L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)
Nel 1348 Venezia fu sconvolta dalla peste che giunse attraverso le vie carovaniere e navali da Kaffa in Crimea dove i Tartari, che l’anno prima avevano assediato la città, colpiti dal contagio, gettarono i cadaveri dentro le mura usando la guerra batteriologica prima della nascita dei laboratori.
La peste, che deriva dalla radice indoreuropea “pes” = “soffio mortale”, fu portata in Occidente dai mercanti genovesi che forzarono l’assedio. La pandemia nel corso di pochi mesi quasi dimezzò la popolazione veneziana e mieté in Europa circa 30 milioni di vittime. Il batterio patogeno, isolato nel 1894 da Alexander Yersin, è iniettato da una pulce parassita del ratto nero, la Xenopsilla Cheopis, che, trasferendosi sull’uomo, provoca, con il suo morso, l’ingrossamento delle linfoghiandole, ascellari o inguinali con la formazione di bubboni scuri. L’incubazione è di circa 5 giorni e il decorso va da due a sette giorni con febbre alta, arsura, delirio e, infine, morte nel 70 per cento dei casi. La peste, oggi sconfitta dagli antibiotici, si manifestava anche in forma setticemica e polmonare, quest’ultima, senza bubboni, è la più pericolosa perché trasmissibile da uomo a uomo per via aerea, con una mortalità del 95%. Perciò i medici cercarono di proteggersi con maschere dal lungo naso in cui ponevano delle erbe aromatiche.

La provenienza del contagio dal Levante, lungo le vie di terra e di mare, fu palese da subito ed anche i tempi e le modalità dell’infezione: per contatto e prossimità. Non si conoscevano le cause né la cura, perciò l’unico rimedio fu la fuga. Ogni rapporto umano e ogni relazione sociale furono stravolti dal terrore, che minò la stabilità socio-economica e gli equilibri politici. Commissioni temporanee cercarono di fronteggiare l’emergenza con la rapida inumazione dei cadaveri, con l’abolizione di processioni, fiere, mercati e riti pubblici come occasioni di contagio. Si inchiodarono le porte delle case degli appestati e si chiusero i quartieri infetti. Venezia, per i suoi rapporti commerciali con il Levante, fu esposta a continue ondate epidemiche, finché, il 28 agosto 1423, il Senato stabilì l’obbligo di comunicare l’arrivo di forestieri infetti e il divieto di accoglierli, ordinò di raccogliere ogni possibile informazione per individuare i paesi colpiti sospendendo ogni scambio, ogni capitano di nave fu tenuto a denunciare i malati a bordo, pena sanzioni pecuniarie e detentive.
Per accogliere i cittadini contagiati e i casi manifestatisi in città e sulle navi veneziane, la Repubblica inventò il primo lazzaretto della storia: un ospedale di Stato ad alto isolamento, posto sull’isola periferica di Santa Maria di Nazareth, sede dell’omonimo convento degli Eremitani. Dalla volgarizzazione del termine Nazareth in Nazaretum e poi Lazzaretto derivò la denominazione di tutte le analoghe strutture che sorsero poi in Occidente su modello di quella veneziana. Questa soluzione fu molto innovativa rispetto agli ospedali dell’epoca, in cui assistenza e carità cristiana erano un binomio inscindibile.
Nel 1468 la creazione di un secondo Lazzaretto, detto “Nuovo”, per accogliere sia i guariti, prima del loro rientro in città, che i “sospetti” che avevano avuto contatto con persone e luoghi infetti, diede un messaggio confortante sulla possibilità di guarire e di prevenire il morbo. La gestione dei due lazzaretti richiese competenze specifiche perciò, nel 1486, venne istituito il Magistrato alla Sanità, composto da tre patrizi eletti annualmente e affiancati da un ufficio tecnico, da un protomedico e da un braccio armato. Tale organismo divenne un riferimento normativo per tutte le nazioni europee e mediterranee. Monitorò l’andamento dei flussi epidemici attraverso la sua rete di diplomatici e di “spie di sanità” e dettò agli altri stati le regole e i tempi delle contumacie, creando lazzaretti nei suoi domini e posti di blocco lungo le vie di terra. Diramò migliaia di proclami a stampa per comunicare i porti e i paesi contagiati o “sospetti”, con i quali aveva sospeso ogni rapporto commerciale, invitando anche le altre nazioni a fare lo stesso. Dal 1630 la sua rete di controlli riuscì a tener Venezia indenne dalla peste che continuò a imperversare nel Mediterraneo fino a tutto l’800.
