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Italia-Polonia: ambasciata a Roma promuove webinar su approccio Ue all’intelligenza artificiale

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Mercoledì 22 luglio si svolgerà un webinar dedicato all’approccio europeo all’intelligenza artificiale (Ia). La discussione online è promossa dall’ambasciata polacca a Roma in cooperazione con l’Istituto per la competitività (I-com), la rappresentanza in Italia della Commissione Ue e il Festival della diplomazia. Il webinar sarà aperto tra gli altri dall’ambasciatrice polacca a Roma, Anna Maria Anders. “In un contesto di forte concorrenza globale, è necessario un solido approccio europeo” all’argomento, si legge nell’introduzione all’evento. “Per sfruttare le opportunità e affrontare le sfide derivanti dall’intelligenza artificiale, l’Ue deve parlare con un’unica voce e definire il suo modo di promuovere lo sviluppo e la diffusione dell’Ia basandosi sui valori europei”. Tra coloro che interverranno ci sono Stefano Da Empoli, presidente di I-com; Krzysztof Szubert, ex plenipotenziario del governo polacco per il mercato unico digitale; Renata Palen, consulente del ministero della Digitalizzazione polacco; Marco Scialdone, professore dell’Università europea di Roma.

Petto di pollo arrostito agli agrumi

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Ingredienti: 

  • 300 g di petto di pollo
  • ½  bicchiere di vino bianco
  • ¼ limone
  • 1 arancia
  • 1 cucchiaio di miele
  • rosmarino (1 rametto)
  • 4 foglie di salvia
  • sale qb.
  • 1 pizzico pepe
  • olio evo qb.
  • lardo (1 cucchiaio raso)

Per la salsa:

  • 1 noce di burro
  • 1 cucchiaio di farina 00

Cottura in padella:

Marinate il petto di pollo con il vino, il succo limone, l’arancia, il miele, il rosmarino e la salvia, per 2 ore. Prendete un sacchetto da forno e inserire il pollo, la marinatura, li cucchiaio di lardo e il sale, chiudete ermeticamente facendo fuoriuscire più aria possibile dal sacchetto. Prendete un pentolino che possa contenere il sacchetto con il petto di pollo, riempite di acqua e ponete sul fuoco. Appena sarà arrivata ad ebollizione abbassate al minimo il fuoco, la temperatura dovrebbe essere intorno ai 70°, se avete un termometro misuratela, se non lo avete, controllate che dall’acqua emergano solo 1-2  bollicine ogni tanto, cuocete per 2 ore. Terminata la cottura estraete il petto di pollo, copritelo, mettetelo da parte e filtrate la marinatura.

Prendete un pentolino e fate sciogliere il burro e di seguito unite la farina (roux), una volta ben amalgamati il burro e la farina unite la marinatura filtrata. Cuocete a fuoco lento per 5 minuti, facendo attenzione a non fare grumi. Addensate fino ad ottenere una crema vellutata. 

Prendete il petto di pollo e pennellatelo con la salsa precedentemente preparata, anche più volte. Prendete un pentolino e versate abbondante olio, portate a temperatura di frittura circa 160° (potete controllare la temperatura versando qualche goccia di salsa nell’olio). Prendete il petto di pollo nel pentolino e rosolatelo su tutti i lati, dovrebbe prendere un bel colore dorato. Pepate leggermente e servite caldo poggiato sulla salsa. Il risultato di questa cottura sarà un petto di pollo morbido, succoso e saporito.

Buon appetito!

 Calcio Storico Fiorentino

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Firenze è una città eccezionale. Non solo per la quantità di opere d’arte, cultura, cibo e paesaggi. Ha anche qualcos’altro di unico: il calcio storico fiorentino conosciuto anche come calcio in costume o calcio in livrea. 

Si dice che il calcio fiorentino è lo sport più brutale al mondo. Ma questione fisica a parte queste partite sono un concentrato di folklore, spettacolo e amore per la tradizione. Le origini di questa disciplina derivano dall’antico gioco Romano ‘Harpastum’ che significa strappare a forza, ovvero quello che serve per prendere la palla all’avversario.

Ogni anno, all’inizio di giugno, si giocano tre partite. La finale si disputa il 24 giugno, nel giorno di San Giovanni Battista, patrono di Firenze. Tutte le partite si giocano in Piazza Santa Croce in un campo di sabbia, uno stadio costruito per l’occasione. Si sfidano quattro squadre che rappresentano quattro quartieri di Firenze: i Bianchi di Santo Spirito, gli Azzurri di Santa Croce, i Verdi di San Giovanni e i Rossi di Santa Maria Novella. Durante la partita che dura 50 minuti può succedere di tutto. Due squadre, con 27 ‘guerrieri’ ciascuna, si confrontano a mani nude in una battaglia per la vittoria che mescola calcio, rugby, lotta e arti marziali. La squadra che vince riceve in premio una vitella chianina.

