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Esclamazioni, insulti ed epiteti: le espressioni volgari regionali
In Italia, per via della presenza storica dei dialetti, ogni regione ha una sua specificità linguistica. Molte parole ed espressioni vengono automaticamente associate ad una particolare regione o città e sono fortemente legate agli stereotipi diffusi nella cultura e nei media italiani. Il cinema e la televisione, di cui si è parlato negli articoli precedenti, hanno contribuito a diffondere e rendere riconoscibili determinate forme linguistiche provenienti dai diversi dialetti.
Gli stereotipi regionali, naturalmente, traspaiono maggiormente nella commedia: nei film i personaggi romani, ad esempio, vengono generalmente mostrati come rozzi, chiassosi e irruenti, spesso inclini a deridere o insultare gli altri. Proprio grazie al cinema e alla televisione, gli insulti e le parolacce tipici della Capitale sono oggi conosciuti e capiti praticamente in tutta Italia. Tra le espressioni romane più note cʼè ad esempio lʼesclamazione ahó, generalmente usata per esprimere rabbia o disappunto verso unʼaltra persona, o li mortacci tua (“i tuoi parenti morti” in dialetto romano). Questʼultima forma, originariamente un insulto, si può oggi usare anche per esprimere sorpresa o addirittura rispetto e ammirazione nei confronti di una persona. Unʼespressione simile, a chi tʼè muort (“a chi ti è morto”) è comune in dialetto napoletano, ma in questo caso si è conservata la funzione di puro insulto. Forme simili a quella napoletana esistono anche in altri dialetti del Sud, ad esempio in Puglia o in Basilicata. In tutta Italia, ma in particolare al Centro-Sud, è diffusa la parola mannaggia (dal napoletano mal nʼaggia, cioè “male ne abbia”), originariamente usata come insulto e maledizione, e oggi soprattutto per esprimere ira o delusione.
Oltre alle imprecazioni contro i defunti, in varie regioni italiane (ad esempio in Veneto, in Piemonte o in Toscana) esistono le bestemmie, ovvero gli improperi legati alla religione cristiana. Molto spesso queste espressioni vengono censurate con eufemismi e usate come esclamazioni “normali”: in Toscana è comune, in molte imprecazioni, usare la parola Maremma (da una delle regioni storiche locali) al posto di Madonna; similmente, in Veneto lʼesclamazione òstrega (“ostrica”) è una forma attenuata per dire ostia. In Piemonte è comune lʼespressione bòja fàuss (“boia falso” in dialetto), usata come imprecazione o anche solo come esclamazione di sorpresa o di rabbia. La teoria più conosciuta sullʼorigine di questa espressione è che i torinesi insultassero il mestiere del boia, una professione particolarmente disonesta visto che il carnefice veniva pagato per la morte di altre persone. Esiste anche la variante Giuda fàuss (ovviamente “Giuda falso”), ma entrambe le espressioni rimangono comunque eufemismi: si dice bòja o Giuda per evitare di dire Dio.
Anche gli insulti usati rivolgendosi ad altre persone variano da regione a regione: in Toscana sono molto comuni parole come bischero o grullo (“stupido”), sentite come arcaiche in altre regioni. Le espressioni per chiamare una persona stupida sono molto diversificate: in Lombardia si dirà pirla, in Veneto mona, mentre la parola minchione, di origine siciliana, è usata sia al Sud che al Nord. A Milano, oltre a pirla, per dire “stupido” si usa anche lʼespressione testina. Lʼetimologia di queste parole regionali è generalmente volgare, ma molte di esse sono ormai talmente diffuse nella lingua di tutti i giorni da aver perso buona parte della loro connotazione scurrile originaria. Alcune espressioni offensive hanno unʼorigine meno volgare e più pittoresca, per esempio il termine romano cafone (“rozzo, ignorante, maleducato”). Questa parola, entrata ormai da tempo nellʼitaliano standard, potrebbe provenire da cʼa fune (cioè “con la fune”): secondo una delle teorie, lʼespressione veniva usata per deridere i contadini che, per non perdersi nelle grandi città, si legavano lʼuno con lʼaltro con una corda. Anche sullʼorigine della parola romana mignotta (“prostituta”) esiste una teoria piuttosto curiosa: a parere di molti essa deriverebbe da m. ignota, abbreviazione di madre ignota, usato un tempo nei documenti dellʼanagrafe quando venivano registrati i neonati abbandonati dalla madre. Da lì deriverebbe lʼespressione offensiva fijo de mignotta (“figlio di p…na”), che a sua volta avrebbe causato la diffusione della sola parola mignotta. A meno che, come sostenuto da altri, il termine non derivi dal francese mignonne (“bella, attraente”).
