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DaniloPè: l’arte della vignetta e l’amore per il Napoli
L’articolo è stato pubblicato sul numero 79 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2020)
Danilo Pergamo in arte DaniloPè, noto artista, illustratore e vignettista partenopeo, ci racconta in esclusiva della magia del suo lavoro e la grande passione per il Napoli.

Quando è nata la tua passione per il disegno?
“L’amore per il disegno esiste da sempre… da che ho memoria, ho sempre disegnato. Da bambino costringevo mio papà a riprodurre per me i personaggi dei fumetti, e dopo dovevo provarci io. È stata anche la mia arma contro la timidezza: cambiavo spesso scuola, e il disegno mi aiutava a socializzare e farmi conoscere. Come oggi, insomma!”
Anche tuo padre disegna? È da lui che hai ereditato il tuo talento?
“Sì, diciamo che in famiglia disegniamo un po’ tutti, anche se io sono l’unico ad averne fatto una professione. Più che mio padre era in realtà mia madre che da giovane amava fare ritratti, mentre mia sorella dipingeva. Io sono sempre stato più orientato verso il disegno fumettistico”.
Come spiegare ai lettori polacchi l’arte delle vignette? In Italia credo sia giusto sottolinearlo, esiste una grande tradizione di vignettisti.
“C’è tanta confusione tra vignette, fumetti, a volte addirittura con le caricature. La vignetta è un’unica scena in cui sono presenti tutti gli elementi che servono a capire una storia”.

Ci sono autori che hanno ispirato il tuo stile?
“Sicuramente i tempi e l’umorismo di Leo Ortolani, i riferimenti pop di Zerocalcare e la critica sociale di Makkox hanno avuto una buona influenza, soprattutto nella fase di crescita, così come i manga, che sono stati la mia “base” per il disegno vero e proprio, e che negli anni sono poi andato a “semplificare” nei tratti e nei dettagli. Credo comunque che il fumetto italiano abbia raggiunto livelli molto molto importanti. Mi piacerebbe un giorno accostarmi a questo mondo, anche se la differenza tra la vignetta singola e la storia articolata è più grande di quanto si immagini”.
Quello che presenti con ironia nelle tue vignette trae la propria forza dalla cultura pop (cinema, serie tv, calcio…), dalle news, a volte anche dalla politica. I tuoi lavori sono sempre molto “freschi”, pieni di vita, ogni settimana presenti velocemente in rete qualcosa di nuovo e i tuoi fans sui social ti hanno già battezzato come il “re delle vignette 2.0”!
“Da questo punto di vista mi sento un po’ una “spugna”, nel senso che mi tengo perennemente informato sugli eventi, dal locale al globale, e sono un divoratore di prodotti di intrattenimento, infatti il mio modo di comunicare è ricco di citazioni. Ho una mia visione del mondo e della vita, e provo “semplicemente” a condividerli con le persone. Vedere che tanti si rispecchiano in essa è piacevole e anche incoraggiante. Uso tantissimo i social. Credo che in una manciata di anni si sia alzata molto l’asticella, il pubblico è sempre più attento e serve qualità per attirare l’attenzione. Ci sono persone che mi contattano scrivendo che in seguito ad una mia vignetta sono andati a documentarsi e sono venuti a conoscenza dei fatti di cronaca che l’hanno ispirata. Per me è un grande onore, vuol dire che non ho fatto soltanto intrattenimento, ma anche informazione”.
Guardando i tuoi profili sui social (FB, Instagram o Twitter) è impossibile non notare il tuo amore per il calcio e per il Napoli, la squadra azzurra è spesso la protagonista assoluta dei tuoi lavori.
“Mi sono appassionato al Napoli quando ero ancora bambino, passavo tantissimo tempo con mio nonno che era tifosissimo del Napoli. È stato lui a trasmettermi questa passione, che poi in seguito ho coltivato quasi esclusivamente fuori casa, visto che nella mia famiglia nessuno, a parte mio fratello minore negli ultimi anni, segue il calcio. Condividevo quindi la passione con gli amici, e sui forum online. Con l’avvento dei social ho iniziato prima a scrivere, poi a realizzare fotomontaggi post-partita, che molto spesso venivano copiati da pagine più grandi. Per questo motivo ho deciso di fare in modo che le cose che realizzavo potessero essere immediatamente riconoscibili, e per questo ho iniziato a rappresentarle sotto forma di vignetta. Che ormai è il mio modo di comunicare col mondo”.
