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Il ritorno di “Kuchnia Dantego”

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In occasione della ristampa del libro “Kuchnia Dantego” parliamo con gli autori Leonardo Masi e Alfredo Boscolo delle loro passioni: quella per la cucina, sia cucinando sia raccontandola, e quella per “Divina Commedia” di Dante.

Come vi siete incontrati? Com’è cominciato il vostro viaggio nel mondo culinario?

Alfredo: Ci siamo incontrati in un “akademik”, perché eravamo due studenti italiani all’estero, con gli occhiali tutti e due.
Leonardo: Sì, e poi, nel mondo culinario siamo entrati quando ancora nessuno a Varsavia sapeva cos’era il “menu degustacyjne”, il “klub kulinarny” e non lo sapevamo neanche noi. Ma ci sembrava un’idea carina organizzare delle cene per gli amici in un locale che aveva appena aperto e aveva una cucina e dei tavoli a disposizione. Insomma era un locale vuoto che andava riempito in qualche modo.
Alfredo: Allora facevamo un menu per ogni sera, ed è cominciato così, abbastanza per caso, anche se abbiamo sempre amato cucinare, ovviamente.

Come mai avete cominciato a recitare Dante cucinando?

L: portiamo gli occhiali e ci sembrava giusto usarli per leggere Dante, se no, a cosa servono gli occhiali.
A: Abbiamo sempre avuto entrambi una grande passione per Dante, fino da quando abbiamo per la prima volta indossato gli occhiali, quindi, nel mio caso, da quando avevo tredici-quattordici anni.
L: Così tardi ti sei messi gli occhiali? Io invece prima, sono praticamente nato con gli occhiali, leggevo Dante nel grembo materno, sono uscito dalla pancia e già portavo gli occhiali. La prima parola che ho detto è stata “nel mezzo del cammin di nostra vita”.
A: E quindi uscì da una selva oscura.

L’enorme popolarità della cucina italiana porta a parlare anche sempre più spesso dell’importanza dell’autenticità delle ricette italiane. Ne parlate nel vostro libro?

A: No.
L: Indirettamente. Il libro è nato proprio da quella idea, di far vedere la cucina italiana senza tanti fronzoli. Il libro è nato nel momento in cui in Polonia e in altri paesi si parlava solo di cucina, cioè gente che magari era stata in Italia per una settimana pontificava sulla “vera cucina italiana”. Noi, nella nostra modestia, che è poca, comunque…
A: Nella nostra falsa modestia.
L: Sì, nella nostra falsa modestia abbiamo provato a dire semplicemente come un italiano cucina a casa sua.
A: Tra l’altro, mettendo giù, anche per esigenze nostre e una volta per tutte, una serie di ricette a cui anche noi potevamo attingere. Alla fi ne di versioni e di varianti delle ricette italiane ce ne sono tantissime, soprattutto adesso, con internet. Se uno cerca la ricetta per il tiramisù, trova mille versioni diverse. Quindi abbiamo provato, con la nostra modestissima falsità, di dire quali erano, secondo noi, le versioni più vicine a quelle originali e più vicine ai nostri gusti.
L: Anche perché, avendo due dottorati, ci viene un po’ spontaneo fare ricerca. Questo non era il nostro obiettivo principale, però, finché fai a casa tua è un conto, ma quando vuoi scrivere un libro ti tocca anche cercare da dove venivano queste ricette.
A: Capitava spesso, quando cucinavamo e leggevamo Dante durante quelle sere, di sentire e di dover rispondere a delle domande, spesso anche poste da polacchi o altri stranieri, spesso con buone intenzioni, oppure per bisogno di imparare. Allora ci siamo detti ad un certo punto “Sapete cosa, dateci due anni e lo mettiamo tutto in un libro, dateci due anni e vi risponderemo in un libro”. La cosa divertente è che anche in cucina non si finisce mai di imparare. Qualcosa che magari preparavamo in una determinata maniera cinque anni fa, adesso noi stessi la cuciniamo in una maniera diversa. É sempre una materia viva la cucina.
L: Da un lato ci siamo resi conto che la vera cucina italiana è un’idea che cambia con il tempo. Certo, ci sono delle cose che probabilmente non verranno mai accettate o non sono mai esistite, ma altre sono più elastiche. Ci sono cose che 40 o 20 anni fa sembravano inimmaginabili, ma ora… Cambia il nostro gusto, non nostro nel senso mio o tuo, ma proprio il gusto degli italiani.
A: Come cambiano tutte le cose che abbiano a che fare con gli esseri umani. Per fortuna o purtroppo.