L’evento si apre con la parata composta da circa 500 rievocatori storici, musicisti e giocatori che, tra due ali di folla e accompagnati da musiche d’epoca, attraversa la città da Piazza Santa Maria Novella a Piazza Santa Croce. Il Corteo Storico è composto da rievocatori che impersonano ruoli precisi tra cui:

  1. Ufficiale Comandante di Reggimento. A lui è affidata la responsabilità di far rispettare le regole delle sfide;
  2. Capitano di Guardia del Contado e del Distretto. È il responsabile della parata, della sua organizzazione e dello svolgersi delle manifestazioni. Ordina il ‘saluto alla voce’ secondo l’etichetta militare del XVI secolo che rende suggestivo il momento della presentazione del corteo alle autorità;
  3. Paggetto con il ‘palio’ destinato alla squadra vincente;
  4. Gruppo dei Bandierai: portano le insegne principali della Repubblica Fiorentina;
  5. Pallaio: porta i palloni del colore delle due squadre. Dà inizio alle ostilità lanciando in aria il pallone al centro del campo;
  6. Giudice Commissario: convalida i punteggi delle squadre durante la partita e rileva le irregolarità. Dà il segnale alle colubrine di sparare i colpi quando viene segnata una caccia;
  7. Giudici di Campo (8, 2 per quartiere). Hanno il compito di controllare le linee e segnalano all’arbitro ogni uscita del pallone;
  8. Capitano Generale delle Artiglierie: comanda tutte le artiglierie della parata.

Il regolamento di questo sport è stato scritto, in fiorentino, nel 1580 da Giovanni de’ Bardi e comprende 33 articoli, fra cui: 

Art.1 Teatro del Calcio sia la Piazza di S.Croce;

Art.6. Nel Calcio diviso, il numero de’ Giuocatori sia di 27 per parte, da distribuirsi in 5 Sconciatori, 7 Datori quattro Innanzi e tre Addietro;

Art.15. Al primo tocco della Tromba, che faran sonare i Giudici si ritirino tutte le genti di servizio, lasciando libero il campo;

Art.16. Al secondo, vadano i giuocatori a pigliare i lor posti;

Art.17. Al terzo, il pallaio vestito d’ambedue i colori, dalla banda del muro ricontro al segno di Marmo, giustamente batta la palla.

Per capire meglio questa pratica antica ho incontrato un ex-giocatore, Emanuele Nannucci, rappresentante dei Verdi dal 1987. Ha concluso la carriera di giocatore di calcio fiorentino nel 2016, ed ora è maestro di boxe e cross fit nella palestra fiorentina Time Out. Nannucci è una specie di gladiatore con cui ho avuto la fortuna di allenarmi. 

Cos’è il calcio storico fiorentino?

È una manifestazione folkloristica stupenda. Molto sentita a Firenze. Molto violenta. Si tramanda un rituale, una storia antichissima. Il calcio in costume è nato nel 1530. La storia narra che in una Firenze assediata dalle truppe francesi di Carlo V, mentre queste bombardavano le mura di Firenze, i fiorentini si misero a giocare una partita di calcio! I costumi storici si rifanno a quel periodo glorioso e da allora ogni anno si giocano queste partite. 

Le regole? 

Non ci sono regole. Però comunque ci si deve comportare con onore. Per esempio non tiro una pedata a uno che è a terra. Bisogna sapersi comportare bene senza le regole, è importante il rispetto e il fair play. La persona che ha dei principi di comportamento non ha bisogno di regole scritte. Se io voglio picchiare qualcuno gli vado davanti e mi metto in guardia facendogli capire le mie intenzioni. Purtroppo non tutti si comportano con rispetto e c’è chi colpisce alle spalle. In questo caso l’arbitro li butta fuori, ma c’è rischio di farsi male veramente. Si deve ricordare che non ci sono sostituzioni. Quando qualcuno si fa male, viene portano fuori dal campo e la squadra resta senza un giocatore.

Come si forma una squadra? 

Il calcio fiorentino è uno sport che riunisce aspetti del rugby, calcio, football americano, boxe e lotta. Gli allenamenti sono importanti così come la preparazione atletica: ogni quartiere presenta 50 o 60 atleti, ma solo 27 sono scelti a rappresentare la propria squadra. Un giocatore quando entra a far parte di una squadra diventa immediatamente un personaggio noto e rispettato a Firenze. Questo è lo stimolo più grande per chi gioca. Ma far parte di questo sport significa grande sacrificio e duro lavoro per tenersi in forma. I criteri di scelta dei giocatori sono molto precisi. Ogni squadra ha 27 giocatori divisi in due gruppi: Datori Innanzi e Datoni Indietro. 