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Neve primaverile a Varsavia
Una mattina del febbraio 2009 mi affaccio dalla finestra di un appartamento al quarto piano di un condominio popolare nel quartiere Ursus. Il panorama è grigio, edifici grigi, strade grigie, cielo grigio e in basso le persone sono puntini grigi in movimento. “Potrei mai vivere a Varsavia? No, mai!”
Passo quasi mezz’ora nel bus. Dentro incrocio sguardi evasivi di varsaviani diretti al lavoro. Fuori dal finestrino si susseguono architetture socialiste che danno al quartiere un’atmosfera compassata ma che nel loro ostinato rispetto degli standard urbanistici “condominio-spazio verde-area giochi-locale rifiuti-vialetto, e via a ripetere la sequenza” trasmettono senza dubbio una sensazione di rasserenante solidità.
Arrivo al centro, o almeno a quello che io presumo sia il centro essendoci il Castello Reale e il Rynek, la piazza della città vecchia. Per i varsaviani il centro anzi i centri della città sono altrove.
Nel Castello Reale scopro la sala Canaletto, realizzata appositamente per valorizzare la ventina di vedute di Varsavia dipinte da Bernardo Bellotto (qui chiamato il Canaletto) nei suoi ultimi anni di vita passati alla corte di Stanislao Poniatowski. Alcuni di questi quadri li troviamo riprodotti in poster fissati su appositi trespoli lungo il “trakt krolewski”, la via reale che porta dal Castello al Parco Lazienki. Quadri posizionati in modo da consentire ai passanti di paragonare idealmente le vedute del Bellotto con le ricostruzioni degli edifici settecenteschi fatte negli anni Cinquanta, quando Varsavia iniziava a ricucire la sua identità violata.
Una meritoria azione di restituzione alla città e ai varsaviani di parte dei palazzi e delle chiese dei tempi dell’ancien regime, architetture regali che poi ad inizio Novecento, contaminate dal modernismo di tram e luci elettriche, spinsero a chiamare Varsavia “la Parigi del Nord”.
Ora non so se succede solo a me ma ogni volta che mi imbatto nei trespoli con le vedute cado in un vortice di riflessioni che restano puntualmente senza risposta. A colpirmi è la ricerca del “vero” tra veduta pittorica e edificio realizzato. Penso al “vero architettonico” settecentesco che un eccezionale vedutista ha dipinto fedelmente, ma pur sempre artisticamente, su tela. Il “vero artistico” è poi stato la base per una ricostruzione inevitabilmente artificiale. Oggi il “vero artificiale” è però l’unico “vero tangibile” del primigenio “vero architettonico”. A questo punto come non porsi la domanda di cosa sia da considerarsi “vero”? Per fortuna il passo marziale di una aitante studentessa mi riporta al “vero contemporaneo”. La seguo per qualche metro lungo il “trakt krolewski” fino alla statua di Niccolò Copernico.
Dal 2010 lì vicino c’è una delle panchine musicali messe lungo la via reale in occasione dell’anniversario dei 200 anni della nascita di Frederyk Chopin. Basta schiacciare il pulsantino d’acciaio ed ecco che dalle casse acustiche nascoste nella panchina di pietra nera si sprigiona una polonaise o un notturno. Un’idea geniale!
Proseguo in direzione Parco Lazienki. Con sorpresa mi imbatto nelle statue di De Gaulle, cui è dedicata anche una rotonda, e di Ronald Regan e mi vien da pensare che anni di guerra fredda hanno un po’ sfuocato la percezione dei politici oltrecortina. Poco più avanti ecco il Parco Lazienki. L’imponente statua di Chopin che si riflette su uno specchio d’acqua domina l’entrata. Ai piedi di quel monumento ogni domenica d’estate, alle 12 e alle 16, virtuosi del pianoforte si esibiscono open air suonando Chopin. Concerti offerti gratuitamente dalla città di Varsavia. Migliaia di persone ascoltano assiepate e silenti. Famiglie con bambini, studenti, eleganti coppie di anziani varsaviani, turisti rispettosi, tutti civilmente seduti tra panchine e fazzoletti di erba. L’atmosfera è magica, un alternarsi di sonate e misurati applausi. Solo questa esperienza vale un viaggio a Varsavia.
