Antica città le cui origini risalgono a oltre 3 200 anni fa, Brescia possiede un cospicuo patrimonio artistico e architettonico: i suoi monumenti d’epoca romana e longobarda sono stati dichiarati dall’UNESCO Patrimonio mondiale dell’umanità dal 2011, è conosciuta nel mondo anche per la celebre corsa d’auto d’epoca Mille Miglia e per la produzione del Franciacorta. La città di Brescia è soprannominata “La Leonessa d’Italia”, così definita per la prima volta da Aleardo Aleardi, nei suoi Canti Patrii. La fortuna dell’espressione si deve però a Giosuè Carducci, che volle rendere omaggio a Brescia per la valorosa resistenza contro gli occupanti austriaci durante l’insurrezione delle Dieci Giornate, nell’ode “Alla Vittoria”.
Le origini di Brescia risalgono al 1200 a.C., quando una popolazione, probabilmente di

Liguri, costruì un insediamento nei pressi del Colle Cidneo. Nel VII secolo a.C. si insediarono i Galli Cenomani, che fecero di Brescia la loro capitale. Successivamente, a cavallo tra III e II secolo a.C., Brixia iniziò il percorso di annessione alla Repubblica romana, culminato nel 42 a.C. quando gli abitanti ottennero la cittadinanza romana. Dalla caduta dell’impero fu dominata da diverse popolazioni barbariche fino a diventare un importante ducato del regno longobardo.
Proclamatosi comune autonomo già nel XII secolo, finì sotto la dominazione viscontea e poi si diede ai Domini di Terraferma della Repubblica di Venezia a cui rimarrà legata fino al 1797. Annessa al Regno Lombardo-Veneto, durante il Risorgimento fu teatro delle dieci giornate di Brescia, per poi arrivare all’annessione al Regno d’Italia nel 1860.

La città vanta un patrimonio storico artistico di tutta rilevanza, conservato in parte nei suoi splendidi musei, che sono gestiti dalla Fondazione Brescia Musei, presieduta da Francesca Bazoli e diretta da Stefano Karadjov.
Brixia. Parco archeologico di Brescia romana
Il Parco archeologico di Brescia romana offre un viaggio a ritroso nel tempo tra i resti monumentali dell’antica Brixia: dal santuario di età repubblicana (I secolo a.C.), monumento unico nel panorama archeologico dell’Italia settentrionale, con i suoi affreschi sorprendenti per grado di

conservazione e qualità al Capitolium, tempio principale della città, eretto dall’imperatore Vespasiano, dedicato al culto della “Triade Capitolina”, Giove, Giunone e Minerva. Al suo interno troviamo ancora i pavimenti originali in lastre di marmi colorati del I secolo d.C. oltre agli altari in pietra e frammenti di statue di culto e di arredi. Nella cella orientale è ospitata La Vittoria Alata, raro capolavoro bronzeo del I secolo d.C., vero e proprio simbolo di Brescia, recentemente restaurato, in un allestimento museale curato dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg, concepito per esaltare le caratteristiche materiche e formali del bronzo.

Il percorso termina al Teatro romano, costruito e ampliato tra I e III secolo, sorge accanto al Capitolium. La cavea imponente suggerisce le emozioni delle antiche rappresentazioni. Il teatro venne utilizzato sino all’età tardoantica (fine IV-inizio V secolo d. C.). Tra il XI e il XII secolo, la scena crollò e l’edificio divenne una cava a cielo aperto. Nel XII secolo era utilizzo come luogo per pubbliche udienze, ma lo stato di abbandono in cui versava ne determinò il progressivo e definitivo interro.
Museo di Santa Giulia
Unico in Italia e in Europa, il Museo della città è allestito all’interno di un complesso

