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La ricerca dovrebbe avere più supporto economico
Francesco Bottigliero: il direttore d’orchestra è come un gatto, deve sapere ricadere in piedi dopo essersi librato per darsi completamente all’orchestra
L’articolo è stato pubblicato sul numero 70 della Gazzetta Italia (agosto-settembre 2018)
A Breslavia l’arte permea molti campi della vita e la cultura si sviluppa attraverso persone straordinarie. Una di queste è Francesco Bottigliero, direttore d’orchestra e compositore italiano che introduce gli spettatori delle proprie opere al mondo della musica vera e propria, libera ma non senza regole.
Com’è l’approccio di un direttore d’orchestra? Su cosa deve concentrarsi maggiormente?
Ci sono diversi punti di vista: ovviamente è più facile fare la parte del tiranno. Un vero direttore d’orchestra non pone condizioni, ma prende delle decisioni artistiche, si occupa dell’interpretazione attorno alla quale è costruita la performance.
L’atteggiamento del direttore d’orchestra è dettato da regole severe o dipende dai momenti particolari della performance?
Andrzej Wajda ha fatto un buon lavoro nel film intitolato “Direttore d’orchestra”, mostrando il modo sbagliato di svolgere questo mestiere: un protagonista nervoso, faceva tutto a tutti i costi e stancava le persone con cui lavorava. Un direttore deve essere una persona molto flessibile: ha di fronte un gruppo di musicisti, mille problemi, qualcosa di inaspettato può sempre accadere.
Come comportarsi in un caso simile?
Ogni secondo è come un’eternità, ma devi essere paziente e aspettare. Lo spettacolo non tarato sui tempi del direttore d’orchestra: lui accompagna solamente ciò che accade sul palco, suona insieme all’orchestra e tutto il palcoscenico è attento e reagisce ad ogni imprevisto.
Qui viene fuori anche la capacità di improvvisare…
Sì, il direttore d’orchestra è come un gatto che deve manovrare e cadere su quattro zampe. Se all’ultimo momento senti che il cantante è in ritardo, allora non puoi continuare, lo aspetti per non disturbare la composizione, altrimenti il teatro e la musica non si armonizzano.
Come mai ha scelto questa strada e non la direzione sinfonica?
A volte dirigo anche le sinfonie, ma l’opera mi intriga di più. Inoltre, le sinfonie hanno una filosofia diversa: tutto è focalizzato sul direttore d’orchestra. Invece nella direzione d’opera devi coordinare il coro e l’orchestra. Mi è capitato dirigere anche in due tempi diversi, perché il suono del coro era in ritardo a causa di una grande distanza e ha dovuto cantare in modo da adeguarsi al ritmo dell’orchestra che era in un’altra parte della sala. Mi pare che quella volta il concerto sia stato organizzato al centro culturale di Zabrze, una delle sale più grandi della Polonia.
Ed è anche compositore.
Ho composto “Kantata Tumska” per Breslavia nel 2009. Per questa opera di 50 minuti ho scelto le migliori voci, il coro maschile dell’Arcidiocesi di Breslavia e due cori dell’Università di Breslavia. Attualmente sto terminando il secondo CD di musica classica. Per quanto riguarda il futuro, penso anche a un altro progetto in stile jazz.
Dove trova l’ispirazione per le proprie composizioni?
Nella pittura. L’album “Portraits” contiene quattro composizioni dedicate a Picasso, Dalì, Gaudì e Garcia Lorca. Per quanto riguarda le altre, i sette dipinti di Van Gogh mi hanno dato l’ispirazione. Ho scelto i migliori musicisti polacchi ed europei per questo album.
Com’è il mondo della musica in Polonia?
Quando sei un libero professionista è difficile trovare un lavoro, ma puoi impegnarti in interessanti progetti artistici. Sono un pesce piccolo, ma faccio quello che mi spetta, magari di meno di quello che potrei fare, però lo faccio con passione.
Recentemente su quali progetti sta lavorando?
Quest’anno ho fatto un progetto con l’Università Musicale, si tratta di 10 giorni di workshop vocali. Ora sto registrando un album a Cracovia con l’orchestra di Beethoven, sono dei bravi musicisti che cercano delle collaborazioni. Abbiamo molti buoni musicisti in Polonia, una grande opera e scuola vocale. Raramente però riusciamo a raggiungere il livello europeo.
Dal punto di vista musicale l’Italia ha una straordinaria tradizione, ma tu perchè hai scelto la Polonia?