Anche la forma del Parco Lazienki è plasmata da quel dolce pendio, digradante verso la Vistola, che caratterizza l’intera sponda occidentale di Varsavia. Ed è passeggiando tra vialetti, ponti e giardini, tra scoiattoli e pavoni, tra anfiteatri romantici, pagode orientaleggianti, specchi d’acqua e il bianco delle eleganti architetture disseminate nel Parco che mi riconcilio con questa città. La mia disposizione d’animo è improvvisamente cambiata. Coraggiosi raggi di sole bucano la plumbea atmosfera ridando colore a quello che mi circonda. Noto l’algida bellezza di una ragazza che passeggia. Piccoli edifici bianchi sbucano sommessamente dalla vegetazione, testimoni orgogliosi di una remota stagione del classicismo polacco che, esteticamente, sfida quarant’anni di rigori politici dell’urbanistica socialista.
L’anima della città si svela: il contrasto. L’eterna rinascita a dispetto di qualsiasi catastrofe sia essa fisica: come la sadica distruzione della città da parte di un esercito nazista che, in rotta dal fronte russo, avrebbe avuto ben altre priorità che radere al suolo la capitale polacca; che morale: come la lunga stagione vissuta sotto un potere estraneo, uno dei tanti governi che nel secolo scorso ammantati di filosofie politiche che celebravano il popolo in concreto privilegiavano un circolo ristretto di persone povere di ideali.
Il contrasto toglie certezze ma crea energie e così l’anima di Varsavia ribolle carica di aspettative. Costruire e ricostruire, abbattere per trasformare. La città pulsa, è una amante inquieta e ingestibile, ti allontani un mese e la ritrovi cambiata.
Il Palazzo della Cultura, ingombrante eredità in stile gotico staliniano, è anch’esso emblema di irrisolta contrapposizione. Un’imponente costruzione nel cuore della città che i polacchi non volevano e tuttora non amano ma che inevitabilmente accettano e guardano forse come il segno indelebile di una ferita rimarginata, materica rappresentazione di un passato da elaborare che oggi si cerca di sminuire accerchiandolo di arditi grattacieli espressione di una nuova Polonia in cerca di conferme.
Più o meno un anno dopo, nel maggio 2010, mi sveglio in un villino del quartiere Praga, ovvero nel lato orientale di Varsavia. La città è attraversata dalla Vistola e queste acque che scorrono incessanti da sud a nord in mezzo alla capitale sono un magnifico punto di riferimento geografico. La sponda occidentale ha sempre ospitato il potere politico ed economico con i relativi edifici di rappresentanza. A est, al di là dell’acqua, c’è l’altra faccia della capitale. Quartieri popolari che a volte diventano ricettacolo modaiolo di artisti e gallerie alternative. È un susseguirsi di isolati che raccontano l’evoluzione architettonica della città. È un piacere girare tra queste strade alla ricerca dei dignitosi e sempre attuali esempi di architettura funzionale-modernista degli anni Trenta del secolo scorso e delle fabbriche in mattoni, figlie della rivoluzione industriale ottocentesca, che oggi ospitano ristoranti, centri commerciali e curiosi musei come quello della Vodka o delle insegne neon. Tralascio invece le zone infestate dai condomini degli anni Sessanta e Settanta del Novecento e soprattutto i nuovi alveari del finto benessere contemporaneo. Palazzoni tirati su in fretta e furia per dare risposta ai desiderata di una nuova borghesia che accorre dai soporiferi paesini limitrofi per realizzare il sogno di lavorare nella capitale.
Quella mattina del 2010 attraverso il quartiere Praga e poi la Vistola in tram per raggiungere il vero centro della città: l’incrocio tra la via Jerozolimskie (la via di Gerusalemme) e la Marszalkowska (la via del Maresciallo). Arterie che si intersecano a cavallo di una trafficata rotonda sotto la quale si snoda un reticolo di sottopassi che connette i flussi umani varsaviani tra bus, metro, tram e la vicina stazione ferroviaria. Prima d’uscire di casa il cielo era azzurro poi, durante il tragitto in tram, è piovuto. Sceso alla fermata Krucza il vento tiepido aveva spazzato via le nuvole uggiose annunciando l’arrivo del sole. Dopo un centinaio di metri a piedi scendo nel reticolo di sottopassi.