monastico di origine longobarda e consente un viaggio attraverso la storia, l’arte e la spiritualità di Brescia dall’età preistorica ad oggi, in un’area espositiva di circa 14.000 metri quadrati. In una successione continua di luoghi straordinari si incontrano due abitazioni di età romana (I-III secolo d.C.), dette Domus dell’ortaglia parte di un quartiere residenziale, che conservano ancora oggi mosaici e affreschi su modello di quelli di Roma e Pompei; la basilica longobarda di San Salvatore (VIII secolo d.C.), testimonianza tra le più importanti dell’architettura religiosa longobarda. Eretta per volontà di re Desiderio nel 753 d.C. come cuore del monastero, la chiesa-mausoleo aveva la funzione di simbolo del potere dinastico della monarchia e dei ducati longobarda, preziosissimo scrigno ricco di colonne romane di reimpiego, stucchi a motivi ad intreccio,

affreschi e testimonianze degli antichi arredi lapidei. Si prosegue nel Coro delle monache (inizio del XVI secolo) ambiente sontuoso destinato alle monache dedite alla clausura. Articolato su due livelli presenta le pareti del piano superiore interamente decorate da affreschi di Floriano Ferramola e di Paolo da Caylina il Giovane, che raccontano la vita di Cristo. Infine l’Oratorio romanico di Santa Maria in Solario (XII secolo), nel quale le monache custodivano il tesoro; di forme romaniche, venne costruito verso la metà del XII secolo come luogo di culto privato delle monache con massicce murature nelle quali sono inseriti frammenti d’iscrizioni romane. Edificato su due livelli collegati conserva oggetti

appartenenti all’antico tesoro come la Lipsanoteca, cassetta d’avorio decorata (IV secolo d.C.) e la crocetta reliquario in oro, perle e pietre colorate (X secolo d.C.) fino alla monumentale Croce di Desiderio , rara opera di oreficeria della prima età carolingia (IX secolo d.C.), decorata da 212 gemme, cammei e paste vitree databili dall’età romana al XVI secolo, conservata nel piano superiore sotto uno straordinario cielo blu di lapislazzuli tempestato di stelle d’oro.
Pinacoteca Tosio Martinengo
Completamente rinnovata nel 2018, accoglie una preziosa e scelta collezione d’arte nell’elegante sede di Palazzo Martinengo da Barco, con i suoi splendidi saloni rivestiti da preziosi velluti cangianti e ornati da soffitti affrescati. Il percorso espositivo prende avvio dal Trecento e affianca ai dipinti

mirabili oggetti di arte decorativa, in un susseguirsi di capolavori da Vincenzo Foppa, capostipite del naturalismo lombardo a Vincenzio Civerchio che si ispira a Leonardo, passando per testimonianze di assoluta fama come l’Angelo e il Redentore di Raffaello Sanzio e l’Adorazione dei pastori di Lorenzo Lotto. Il cuore della collezione è costituito dalla pittura bresciana del Rinascimento con Savoldo, Romanino e Moretto, fino ad arrivare all’umanissima stagione dei “pitocchi” di Giacomo Ceruti. Il percorso si conclude con l’Ottocento che offre capolavori di maestri assoluti come l’Eleonora d’Este di Canova e il Ganimede di Bertel Thorvaldsen, fino al potentissimo Laocoonte di Luigi Ferrari e alla struggente tela I profughi di Parga di Francesco Hayez. Un patrimonio inestimabile formatosi tra Ottocento e Novecento grazie alla generosità di privati cittadini come il Conte Paolo Tosio, di cui il

museo porta il nome, che donarono le loro raccolte e alla cura posta dal Comune nel raccogliere e conservare opere d’arte.
Castello e Museo delle armi “Luigi Marzoli”
Arroccato sul colle Cidneo, il Castello costituisce uno dei più affascinanti complessi fortificati d’Italia e il secondo più grande d’Europa, in cui si possono leggere ancora oggi i segni delle diverse dominazioni. Protagonista di numerosi eventi drammatici in cui la città fu coinvolta, tra cui le celebri Dieci Giornate, il Castello è oggi una delle aree più suggestive di Brescia, in cui convivono più elementi: le testimonianze della presenza romana, come i magazzini dell’olio, gli edifici medievali e una locomotiva del 1909, esposta all’interno del “Falco d’Italia” per la gioia dei visitatori più piccoli. All’interno del trecentesco Mastio Visconteo, il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”