Ho colto l’occasione, ho deciso di rischiare. Per 4 anni ho studiato da Carlo Giulini a Milano, poi sono stato finalista ad un concorso a Parigi e tre mesi dopo ho iniziato a lavorare ad Amburgo. Ho anche lavorato come tutor dei solisti presso l’Hamburgische Staatsoper (A + internationale). A Breslavia invece mi ha portato …. il cuore.
A Breslavia hai trovato l’ambiente giusto per sviluppare pienamente le tue capacità?
Ho vinto il concorso dell’Opera di Breslavia. Non ho iniziato da zero, ma ogni istituzione funziona in modo tale che, essendo uno “nuovo”, devi dimostrare quanto vali. È stato più facile per me perché ho avuto qualche esperienza. Ora sto realizzando i miei progetti. Dopo essermi dimesso dal lavoro, per due anni ho lavorato come un libero professionista a Poznan ed a Danzica. Poi per tre anni in Germania, perché in Polonia il mercato si era spento.
Com’è che la musica è entrata nella sua vita?
All’età di 8 anni seguivo le lezioni di piano, un approccio lento, senza fretta, fino a quando ho notato che le mie dita erano più veloci di quelle della mia insegnante, il che voleva dire che era arrivato il momento di andare avanti. Ho superato l’esame e ho iniziato l’Accademia di Musica, per 10 anni ho studiato pianoforte. Poi ho iniziato a comporre ed allo stesso tempo studiavo matematica. Mi sono laureato in filosofia, pianoforte e composizione a Salerno, in direzione d’orchestra a Napoli , e poi ho fatto la specializzazione nell’insegnamento. Da sempre mi piaceva lavorare con i bambini. Ho insegnato loro a suonare il flauto e in seguito abbiamo organizzato dei concerti. Tuttavia, ero un musicista, quindi lavorare a scuola oltre al contatto con gli studenti, era frustrante. Sono partito per Amburgo e ho iniziato una carriera lirica. Tuttavia, l’amore per i bambini mi ha stimolato a comporre diverse canzoni per i più piccoli. Il mio musical per i bambini “Il libro della giungla” ha ottenuto un grande successo in Germania. I bambini sono il pubblico del futuro, ecco perché nei prossimi giorni penso alla presentazione del musical anche in polacco.
Attualmente sta tenendo lezioni all’Accademia di Breslavia?
Sì. Vedo il potenziale negli studenti. Preparo i cantanti per le parti d’opera, impariamo testi musicali, dizione. Ho molta esperienza come docente, ho già lavorato presso le Accademie in Germania ed in Repubblica Ceca. Mi piace insegnare, è un modo per riflettere sulla musica.
Come ci si prepara per la direzione di un concerto?
Ogni lavoro, ogni opera richiede una interpretazione. Non posso fare per esempio oggi Puccini e domani Szymanowski. Tecnicamente è fattibile, ma non lo sento.
C’è influenza italiana nella musica polacca di oggi? Una volta abbiamo adattato il belcanto italiano all’opera polacca.
Recentemente, ho visto la messa in scena di un’opera italiana a Cracovia. Non era il belcanto però, era una bella… roba da poco. Sia dal punto di vista della direzione che musicale. Ogni secondo nella cadenza deve essere leggibile e lo stile della frase stabile. Queste sono le prime esigenze riguardanti il belcanto dal lato melodico e vocale. Creiamo noi stessi il pubblico, che sul palco si aspetta il peggio. I nostri occhi e le nostre orecchie sono così adattati ad accettare il kitsch che è difficile tornare alla brevità delle parole o della melodia, richiesta, per esempio, da Mozart. Parole e musica dovrebbero bastare, senza tutta questa confusione… ed è questo il tesoro che noi musicisti possiamo offrire al pubblico.
traduzione it: Magda Karolina Romanow-Filim
foto: Maciej Galas
Varsavia, inaugurata la mostra su “Solidarność”
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Cinque città polacche nel programma europeo Intelligent Cities Challenge
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Duda riconfermato Presidente in una Polonia divisa
Andrzej Duda ha vinto le elezioni presidenziali, riconfermandosi come presidente della Repubblica Popolare della Polonia. È stata una sfida all’ultimo voto contro l’altro candidato Rafal Trzaskowski, un’elezione che mostra chiaramente il clima che attualmente prevale in terra polacca.
Nel primo turno, svoltosi domenica 28 giugno, Duda aveva distanziato con un buon margine (13,5% di preferenze in più rispetto al secondo classificato) tutti gli altri candidati (undici in totale), pur non riuscendo ad ottenere il 50% più uno dei voti.