Ho fame. Se voglio mangiare qualcosa posso scegliere tra due spuntini cult dei polacchi la parowka (hot dog) e la zapiekanka, un per me inguardabile mezzo sfilatino lasciato aperto a metà su cui prima depositano a casaccio varie verdure e salumi e poi riversano sopra ingenti quantità di ketchup. Sono tuttora allibito ogni volta che vedo sciccose ragazze agghindate di abiti firmati che colte da una puntina d’appetito si infilano la lunga zapiekanka in bocca. Senza sporcarsi e senza alcuna remora riguardo i microbi che potrebbero essersi depositati su quello sfilatino, da ore aperto a metà in attesa d’essere ingoiato. Io chiaramente preferisco la parowka inserita in un panino pre-bucato appositamente per ospitare il cilindro di carne. Il venditore su richiesta dà due spruzzate di senape nel foro del pane prima di affondarci la parowka. Pago e quindi avanzo nel sottopasso fino a sbucare sul piazzale della metro. Nevica. È maggio ma sta nevicando a grossi fiocchi. In un’ora ho visto cielo azzurro, pioggia, vento, e poi una luce che faceva presagire il trionfo del sole salvo essere invece preludio di una intensa nevicata.
A Varsavia anche il clima è inquieto. Ho letto che il 93% della Polonia si trova al di sotto dei 300 metri sul livello del mare. Per centinaia di chilometri in qualsiasi direzione ci si allontani dalla capitale non si trovano rilievi, nulla che possa riparare questi territori che sono perciò esposti a qualsiasi bizza climatica. Faccio questa riflessione rimanendo al coperto nel sottopasso a guardare la neve primaverile che cade su un signore che nel piazzale scoperto di Metro Centrum tamburella freneticamente con due bacchette su una batteria formata da schienali di vecchie sedie in legno. Dietro di lui un murales politico e la scalinata che sale ai giardini che circondano il Palazzo della Cultura.
Circa 11 anni dopo quel grigio risveglio in un qualche condominio di Ursus, mi trovo a gironzolare attorno allo Zamek Ujazdowski. È una antica residenza reale, per secoli utilizzata come ospedale, che dal 1985 è sede del Centrum Sztuki Wspolczesnej, l’omonimo museo d’arte moderna. Un luogo cui ritorno spesso, ne sono attratto fin da quando abitavo a Bielany prima e Zoliborz poi, ovvero nella parte opposta della città. Quando sentivo che i contrasti varsaviani cominciavano a pesarmi e a disorientarmi venivo qui perché mi sembrava di ritrovare le coordinate mentali. Camminando tra questi giardini, visitando qualche mostra d’avanguardia o frugando nel bookstore del museo calmavo le inquietudini e rimettevo le cose al loro posto seguendo razionalmente la sequenza: chi sono, dove sono, cosa voglio, ecc.
Solo oggi noto che il viale d’accesso è delimitato ai lati da panchine parlanti. Bianche sedute incise di sentenze in polacco e inglese tipo “The idea of revolution in an adolescent fantasy”, “Sometimes science advance faster than it should”, “Use what is dominant in a culture to change it quickly”. Le panchine sono una performance, temporanea ma ormai stabile, di Jenny Holzer, artista americana “truista” premiata alla 44^ Biennale di Venezia.
Truista? Cioè? Il “truismo” è un’affermazione vera (truth) ma banale, un concetto di “vero” di dominio pubblico e proprio per questo inutile da dire o scrivere. Jenny Holzer valorizza il “vero banale” trasformandolo in espressione artistica e in appunti di cose note che comunque nella nostra vita dobbiamo ricordare. Testi che mescola con versi di grandi autori tra cui quelli della premio Nobel polacca Wislawa Szymborska. Ad illuminarmi su quest’arte è l’amica filosofa Sofia, “filosofa-Sofia” che detto così sembra un involontario truismo.
Cammino verso casa e penso se dietro ad un truismo possa celarsi anche qualcosa di non scontato, se tra le virgole di una frase di banale senso comune si possano scovare nuovi concetti illuminanti. Per esempio: se sotto la superficiale coltre di una frase vera e banale come “mai dire mai” – che spesso pronunciamo ritualmente, senza pensare, a chiusura di un discorso – scoprissimo una smisurata, inesplorata, contraddittoria autenticità che ci sta aspettando?