Qual è il tuo giocatore preferito del Napoli di sempre?
“Escludendo “le divinità”, credo di aver avuto la fortuna di vedere ottimi giocatori a Napoli, e di poterne apprezzare ancora di più le qualità perché ho vissuto gli anni bui della storia del Napoli. Detto questo, ho amato Cavani, un calciatore che mi ha regalato gioie grandissime. Ricordo che ebbi un incidente molto serio all’occhio sinistro, rischiai seriamente di perderlo. Quando seppi che fortunatamente l’occhio non aveva riportato danni, rifiutai di restare in ospedale perché il giorno dopo c’era la prima in Champions del Napoli, contro il Manchester City. Quel gol di Cavani mi fece saltare via un paio di punti di sutura! Oggi stravedo per Mertens, che oltre alle doti tecniche è stato in grado di incarnare alla perfezione l’essenza del Napoletano, ma da (ormai ex) difensore centrale non posso non stravedere per due calciatori “duri” che sono Koulibaly e Allan”.
Cosa intendi per “l’essenza del Napoletano” quando ti riferisci a Mertens? Essendo tu stesso napoletano sono curiosa della tua definizione.
“Per quanto riguarda Mertens, la napoletanità è intesa come “modo di vivere”. Il belga è un ragazzo allegro, sembra sempre spensierato, scherzoso, ha molta fantasia e molta ironia, anche nel modo di comunicare. Ti faccio un esempio: Insigne, anche nei momenti di massimo rendimento, non è riuscito a “fare breccia” nel cuore dei tifosi. Uno dei motivi, a mio parere, sta nell’atteggiamento. Le sue interviste sono sempre molto professionali, il suo utilizzo dei social è legato quasi esclusivamente allo sponsor tecnico, il tifoso in queste cose legge freddezza. Mertens, da questo punto di vista, ha saputo meglio entrare nel cuore dei tifosi. Anche nei momenti meno felici per la squadra il tifoso nei suoi confronti ha sempre dimostrato maggior benevolenza”.
Il Napoli è una delle squadre che non ha rivali in città, cosa che succede nel caso di Milan/Inter, Lazio/Roma o Juventus/Torino. Anche quando certe volte entra in crisi possiede una delle tifoserie più fedeli in assoluto. Come spiegare questo fenomeno, questa bellissima – è spesso molto movimentata – storia d’ amore?
“Credo che nella tifoseria napoletana ci sia stata, negli anni, la voglia di riscatto di un intero popolo. Negli ultim(issim)i anni purtroppo questa passione è andata un po’ affievolendosi, il Napoli si è messo addosso l’etichetta di squadra di vertice che però non vince, e questa cosa a molti tifosi non è andata giù, e la conseguenza è stata uno stadio sempre più vuoto, fino poi agli eventi dell’ultimo anno [una serie di partite perse specialmente in casa, l’improvviso cambio di allenatore] che hanno creato, purtroppo, una situazione poco piacevole e decisamente anomala per una tifoseria passionale come quella azzurra. Speriamo si risolva in fretta, il Napoli ha un enorme bisogno del suo dodicesimo uomo”.
Cosa pensi di Gattuso nelle vesti di nuovo allenatore del Napoli?
“Credo sia ancora presto per valutarlo. Sicuramente arrivare all’esonero di un allenatore non è mai bello, perché vuol dire che c’è stato il fallimento di un progetto ed è un male per un club. A Napoli poi ormai eravamo totalmente disabituati agli esoneri, quindi un po’ fa male, soprattutto se ad essere esonerato è un allenatore del calibro di Ancelotti, che ho sempre considerato tra i più grandi in assoluto. Detto questo, sicuramente di Gattuso mi piace la grinta, e il Napoli negli anni ha dimostrato di aver bisogno di allenatori bravi a tenere alta la concentrazione della squadra, come Mazzarri o lo stesso Sarri. Ancelotti probabilmente ha perso un po’ questa caratteristica, essendo ormai abituato da tanti anni ad allenare squadra composte da giocatori abituati a vincere e quindi ad “autogestire” il livello di attenzione. Il Napoli invece ha bisogno di qualcuno che lo tenga un po’ più “sveglio”. Speriamo che Gattuso ci riesca, vedere il Napoli così in basso è molto triste”.

I giocatori del Napoli seguono il tuo profilo FB? Nella rosa azzurra ci sono anche due giocatori polacchi!