ospita una delle più pregiate raccolte europee di armature e armi antiche, che raccontano la lunghissima tradizione armiera bresciana, documentandone l’evoluzione tecnologica e artistica tra il XV e il XVIII secolo. Nel 2023 verrà riaperto, dopo un lungo restauro, il Museo del Risorgimento con una nuova splendida veste, che permetterà in maniera innovativa di conoscere uno dei capitoli fondamentali della storia italiana moderna.
Anticipazioni 2023
Il 2023 sarà l’anno di Bergamo-Brescia Capitale Italiana della Cultura, tanti saranno dunque gli eventi che si susseguiranno: siinizia il 23 giugno di quest’anno con la mostra “Isgrò
cancella Brixia” che terminerà l’8 gennaio 2023 che intende porre l’accento sul dialogo che s’instaura tra l’archeologia e l’arte contemporanea, tra la cultura classica e la sua persistenza nel nostro tempo. Dal 29 ottobre 2022 fino al 28 febbraio 2023 sarà la volta di “La città del Leone: Brescia nell’età dei Comuni e delle Signorie”, mostra che attraverso materiali eterogenei, intende indagare in modo originale questo periodo. E ancora dal 10 febbraio al 10 maggio 2023 si terrà la mostra “Ceruti. Pittore europeo” un’occasione per celebrare
questo pittore che, con le sue toccanti rappresentazioni dei ceti umili e i suoi ritratti penetranti, si impose come una delle voci più originali della cultura figurativa del XVIII secolo, e di cui la Pinacoteca Tosio Martinengo accoglie il più importante corpus di opere, al mondo. Dal 24 marzo al 23 luglio 2023, per la sesta edizione del Brescia Photo Festival, “Luce della Montagna” sarà la più importante mostra sulla fotografia di montagna realizzata negli ultimi decenni, con opere di Vittorio Sella, Martin Chambi, Ansel Adams, Axel Hutte.















città l’8 settembre 1939. Fin dai primi giorni dell’occupazione, gli ebrei di Łódź furono sottoposti a severe repressioni. Le repressioni assunsero forme diverse, a volte molto brutali: dalla costrizione a eseguire lavori di pulizia duri e umilianti, ad essere privati dei loro beni fino a subire violenze ed essere uccisi. Furono sanzionati dalla legge di occupazione introdotta dalle autorità tedesche attraverso ordinanze. Le repressioni riguardavano quasi ogni ambito della vita. Gli ebrei furono cacciati dal lavoro e fu loro vietato di gestire attività commerciali, privandoli così dei loro mezzi di sostentamento. Fu vietato loro di celebrare le festività, di utilizzare i trasporti pubblici, fu introdotto il coprifuoco e alla fine del 1939 fu vietato loro di lasciare la città.
sostituiti da Stelle di Davide cucite sugli abiti. Nello stesso tempo, tutti i negozi e le attività commerciali di proprietà di ebrei furono contrassegnati da una Stella di Davide gialla posta in un luogo visibile.
Zgierska e Limanowskiego, dove passava la linea del tram, furono escluse dall’area del ghetto. Per rendere possibili gli spostamenti tra le diverse parti del ghetto, furono costruite tre passerelle di legno sulle strade: due su via Zgierska (presso via Podrzeczna e Lutomierska) e una su via Limanowskiego (presso via Masarska). Ben presto divennero uno dei simboli del ghetto. Nell’aprile del 1940, il nome di Łódź fu cambiato in Litzmannstadt, quindi il ghetto viene spesso indicato come il ghetto di Litzmannstadt.
Le condizioni del ghetto – mancanza di cibo, di medicinali e lavoro duro – portarono a un tasso di mortalità estremamente elevato tra i suoi abitanti. La situazione era aggravata da condizioni sanitarie disastrose. Quando il ghetto fu liquidato nell’estate del 1944, si contarono oltre 43.000 morti che furono sepolti nella parte occidentale del cimitero, in via Bracka, nel cosiddetto campo del ghetto.
ghetto delle richieste delle autorità, organizzando a tal fine un discorso pubblico nella piazza dei pompieri. Il 5 settembre, per ordine delle autorità tedesche, fu annunciata una “szpera” (dal tedesco Gehsperre – chiusura) nel ghetto. A nessuno fu permesso di lasciare la propria casa sotto la minaccia delle punizioni più severe. Gruppi speciali della polizia tedesca e del Servizio d’ordine ebraico visitarono i successivi quartieri di strada, dove, dopo aver raccolto gli abitanti, i funzionari tedeschi selezionavano quelli in grado di lavorare e gli altri destinati allo sfollamento. La gente disperata nascondeva i propri figli e gli anziani nella speranza di salvargli la vita. Fino al 12 settembre, più di 15.500 persone furono catturate e deportate dal ghetto verso la morte.