Mi siedo su una panchina. Una normale panchina in legno che non suona e non parla. Ad alta voce dico: “Mai dire mai, chi ha il coraggio di lasciare aperte le porte allo stupore e all’inatteso non smetterà di restare sorpreso dalla vita.” Ho fatto il mio truismo! Ma immediatamente mi chiedo: se uno afferma che mai vivrebbe a Varsavia e poi dopo 11 anni si accorge di vivere a Varsavia, sarebbe da considerare come la “vera rappresentazione” del truismo “mai dire mai”?
Autrice della foto in evidenza: Witek Art
” Time of working is the time of travelling deep into yourself”
http://annazuzannawitek.wixsite.com/witekart2017
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Olga Tokarczuk: dopo la pandemia giungeranno tempi nuovi
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Nuovo attacco di Gazeta Wyborcza agli italiani, l’ambasciatore Amati esige ed ottiene le scuse
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Gowin: l’anno accademico sarà prolungato
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Il presidente della PZPN Zbigniew Boniek: appello ai calciatori
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Millefoglie alle fragole
Ingredienti:
- 3 confezioni di pasta sfoglia già stesa, tonda o quadrata
- 500 ml di latte
- 200 gr di zucchero semolato
- 5 tuorli d’uovo
- 50 gr di farina 00
- 10 gr di fecola di patate o amido di mais
- Vaniglia, buccia di limone
- 250 gr di panna fresca da montare
- 150 gr di fragole fresche
Preparazione:
Punzecchiate con i rebbi di una forchetta le sfoglie e disponetele su 3 diverse teglie da forno. Più punzecchiate la sfoglia, più cuocerà regolare. Cuocetela a 150° c. per circa 40 minuti, quando sarà brunita togliete le sfoglie dal forno, alzate la temperatura a 200° c. Cospargete con zucchero a velo le sfoglie e rimettetele in forno finché lo zucchero non sarà caramellizzato e leggermente scuro. Togliete le sfoglie dal forno e fatele raffreddare.
Intanto preparate la crema: in un pentolino mescolate i tuorli con lo zucchero, aggiungete gli aromi e le farine. Scaldate il latte e versatelo sui tuorli, portate tutto sul fuoco e cuocete mescolando sempre con una frusta finché la crema si addensa. Coprite con pellicola trasparente a contatto con la crema, che avrete trasferito in un contenitore adatto al calore, e fatela raffreddare bene, prima a temperatura ambiente e poi in frigorifero. Montate la panna con 2 cucchiai di zucchero semolato. Mescolate con delicatezza la crema con la panna, con una spatola gommata o in silicone, dal basso verso l’alto per non smontare la crema: avrete così ottenuto una chantilly.
Disponete il primo disco di sfoglia su un piatto o un vassoio e, se lo avete, cingetelo con un anello da torta. Aiutandovi con un mestolo o una spatola, versatevi sopra uno strato di crema e le fragole tagliate a pezzetti, sovrapponete il secondo disco di pasta sfoglia e poi un altro strato di crema e fragole.
Terminate con l’ultimo strato di sfoglia, rivestite con pellicola e mettete in freezer. Al momento di servire la torta, fatela decongelare in frigorifero per qualche ora, e, se vi piace, decoratela con panna e fragole sulla superficie.
Buon appetito!
Italiani in Polonia nei secoli: Giovanni Battista Ghisleni
GIOVANNI BATTISTA GHISLENI o GISLENI (Roma 1600 – Roma 3.5.1672). Nato da una famiglia benestante d’origine lombarda, tra i cui membri spiccano Giuseppe Ghisleni, proprietario terriero, Scipione Ghisleni, ricco ereditiero e Leonardo Ghisleni, decano del Collegio dei Medici. Grazie alla buona posizione economica e sociale di suo padre, Giovanni Battista viene educato, dai migliori maestri, prima allo studio delle lettere e poi a quello della grammatica, della retorica, della filosofia, fino a quello della geometria. Ma egli, alla fine, sceglie di applicarsi nell’architettura, quindi nella pittura e nella scultura. Acquisisce anche una buona preparazione musicale, mentre si dedica a tempo pieno, come apprendista, all’architettura, frequentando alcuni grandi cantieri nella Roma di Papa Paolo V e, successivamente, di Papa Urbano VIII.