DaniloPè: “Alcuni mi seguono e mi conoscono, è un grande orgoglio per me, significa che si rivedono in quello che rappresento. Purtroppo non Zielinski e Milik, nonostante soprattutto il numero 99 sia spesso soggetto delle mie vignette. Prima o poi, chissà!”
Ti ricordi qual è stata la tua prima vignetta che ebbe grande successo sui social?
DaniloPè: “Per quanto riguarda la vignetta “virale”, sicuramente quella che ha girato maggiormente e che mi ha fatto più piacere è quella di mertens in versione ragazzino dei vicoli di Napoli, quello in cui la mamma lo chiama “ciro”, come è stato “ribattezzato” a Napoli. È una vignetta alla quale sono molto legato, sia perché, essendo stata condivisa dallo stesso Dries, mi ha fatto conoscere da tante persone, ma anche perché sono felice che lui si sia rivisto in quella mia “interpretazione”, è come se avessimo visto la sua situazione di “napoletano nato altrove” con gli stessi occhi. Mi ha fatto enormemente piacere, e ci sono molto legato”

Hai dedicato molta attenzione nei tuoi disegni anche alla serie “Gomorra”, che ha ottenuto un enorme successo nel mondo. Con una delle sue protagoniste – Cristiana dell’Anna (nota al pubblico per il ruolo di Patrizia) – hai anche instaurato un’insolita collaborazione artistica.
DaniloPè: “Ho avuto – e ho – la fortuna di conoscere molti personaggi della serie, alcuni sono diventati cari amici e mi sento fortunato per questo. Per quanto riguarda Gomorra, non posso che essere contento del suo successo, che ha finalmente portato un prodotto seriale italiano, realizzato a Napoli, nell’Olimpo delle grandi serie internazionali. È un grande orgoglio”.
Cristiana in pochi anni è diventata una delle mie più care amiche, abbiamo visioni molto simili e questa cosa ci ha accomunato parecchio. Abbiamo realizzato insieme alcune vignette, soprattutto sulla tematica dell’integrazione tra popoli e culture, una tematica che sta molto a cuore ad entrambi. Abbiamo alcuni progetti in cantiere, ma al momento non posso ancora dire nulla!”
È capitato che una delle tue vignette sia stata interpretata in un modo negativo, opposto alle tue intenzioni?
DaniloPè: “È capitato, purtroppo, soprattutto per vignette non calcistiche. Le vignette sul tema dei migranti, ad esempio, o quelle sulla triste vicenda di Stefano Cucchi, mi hanno portato molti messaggi poco piacevoli, alcuni anche molto brutti. Da questo punto di vista i social sono un’arma nelle mani di persone che credono di poter scrivere quello che gli pare senza doverne pagare le conseguenze. È una realtà di cui i social stessi e le autorità dovrebbero tenere maggiormente conto”.
Non hai mai pensato di creare un fumetto dedicato alla serie A?
DaniloPè: “Come ho detto prima Il divario tra vignetta e fumetto è abbastanza ampio. Però sì, mi piacerebbe davvero tanto poter raccontare una storia sul mio Napoli. Magari vincente. Incrociamo le dita!”
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Pizza da Enea alla Regina Margherita
L’articolo è stato pubblicato sul numero 79 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2020)
La pizza ha origine antichissime, l’usanza di collocare gli alimenti sopra un disco di pasta da usare come piatto era diffusa ovunque e in tutte le epoche. Quando poi non c’era abbastanza cibo, si mangiava pure il piatto, come descrive Virgilio nell’Eneide: «Enea, i capi supremi e Iulo si distendono/ sotto i rami d’un albero altissimo: preparano/ i cibi, mettendo sull’erba larghe focacce di farro/ come fossero tavole (consigliati da Giove),/ e riempiono di frutta i deschi cereali./ Allora, consumati quei poveri cibi,/ la fame li spinse a addentare le sottili focacce/ spezzandone l’orlo. “Ahimè – fece Iulo/ scherzando – noi mangiamo anche le nostre mense”.»