Nessuna stranezza, ma con un pizzico di follia e carattere. Ecco Sangiovanni, una speranza della musica italiana, un cantante che quest’anno ha pubblicato un atteso album di debutto intitolato “Cadere Colare”. Alcuni possono associare questo gioioso ragazzo al programma Amici che scopre nuovi talenti. È quanto è accaduto con il cantante diciannovenne nato a Vicenza. Il risultato del successo televisivo prima è stato un EP e ora un album di dimensione piena promosso dal singolo di ballo “Farfalle” (quinto posto al festival di Sanremo). L’album è solo apparentemente creato per quegli adolescenti che ascoltano un pop poco impegnativo. È un disco particolarmente maturo e saggio, pieno d’amore. Molte canzoni sono dedicate a storie più o meno importanti, a sentimenti più o meno maturi. È il primo contatto con l’età adulta, una voce importante su argomenti come affrontare le emozioni, il rifiuto causato dall’orientamento sessuale o i tentativi di suicidio. In seguito è un racconto di un giovane che vuole essere leggero e libero. Sangiovanni rappresenta una nuova generazione che scappa dal moralismo ed è eccezionalmente affidabile. Nella musica mescola le profondità del pop con l’elettronica e l’hip-hop. In una delle interviste ha confessato: “A prima vista, la mia musica può sembrare leggera nel senso più superficiale del termine, ma è anche la mia forza”. Con questa onestà e sincerità di emozioni vince. Un ragazzo altamente dotato da cui possiamo imparare ad assaporare la vita e un modo leggero di vivere i momenti difficili!
Ditonellapiaga l’abbiamo conosciuta per esempio quest’anno al festival di Sanremo, dove insieme a Donatella Rettore, icona degli anni 80, ha eseguito una canzone accattivante, “Chimica”, rendendo omaggio alla musica da ballo e alle sue varie sfumature nel modo migliore. Nell’album di debutto “Camuflage” si trasforma in un camaleonte. Ci inonda di elementi disco, house, eurodance dei primi anni 2000, a suoni più delicati con gli elementi di soul come nella canzone “Come fai”. È in grado di sorprendere non solo con l’atmosfera retrò degli anni 60, ma anche con il suono completamente astratto come nella canzone di apertura del disco “Morphina”, il momento migliore dell’album. C’è anche un buon disco di chiusura “Carrefour Express” che parla di sentimenti non reciproci, del desiderio di possedere ciò che non si può avere. Considerando tutte queste luci e ombre, colori e suoni che non vogliono essere etichettati, otteniamo un pensiero coerente e Ditonellapiaga entra sulla scena musicale con un passo audace che non può essere dimenticato.


La Bottega Cini prende ovviamente il suo nome dal Palazzo Cini, oggi museo che espone le collezioni di Vittorio Cini (1885- 1977), collezionista, industriale e filantropo italiano. Un po’ più in là un altro museo, o meglio una Mecca per chi si occupa d’arte, cioè la Peggy Guggenheim Collection. Nel palazzo incompiuto, situato proprio sul Canale Grande, sono raccolte le opere dei più famosi artisti del XX secolo, come Kandinsky, Rothko e Pollock. Mi ha affascinato molto la statua Maiastra di Constantin Brancusi, ovvero un mitico uccello rumeno, trasformato dall’artista in un blocco d’oro sintetico. C’è anche un meraviglioso giardino dove ci si può rilassare all’ombra e una libreria, dove non ho comprato né matite con il nome del museo né calze colorate, ma un libretto Venice the basics, di Giorgio Gianighian e Paola Pavani. Si potrebbe dire che è un libro destinato ai bambini, ma sono rimasta affascinata dalle illustrazioni di Giorgio del Pedros e da una una chiara rappresentazione di come è stata costruita Venezia: da isole naturali, rinforzate da pali, a canali e palazzi perfettamente delineati che sembrano galleggiare sull’acqua, ma in realtà poggiano su solide fondamenta che sono un capolavoro dell’arte ingegneristica.