Verbi riflessivi

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In questo numero facciamo un piccolo riassunto con la descrizione dei verbi riflessivi, provando a sottolineare le cose che si presentano in modo un pò diverso rispetto alle regole nella lingua polacca.

CONIUGAZIONE
Dobbiamo ricordare che il pronome riflessivo “si” (się) si coniuga, in questo modo: mi, ti, si, ci, vi, si e sta sempre davanti al verbo e non dopo come nella lingua polacca, vediamone esempio:

divertirsi – bawić się
mi diverto  ci divertiamo
ti diverti     vi divertite
si diverte    si divertono

POSIZIONE NELLA FRASE
Se in una frase abbiamo uno dei verbi modali: potere (móc), volere (chcieć), dovere (musieć) e un verbo riflessivo, il secondo è all’infi nito. In questo caso il pronome riflessivo “si”, nonostante sia usato nella forma dell’infinito, si coniuga e può essere collocato in due posizioni: davanti al verbo coniugato oppure attaccato all’infinito, come negli esempi che seguono:

Devo svegliarmi presto. = Mi devo svegliare presto.
(Muszę obudzić się wcześnie.)
Potete decidervi dopo. = Vi potete decidere dopo.
(Możecie się zdecydować potem.)
Vogliamo divertirci. = Ci vogliamo divertire.
(Chcemy się bawić, rozerwać.)

TIPI DEI VERBI RIFLESSIVI
I gruppi dei verbi presentati sotto è la mia divisione d’autore che ha come scopo aiutare gli studenti a ricordare, non è comunque una regola che troviamo nei manuali della grammatica della lingua italiana (tranne i verbi reciproci).

1) Molti verbi riflessivi lo sono anche in polacco e grazie a questo sono più facili da memorizzare. Togliendogli il pronome riflessivo creiamo i verbi con significato simile ma che indica un’attività fatta nei confronti di qualcun altro o qualcos’altro che il soggetto, come nell’esempio:

lavarsi – myć się / lavare – myć
I bambini si lavano di sera. – Dzieci myją się wieczorem.
Il padre lava la macchina. – Ojciec myje samochód.
svegliarsi – budzić się / svegliare – budzić
Di solito mi sveglio presto. – Zazwyczaj wcześnie się budzę.
A che ora svegli i bambini. – O której godzinie budzisz dzieci?

2) C’è un gruppo di verbi che in italiano possono ma non devono essere riflessivi e in più praticamente non cambia il significato:

ricordare e ricordarsi di qualcosa – pamiętać coś, kogoś
Ricordo bene quella vacanza. – Dobrze pamiętam tamte wakacje.
Ti ricordi di me? – Pamiętasz mnie?
Non si ricorda mai del mio compleanno. – Nigdy nie pamięta o moich
urodzinach. Qui nella traduzione si può usare pamiętać o per dire
“ricordare di”.

3) I verbi che sono rifl essivi in polacco ma non in italiano:

litigare – kłócić się
Loro litigano spesso. – Oni często się kłócą.
Diventare – stać się
Ogni tanto diventi insopportabile. – Czasami stajesz się nieznośna.

4) I verbi reciproci, ovvero i verbi con il soggetto al plurale che esprimono un’azione scambievole o reciproca tra due o più persone, per esempio:

parlare – mówić / parlarsi – rozmawiać ze sobą
Loro parlano molto. – Oni dużo mówią.
Loro non si parlano da anni. – Oni od lat ze sobą nie rozmawiają.

In alcuni casi aggiungere il pronome riflessivo “si” al verbo che solitamente non è riflessivo permette di dare una sfumatura particolare alla frase e un tono specifico, spesso usato nella lingua parlata. In polacco si ottiene lo stesso effetto con l’uso della parola sobie:

Stasera mi mangio una pizza. – Dziś wieczorem zjem sobie pizzę.
Ci facciamo una pausa? – Zrobimy sobie przerwę?

 

Maserati Quattro Porte I – al volante o sul divano?