Al ballottaggio, che si è tenuto domenica 12 luglio, il rivale Rafal Trzaskowski (sindaco di Varsavia, liberale ed appartenente al partito P.O.) è riuscito ad accaparrarsi quasi tutte le preferenze degli altri candidati eliminati, ma ciò non è bastato per battere Andrzej Duda (membro del partito conservatore attualmente al governo PiS) che si è imposto con un margine di circa 2,5 punti percentuali riuscendo a riconfermarsi nel ruolo di presidente della Polonia.
Di seguito, il dettaglio delle votazioni del primo e del secondo turno:

La mappa delle preferenze mostra che nelle grandi città (con un’economia di taglio finanziario-liberista) Trzaskowski ha ottenuto più consensi, mentre nei centri medio-piccoli (dove prevale un’economia più tradizionale e agricola) ha prevalso Duda.
Analizzando il voto per fascia d’età risulta che i giovani abbiano preferito il candidato europeista mentre il segmento più anziano della popolazione si è schierato dalla parte sovranista.
Tuttavia, quest’ultimo, è un dato che va preso con cautela: proprio il governo di PiS di cui Duda è un esponente, infatti, per evitare che i giovani polacchi se ne andassero all’estero con la conseguenza di doverli rimpiazzare sul mercato del lavoro con immigrati (in Polonia ci sono tra i due ed i tre milioni di ucraini), ha istituito per legge l’esenzione dal pagamento delle tasse per tutti i polacchi che guadagnano meno di 85.528 zloty all’anno (ovvero all’incirca 20.000 euro) e che hanno meno di 26 anni.
Leva invece determinante per il successo politico di Duda e del PiS è stata l’aver mantenuto le promesse elettorali: dai bonus di 500 zloty al mese per ogni figlio, alla riduzione dell’età pensionabile passando per la tredicesima mensilità per i pensionati.
La popolazione, vedendo mantenute le promesse elettorali, ha dato fiducia al governo a guida PiS per il secondo mandato consecutivo confermando una percentuale di consenso pari a circa il 60%.
Proprio la Polonia, inoltre, stando alle analisi di Bloomberg, Commissione Ue ed Unicredit, è stata il miglior Paese europeo per reazione alla crisi da coronavirus. L’Istituto bancario ha anche aggiunto che la situazione dei nuclei familiari polacchi prima della crisi era la migliore nella storia del Paese.
Altre confermano in merito al buon operato del governo polacco arrivano dal Ernst Hillebrand, politologo capo della Friedrich Erbert Foundation, e dal quotidiano tedesco “Die Welt”, i quali individuano in sovranità monetaria, alta domanda interna con bassa dipendenza dall’estero in ogni settore dell’economia ed un’immigrazione controllata le chiavi del successo.
Possibile scegliere latino e cultura antica nel nuovo anno scolastico polacco
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Marinetti ed il Futurismo: fra passato e presente
Con il Manifesto del 1909, pubblicato sul parigino Le Figaro, Filippo Tommaso Marinetti lanciava alla grande il suo movimento futurista, che nel 1912 si arricchiva del Manifesto tecnico della letteratura futurista, con il quale proclamava una radicale e polemica rivoluzione della lingua italiana, all’insegna del paroliberismo, per ottenere una nuova letteratura, liberata da tutte le regole, anche da quelle della grammatica, dell’ortografia e della punteggiatura: «La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno».
Una furia anti-passatista, quella di Marinetti, che, come voleva distrutti i musei, le biblioteche e le accademie, allo stesso modo puntava in letteratura alla rottura degli schemi metrici e strutturali, alle parolibere ed all’eliminazione della vecchia divisione fra prosa e poesia, per ottenere il continuum del poema in prosa. Scontrandosi ovviamente con chi invece della letteratura aveva ben altra idea, come il vate Gabriele D’Annunzio, con il quale i rapporti non possono che essere ambigui: in pubblico, pacche sulle spalle e, platealmente, D’Annunzio porterà un mazzo di rose rosse a Marinetti, ferito a una coscia da una granata austriaca, ma, come ben sottolinea Silverio Novelli: “Chi domina nell’orto delle lettere italiche ha parole di sprezzo verso i parvenu dell’anti-cultura. Ai propri amici, il vate D’Annunzio confida che Marinetti è «una nullità tonante», «un cretino fosforescente», meglio ancora: «un cretino con qualche lampo d’imbecillità». Marinetti ai suoi dice che D’Annunzio, «noioso e anacronistico», è la «Montecarlo di tutte le letterature». A ben vedere, l’irritazione di D’Annunzio, prima donna nella vita mondana e sostenitore del binomio arte-vita, è motivata, perché Marinetti è un agitatore artistico di grandi capacità, chiama luce su di sé, oscura gli altri. La raffica di manifesti teorici, le pubbliche serate di letture ed animazione (anche rissose), le prime opere dei futuristi (fondamentale la prima antologia, I poeti futuristi, del 1912) disordinano il paesaggio delle patrie lettere (e delle arti) e hanno notevole eco, raccogliendo adepti e simpatie in tutt’Europa, specialmente in Francia”.