Datori Innanzi sono: 

  1. Innanzi (6 giocatori) – sono i giocatori che stanno in prima linea sui lati del campo; 
  2. Mediana  (4 giocatori) –  prima linea che sta in mezzo al campo;
  3. Saltatori (2 giocatori) – la seconda linea, quelli che cercano di riprendere la palla dopo la rimessa in gioco; 

Datoni Indietro sono: 

  1. Sconciatori  (4 giocatori) – bloccano e spingono gli avversari; 
  2. Portatori palla  (3 giocatori) – più leggeri e veloci;
  3. Terzini (5 giocatori) –  stanno in difesa;
  4. Portieri (3 giocatori) – l’ultima linea

Chi può giocare?

Il regolamento dice che in campo vanno 27 persone, tra questi c’è la possibilità di inserire 3 non fiorentini. E noi abbiamo nella nostra squadra 2 polacchi, atleti di Mixed Martial Arts di Danzica: Michał Wlazło e Andrzej Kulik.

Puoi dirmi di più sulla preparazione atletica?

È migliorata rispetto ad una volta. Ora ogni squadra ha un preparatore atletico. Il problema è che non ci sono fondi per avere l’attrezzatura adeguata per allenare 60 persone. Molto allenamento viene fatto un po’ alla vecchia maniera, con tanta corsa, scatti e allunghi ripetuti per aumentare la capacità respiratoria. E poi circuiti a corpo libero: burpees, squats, flessioni, addominali. Quindi l’allenamento non è male, ma per chi se intende di preparazione atletica, c’è ancora tanto da migliorare. Ogni squadra ha il suo campo di allenamento, ogni squadra allestisce una palestra dove prepararsi durante l’inverno attraverso sessioni di lotta, pugilato e allenamenti funzionali.

Quando comincia l’allenamento?

Si inizia a settembre per arrivare pronti a giugno. A gennaio iniziano gli allenamenti in gruppo, una volta a settimana. Si fa anche qualche cena insieme per conoscersi meglio. A Pasqua c’è il sorteggio. E subito dopo: 3 allenamenti a settimana fino alla partita. Nel frattempo l’attesa cresce a Firenze. C’è tanta pressione e si discute su chi deve giocare e chi no. Poi, quando finiscono le partite, siamo di nuovo tutti amici.

Avete strategie particolari? 

Diciamo che ci sono piccoli accorgimenti tattici ma non esiste una vera e propria strategia di gioco. L’unica tattica realizzabile è quella di proteggere il portatore di palla. Il portatore di palla attorniato da 2-3 persone che “vanno a morire”, cioè si immolano contro gli avversari per fargli spazio. 

Paura?

Si, la paura c’è sempre. La paura è dentro di noi ma il calcio fiorentino mi ha insegnato a gestirla, non ci si fa mai l’abitudine. Ogni partita è un’esperienza diversa e può succedere di tutto. Pugni a mani nude, contusioni e fratture. Quando entri in campo sai che per 50 minuti sarà una guerra senza regole. In questo momento devi smettere di pensare e iniziare a reagire. Io giocavo perché volevo vincere, anche con paura, ma andavo sempre avanti.

C’è qualche ricaduta positiva ad esser giocatore di calcio fiorentino?

Si guadagna solo in immagine, in onore, perché un giocatore a Firenze è un dio. Tutta la città per un anno si prepara a questo evento. Il calcio fiorentino impone un sacrificio mentale e fisico enorme, ma è molto gratificante. Brutalità a parte, essere giocatore ti dà soddisfazione e orgoglio perché devi vincere la tua paura e le tue debolezze. 

Vorrei ringraziare Emanuele Nannucci per l’intervista, Michele Virgillo per le foto e i nostri rappresentanti polacchi Michał Wlazło e Andrzej Kulik per la collaborazione.

 

 

foto: Michele Virgillo

I vini sommersi

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Lo spunto di conservare il vino sott’acqua è probabilmente stato dato dal ritrovamento di un relitto al largo del Mar Baltico nel 2010 a una profondità di 55 metri. 

Si trattava di 168 bottiglie di champagne che si trovavano sott’acqua dal 1832 ritrovate dopo un naufragio avvenuto al largo della costa finlandese e pare che la nave fosse in viaggio verso la Russia. Il prodotto, dopo 170 lunghi anni, risultava ancora bevibile e aveva conservato molte delle caratteristiche che aveva in origine. Le tipologie di champagne ritrovate sono Veuve Clicquot Ponsardin, Heidsieck e Juglar, e sono state analizzate da tecnici esperti internazionali guidati da un professore dell’Università di Reims, nel cuore della regione di Champagne.