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La Maserati è stata la prima azienda che ha fatto la macchina di classe Gran Turismo, combinando un motore ad alte prestazioni sportive con un corpo confortevole. Sono stati anche tra i pionieri che hanno unito il Gran Turismo con l’idea del lusso, lanciando un’auto con un tocco sportivo che al contempo consente di far viaggiare comodamente sia chi guida sia chi si sedeva dietro.

La prima Quattro Porte (allora si scriveva separatamente), è stata realizzata grazie al suggerimento del giornalista Gino Rancati, che è stato colto dal titolare della Maserati Adolfo Orsi. L’auto apparve nel 1963, e il nome stesso parlava dell’unicità di questa GT, prodotta nello stabilimento di Vignale a Torino. Il motore, ovviamente su progetto di Alfieri, aveva 260 CV ed era in grado di spingere questa grande macchina a 230 km/h. Pietro Frua era responsabile della carrozzeria. Grazie agli ampi finestrini e ai sottili sostegni del tetto, è riuscito a ottenere un effetto di leggerezza nonostante un corpo così grande. Celebrità come Marcello Mastroianni e Alberto Sordi sono rimasti entusiasti di questa vettura, anche se quest’ultimo, noto per la sua avarizia, diciamolo schiettamente, pagò a rate la sua auto preferita. Tra le 776 auto prodotte, c’erano anche cinque auto in versione pick-up davvero uniche. Le aveva commissionate Ermete Amadesi il capo di CEA Estintori, su richiesta del direttore di pista Imola Paolo Conti, per creare un “team di risposta rapida”, ciò é CEA Squadra Corse, per intervenire in caso di auto incendiate a seguito di incidenti. Sì, le Quattro Porte sono diventate anche autopompe grazie alla loro potenza e prestazioni. “Leoni”, come la stampa iniziò a chiamare questi coraggiosi vigili del fuoco, ancora oggi mettono in sicurezza le gare sui circuiti italiani, utilizzando, oltre alle più comuni vetture, anche Lamborghini Huracan e Urus adatte a questi diffi cili compiti, e il tutto è comandato dalle fi glie Ermete, Patrizia e Rosella.

La seconda generazione, marchiata Bertone, non suscitò molto interesse, in 3 anni dal 1976 furono vendute solo 13 vetture.

Nel 1978 l’ex partigiano Sandro Pertini divenne presidente d’Italia, come ricorda nel suo evergreen “L’italiano” Toto Cotugno. Il nuovo presidente fu il primo rappresentante dello stato italiano a riconoscere uffi cialmente i successi di Enzo Ferrari. Commosso da questo gesto, Ferrari disse: “Queste parole sono la più grande ricompensa per il mio lavoro”. È possibile che se la casa Ferrari avesse inserito nella sua offerta una macchina a quattro porte, forse sarebbe diventata la macchina presidenziale ufficiale, ma fino ad oggi un tale modello non è stato creato a Maranello. Nel 1979 il presidente Pertini ricevette una versione blindata della Maserati Quattroporte di 3^ generazione nel colore “Dark Aquamarine”, che soddisfava la speciale richiesta di un portapipa. La carrozzeria, questa volta disegnata da Giorgetto Giugiaro, fu un grande successo dell’azienda poi gestita da Alejandro de Tomaso, ne furono prodotti ben 2.145 esemplari della fabbrica Innocenti. All’inizio denominata 4porte, poi Quattroporte, per adottare il nome Royale dal 1981 per sottolineare il lusso regale che offriva. Quest’ultima fu costruita in soli 51 esemplari. Il 29 maggio 1983 Pertini visitò la fabbrica di Maranello, ma poiché arrivò lì con la sua Maserati, forse inconsapevolmente, rischiò di non incontrare il Commendatore. La Ferrari ha trattato la concorrenza modenese con una grande ostilità, che il popolo Maserati ricambiava. C’erano spesso dispetti reciproci, come quando la Ferrari perse una delle gare in cui trionfò la Maserati, la mattina dopo i lavoratori di Maranello videro un carro di legno pieno di fieno ai cancelli della loro fabbrica con la scritta “nutri il tuo cavallino, perché recentemente é così debole”. Tornando al memorabile incontro, l’etichetta imponeva al padrone di casa di avvicinarsi presso l’auto del presidente per salutarlo, ma Enzo non si mosse, tenendosi a distanza dalla carrozzeria ostile, e fu il Presidente della Repubblica italiana ad essere costretto ad avvicinarsi alla Ferrari. L’incontro poi, come riportato da Piero Ferrari, si è svolto in una bella atmosfera.