formano il centro di Venezia, dove si svolge la vita quotidiana dei veneziani. Una quotidianità eccezionale, perché puoi mai rientrare nella normalità che chi abita vicino al Redentore, chiesa che dà il nome ad una grande festa durante la quale, una volta all’anno, la terza domenica di luglio, può arrivare alla Giudecca senza usare una barca, camminando su un ponte di barche? Su quest’isola sorge l’hotel Hilton, con il suo bar “Skyline”, situato sul tetto, dal quale si può vedere la parte orientale e occidentale di Venezia. È un luogo unico, perché vedute comparabili a quella, possono essere ammirate solo dai campanili delle chiese. Il bar è anche un ottimo posto per incontrare gli amici la sera. Invece le mattine a Venezia è meglio trascorrerle come lo fanno gli italiani ovvero bevendo il caffè espresso e non quello


villaggio francese, le piaceva divertirsi e ballare. E proprio ad un ballo conobbe un giovane veterinario italiano, straordinariamente bello, Giovanni D’Antonguella, che lavorava per un circo itinerante. Fu un colpo di fulmine. Organizzarono velocemente le nozze e dopo il matrimonio si trasferirono in un paesino polveroso e poco attraente, Castellaneta, in cui il tempo si era fermato. Rodolfo nacque il mattino del 6 maggio 1895 e venne battezzato con il nome di Rodolfo Alfonso Raffaello Piero Filiberto Guglielmi di Valentina d’Antonguella. Nei ricordi della madre fi n dall’inizio il bambino si caratterizzò per la sua testardaggine, era un ribelle, disobbediente ed avventuroso. Aveva un bel viso da cherubino. Dopo anni le sue sorelle confessarono che era il fi glio preferito del padre e che la madre non era riuscita a tenerlo sotto controllo. Già da bambino smise di obbedirle, rifi utò persino di andare in chiesa, e quando la madre provava a obbligarlo lui gridava e sputava ovunque. Era un vero tormento, specialmente dopo che il padre lo portò con sé a visitare la provincia di Taranto in occasione della festa del nuovo millennio. In una grande città ebbe modo di vedere vita, altre prospettive e opportunità, automobili ed enormi edifici. Negli occhi di un bambino la piccola cittadina di Castellaneta diventò la cella di una prigione. Da questo momento fu determinato a lasciare il paesino. Fu educato dal parroco ma anche dalle donne sposate e dalle zitelle del paese. Rodolfo detestava studiare, ragione per cui il padre lo picchiava spesso e lo obbligava a frequentare le lezioni, però senza ottenere nessun effetto positivo. La futura stella del cinema saltava le lezioni e giocava negli uliveti, immaginando di essere un eroe mitico oppure un guerriero coraggioso. Adorava recitare diversi ruoli e mascherarsi; la sua fantasia era illimitata. Questa immaginazione lo portò all’età di cinque anni a sfregiarsi la guancia destra con un rasoio. La cicatrice l’accompagnò per tutta la vita; agli amici del cortile in cui giocava raccontava che si era ferito durante uno dei numerosi duelli, in cui, ovviamente, era uscito vincitore.
invece di guadagnare per mantenere la famiglia, partecipava continuamente a risse, rubava gli ultimi risparmi dei vicini e perfino della propria madre. Rifiutò di mettersi a fare qualsiasi lavoro, era sempre più disobbediente e affascinato dal mondo erotico. Cominciò dai baci innocenti per poi passare alle conquiste sessuali di cui si vantava tra i suoi coetanei italiani. Nell’educazione di Rodolfo venne coinvolta tutta la famiglia, ma senza effetti. Un giorno uno dei cugini disse che se doveva essere un criminale era meglio che se andasse in America perchè così non metterebbe a repentaglio il nome della famiglia. E così fu, uno zio lo aiutò a stabilire contatti tra l’Italia e l’America. La partenza per il Nuovo Mondo coinvolse non solo la famiglia, ma anche i vicini che erano felicissimi di vederlo partire, tanto che contribuirono economicamente in modo che all’inizio avesse qualche soldo per mantenersi. Il 9 dicembre 1913 Rodolfo salì a bordo della nave da crociera Cleveland che stava per salpare verso New York. Per i propri cari l’unica cosa buona fatta da Valentino era lasciare l’Italia.