La prima volta che compare la parola pizza è nel 997, in un contratto di locazione di un mulino sul fiume Garigliano, a sud di Roma, al confine tra Lazio e Campania. Il documento, conservato nell’archivio del duomo di Gaeta, afferma che, oltre all’affitto, ogni anno erano dovute ai proprietari nel giorno di Natale «duodecim pizze», assieme ad altri beni alimentari. E dodici pizze erano la regalia prevista pure per Pasqua. Non sappiamo cosa quelle pizze fossero, probabilmente focacce. Ci è più chiaro, invece, in cosa consistesse la pizza napoletana descritta dal Bartolomeo Scappi, cuoco personale di papa Pio V, nella sua “Opera”, pubblicata nel 1570. Questa è la seconda citazione conosciuta della pizza, e si tratta più che altro di un dolce. Bisognava pestare in un mortaio mandorle, pinoli, datteri e fichi freschi, uva passa, unendo acqua di rose in modo da ottenere una pasta che potesse essere mescolata con rossi d’uovo, zucchero, cannella e mosto d’uva. Il tutto andava poi tirato in una sfoglia da infornare alta circa tre centimetri. Scappi tuttavia è il primo a legare la pizza a Napoli e questa preparazione, per quanto complicata, è pur sempre una base su cui mettere sopra qualcos’altro. «In essa pizza si può mettere d’ogni sorte condite», precisa il cuoco papale.
Una preparazione in qualche modo simile sopravvive in Veneto e Friuli, dove la pinza (guardacaso l’etimologia della parola è la stessa, e deriva dal greco “pita”) è un dolce di farina e frutta secca, piuttosto basso e cucinato in una teglia da forno. Buono da mangiare, ma brutto da vedere, è il dolce tipico dell’Epifania.
A Napoli, invece, dovrà passare qualche secolo, ma la base si trasformerà da un pastone di frutta fresca e secca con uova e burro, a una semplice pasta di farina e lievito. Con l’aggiunta del pomodoro arrivato dall’America, il gioco è fatto: ecco la nostra pizza. E quando Raffaele Esposito battezza quella con mozzarella, pomodoro, basilico e parmigiano, il cerchio si chiude.
La margherita si chiama così in onore della regina Margherita di Savoia, moglie di re Umberto I. Ma esisteva già e non è stata inventata per la delizia dell’augusto palato, come in genere si racconta. Il colpo di genio di Raffaele Esposito, ovvero il pizzaiolo accreditato dell’invenzione, non sarebbe stato quello di aver creato dal nulla una pizza nuova, ma di aver risposto «margherita» – ovvero lo stesso nome della regina – alla domanda su come si chiamasse quella i cui tre colori (verde del basilico, bianco della mozzarella, rosso del pomodoro) richiamavano la bandiera italiana.
La leggenda narra che il suddetto Raffaele Esposito, cuoco della pizzeria Pietro… e Basta Così (fondata nel 1780, ancor oggi esistente con il nome di pizzeria Brandi) nel giugno del 1889 fosse stato chiamato da un funzionario della real casa nella reggia di Capodimonte, dove i sovrani si trovavano in visita.
Il buon Esposito prepara tre pizze diverse e la regina dichiara di apprezzarne in particolare modo una, cioè quella che sarebbe diventata la margherita. A incoronare Raffaele Esposito re dei pizzaioli ci sarà poi una lettera, datata 11 giugno 1889, firmata da certo Camillo Galli, capo dei servizi di tavola della real casa: «Le confermo che le tre qualità di pizze da Lei confezionate per Sua Maestà la Regina vennero trovate buonissime». La lettera è esposta alle pareti della pizzeria Brandi, di Salita Sant’Anna di Palazzo. Neppure questa istituzione storica è stata risparmiata dalla crisi e qualche tempo fa ha annunciato di chiudere a mezzogiorno e di mettere in cassa integrazione una parte dei dipendenti.
Da quel 1889, tutte le volte che la regina Margherita tornava a Napoli avrebbe sempre invitato a palazzo Esposito che pigliava gli attrezzi del mestiere e si avviava assieme alla moglie con un biroccino verso la reggia dove preparava la pizza tanto apprezzata dalla sovrana.
Fin qua probabilmente è tutto vero: Raffaele Esposito sarà senza dubbio stato il miglior pizzaiolo di fine Ottocento e avrà senz’altro fatto innamorare la regina della pizza che da allora in poi avrebbe portato il suo nome. Ma è altrettanto certo che quel modo particolare di preparare la pizza non l’ha inventato lui.