Questi champagne sono più dolci rispetto a quelli che conosciamo, con una quantità di zucchero pari a 150 grammi per litro rispetto ai 50 grammi per litro di oggi. Le analisi condotte su queste bottiglie hanno permesso ai ricercatori di scoprire che i livelli di alcol erano tra il 9% e il 10%, rispetto a circa il 12,5% odierni. Questo, secondo gli esperti, è dovuto alla tendenza di iniziare la fermentazione primaria entro l’anno, quindi in condizioni più fresche, nonché il probabile utilizzo di lievito madre, che potrebbe essere stato meno efficiente di quello di oggi nel convertire gli zuccheri naturali dell’uva in alcol. I ricercatori trovarono inoltre alti livelli di rame e ferro, probabilmente dovuti all’impiego di solfato di rame nel vigneto per la protezione contro le malattie e di chiodi di ferro nelle botti.

L’analisi più attesa era ovviamente quella del gusto. La maggior parte dello Champagne aveva perso le sue caratteristiche dovute al perlage e alla frizzantezza ma i degustatori notarono che comunque persisteva un leggero formicolio in bocca e il prezioso liquido all’assaggio aveva un intenso profumo, con note di uva, idromele, frutti bianchi, tabacco e rovere.

Da quel momento diversi produttori e case spumantistiche decisero di sperimentare l’affinamento di alcuni loro prodotti sott’acqua, stante delle particolari condizioni che permettono di raggiungere interessanti e persistenti livelli qualitativi. I vantaggi della conservazione sub-marina sarebbero l’assenza di luce, la temperatura fresca e costante e l’alta pressione che faciliterebbe lo sviluppo di un perlage particolarmente fine.

In tale percorso l’Italia è all’avanguardia, anche grazie alle sue coste così differenti e così particolari nelle condizioni che presentano lungo tutta la penisola; la Tenuta del Paguro di Brisighella invecchia Merlot, Albana, Cabernet e Sangiovese nel relitto di una piattaforma petrolifera al largo di Ravenna; salendo più a nord il vino rosso di Ornella Molon “Traverso” viene affinato in barrique per sei mesi nella Laguna di Caorle; molto azzeccato è il Vermentino sardo invecchiato nell’area marina protetta di Capo Caccia, vicino Alghero. C’è anche poi chi decide di distinguersi dalla massa ed invecchiare il suo prodotto in acqua dolce, nel lago di Iseo, come fa Alessandro Belingheri.

Un leader degli “Under Sea Wines” viene prodotto in Liguria dalla Bisson che, nella zona di Chiavari, produce lo spumante “Abissi”. L’estratto dell’uva è chiuso per un anno in gabbioni di ferro appoggiati sui fondali a circa duecento metri da riva nei pressi della Baia del Silenzio, a Sestri Levante. Il risultato è sempre unico e la “realizzazione” di questo spumante è ormai una consuetudine.

La maturazione avviene a sessanta metri di profondità, in condizioni di temperatura, di luce e di pressione costanti, cioè nel modo migliore per valorizzare le caratteristiche del classico spumante. Ogni bottiglia di vino sotto al mare assume peculiarità uniche. Veri e propri pezzi da collezione.

Mostra del Museo del Ghetto di Varsavia in Piazza Grzybowski e online

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Dal 20 luglio al 30 novembre, in Piazza Grzybowski 2 a Varsavia, sarà esposta una mostra chiamata “Uno su tre di noi” del Museo del Ghetto di Varsavia. La mostra è stata preparata per il 77° anniversario dello scoppio dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia. Questa mostra presenta 70 fotografie d’archivio su 20 tavole che mostrano la vita quotidiana del ghetto di Varsavia: la folla quotidiana nelle strade e nei mercati del ghetto, le persone che organizzano l’aiuto, creano arte, lavorano o pregano. Le foto si concentrano sui volti delle persone che vivono nel ghetto, a volte sorridenti, a volte pensierose o disperate. Il curatore della mostra, Rafał Kosewski, spiega: “Evitiamo immagini drammatiche per mostrare i nostri eroi in modo dignitoso”. Oltre alla vita quotidiana nel ghetto, la mostra presenta anche eventi storici, come per esempio la rivolta del 1943. È possibile vedere questa mostra anche sul sito https://1943.pl/wystawy/co-trzeci-sposrod-nas/

Situazione attuale in Polonia rispetto all’epidemia di COVID-19 [16.07.2020]

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Si registrano ancora nuovi casi in Polonia con un numero complessivo di casi attivi in calo a 8.521 infetti, di cui gravi 68, ovvero circa l’ 1% del totale.

Complessivamente i numeri dell’epidemia rimangono sotto controllo e senza pressione eccessiva sulle strutture sanitarie polacche. La Slesia resta l’area con più contagli, 14.121 dall’inizio dell’epidemia.