Non riuscendo, però, ad ottenere alcuna commissione per sé, decide di intraprendere un lungo viaggio attraverso l’Italia, per poi giungere fino a Vienna, alla ricerca d’un lavoro. Qui fa di tutto per impiegarsi presso la Corte Imperiale, ma vista l’impossibilità, una volta perduta ogni speranza, decide di lasciare l’Austria. Così, nell’anno 1629, va a stabilirsi in Polonia. Giunto a Varsavia, trova subito un’occupazione, come architetto, presso la Corte Reale. In seguito, però, per sopravvivere, dovrà adattarsi a svolgere altre mansioni, come, ad esempio, quella del cantante, del compositore, del direttore d’un teatro, … dello scenografo. In Polonia, infatti – paese tradizionalmente favorevole ad accogliere artisti stranieri, come l’architetto svizzero-italiano Costante Tencalla – sono già attivi troppi architetti e capomastri, soprattutto d’origine lombarda; per cui succede che da lì fino alla morte, nel 1632, di Re Sigismondo III Vasa, tutti i suoi progetti architettonici che aveva proposti al sovrano, resteranno irrealizzati. Fortunatamente, però, con l’elezione del nuovo Re Ladislao IV Vasa, Ghisleni, viene confermato nel suo incarico di Architetto Regio. Anzi, in occasione dei festeggiamenti per l’ascesa al trono del monarca, egli viene incaricato di curare l’organizzazione delle feste in Varsavia e, successivamente, ancora a lui verrà affidato il compito di organizzare i festeggiamenti per le nozze del re con Cecilia Renata d’Austria. Dal 1640 al 1643 è impegnato a realizzare la decorazione del Salone di Marmo del Castello Reale di Varsavia, ambiente che, però, verrà modificato a fine Settecento e che finirà completamente smantellato dai Russi nel XIX secolo.
Dal 1643 e per i tre anni successivi, è a Roma per sistemare alcune cose lasciate sospese, ma nel 1647 è di nuovo a Varsavia per occuparsi, dietro commissione di Ladislao IV, delle esequie del figlio Sigismondo Ladislao, appena morto. In quest’occasione, con grande sorpresa dell’intera corte, inventa un catafalco che rispecchia il gusto romano, ovvero coperto da drappi neri, dentro la chiesa interamente rivestita da veli e tessuti diversi. Quando, poi, nel 1648, muore il re, in quell’occasione, la sua fantasia creativa si spinge ancora oltre. Crea, infatti, un apparato ancora più lugubre, con stoffe colorate di nero e di viola e con caratteristiche strutture teatrali. Poi, all’aperto, nell’immenso piazzale antistante la chiesa, colloca il catafalco contornato da obelischi, sotto una grande arcata, con incisi particolari epitaffi funebri. Al di sopra dell’architrave fa esporre la salma, sovrastata da una struttura a forma di piramide, costituita da teschi e con in cima una grande croce di legno. Con l’elezione al trono, nel 1648, di Giovanni Casimiro, fratello di Ladislao IV, Ghisleni vede ancora di più rafforzata la sua posizione presso la Corte di Varsavia. Come architetto regio, infatti, sarà lui, ancora, ad occuparsi dei festeggiamenti per le nozze del nuovo re con Lodovica Maria Gonzaga Nevers. Anche in quest’occasione, come nelle precedenti, egli farà raccogliere tutti i suoi disegni relativi all’allestimento, in un volume dedicato al re.
Nel 1650 è di nuovo a Roma, questa volta per partecipare all’Anno Santo. Durante la permanenza in patria ha l’opportunità di maturare artisticamente, in quanto può trarre nuove ispirazioni dalle opere di Gian Lorenzo Bernini, di Francesco Borromini, di Pietro Berrettini da Cortona e di tutti quei maestri che guardano a sempre nuovi stili architettonici. Nella sua città, è in veste ufficiale di Architetto della Corona Polacca, quindi, può allacciare strette relazioni professionali con gli ambienti artistici più importanti della città. Nel 1656, infatti, si ritroverà eletto Accademico di San Luca e Membro dell’Accademia dei Virtuosi al Pantheon.
Una volta tornato in Polonia, decide di trascurare per un certo periodo i suoi rapporti con la Corte Reale per incrementare la propria attività con nuove commissioni offerte da illustri personaggi, da grandi famiglie aristocratiche e da ricchi ordini religiosi. Progetta, così, la Chiesa dei Carmelitani Scalzi di Varsavia, i cui disegni autografi con pianta, sezione e prospetto, sono oggi conservati a Milano, presso le Civiche Raccolte del Castello Sforzesco, nella Collezione Martinelli.