Marcello Gandini ha presentato il suo design Quattroporte di quarta generazione nel 1994 e anche se sembrava un Biturbo leggermente ampliato, aveva i suoi sostenitori, 2.400 esemplari erano stati venduti fino al maggio 2001.

La quinta generazione, presentata nel 2003 a Francoforte, è una soluzione completamente diversa. Lo studio Pininfarina ha impressionato, ad esempio, già con le emblematiche tre prese d’aria su ciascuno dei parafanghi anteriori. La duplice natura della Quattroporte è stata risolta offrendo ai clienti una versione arredata di lussuosa Executive GT [griglia cromata] e una seconda Sport GT più sportiva, dove l’interno è arredata di fibra di carbonio invece che di legno, e l’intera caratteristica di guida della vettura è pensata per la modalità sport. All’esterno, riconoscerete questa versione per la griglia a rete nera opaca e le strisce rosse sul tridente. Ho avuto l’opportunità di viaggiare a bordo della Quattroporte V seduto accanto all’autista. Contrariamente ai telai 2 + 2, il posto del passeggero è il peggiore per viaggiare in questa macchina perché non proverete il divertimento e le emozioni di guidare un’auto sportiva. Inoltre non proverete il comfort e il lusso del suo sedile posteriore. Il sedile posteriore 2+2, o meglio il suo surrogato, era chiamato il posto per i “fortunati” perché potevano viaggiare a bordo di una GT purosangue, ma il viaggio con le ginocchia sotto il mento faceva capire subito che era una “fortuna avversa”.

Dal 2013 [rinnovata nel 2016] abbiamo già la 6^ generazione di Quattroporte, sempre a firma Pininfarina. Un’auto che si presenta con grande classe, cosa nuovamente apprezzata dal successivo presidente della Repubblica italiana. La storia della Quattroporte rispecchia le alterne fortune di Maserati. Ogni generazione, a parte l’ultima, nasce sotto l’egida di proprietari in continuo mutamento, è stata disegnata anche da vari stilisti, ma fin dall’inizio è un’auto per chi cerca lusso, prestigio, comfort ed emozioni, e tutto questo è offerto dalla Quattroporte. Inoltre, fin dall’inizio, i suoi acquirenti hanno avuto sempre lo stesso problema, meglio guidare questa Gran Turismo o sedersi dietro? Ciascuna delle serie Quattroporte è apparsa in innumerevoli film, tra cui: Il Padrino III, Ocean’s 13, Untouchables, Youth, nelle serie True Detective e Gomorra, così come nell’ultimo Batman, dove la Quattroporte ha reso questo film noioso un po’ più eccitante.

Questa volta il modellino della Best of Show [BoS] è chiuso e limitato a mille pezzi. In questa combinazione di colori (vedi foto) il modellino è molto bello. Come vedete in foto, accanto al modello Best of Show c’è quello della 5a generazione di Hot Wheels, non so cosa stessero pensando i suoi progettisti, perché nell’auto, il cui attributo è la seconda coppia di porte, qui si aprono solamente le porte anteriori. Per chi non sapesse cosa sia la scala 1/18, sullo sfondo si può vedere la griglia del radiatore di dimensioni originali della Quattroporte V.

Anni di produzione: 1963-1969
Esemplari prodotti: 776
Motore: V-8 90°
Cilindrata: 4136 / 4719 cm3
Potenza/RPM: 260 / 290 KM / 5200
Velocità massima: 230/255 km/h
Accelerazione: 8,5 s
Numero di cambi: 5
Peso: 1650 kg
Lunghezza: 5000 mm
Larghezza: 1720 mm
Altezza: 1360 mm
Interasse: 2750 mm

Saltimbocca alla romana

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Ingredienti per 2 persone:
200 g di fettine di vitello
50 g prosciutto di Parma
30 g burro
pepe nero a seconda del gusto
Sale q.b.
foglie di salvia
vino bianco
farina 00 q.b.
stuzzicadenti

Procedimento:
Per preparare i Saltimbocca si devono avere delle fettine di carne tagliate regolari. Stendete la carne sul tagliere, eliminando l’eventuale cartilagine e grasso, quindi sbattete la carne con un batticarne per renderle molto sottili 2-3 mm. Adagiate sopra la carne una fettina di prosciutto di Parma, poi una foglia di salvia.