Informazioni per i cittadini italiani in rientro dall’estero e cittadini stranieri in Italia tra cui le risposte alle domande:

  • Ci sono Paesi dai quali l’ingresso in Italia è vietato?
  • Sono entrato/a in Italia dall’estero, devo stare 14 giorni in isolamento fiduciario a casa?
  • Quali sono le eccezioni all’obbligo di isolamento fiduciario per chi entra dall’estero?
  • E’ consentito il turismo da e per l’estero?

Per gli spostamenti da e per l’Italia a questo link le informazioni del Ministero degli Esteri: situazione al 15 luglio 2020

La situazione Polonia verrà aggiornata all’indirizzo: www.icpartners.it/polonia-situazione-coronavirus/

Sitauazione in Polonia al 16.07.2020 da scaricare in PDF:

COVID-19 ICP POLAND ITA 20200716

Per maggiori informazioni:
E-mail: info@icpartnerspoland.pl
Telefono: +48 22 828 39 49
Facebook: www.facebook.com/ICPPoland
LinkedIn: www.linkedin.com/company/icpartners/

Duda dialoga con 2 comici russi credendo di parlare con l’ONU

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Il Direttore della Sala stampa della Cancelleria Presidenziale, Marcin Kędryna conferma che la registrazione della conversazione tra i due comici russi e il Presidente Duda è vera. Due comici russi, famosi per le lor provocazioni contro i politici e i capi dei governi, Vovan e Lexus (che in realtà si chamano Władimir Kuzniecov e Aleksiej Stoliarow) martedì sera hanno pubblicato una registrazione della conversazione svolta con il Presidente polacco Andrzej Duda. Durante la conversazione di 11 minuti, svolta in inglese, Kuzniecov impersonava il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guteres e faceva un discorso piuttosto provocatorio parlando per esempio della Armata Rossa o della questione di Leopoli. Il Direttore della Sala stampa della Cancelleria Presidenziale ha confermato l’autenticità della registrazione e in più ha detto che gli interlocutori sono stati verificati dalla sede polacca dell’ONU a New York. Nel dialogo i due russi cercavano di provocare Duda imitando Guteres e parlando del suo supporto per l’annessione di Leopoli alla Polonia. In risposta, il presidente polacco ha sottolineato che questa città appartiene all’Ucraina. I comici, sempre imitando Guteres hanno commentato il comportamento di Trzaskowski che era sicuro di aver vinto le elezioni e hanno suggerito che Donald Tusk difende le leggi LGBT perché fa parte della comunità. Duda non è la prima vittima degli scherzi del gruppo dei comici. Simili scherzi sono stati fatti, per esempio, al Senatore degli Stati Uniti John McCain, a Elton John o al Principe Harry.

Frutta tropicale: dall’Italia con amore

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Frutta tropicale in Italia: è possibile? Certo che sì, ed è anche etica, sostenibile, e ovviamente buonissima! Anche se per molti suona ancora come una novità, è già da qualche anno che da Messico e Sud America sono arrivate in Italia le prime coltivazioni di mango, litchi, frutto della passione, macadamia, e soprattutto avocado, che in Sicilia, Puglia e Calabria trovano un terreno più che mai fertile e un clima mite e favorevole. Anche alcune zone del Nord Italia promettono bene: a Bergamo si coltivano l’asimina, il kiwi arguta, il mirtillo siberiano, le noci Pecan. Tutti rigorosamente bio.

Secondo un sondaggio Coldiretti – Istituto Ixè, il mercato del tropicale italiano ha le potenzialità per crescere ancora: il 61% degli italiani preferisce acquistare frutti esotici nostrani piuttosto che quelli stranieri, con il 71% disposto a pagare di più per avere la garanzia dell’origine nazionale. Una scelta motivata dal maggiore grado freschezza, ma anche dal fatto che l’Italia è al vertice della sicurezza alimentare mondiale, con il minor numero di prodotti con residui chimici irregolari.

Ad oggi sono oltre 500 gli ettari piantati con frutti tropicali, aumentati di 60 volte nel giro di appena cinque anni! Protagonisti di questa riconversione dei terreni sono giovani agricoltori che, attenti alla sostenibilità ambientale e al consumo consapevole, hanno scelto queste coltivazioni spesso recuperando terreni abbandonati a causa dei cambiamenti climatici.

Ma perché si parla di sostenibilità ambientale? Perché nei paesi esotici, purtroppo, terreni e risorse idriche sono eccessivamente sfruttati per le coltivazioni intensive di prodotti destinati all’esportazione, causando danni a tutto l’ecosistema.

Il Sudamerica si trova in una situazione di emergenza agricola a causa della siccità: quest’anno è piovuto il 70% in meno rispetto alle medie stagionali e le autorità si sono viste costrette a razionalizzare l’acqua agli abitanti. In Cile il sindaco di Petorca, Gustavo Valdenegro, ha chiesto che siano vietate le piantagioni di avocado e agrumi nel suo comune, per risparmiare le già scarse risorse idriche, poiché gli avocado ricevono una quota maggiore di acqua delle persone.