Ma alla fine, del Futurismo, che cos’è restato? Per Maria Luisa Altieri Biagi: «ha contribuito a snellire la nostra sintassi, a semplificare la nostra morfologia, a rinnovare, attraverso procedimenti analogici, il nostro lessico» e certamente di quell’esperienza molto c’è ancora nella nostra lingua, soprattutto nel campo pubblicitario e nel mondo dei fumetti, e, anche se Marcello Durante drastico ed ironico affermava che il Futurismo «non ha influenzato la lingua comune [ma] potrebbe essere […] l’idioma del Tremila», per Giuliana Rotondi è invece alla base della nostra comunicazione di massa.
Certamente, però, come acutamente ha notato Pier Vincenzo Mengaldo: «l’unico seguace di Marinetti fu appunto Marinetti», e per Silverio Novelli il Futurismo fu: “traditore di sé stesso nella propria prassi”, perché “i diktat teorici marinettiani sono accolti solo in parte: sì al simultaneismo, sì all’assenza di punteggiatura, sì alla sintassi nominale, sì a certe analogie sorprendenti; no, viceversa, all’eliminazione degli aggettivi qualificativi, no alla scomparsa delle similitudini, introdotte perfino dal tradizionale come (in luogo dei sintetici doppi analogici, del tipo donna-golfo, donna-risacca), no alla scomparsa dell’io, no alla sostituzione del verso libero con le parole in libertà”. Insomma, anche nei migliori degli autori che si dichiararono futuristi, come Ardengo Soffici o Aldo Palazzeschi, “l’immaginazione si riprende certi fili che la teoria e la prassi marinettiana avevano reciso” ed una nuova grammatica unitaria il futurismo non la fonda.
Vicenza, perla neoclassica nel cuore del Veneto
“Venexiani gran signori, padovani gran dotori, visentini magna gati, veronesi tuti mati, trevisani pan e tripe, rovigoti baco e pipe. E Belun?Ti Belun, non ti vol nesun”.
Vicentini “magna gati”? Da dove nasce questo modo di dire che caratterizza i vicentini e che ha portato anche a rivisitare (probabilmente in maniera scherzosa, ma non senza le proteste degli animalisti) l’antichissima ricetta del “gato in tecia” (gatto in umido)?
L’origine del modo di dire resta incerta, ma viene comunemente fatta risalire al 1698, quando la città fu colpita da una pestilenza, debellata grazie all’aiuto di Venezia che inviò un esercito di gatti, liberando in tal modo Vicenza dall’invasione dei topi. Secondo la leggenda, i vicentini, stremati dalla peste, dalla fame e dalla carestia, non restituirono più gatti ai veneziani.
Un’altra ipotesi risale all’800 e tenderebbe a fornire una spiegazione di tipo fonetico. Infatti, nell’antico dialetto vicentino la frase “hai mangiato” si diceva “gatu magnà”. Infine è anche attestato, fin dal 1200, che i membri dell’antica famiglia vicentina dei Barbarano venivano soprannominati “Gati” o “Goti” (forse per l’origine barbara della stirpe).
In ogni caso, Vicenza merita una visita non certo per assaggiare il gatto in umido (che ufficialmente non si trova nei menu dei ristoranti), ma per la bellezza, le armoniose proporzioni e l’aristocratica eleganza dei suoi monumenti. È una delle città italiane con la maggior concentrazione di monumenti in rapporto all’estensione e questo la rende una vera perla architettonica.