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Nelli-Elena Vanzan Marchini:
Docente di Bibliografia/biblioteconomia e di Storia della Sanità nelle Università di Vercelli e di Padova, presidente del Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera del Veneto, ha pubblicato Le leggi di Sanità della Repubblica di Venezia in 5 volumi (Vicenza 1995-Treviso 2012); I mali e i rimedi della Serenissima, Vicenza 1995. Fra i suoi numerosi studi su epidemie e lazzaretti si ricordano: Rotte Mediterranee e Baluardi di Sanità, Milano-Ginevra 2004; Venezia e i lazzaretti Mediterranei, Catalogo della mostra nella Biblioteca Nazionale Marciana, Mariano del Friuli 2004; Venezia, la salute e la fede, Vittorio Veneto 2011, Venezia e Trieste sulle rotte della ricchezza e della paura, Verona 2016.



















Correggio è lirico, ciò si manifesta anche nei suoi successivi incarichi nella chiesa di San Giovanni Evangelista e nella cattedrale, dove dipinge nella cappella dell’Assunzione della Vergine. La realizzazione avviene tra gli anni 1526-1530 e annuncia pienamente il Barocco, quando ancora del Barocco non si può parlare. Non suscita nessuna polemica, viene accolto tranquillamente dal gruppo sacro. Alla fine i monaci non rimangono entusiasti della realizzazione di questa innovativa impresa, solo Tiziano, passando per la città, la valuta correttamente, dichiarando che perfino riempiendo la cappella d’oro e rovesciandola, il pagamento sarebbe troppo basso.
Per rimanere fedele all’argomento culinario, lungo la strada raccolgo altri punti di questo gioco di un giorno e per pochi euro compro un panino con il Prosciutto di Parma, che degusto prima di attraversare l’ingresso del vicino tempio. La Basilica di Santa Maria della Steccata conserva i tesori di un altro grande artista della città da cui lui non potrà mai fuggire: Parmigianino. Qui nasce successivamente trascorre tre anni a Roma, dove lavora per il Papa Clemente VII ed è considerato il successore di Raffaello. Tuttavia, la sua carriera viene ostacolata dal “Sacco di Roma” del 1527. Parmigianino, o se vogliamo semplicemente chiamarlo per nome, Girolamo Francesco, ritorna alla sua città natale dove dal 1535 decora la chiesa in cui sono appena entrato. Le bibliche “Tre sciocche vergini” spuntano chiaramente dalla volta (allo stesso periodo risale il dipinto “Madonna dal collo lungo”, conservato negli Uffizi, prima appeso anche a Parma nella chiesa di Santa Maria de ‘Servi). Nel 1539, il pittore interrompe il lavoro sui dipinti, di conseguenza finendo in prigione e nel frattempo assorbito dall’alchimia. Muore poco dopo all’età di 37 anni. 







Naturalmente, stiamo parlando di
Tuttavia, al regista di “Aprile” (1998) non si può di certo negare il senso di preveggenza riguardo importanti eventi storici. “Palombella Rossa (1989) entrò in distribuzione due mesi prima della caduta del muro di Berlino, associato alla caduta simbolica dei movimenti di sinistra in tutta Europa, inclusa la scena politica italiana (la crisi esistenziale e l’amnesia del protagonista del film vanno di pari passo con la crisi dei comunisti italiani), mentre la prima de “Il Portaborse” (1991) ha scatenato accese discussioni sul tema della corruzione tra i partiti al potere nel Belpaese, che coincise con lo scandalo di Tangentopoli e le accuse dell’allora leader del partito socialista italiano e l’ex Primo Ministro, Bettino Craxi (1934-2000). Come nel caso di “Habemus Papam” (2012) e della successiva “abdicazione papale” di Benedetto XVI, Moretti predisse nel “Caimano” (2006) la discesa politica di Silvio Berlusconi, personaggio fortemente odiato dal regista (nel 2013 il gigante mediatico è stato condannato e 4 anni di carcere). È interessante notare che, dopo la prima del film, lo stesso politico ha affermato ironicamente: “Ieri sera abbiamo avuto il piacere di avere sulla Rai un ottimo regista italiano che ha raccontato una fiaba e mi ha dato un soprannome che mi mancava: signori e signore, io sono il caimano”.