Con uno stuzzicadenti infi lzate la carne, il prosciutto e la foglia di salvia da sotto a sopra e nuovamente sotto. Infarinate le fettine solo da un lato, quello inferiore. Fate sciogliere il burro in una casseruola a temperatura moderata. Appena sarà caldo adagiate le fettine nella padella e fate rosolare qualche minuto per lato.

Poi sfumate con il vino bianco. A fine cottura aggiustate di sale e pepe e potete infine servire i Saltimbocca alla romana in un piatto da portata con la sua salsa.

Roma vista dai musicisti

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Dall’alba al tramonto, Ermal Meta [Piazza del Popolo]

Già Francesco Petrarca riteneva che “uno stolto è colui che ammira altre città senza aver mai visto Roma”. La capitale italiana si trova spesso sulle liste delle città più belle del mondo. E non c’è da stupirsi: l’atmosfera che pervade la città, i monumenti bellissimi, le vestigia della storia dietro ogni angolo fanno di Roma una sorta di museo sotto le stelle. E se ora non vi trovate nella Città Eterna, potrete però intraprendere un viaggio musicale lungo le sue strade accompagnati dagli artisti più popolari degli ultimi anni.

Vivere a colori, Alessandra Amoroso

Sei tu il mio re, io la tua regina in un’eterna Roma canta Amoroso confermando la posizione di regina della città, e Vivere a colori è stata la canzone italiana più ascoltata su Spotify nel

Vivere a colori, Alessandra Amoroso [Zamek Anioła/Castel Sant’Angelo]

2016 (cioè nell’anno in cui è stata lanciata). Camminando per le affascinanti strade della Città Eterna, la cantante ci porta in Piazza Navona e sul ponte di Sant’Angelo con una vista da cartolina che dà sul castello. Si possono anche vedere le statue degli angeli, che adornano quello che è forse il ponte romano più famoso, realizzate da Gianlorenzo Bernini e dai suoi collaboratori. Nel video della canzone la città diventa lo sfondo per ciò che sta accadendo, uno scenario che si armonizza con la canzone energetica, la quale ci fa. sentire subito meglio.

Vivere a colori, Alessandra Amoroso [Piazza Navona]

Dall’alba al tramonto, Ermal Meta

Il videoclip della canzone, girato come se fosse uno speed dating, mostra lo sviluppo dei sentimenti tra due partecipanti (un ragazzo ed una ragazza) ad un evento di appuntamenti veloci. La coppia nell’arco del tempo dedicato all’incontro riesce ad andare a mangiare sushi, al cinema, e dopo va in bici sulla terrazza del Pincio, attraversando prima i giardini di Villa Borghese. La terrazza gli offre una vista bellissima che dà sulla Piazza del Popolo e sulla cupola di San Pietro. Nella parte seguente del videoclip i protagonisti si spostano in Piazza del Popolo. L’atmosfera romantica ed il dinamismo in forma di cronometro che conta il tempo fino alla fine dell’appuntamento, si mescolano perfettamente l’uno con l’altra, dando un po’ di eccitazione a tutto ciò che sta succedendo. Accompagniamo i due protagonisti durante il loro momento di conoscenza accelerato e Roma sembra essere una componente fondamentale dello svolgimento della loro relazione.

Posso, Carl Brave e Max Gazzè

Nel videoclip della canzone Posso già dai primi secondi vediamo il panorama di Roma. Carl Brave accompagna chi ascolta, ma soprattutto chi guarda, in una passeggiata di quattro minuti lungo la Città Eterna. Per le riprese delle scene esterne ci sono voluti 2-3 giorni e per farle sono stati usati un telefono ed una camera GoPro. L’effetto di questa scelta è un videoclip gioioso, in cui si possono vedere molti luoghi interessanti dal punto di vista turistico. Anche se alcuni monumenti vengono mostrati soltanto per pochi secondi, si possono riconoscere tra gli altri: il Tempio di Esculapio ubicato nei giardini di Villa Borghese, l’interno del Pantheon, l’Acqua Paola, fontana barocca, la Fontana dei Quattro Fiumi in Piazza Navona illuminata dalle luci di sera ed anche un frammento conservato del Tempio di Adriano ubicato nella Piazza di Pietra.