La situazione in Italia invece è fortunatamente molto diversa, in particolare alle pendici dell’Etna. Il vulcano, grazie alla sua energia, è un catalizzatore naturale di nuvole: le attira e fa in modo che sui terreni circostanti piova molto spesso, creando un esclusivo ambiente sub tropicale umido. La posizione strategica consente di risparmiare molta acqua per le coltivazioni, e di attingere alle falde acquifere solo in casi straordinari.

Anche gli agricoltori del Salento, alle prese con la crisi dell’olivicoltura causata da Xylella Fastidiosa, stanno volgendo lo sguardo a questo nuovo business, e sono in molti a pensare di sostituire gli ulivi con alberi da frutto: avocado, fichi, melograni. Le antiche tradizioni della regione pugliese non possono e non devono certo essere rimpiazzate così facilmente, ma questa potrebbe essere una valida alternativa per aiutare gli agricoltori a superare un momento difficile, in attesa che il Salento possa tornare ai passati livelli di produttività di olio.

E per finire, l’avocado italiano rientra nel progetto Altromercato, iniziativa volta a valorizzare i prodotti agroalimentari italiani realizzati da realtà produttive di qualità, ecologicamente e socialmente responsabili.

Il progetto Solidale Italiano è stato avviato nel 2011 con alcuni dei prodotti tipici simbolo dell’Italia: pomodori, pasta, olio d’oliva, e promuove valori di sostenibilità, equità e legalità, biodiversità e tipicità del territorio, rispetto dell’ambiente e dei diritti delle persone.

I prodotti del Solidale Italiano Altromercato provengono infatti da aree del paese in via di spopolamento e da percorsi di riaffermazione della legalità, di inclusione sociale e di contrasto allo sfruttamento e al caporalato. L’Avocado Bio Solidale Italiano (varietà Hass), in particolare, è prodotto a Marsala da Agricoop, secondo metodi di agricoltura biologica, impiegando lavoratori svantaggiati come immigrati ed ex detenuti, e operando su terreni sottratti alla criminalità organizzata, con l’obiettivo di dare dignità professionale, morale ed economica all’agricoltura locale.

La filiera controllata e trasparente insieme al rispetto per l’ambiente e per le persone, permettono di essere presenti sul mercato e di fidelizzare una clientela sempre più informata, consapevole e attenta alla qualità. Ecosostenibile, biologica, solidale: la prossima volta che acquisterete frutta tropicale prestate attenzione alla provenienza, e scegliete senza esitare quella italiana!

Domande o curiosità inerenti l’alimentazione? Scrivete a info@tizianacremesini.it e cercherò di rispondere attraverso questa rubrica!

www.tizianacremesini.it

L’attore Jerzy Stuhr in ospedale

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

“La famiglia di Jerzy Stuhr conferma, che domenica sera l’attore è stato ricoverato in ospedale. La situazione è difficile ma il paziente sta meglio”, ha comunicato la famiglia dell’attore. Jerzy Stuhr è nell’Ospedale universitario di Cracovia. I medici non forniscono informazioni sullo stato di salute del paziente. Jerzy Stuhr è un attore cinematografico e teatrale ed ex-rettore del PWST Nazionale accademia di teatro a Cracovia. Jerzy Stuhr ha interpretato grandi ruoli teatrali e cinematografici in patria e all’estero. L’attore ha fatto parte degli spettacoli diretti dai migliori registi teatrali fra cui Andrzej Wajda. Tanti conoscono Jerzy Stuhr dai film come “Bez znieczulenia” di Andrzej Wajda o “Seksmisja” di Juliusz Machulski. Tra il pubblico più giovane Jerzy Stuhr è conosciuto anche come doppiatore del protagonista Ciuchino della serie “Shrek”. Nel 2011 l’attore ha sofferto di cancro della laringe da cui è riuscito a guarire. Da allora Jerzy Stuhr è impegnato attivamente nelle campagne per la lotta contro i tumori e supporta i pazienti oncologici. Insieme alla moglie Barbara è uno dei co-fondatori e ambasciatori della Società Unicorn a Cracovia. Stuhr è ben noto anche al pubblico italiano, già vincitore del premio David di Donatello per la carriera e con alle spalle tanti ruoli nei film di Nanni Moretti, Luca Manfredi e recentemente protagonista in “Rimetti a noi i nostri debiti” di Antonio Morabito, l’anno scorso ha anche ricevuto il Premio Gazzetta Italia dalla comunità italiana in Polonia.

Ferrari 250 LM – Non stop!