Vicenza è una cittadina di poco più di 100 mila abitanti situata tra Verona e Venezia, non troppo conosciuta, forse perché generalmente non viene inclusa nei classici itinerari turistici. Tuttavia, è indubbiamente una delle città più belle del Veneto e dell’Italia, da scoprire in ogni dettaglio, in ogni angolo, una città in cui l’architettura del centro storico si sposa magnificamente con la struttura urbanistica: palazzi signorili, ville, monumenti e chiese contribuiscono all’armonia e allo splendore di Vicenza. L’elegante aspetto neoclassico del centro della città si deve al genio di Andrea di Pietro della Gondola, detto il Palladio, architetto padovano, ma attivo principalmente a Vicenza, dove si era formato, grazie al sostegno del mecenate Gian Giorgio Trissino, ammirato in tutto il mondo, autore di capolavori assoluti che tutti ci invidiano e ci copiano.
Dal 1994 Vicenza è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO per le opere di Palladio e per la perfetta integrazione tra architettura e urbanistica e nel 1996 il riconoscimento è stato esteso anche alle 24 ville attribuite a Palladio, di cui 16 di trovano nel Vicentino e le altre in centri minori della campagna veneta.
La storia della città è molto antica: i primi insediamenti nell’area oggi occupata da Vicenza risalgono a VI sec. a.C.; in seguito, nel II secolo a.C. la popolazione entrò nell’orbita di Roma e si sono conservate fino a oggi delle testimonianze delle costruzioni di epoca romana: i resti del Teatro Berga, dell’acquedotto e del Foro, che si trova sotto Palazzo Trissino, ma soprattutto il Criptoportico, ben conservato, scoperto dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo circa tre secoli di occupazione longobarda, nel 1414 Vicenza consegna le chiavi della città a Venezia ed entra a far parte della Repubblica Serenissima, a cui fu assoggettata fino alla fine del XVIII sec., assicurandosi in tal modo quattro secoli di pace e benessere che portarono la città al suo massimo splendore.
A partire dal 1540 Andrea Palladio, realizzando commissioni di privati cittadini, ma anche di istituzioni pubbliche, rivoluzionò completamente l’aspetto della città, lasciando in eredità ai vicentini, oltre alle magnifiche ville, capolavori come la Basilica Palladiana, Palazzo Chiericati, Palazzo Barbaran da Porto e il Teatro Olimpico, ultima opera dell’architetto ed espressione massima del suo genio artistico. Lo storico dell’arte francese Louis Courajod, fondatore dell’École du Louvre, definì Vicenza “un luogo benedetto dal cielo, uno di quei nidi preparati dalla natura per la nascita dell’arte italiana, la quale, al principio della Rinascenza, non mancò di fiorirvi”.
Ma sono forse le parole di Goethe, nel suo Viaggio in Italia, che più di tutte le altre esprimono il fascino che le opere di Palladio hanno conferito alla città: “Sono giunto da poche ore, ma ho già fatto una scorsa per la città e ho visto il Teatro Olimpico e gli edifici del Palladio… Soltanto avendo innanzi agli occhi questi monumenti se ne può comprendere il grande valore. Con la loro mole e con la loro imponenza essi devono, per dir così, riempire gli occhi, mentre con la bella armonia delle loro dimensioni, non solo nel disegno astratto, ma in tutto l’insieme della prospettiva, sia per quello che sporge, che per quello che rientra, appagano lo spirito. E questo è proprio, secondo me, il caso del Palladio: un uomo straordinario, e per quello che ha sentito in sé, e per quello che ha saputo esprimere fuori da sé”.
“Non è possibile descrivere l’impressione che fa la basilica di Palladio...”, affermò Goethe dopo aver ammirato il monumento più noto della città, affacciato su piazza dei Signori, la piazza centrale. La Basilica Palladiana non è, come potrebbe far pensare erroneamente il nome, una chiesa, ma ha per nucleo l’antico Palazzo della Ragione, d’età gotica, e per rivestimento le logge realizzate da Andrea Palladio a partire dal 1546. Al pianoterra si trovano ancora oggi i negozi d’oreficeria che tengono viva la storica vocazione commerciale del luogo, esercizi commerciali e alcuni spazi recentemente destinati a esposizione. Una passeggiata per le vie del centro ci porta a scoprire gioielli come Palazzo Barbaran da Porto, oggi sede del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, progettato nel 1569, in stile manierista, tipico della maturità di Palladio, con una facciata decorata a festoni, Palazzo Valmarana, una delle più straordinarie realizzazioni dell’architetto per l’ordine gigante della facciata, il monumentale Arco delle Scalette, un arco celebrativo situato ai margini del centro storico, che segna l’inizio di uno dei percorsi di salita (192 gradini) al Santuario di Monte Berico, Palazzo Chiericati, oggi sede della Pinacoteca Civica, venne progettato per il conte Girolamo Chiericati che, ricevuti in eredità due palazzetti fatiscenti che si affacciavano sull’allora Piazza dell’Isola, affidò al giovane Palladio il compito di creare un edificio decoroso ed elegante, che fungesse da sontuoso biglietto da visita per coloro che arrivavano al porto. Infatti, quella che oggi si chiama Piazza Matteotti, anticamente era la Piazza dell’Isola, dove si trovava il porto fluviale di Vicenza e dove si teneva il mercato del legname e del bestiame, chiamata così perché circondata su due lati dai fiumi Retrone e Bacchiglione.
