altri punti di vista. Basti pensare a Walter Benjamin: “L’uomo non coincide in nessun modo con la nuda vita” (der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. L’uomo non vive semplicemente come una pianta. E se qualche volta oggi questo succede ci troviamo di fronte ad una tragica realtà prodotta dalle tecniche di rianimazione. Ma per l’uomo non conta  solo la “nuda vita”, ciò che conta è  soprattutto la storia di una vita, la vita vivente.

In fondo, è per questo che diritti fondamentali come la libertà personale, la libertà di circolazione, le libertà religiose e persino la libertà di espressione  sono caduti uno dopo l’altro come soldati mandati al macello. Perché se ciò che conta è semplicemente “salvare” la nuda vita, allora tutto è permesso. Il limite è stato abbondantemente  superato col trattamento incivile, barbaro, privo di qualsiasi pietà, riservato ai malati contagiosi. Uomini e donne lasciati morire soli, senza che abbiano potuto neppure vedere un’ultima volta i propri congiunti e i loro cadaveri bruciati come rifiuti tossici. Parlare di diritti e di diritto ha dunque ancora un senso, in una situazione come questa? E dai diritti si è facilmente passati a mettere in discussione l’ordinamento costituzionale. Per farsi carico dell’emergenza sanitaria diritti e diritto sono stati neutralizzati, sospesi. Bastano “le grida” televisive del Capo  che anticipano i suoi atti amministrativi, volti  a salvare le “nostre vite”. Possibile che siamo arrivati ad accettare tutto questo? C’è ancora una speranza?

L’episodio – riportato dalle cronache – di un nonno di Savona che, non potendo più toccare il suo nipotino, ha preferito uccidersi, in fondo è quello di un uomo – di uno dei pochi – che ha vinto la battaglia contro il virus. Il nonno per la sua età era certo un soggetto vulnerabile, esposto più  facilmente al contagio, ma per lui c’era qualcosa di più importante persino della sua stessa persona fisica, qualcosa di più alto della sua mera sopravvivenza, per lui c’era la sua vita vissuta col nipotino e a questa non poteva e non voleva rinunciare. Soltanto sopravvivere: quella, per lui, non era più Vita.

Autore dell’articolo, Prof. Paolo Becchi