In questa città, Max Pezzali

La canzone racconta la forza magnetica di Roma, la quale attrae e non permette a nessuno di sentirsi soli. E così è anche nel videoclip: il cantante ammira il panorama

In questa città, Max Pezzali [Janikulum/Gianicolo]

incredibile della città, trovandosi nella piazza sul Gianicolo. Assieme a Max Pezzali conosciamo Roma attraverso l’esperienza di chi prende un taxi, va in moto e cammina. E così dopo aver iniziato l’avventura dalla stazione Termini, ci dirigiamo verso i dintorni del Colosseo, ci troviamo poi in Piazza del Popolo e davanti la Fontana di Trevi, vediamo la Scalinata di Trinità dei Monti, il Pantheon, Piazza Navona e anche la fontana dell’Acqua Paola. Infine torniamo di nuovo sulla terrazza panoramica e guardiamo la città maestosa e il monumento a Giuseppe Garibaldi.

I nostri anni, Tommaso Paradiso

Tommaso Paradiso, romano di nascita, mostra la sua amata città di notte. Una città di un’energia eterna e una bellezza costante, mostrata in modo nostalgico, pieno di amore.

In nostri anni, Tommaso Paradiso

Nello scenario notturno vediamo Piazza San Pietro, l’Arco di Costantino, il Colosseo, la Scalinata di Trinità dei Monti, il Foro Romano, la fontana dell’Acqua Paola, il Palazzo di Giustizia ed al tramonto la statua di Vittorio Emanuele II, e anche una famosa veduta sulla cupola di San Pietro attraverso il buco della serratura sul Colle Aventino. È un omaggio bellissimo alla Città Eterna incantevole e capace di commuovere i cuori di ogni ammiratore dello spirito romano.

La donna più bella del mondo

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Gina Lollobrigida, 1958, Mostra del Cinema di Venezia, fot. Gianfranco Tagliapietra

Un tempo Gina Lollobrigida era considerata la donna più bella del mondo, per lei gli uomini e anche tante donne hanno perso la testa. Un’icona del cinema che, nel corso degli anni, è diventata famosa non solo attraverso i suoi ruoli cinematografi ci, ma anche per i numerosi scandali e dichiarazioni controverse. Questa è la divina Gina, che quest’anno festeggia il suo 95 compleanno!

C’è un problema con Gina Lollobrigida, non ha avuto le stesse opportunità nel cinema di Sophia Loren che, ancora oggi brilla, mantenendo la sua leggenda e il nome costruito quando era giovane. Il cinema ha detto addio a Gina molto tempo fa, l’ha fatta a pezzi, proprio come Norma Desmond in “Sunset Boulevard”. In gioventù era sulla bocca di tutti e in America, all’apice della sua carriera, come star del cinema ha addirittura eclissato la già citata Loren. È impossibile dimenticare i suoi ruoli, per esempio nel fi lm “La donna più bella del mondo”; Robert Z. Leonard, dove interpreta un’attrice italiana che si innamora di un aristocratico russo. Poi c’è il ruolo di eroina in Anna di Brooklyn di Vittorio de Sica, di regina in “Salomone e la regina di Saba” di King Vidor o di Adriana nella Romana tratto dal famoso romanzo di Alberto Moravia. Ha lavorato al fianco dei più grandi divi americani: Errol Flynn, Burt Lancaster, Anthony Quinn, Yul Brynner, Frank Sinatra, Rock Hudson. Oggi questo tipo di cinema è solo un nostalgico ricordo del passato che ha lasciato posto all’industria cinematografi ca dominata dagli scandali, compresi quelli sollevati da Gina.

La storia della “Lollo” inizia alla fi ne degli anni ’20 a Subiaco, un paese di montagna vicino a Roma, luogo di nascita di Cesare Borgia, Francesco Graziani, l’attaccante italiano campione del mondo del 1982, e appunto di Gina. È qui che la futura star del cinema trascorre la sua adolescenza. È una delle quattro fi glie del fabbricante di mobili Giovanni Lollobrigida e di Giuseppina Mercuri. Le sue sorelle sono Giuliana (nata nel 1924), Maria (nata nel 1929) e Fernanda (nata nel 1930). La guerra non la tocca, vive modestamente lontano dal pericolo. Quando, negli anni successivi, ricordava questo periodo, spiegava sempre che si riteneva fortunata, la provincia le dava pace, tranquillità e la possibilità di una serenità non toccata dalla brutalità della realtà di quei tempi. Durante questo periodo ha cominciato ad interessarsi alla moda e al cinema. Ha partecipato ad audizioni amatoriali e servizi fotografici. Ancora adolescente, l’anno della fine della guerra, recita nella commedia Santarellina di Eduardo Scarpetta, al Teatro della Concordia di Monte Castello di Vibio. Due anni dopo vince il concorso di Miss Italia, che le apre le porte di Cinecittà e del mondo del cinema.