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 79 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2020)

… 4 Con lo sguardo percorri di nuovo la macchina dall’altra parte della pista. Un’auto di cui ti fidi completamente;

… 3 Ancora una volta nella tua mente percorri questi pochi metri che vi separano;

… 2 Nei pensieri, salti sul sedile e allo stesso tempo giri la chiave di accensione. La mano scivola rapidamente sulla leva del cambio, mentre i piedi rilasciano la frizione e danno gas al motore;

… 1 Senti solo il battito del tuo cuore, quando l’orologio batte le 16.00 e la bandiera francese si piega sulla pista sfiorando l’asfalto;

  … Parti, inizi a correre, le 24 ore più lunghe della tua vita sono appena iniziate.

Così alla fine degli anni ’50 poteva presentarsi lo start per uno dei partecipanti alla gara 24 Heures du Mans [24h Le Mans] sulla pista Circuit de la Sarthe. La gara di endurance più difficile, più veloce e più esigente al mondo sia per i piloti che per le auto di corsa endurance.

La velocità media in una gara F1 è di 248 km/h [record di M. Schumacher del 2003], che è un risultato scarso rispetto a quelle di NASCAR dove le velocità medie hanno superato abbondantemente i 300 km/h. Nella 24 ore di Le Mans del 2010 è stato raggiunto il record di velocità di 225 km/h media. È da considerarsi un risultato meno soddisfacente rispetto a quelli di F1 e NASCAR? Non necessariamente, infatti se confrontiamo le distanze su cui queste velocità medie sono state misurate, vediamo che quella di F1 è stata calcolata su 307 Km, NASCAR su 805 km, mentre Le Mans Audi R15 TDI Plus su un percorso di oltre 5400 km! Occorre tener conto anche del numero di pit stop e il tempo perso dai piloti, che nel caso di Lea Mans, si devono cambiare al volante. Ad esempio: Gran Premio F1 d’Italia 2011, su una distanza di 307 km e con in media 1,7 pit stop per auto, contro le 24 ore di Le Mans 2012, su una distanza di 5151 km e ben 33 pit stop.

Abbiamo ancora la 24 Ore di Dayton, ma lì le auto non lasciano mai l’autodromo, mentre per Le Mans quasi la metà del percorso attraversa strette strade pubbliche attorno le città!

24h Le Mans ha anche un suo lato molto oscuro per gli incidenti, tra cui tanti anche mortali. Tuttavia non potrebbe essere diversamente, se consideriamo il fatto che la gara coinvolge contemporaneamente le auto di diverse classi sportive e che, durante un solo giro, le auto superano per quattro volte i 320 km/h. Uno dei percorsi “scatenanti il demone della velocità” è il tratto di 6 km rettilinei di Hunaudieres [Mulsanne Straight], dove nel 1925 durante la terza edizione della gara, morì Marius Mestivier, prima vittima della 24h Le Mans. Nel 1988 WM P88 con il motore Peugeot raggiunse sullo stesso tratto una velocità di 405 km/h, il che costrinse gli organizzatori a dividerlo in due corsie per temperare la velocità dei piloti.

Tra i molti eventi più o meno drammatici, uno in particolare si ricorda come il giorno più tragico nella storia dei motori. L’11 giugno del 1955. Quando i primi equipaggi stavano per finire il 35° giro, la Jaguar guidata da Hawthorn rientrò improvvisamente nell’area di servizio per il suo primo pit-stop subito dopo aver sorpassato in doppiaggio Lance Macklin. Tale manovra sorprese il pilota doppiato che per non scontrarsi sulla Jaguar in frenata rapida, svoltò a sinistra, finendo dritto sotto le ruote di Pierre Levegh che sopraggiungeva ad alta velocità. La Mercedes di  Levegh, venne catapultata in aria girandosi più volte tra il pubblico. L’auto frantumata e in fiamme uccise oltre 80 persone e ne ferì altre 200. Ciò nonostante, la gara non fu interrotta, come venne affermato in seguito, per non intensificare il panico tra le decine di migliaia di fan riuniti intorno alla pista. Il mondo rimase sconvolto. La Mercedes da allora non ha più partecipato a Le Mans fino al 1987, mentre in molti paesi è stata vietata l’organizzazione di gare [in Svizzera questo divieto è ancora oggi in vigore, anche se di recente le auto elettriche hanno ricevuto un consenso condizionato per fare gare].

La pista Circuit de la Sarthe, aperta nel 1906, ha invece un fama meno tragica. È una pista brillante nella sua semplicità, una trovata pubblicitaria dell’azienda Dunlop. Stiamo parlando di una passerella a forma di pneumatico che corre sopra la pista e sebbene piste simili si possano vedere altrove, questa è speciale poiché costruita nel 1923 e quindi coetanea e silenziosa testimone di tutte le edizioni della 24 ore di Le Mans.