Uno degli elementi più caratteristici dei film di Moretti, in particolare della parte iniziale della sua carriera, è senza dubbio il personaggio immaginario (una sorta di alter ego interpretato dal regista stesso) di
Il mondo di Michele è uno spazio caratterizzato da provocazioni, metafore e idee ormai decadute; un luogo in cui la capacità di pensare razionalmente scompare e in cui è difficile costruire una “narrativa di vita” coerente. Apicella presenta allo stesso tempo “una crisi di distanza” verso l’ambiente o con troppa riservatezza o con la sua completa mancanza. Il protagonista si trasforma quindi in una sorta di moderno Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento spinti dalle assurdità della realtà italiana della fine degli anni ’80, in cui (quasi) tutti – coloro che vogliono dimenticare l’ultimo decennio di terrorismo e degli “anni di piombo” [2] – cade facilmente nell’egoismo, nell’auto-adorazione o addirittura in una letale spensieratezza.


Sì, e grazie a questo quando torno in Polonia non ho solo l’energia per lavorare, ma anche ho dentro di me il ricordo di quello che c’è stato in Italia. Questo paese mi ha dato un sacco di cose, mi ha resa molto più aperta. È lì che dipingo, faccio degli schizzi, delle foto. Tornata in Polonia continuo a dipingere ma nel mio studio. Paesaggi di quei posti e dalla Polonia. Qui abito, qui sono cresciuta. Qui vivo. Ovviamente mi dispiace non avere quella luce e il fatto che qui è tutto grigio, ma apprezzo il fascino di quello che c’è in Polonia, per esempio novembre!
Perché non sei diventata architetto?
Uso i migliori materiali, gli acrilici italiani Maimeri. Dell’Italia porto i pigmenti geniali per i colori a olio. Ho provato tutte le tecniche di pittura: le forme più piccole illustrative, le composizioni in bianco e nero a inchiostro, acquerelli, acrilici, acrilico unito a olio. Per le opere di grande formato uso i colori a olio. Dipingevo su tela, ma adesso preferisco dipingere su cartoni spessi, come tanti pittori prima di me: Boznańska, Stanisławski, Witkacy. Comprare tele già pronte non mi va perché sono plastica che poi si corruga. Credo che se dipingiamo su tela questo diventa in qualche modo un impegno, e per questo per anni montavo la tela sul telaio da sola e preparavo l’imprimitura di gelatina. Un sacco di lavoro, per lo più col passare del tempo i quadri su tela possono rovinarsi, il colore crepa, mentre gli oli su cartone sono indistruttibili.
Sono i ricordi della mia infanzia, pare che da bambina disegnassi solo alberi. Quando sono nata mia mamma ha piantato 5 piccole betulle nel giardino vicino a nostra casa nel quartiere di Mokotów a Varsavia. Le betulle crescevano con me, e io dalla finestra nella mia camera adoravo osservare questi alberi e gli uccelli che vi si posavano. E oggi c’è in me una compulsione a dipingere gli alberi. Dipingo sia gli alberi da soli che i paesaggi con alberi. Un albero appare anche in un quadro con l’architettura veneziana, di una città dove gli alberi non sono tanti. Ho letto che secondo Jung schizzare alberi è un simbolo della ricerca del senso della vita. E gli uccelli? Li dipingo perché mi affascinano come creature. Sono straordinari. Adoro guardarli da vicino.
Ripeti spesso “Amo l’Italia, amo gli italiani”…