La sua prima esperienza nell’industria cinematografica fu uno scontro con regole ferree e uomini più anziani che vedevano Gina solo come una bella donna, uno sfondo per i personaggi maschili dei loro film. Comunque la “Lollo” non solo aveva la consapevolezza del suo aspetto fisico e del suo fascino, ma anche la tendenza a cedere alla bellezza maschile. Nel 1949 Lollobrigida sposa Milko Škofič, un medico sloveno di circa sette anni più vecchio, che diventa il suo manager; con lui ha un figlio, Andrea Milko Škofič, nato nel 1957. Il suo ammiratore più strenuo e persistente era Howard Hughes, il rubacuori dell’epoca, che aveva al suo fianco la crema della società ovvero i più grandi nomi femminili dello spettacolo, capeggiati da Katharine Hepburn e Jean Harlow. La sua infatuazione per Gina iniziò nel 1950 quando vide delle sue foto in bikini. Hughes cercò la giovane stella italiana in erba e la invitò a Hollywood per un provino. Tuttavia, poco prima della partenza prevista da Roma, solo uno dei due biglietti aerei promessi era stato inviato. “Ma mio marito si fidava di me”, dice Lollobrigida anni dopo, “Ha detto: Vai. Non voglio che un giorno tu dica che non ti ho permesso di avere una carriera”. Così ha fatto. Se n’è andata. Il suo soggiorno in America è durato meno di tre mesi, durante i quali Gina si è presentata sui set cinematografici e ha ricevuto ulteriori visite da quel ammiratore influente, che aveva vent’anni più di lei, senza mai cedere ai suoi corteggiamenti. “Era molto alto, molto interessante, ma aveva due giacche e un paio di pantaloni che indossava ogni giorno: pieni di polvere e sporcizia, come quelli di un operaio. Gli ho detto: se perdi tutti i tuoi soldi, forse ti sposerò. Forse era sorpreso che io fossi l’unica persona che non era interessata ai suoi soldi”.

Gina Lollobrigida ha conquistato milioni di fan con i suoi successivi film. Negli anni ’50, la stampa americana scriveva che “New York era pazza di Gina”. ed era veramente così. Le donne volevano essere come lei, era più americana che italiana. È apparsa sulla copertina della rivista Time, è stata ricevuta con gli onori alla Casa Bianca dal presidente Dwight Eisenhower ed è stata invitata alle più importanti cene dell’alta società, piene di persone influenti. Ha fatto il suo primo film a Hollywood, Per battere il diavolo, con Humphrey Bogart nel 1953. Tre anni dopo è apparsa con Anthony Quinn in “Il gobbo della cattedrale”. Humphrey Bogart ha detto che accanto a lei “Marilyn Monroe sembrava Shirley Temple”. In Europa, l’attenzione per la “Lollo” non era minore. Quando arriva a Milano nel 1955, 35 pittori le chiedono di posare per loro per quattro giorni. E la diva accetta l’invito. Ha anche posato per il pittore sovietico Ilya Glazun e per il famoso Giorgio De Chirico. Anni dopo, l’attrice ha rivelato che le è stato offerto anche il ruolo della fidanzata di Marcello Mastroianni in La dolce vita di Federico Fellini. Tuttavia, secondo la versione della Lollobrigida, il suo marito dell’epoca le aveva nascosto la sceneggiatura e così il ruolo fu dato a Yvonne Furneaux.