del fatto che l’attrice del cinema muto non voleva avere rapporti sessuali con il giovane sposo (apparentemente era una lesbica che acconsentì al matrimonio per salvare la sua carriera cinematografica ormai al crepuscolo). In seguito nella sua vita fece la sua comparsa Natacha Rambova, una scenografa e costumista, che Valentino sposò nel 1922, prima della finalizzazione del divorzio con Acker, il che suscitò grande scandalo. Solo qualche giorno dopo il matrimonio i funzionari lo fermarono e lo arrestarono con l’accusa di bigamia. Il matrimonio tra Valentino e Rambova venne dopo poco annullato ed essi si sposarono di nuovo nel 1923. Molte persone dell’ambiente affermavano che Rambova, almeno in parte, fu la causa della rovina di Valentino. La maggior parte dei suoi amici la ritenevano assurdamente possessiva e tossica per la sua carriera. E così fu, la grande stella cominciò a sbiadire. Il cinema muto fin dagli anni 20 iniziò ad essere superato come il viale del tramonto del film di Billy Wilder. Valentino era spesso sulle copertine dei giornali che parlavano del suo critico stato di salute. Probabilmente soffrì di depressione.
New York. Si racconta che per alcuni giorni non sarebbe uscito dalla camera. Una notte cadde improvvisamente e dopo esser stato ritrovato, fu portato in ospedale. I medici gli diagnosticarono una ulcera. Il suo stato non migliorò dopo l’intervento, al contrario peggiorò. Lunedì 23 agosto, al mattino presto parlò con i medici del suo futuro, per morire solo qualche ora dopo, alla giovane età di 31 anni.
impreziosire lo scenario, mi sono subito diretto al mio primario obiettivo, protagonista assoluto della visita: la Sella del Diavolo. Come in tutti i casi, e in Italia vi sono esempi a bizzeffe, in cui il nome di un luogo richiama direttamente la fi gura mefi stofelica, se ne rintracciano le origini in qualche leggenda. Nel caso della Sella del Diavolo si narra di una battaglia celeste tra angeli e demoni, che non solo ha dato vita per l’appunto alla denominazione “malvagia” del promontorio, ma anche di contro a quella dell’insenatura marittima che lo accoglie, ossia il Golfo degli Angeli.
tra ginepri e arbusti vari. Il cammino prosegue affi ancando la protetta zona militare, prima che si apra dinnanzi a noi un vastissimo panorama, nel quale spicca tra gli altri la spiaggia del Poetto, nei suoi ben dodici chilometri di litorale. Anche da questo versante, dal porticciolo di Marina Piccola, è possibile avere accesso al promontorio, con un sentiero alternativo. Proseguendo il percorso lungo la cresta si comprende effettivamente sempre più come la Sella separi di netto le due citate spiagge, e come costituisca realmente un palcoscenico di privilegio per apprezzare appieno la bellezza mozzafi ato del golfo.
sempre legata al mondo punico e l’altra più piccola di fondazione romana, il perimetro di una chiesa dedicata dai monaci vittorini a Sant’Elia, santo protettore della città che si racconta sia stato martirizzato proprio qui, ed una torre di guardia riconducibile all’epoca della dominazione spagnola. Non mancano più avanti nel tragitto anche tracce di strutture della Seconda Guerra Mondiale.
Iniziando la discesa dopo le cisterne, per completare una sorta di anello sul colle, si nota in basso in lontananza una nicchia lucente, un triangolo cristallino di acqua tra rocce e vegetazione che riluce ed attira: lì nascosta c’è la spiaggia di Cala Fighera. Man mano che ci si avvicina, avventurandosi nella vegetazione, attraverso incerti sentieri, la nicchia lucente si allarga fi nchè non ci troviamo al cospetto di questo piccolo angolo di paradiso protetto; e qui le parole si fermano, come me nella contemplazione di questa meraviglia, con i piedi a mollo in un’acqua dalla trasparenza mai vista prima altrove. E lo stupore prosegue anche risalendo e avanzando sulla via del ritorno tra le rocce, quando la vista della piccola baia dall’alto regala un’ultima cartolina indelebile, prima di lasciarsela alle spalle e ricongiungersi con la strada per Calamosca, al termine di una favolosa immersione naturale in uno dei simboli di Cagliari. E lo stupore per questo luogo rimane indelebile nel tempo.