Dalla parte opposta della strada si trova il Teatro Olimpico, capolavoro che il genio di Palladio concepì nel 1580, anno della sua morte. Di chiara ispirazione classica, è il più antico teatro coperto in muratura del mondo e gli interni sfarzosi vennero realizzati in legno, stucco e gesso. Il teatro è visitabile regolarmente e vi vengono organizzati anche spettacoli e concerti, in un’atmosfera estremamente suggestiva.
Una curiosità, che pochi conoscono, è legata al vicentino Luigi Da Porto, che riposa nella Chiesa di Santa Corona, scrittore e storiografo, autore della novella Historia nuovamente ritrovata di due nobili amanti, in cui viene raccontata la storia d’amore tormentata di Romeus e Giulietta e a cui Shakespeare si sarebbe ispirato per il suo celebre dramma. Nella provincia di Vicenza c’è una località che si chiama Montecchio, in cui si trovano due castelli – oggi chiamati Castelli di Giulietta e Romeo – che probabilmente ispirarono Da Porto per la sua novella.
Oltre ai numerosi palazzi privati, Palladio progettò numerose ville per l’aristocrazia locale, rivoluzionando, in un certo senso, il classico concetto di villa. Erano, infatti, non solo magnifici edifici signorili, ma dei veri e propri ambienti di lavoro, in cui l’eleganza doveva coniugarsi alla funzionalità.
foto: Serafina Santoliquido
Italia-Polonia: ambasciata a Roma promuove webinar su approccio Ue all’intelligenza artificiale
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Petto di pollo arrostito agli agrumi
Ingredienti:
- 300 g di petto di pollo
- ½ bicchiere di vino bianco
- ¼ limone
- 1 arancia
- 1 cucchiaio di miele
- rosmarino (1 rametto)
- 4 foglie di salvia
- sale qb.
- 1 pizzico pepe
- olio evo qb.
- lardo (1 cucchiaio raso)
Per la salsa:
- 1 noce di burro
- 1 cucchiaio di farina 00
Cottura in padella:
Marinate il petto di pollo con il vino, il succo limone, l’arancia, il miele, il rosmarino e la salvia, per 2 ore. Prendete un sacchetto da forno e inserire il pollo, la marinatura, li cucchiaio di lardo e il sale, chiudete ermeticamente facendo fuoriuscire più aria possibile dal sacchetto. Prendete un pentolino che possa contenere il sacchetto con il petto di pollo, riempite di acqua e ponete sul fuoco. Appena sarà arrivata ad ebollizione abbassate al minimo il fuoco, la temperatura dovrebbe essere intorno ai 70°, se avete un termometro misuratela, se non lo avete, controllate che dall’acqua emergano solo 1-2 bollicine ogni tanto, cuocete per 2 ore. Terminata la cottura estraete il petto di pollo, copritelo, mettetelo da parte e filtrate la marinatura.
Prendete un pentolino e fate sciogliere il burro e di seguito unite la farina (roux), una volta ben amalgamati il burro e la farina unite la marinatura filtrata. Cuocete a fuoco lento per 5 minuti, facendo attenzione a non fare grumi. Addensate fino ad ottenere una crema vellutata.
Prendete il petto di pollo e pennellatelo con la salsa precedentemente preparata, anche più volte. Prendete un pentolino e versate abbondante olio, portate a temperatura di frittura circa 160° (potete controllare la temperatura versando qualche goccia di salsa nell’olio). Prendete il petto di pollo nel pentolino e rosolatelo su tutti i lati, dovrebbe prendere un bel colore dorato. Pepate leggermente e servite caldo poggiato sulla salsa. Il risultato di questa cottura sarà un petto di pollo morbido, succoso e saporito.
Buon appetito!


