10Nel libro di Francesco De Bourcard, “Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti”, pubblicato nel 1858, quando la città sarebbe stata ancora per due anni la capitale del regno delle Due Sicilie, è descritta una pizza con la mozzarella e il basilico: «Altre [pizze] sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Si aggiunge delle sottili fette di mozzarella». Il pomodoro viene dato come opzionale: «talora si fa uso», scrive l’autore napoletano di origine svizzera. Il bravo Raffaele Esposito, quindi, si sarebbe limitato a preparare per la regina tre pizze già diffuse in città e il suo merito sarebbe quello di averne battezzata una con il nome dell’augusta sovrana.
Dai ricettari di quell’epoca si apprendono altre cose interessanti sulla pizza. Per esempio che il pomodoro veniva messo sopra gli ingredienti, a coprirli e avvolgerli, e non steso sulla pasta con il resto della guarnitura collocato successivamente, come avviene oggi. Il medesimo De Broucard descrive anche la pizza piegata in due: «Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che chiamasi calzone.» Una preparazione, quindi, tradizionale almeno quanto quella della pizza aperta. Altra cosa: «il calzone si serve cosparso di una abbondante salsa bollente, fatta di pomodoro fresco a pezzi, olio, aglio, sale, pepe e origano», scrive la prima edizione della Guida gastronomica d’Italia, edita dal Touring Club Italiano, nel 1931. E questo per evitare che il raviolone di pasta si sgonfi miseramente non appena a contatto con la salsa di pomodoro fredda, come troppo spesso accade oggi.
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Pillole culinarie è una rubrica di approfondimento sulla storia della cucina curata dal giornalista e scrittore Alessandro Marzo Magno. Dopo essere stato per quasi un decennio il responsabile degli esteri di un settimanale nazionale, si è dedicato alla scrittura di libri di divulgazione storica, pubblicati da importanti case editrici e in alcuni casi tradotti in varie lingue. Ne ha pubblicati diciassette, uno di questi “Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo” ripercorre la storia delle più importanti specialità gastronomiche italiane. Partecipa a trasmissioni televisive sulla principale rete della tv pubblica italiana.
Marchi polacchi registrati da cinesi
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Amore al gusto di pasta
L’articolo è stato pubblicato sul numero 79 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2020)
Questo testo è una descrizione soggettiva di osservazioni, un elenco di esperienze, sensazioni e immagini memorizzati. L’essenza di ciò che ho da dire sull’Italia, la sua cultura e la sua gente. Una specie di foglio di diario che strappo per condividere con voi.

L’amore può nascere ovunque, inaspettatamente, per impulso. Ricordo il mio amore a prima vista, il mio amore per l’Italia e ci rimango fedele. Giugno 2016, il mio primo viaggio in Italia. Il progetto mensile SVE in Puglia, incantevoli dintorni di Bari. Ricordo ancora la brezza calda quando sono scesa dall’aereo. Penso che sia stato allora che ho capito quanto sia relativo il tempo. Da un lato è stato un mese ricco di esperienze. Dall’altro è passato così in fretta che ho iniziato subito a pensare di tornare in Italia. È stato durante questo mese che ho cambiato i miei piani e ho deciso di studiare l’italiano. È iniziato così, non ci è voluto molto. Ho iniziato a studiare appassionatamente la lingua e la cultura italiana, conoscere e capire le persone. Più ho capito, più volevo sapere, più mi sono innamorata.
Il mio carnevale è durato un anno
Nel frattempo ho visitato molte città. Roma eterna, i sapori di Napoli e poi la più esclusiva Milano. Ma per gli studi all’estero ho scelto Venezia. Quando ho scoperto questa città unica, ho riscoperto me stessa. Non dimenticherò mai quanto mi sono sentita coccolata dalla città fin dal primo giorno. Un giorno in cui sono andata ad accrescere la percentuale di persone che si perdono a Venezia. Tuttavia vale la pena perdersi qui perché a Venezia tutto ha un fascino unico. Strade strette tra antichi palazzi, dove si percepisce il segno della storia. Il suono rilassante delle gondole ormeggiate che colpiscono la superficie dell’acqua. Un caffè nel caffè Caffè Florian con vista sulla basilica. Le vicine isole di Murano e Burano. Il Festival del Cinema. Il tragitto con la linea 1 per vedere la bellezza del Canal Grande. Un percorso così pittoresco che non si può dimenticare. E di notte le sensazioni sono completamente diverse. A Venezia devi vedere sia i luoghi più affollati, conosciuti dai turisti sia lasciarti guidare lontano dal centro ed ascoltare il ritmo della città. Doverosamente cito anche il carnevale veneziano, perché Piazza San Marco è la sala da ballo più bella. Volti mascherati, costumi colorati. Indubbiamente, è un’esperienza straordinaria, emozionante. Per me, tuttavia, il carnevale non è iniziato a febbraio e non si è concluso dopo alcuni giorni. Il mio momento speciale a Venezia, colorato ed unico, è durato un anno. Il più bello che avrei potuto sognare.