Torniamo per un momento all’inizio della gara a Le Mans. I piloti che volevano scattare in testa alla corsa dovevano correre fino alla propria auto e avviarla il più velocemente possibile. Per accelerare l’intera procedura, la Porsche ha posizionato l’interruttore di avviamento e la leva del cambio sui lati opposti del volante, in questo modo il conducente poteva girare la chiave e ingranare la prima nello stesso momento. Non c’era tempo per allacciare le cinture di sicurezza, quindi praticamente nessuno lo faceva fino alla prima uscita di servizio. Nel 1969, secondo quanto riferito, Jacky Ickx si ispirò al “piccolo passo del primo uomo che atterrò sulla luna” dello stesso anno, si avvicinò alla sua macchina camminando ostentatamente. Con estrema calma allacciò le cinture di sicurezza, controllò tutti i sistemi e partì per ultimo per poi effettuare per primo il check-in dopo le 24 ore di corsa. Tale dimostrazione di ragione e il tragico incidente di John Woolfe avvenuto già al primo giro di quella stessa gara, hanno convinto gli organizzatori a cambiare la modalità di inizio della competizione a partire dall’anno successivo. 

Tra i vari tipi di Ferrari presenti alla 33^ edizione della gara c’era la Ferrari 250 LM. L’auto è stata creata sulla base del modello 250 P, che gli avrebbe dovuto garantire l’approvazione per i collaudi nella categoria GT. Questa volta però la FIA non si fece ingannare come alcuni anni prima quando l’azienda di Maranello lanciò la 250 GTO. Con 32 esemplari, la Ferrari ha dovuto accettare di gareggiare solo nella categoria prototipi. Ironia della sorte, il prototipo del nuovo modello mostrato nel 1963 fu acquistato da Luigi Chinetti, capo del team N.A.R.T. La sua auto non ha terminato la prima gara, nella seconda ha preso solo un ottavo posto, e nel terzo … è andata completamente bruciata.

Le auto successive avevano un motore più grande, il corpo montato su un telaio tubolare di Vaccari realizzato da Scaglietti secondo il progetto di Pininfarina. Alcuni elementi sono stati presi in prestito dalla seconda serie di 250 GTO. Il modello 250 LM, anche se un po’ esagerato, doveva competere nella classe prototipo più forte, ebbe una serie di successi rilevanti, incluso un doppio podio nella 24 ore di Le Mans del 1965.

Davanti a noi abbiamo una replica [HW Elite 5000 pz. Limitato] dell’auto con il telaio 6313 che lasciò Maranello nel 1964 in colore rosso. Il suo proprietario era una delle più famose scuderie Ecocie Francochamps, belga, fondata da Jacques Swaters. L’auto è stata tradizionalmente dipinta di giallo, lasciandone due piccole strisce di vernice originale. Nel 1965, i belgi hanno registrato la partecipazione di due 250 LM, ricevendo i numeri 25 e 26. La numero 26 fu anche cofinanziata da Georges Marquet Team, mentre al volante si trovarono Pierre Dumay e Gustave Gosselin.

Dopo un’ottima guida notturna domenica 20 giugno 1965, proprio questa squadra era in testa, quando improvvisamente una delle ruote posteriori, non sopportando più il peso, esplose perforando il sottile corpo in alluminio. Dopo aver cambiato la ruota, la vettura è ritornata in pista con un’enorme “lacerazione” lungo l’intero parafango. Sfortunatamente non è stato possibile recuperare il tempo perso, i piloti hanno chiuso al secondo posto, cedendo il podio a un altro team a bordo di Ferrari 250 LM, la squadra N.A.R.T. I vincitori non hanno celebrato però la vittoria versando lo champagne sui loro fan, questa tradizione sarebbe nata due anni dopo anche a Le Mans, quando Dan Gurney scosse una gigantesca bottiglia di magnum “Moet & Chandon” spruzzando l’intero team trionfante di Ford. Quella stessa bottiglia con l’autografo del pilota per trent’anni ha decorato come paralume la casa del fotografo della rivista Life che rese immortale l’intero evento.

Non ho menzionato Le Mans nel contesto del cinema, in cui la gara è presente grazie a un uomo chiamato “King of Cool” e alla sua Ferrari 250 Berlinetta Lusso.

Anni di produzione: 1963-65
Quantità prodotta: 31 pezzi [+ 1 con motore 2953 cm3]
Motore: V-12 60 °
Dislocamento: 3.285,7 cm3
Potenza / giro: 320 CV / 7500
Velocità massima: 295 km / h
Accelerazione 0-100 km / h (s): 4.5
Numero di marce: 5
Peso in ordine di marcia: 820 Kg
Lunghezza: 4090 mm
Larghezza: 1700 mm
Altezza: 1115 mm
Interasse: 2400 mm

foto: Piotr Bieniek
traduzione it: Amelia Cabaj