Tra il 1650 e il 1654, su suo progetto, dentro un ampio parco nei dintorni di Varsavia, viene costruito il Palazzo di Bogusław Leszczynski, tesoriere della Corona e eretto, a Cracovia, l’altare maggiore dentro la Cattedrale di Wawel grazie alla fondazione del Vescovo Piotr Gembicki. Tra gli ultimi interventi del Ghisleni in Polonia va ricordato il grandioso progetto della Galleria nella Villa Regia di Varsavia, eseguito tra il 1665 e il 1667. Fra le molteplici altre sue opere, invece, vanno menzionate almeno la Chiesa della Trinità a Varsavia del 1652-1655 e la Chiesa dei Benedettini a Płock, oggi andate, però, entrambe distrutte; e, ancora, la Chiesa di San Pietro a Cracovia; l’altare maggiore della Cattedrale di Chełmza; i tanti diversi monumenti funebri. Nel 1655 Ghisleni pubblica, a Danzica, il suo scritto “Descriptio Exequiarum Caroli Ferdinandi Principis Regii, Episcopi Plockii”.
Torna di nuovo a Roma nel 1656 determinato, questa volta, a restarvi per sempre e godersi serenamente la vecchiaia, senza assumere altri impegni di lavoro. Dapprima va a vivere in abitazioni provvisorie, ma dal 1659 riesce a stabilirsi, con sua moglie Mattia De Sanctis e con il figliastro Giovanni Bonaventura, definitivamente, in via della Croce. Così, come da programma, una volta raggiunta l’età di sessant’anni, incomincia finalmente a vivere in totale armonia con sé stesso, con la sua famiglia e con l’ambiente che lo circonda, dedito sostanzialmente alla contemplazione di tutte le bellezze della sua città unica al mondo: dai monumenti, agli scorci mozzafiato, alle albe straordinarie, ai tramonti ineguagliabili, mentre, intanto, disegna il proprio monumento funebre che, stabilisce, dovrà essere collocato assolutamente a Roma, nella Chiesa di Santa Maria del Popolo. Morirà, settantaduenne, ben 16 anni più tardi, serenamente, tra gli affetti delle persone a lui più care, lasciando uno strano opuscolo manoscritto, come una sorta di “libretto d’istruzioni”, che illustri, nel dettaglio, ogni particolare del suo monumento funebre, con, a seguire, un lungo e allegorico epitaffio. Questo documento, scoperto di recente e pubblicato in un numero esiguo di copie nel 2015, costituisce un caso unico nella storia. La frase “Neque hic vivus, neque illic mortuus”, ovvero “Né qui vivo, né là morto”, riportata, poi, sul suo monumento funebre, starebbe a significare “Quando si è vivi non si è vivi, in quanto si convive con la morte, quando si è morti non si è morti, giacché ci attende un’altra vita”.
L’eclettico artista Giovanni Battista Ghisleni, benché vissuto in Polonia durante un periodo turbolento, tra continue guerre e devastazioni, ha certamente svolto un importante ruolo di mediatore culturale. In quel paese ha diffuso il linguaggio architettonico del tardo manierismo romano, un po’ come quello di Carlo Maderno, per aderire poi all’espressione prettamente barocca. Tra i suoi lavori più importanti figurano: monasteri, palazzi, chiese, altari, catafalchi, nelle città di Varsavia, di Cracovia, di Płock, di Chełmza in Polonia, di Leopoli e Vilnius in Ucraina e Lituania; di Bereza Kartuska in Bielorussia e così via. Suoi collaboratori principali sono stati: Giovanni Battista Falconi, stuccatore; Giovanni Francesco Rossi, scultore, anche questi romano come lui, già assistente di Alessandro Algardi e di Gian Lorenzo Bernini.
Fonti: Lione Pascoli, Vite de’ pittori, scultori, ed architetti moderni (1730-36), edizione critica dedicata a V. Martinelli, Perugia 1992. / Stanisław Mossakowski, Gli anni romani di Giovanni Battista Gisleni, Biuletyn Historii Sztuki 71.1-2 (2009): 35-56.






