La Trinacria mi sorride
Innamorata di Venezia, sono andata in Sicilia. Spettacolare. Calda. Incantevole. Oserei dire che ora è un po’ mia. Mia perché mi sento molto vicina a questo posto. Il sentimento per la Serenissima rimarrà per sempre, però la Sicilia! Mi ha rubato il cuore senza dubbio. Storia ricca, carattere originale, cibo delizioso, panorami così belli che a volte penso di avere un vocabolario troppo scarso per descriverli. E non intendo raccontarli in dialetto. È semplicemente una lingua straniera per me. Tornando all’argomento, ciò che secondo me crea il clima e determina il desiderio di tornare sono le persone. Rumorosi, sorridenti, si godono la vita e la sicilianità. È contagioso. Questo è uno dei tanti motivi per cui mi piace tornare in Sicilia. Tutto è caldo, adorabile, gustoso e dolcemente pigro. Ci sono ancora diverse regioni d’Italia che mi mancano da vedere. Una mancanza che colmerò rapidamente, ma il Veneto e la Sicilia, grazie alle varie esperienze, hanno trovato un posto unico nel mio cuore.
Il caffè ha un sapore diverso
Ho speso la maggior parte dei soldi per gustare i sapori unici dei gelati. Sono irresistibili. Sono stata affascinata dalla cultura alimentare italiana. Un’aura magica accompagna il cibo. Mi piace immergermi in esso, sentire che la cena con gli amici si sta avvicinando. Non importa se a casa o in città, l’importante è stare insieme. Nell’aria si sente l’odore dei piatti, puoi sentire le risate degli amici, il suono dei tavoli apparecchiati. Ogni giorno la stessa melodia: il ritmo italiano della giornata. Felice, familiare, amichevole. Il numero di persone aumenta ogni ora e il gusto è ancora più intenso. Dopo questo un caffè forte. E in Italia il caffè ha un sapore diverso.
L’Italia può sicuramente essere amata per la cucina a base di prodotti unici e architetture mozzafiato. Puoi ammirare la bellezza e la diversità del paesaggio, della letteratura e del linguaggio melodico. Nessun altro paese ha un’influenza così forte su tutti i sensi allo stesso tempo. Tuttavia, qualcosa che mi affascina di più e che suscita infinito affetto sono le persone. Tutti sorridono, il venditore ti chiede come stai, il cameriere ti augura una buona giornata, il vicino ti invita a cena. Vestiti alla moda, sorridenti, esplosivi, fiduciosi, attaccati alla famiglia e al loro luogo di origine. E quei gesti! Gli italiani usano il linguaggio del corpo alla perfezione. Qui tutto è vibrante di vita e nessuno ha fretta (a parte i milanesi). Insomma qui non manca nulla.
Uomo civilizzato
Sono tornata in Polonia per un po’, ma non c’è giorno in cui non torno a pensare alla dolce vita. Le tradizioni e il carattere degli italiani sono sia un grande fascino che una forza dispotica a cui cedo sempre. L’Italia per me rimane sempre la stessa, invariata, bella, ma comunque così diversa. Questo è ciò che è più bello nei ritorni. L’Italia mi affascina, mi coccola, a volte mi intimidisce. E anche se viaggio molto, non solo in Italia, torno all’inizio, la fedeltà è importante nell’amore. Rimarrò fedele all’Italia per sempre. Ecco perché da sola mi sono ribattezzata “fake italiana”. La canzone di Toto Cutugno “L’italiano vero” la posso solo canticchiare. Qui, però, trovo conforto nell’aforisma di Henryk Sienkiewicz: “Ogni uomo civilizzato ha due patrie: la sua e l’Italia”. Ed io, come devota amante di letteratura, mi attengo molto a questo.
foto: Justyna Czerwonka
70° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Polonia e Mongolia
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Carciofo o girasole? Meglio ancora topinambur!
L’articolo è stato pubblicato sul numero 79 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2020)
Rapa tedesca, carciofo di Gerusalemme, girasole del Canada, o più semplicemente Topinambur! Quanti nomi per un ortaggio così semplice, eppure così versatile in cucina!