Cillepi, sostenuto da 25 volontari, è stato l’occasione per immergersi nelle diverse culture, tradizioni, lingue degli stranieri che vivono e lavorano in Polonia, tra questi i marocchini che saggiamente hanno adottato come base per la squadra una tenda vicino all’entrata dei campi, struttura rivelatasi utilissima quando il sabato ha improvvisamente diluviato per un’ora. Un momentaneo abbassamento della temperatura che ha spinto gli italiani, vestiti con un elegante, non poteva essere altrimenti, completino azzurro, a tirare fuori le coperte e una bottiglia di vino, manco fossero ad una partita di
hockey su ghiaccio. Un paio di strepitosi colbacchi delle steppe hanno reso facilmente riconoscibile la squadra uzbeka che tra l’altro è stata una delle rivelazioni del torneo. Poco più in là una cassa wireless diffondeva senza sosta le note nostalgiche della bossanova, così i giocatori brasiliani cercavano di ricreare una atmosfera familiare per dimenticare il clima di una Polonia fredda anche in maggio. In zona, anche per assonanza d’idioma, c’era la squadra portoghese che ha avuto il grande merito di schierare anche una brava calciatrice donna. Altra compilation musicale invece per gli algerini che
sedevano di fianco ai vietnamiti, paesi che si sono ritrovati a sfidarsi ai quarti di finale. Ah a proposito il torneo l’ha vinto l’Ucraina battendo in finale l’Algeria che aveva eliminato agli ottavi l’Italia! Gli azzurri dopo un girone quasi perfetto in cui hanno battuto Ghana e Ucraina (il sabato aveva qualche assenza importante) e pareggiato con Tunisia e Portogallo senza esser stati mai un solo minuto in svantaggio sono stati fermati dall’Algeria sul 2-2 nei tempi regolamentari per poi perdere ai rigori. Questi gli azzurri scesi in campo: Giuseppe Berardone, Gennaro
Caputo (10 gol in 4 partite!), Alessandro Padovani, Michele D’Errico, Gabriel Di Cesare, Andrea Gigante, Valerio Polchi, Claudio Ascani, Alessio Solazzo, Enrico Daniel Monti, Giovanni Genco, Riccardo Rosi, Marcello Arachi, più il portiere polacco Konrad Dymalski e il selezionatore-scrivente Sebastiano Giorgi. In attesa della prossima edizione ricordiamo e ringraziamo le istituzioni e le aziende che hanno sostenuto l’evento: Save the Dream, GaragErasmus Foundation, Com.It.Es Polonia, Bona Fides, KKM Biuro Rachunkowe, Capgemini, WiPjobs Recruitment, WhyEurope, Jan Olbrycht, Sportowa Liga Firm, Sapore d’Italia, Argos Lubelscy i Wspólnicy, Wellcome Home, Angolo Italiano, Newtechlab, SocialOwl, BaseCamp, Gazzetta Italia, Keywords studios.