Il suo nome scientifico è Helianthus Tuberosus. Il nome generico (Helianthus) deriva da due parole greche: ‟helios” (sole) e ‟anthos” (fiore) in riferimento alla tendenza di alcune piante di questo genere a girare sempre il capolino verso il sole, comportamento noto come eliotropismo. Il nome specifico (tuberosus) indica una pianta perenne, il cui organo di sopravvivenza è un tubero, da un anno a quello successivo.
Originario del Nord America, la coltivazione si è poi estesa a tutto il continente. La pianta era inizialmente apprezzata dagli europei esclusivamente per il suo utilizzo ornamentale, per via dei suoi fiori gialli simili a girasoli. L’uso alimentare venne scoperto solo all’inizio del XVI secolo dal francese Samuel Champlain, il quale assaggiò il tubero dalle popolazioni native e rimase affascinato dal suo sapore che ricordava quello del carciofo.
Pochi anni dopo il topinambur arrivò sui mercati francesi, e divenne presto un cibo molto comune per il popolo, specialmente per le classi meno abbienti che potevano contare su un prodotto di facile coltivazione e reperimento, grazie alla caratteristica infestante della pianta.
Caduto nel dimenticatoio per decenni, il suo ritorno sulle nostre tavole è più che meritato, perché questo tubero garantisce numerosi benefici dal punto di vista culinario e nutrizionale.
Innanzitutto, abbassa il colesterolo. Grazie all’inulina, un tipo di fibra che è in grado di ridurre l’assorbimento intestinale del colesterolo cattivo (LDL) e degli zuccheri. È quindi utile sia per prevenire le malattie cardiovascolari, sia per chi soffre di glicemia alta o di diabete.
Sempre grazie all’inulina, questo tubero regala un senso di sazietà che si prolunga nel tempo. Un alleato indispensabile durante le diete dimagranti e per il controllo del peso. In particolare, se associato a molta acqua, aiuta a regolarizzare l’intestino e a sgonfiare la pancia. Inoltre è diuretico e contrasta la ritenzione idrica e la cellulite, grazie allo scarso contenuto in sodio.
Contiene inoltre l’arginina, un aminoacido che stimola il sistema immunitario.
Quando mangiarlo? Il topinambur è un ortaggio tipicamente invernale. La coltivazione può essere fatta anche in vaso, a partire da un tubero (eventualmente tagliato in più pezzi) messo sotto terra nel periodo da gennaio a marzo, meglio se coperto con paglia o foglie secche. I tuberi si raccolgono a fine estate per la varietà bianca, e da ottobre ad aprile per la varietà bordeaux, più diffusa. Si conservano in frigo per 4-5 giorni.
La preparazione è semplice, visto che si può consumare sia crudo che cotto. Per prima cosa occorre indossare un paio di guanti, per evitare che l’annerimento dovuto all’ossidazione della polpa a contatto con l’aria possa macchiare le mani.
Il tubero va spazzolato energicamente e velocemente sotto acqua fresca corrente: non è necessario che venga eliminata tutta la buccia, visto che di norma è sottile e facilmente digeribile. Una volta pulito, il Topinambur va immerso in una ciotola contenente acqua e succo di limone, per evitare che annerisca.
Per utilizzarlo crudo, va affettato molto sottilmente e condito con olio extravergine di oliva, limone e prezzemolo.
Se si preferisce cotto, è preferibile la cottura al forno o al vapore per preservare i nutrienti. Tuttavia può essere consumato anche fritto, oppure come base per vellutate o saltato velocemente nella padella o nel wok.
In caso di difficoltà di digestione (meteorismo e flatulenza), è consigliabile cuocerlo con una patata, il cui amido limita l’effetto dell’inulina, responsabile di questo tipo di disturbi, oppure aggiungendo un po’ di bicarbonato all’acqua di cottura (½ cucchiaino per due litri d’acqua).
Il mio consiglio? Provalo tagliato a pezzetti oppure grattugiato in un’insalata realizzata con finocchi e arance, perfetta se accompagnata da salsa remoulade (salsa a base di maionese, arricchita da cetriolini, capperi, senape e prezzemolo)!
Domande o curiosità inerenti l’alimentazione? Scrivete a info@tizianacremesini.it e cercherò di rispondere attraverso questa rubrica!