Negli anni ’70, la stella della Lollobrigida ha cominciato a svanire e il cinema le offriva ruoli molto meno interessanti di quelli dati a Sophia Loren. Quando le è stato chiesto della sua rivalità con la leggendaria attrice ha risposto: “Non avevo bisogno di concorrenza, ero la numero uno. Sono andata avanti con le mie sole forze, non avevo un produttore che mi proteggesse. Ho fatto tutto da sola”. Questo accenno riguardava, ovviamente, il matrimonio della Loren con Carlo Ponti, uno stimato produttore cinematografico italiano. Allontanandosi dal cinema, Gina si è inizialmente dedicata al giornalismo, al reportage e alla fotografia. E bisogna dire che ha avuto molto successo in questi campi. Numerosi viaggi, visite nei paesi più lontani, e infine servizi fotografici delle più grandi icone culturali: Paul Newman, Salvador Dalí, David Cassidy, Audrey Hepburn o Ella Fitzgerald. Una delle visite più misteriose di quel periodo è a Cuba, dove ha trascorso dodici giorni con l’allora leader Fidel Castro, raccogliendo materiale per un reportage su di lui.

Oggi, Gina è solo una cartolina cinematografica che stimola la critica scandalistica. Così è stato qualche anno fa quando ha annunciato pomposamente la celebrazione del suo 90 compleanno. La cerimonia ha avuto luogo a Roma. La star ha svelato la sua scultura in via Condotti, e un tappeto rosso lungo 200 metri è stato steso in suo onore. La scultura è diventato il suo nuovo modo di esprimere le sue emozioni. Ha abbandonato il cinema per un piccolo studio, e anni dopo si è allontanata completamente dal cinema. Ha presentato le sue sculture in mostre in tutto il mondo. Il suo nome ha contribuito ad attirare persone che le hanno offerto ulteriori collaborazioni. Nel 1996, per esempio, ha disegnato un francobollo per la Repubblica di San Marino con un ritratto di Madre Teresa di Calcutta. Il francobollo ha battuto il record di vendite e Gina ha donato il ricavato alla carità della congregazione dei Missionari dell’Amore. “Non volevo fare l’attrice, non conoscevo il cinema, amavo la scultura e avevo una bella voce”, ha confessato anni dopo in un’intervista ad una rivista italiana. Si è anche cimentata nella politica: alla fine degli anni ’90, si è candidata senza successo al Parlamento europeo nella lista italiana di centro-sinistra. Si è offesa verso il cinema, che non aveva nessuna proposta più attraente per lei.

Nell’ottobre 2006 ha annunciato la sua relazione con Javier Rigau y Rafols, un uomo d’affari spagnolo di 34 anni più giovane di lei, che aveva incontrato più di 20 anni prima aduna festa a Monte Carlo. Nel novembre 2010, Lollobrigida e Javier Rigau si sono sposati. E poi… Poi è arrivata una rottura ancora più sontuosa, che non è stata senza ulteriori scandali e notizie di udienze in tribunale. Nel gennaio 2013, ha avviato un procedimento legale contro Javier, accusandolo di frode e sostenendo che aveva precedentemente ottenuto il diritto di agire per suo conto in base a una procura e aveva trafficato per ottenere ulteriori diritti sui suoi beni. “Una volta mi ha convinto a dargli una procura. Gli serviva per alcune questioni legali, e invece temo che abbia approfittato del fatto che non capisco lo spagnolo… Chissà cosa mi ha fatto fi rmare”.

Negli ultimi tempi Gina si mostra completamente tagliata fuori dal mondo, non lascia entrare nessuno in casa sua. Lollobrigida vive in una villa sulla Via Appia Antica a Roma, ma è anche assidua frequentatrice della sua villa a Monte Carlo. Il cinema, i matrimoni, gli uomini, tutte queste vicende l’hanno colpita fortemente rendendola diffidente. Recentemente ha rilasciato un’intervista alla televisione italiana in cui ha confessato che il primo episodio di molestie nella sua vita è avvenuto quando era ancora un’adolescente. “La prima volta è successo quando avevo 19 anni e andavo ancora a scuola. Preferirei non parlare della seconda volta. Ero sposata e stavo iniziando a lavorare nei film”, ha detto. Ha rifi utato di identifi care le persone che l’hanno molestata, salvo dire che uno era italiano e l’altro straniero. Ma nonostante i numerosi scandali, la sua posizione di donna più bella del mondo non è minacciata!

Yvette Żółtowska-Darska: “Mi sento una italiana nata per caso in Polonia”

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Yvette Żółtowska-Darska sullo sfondo del vigneto descritto nel libro di Ference Màté Vigneto Vigneto in Toscana fot. Rafał Darski

Laureata in lingua e letteratura polacca, ha lavorato per l’agenzia pubblicitaria McCann-Erickson, nel consorzio L’Oréal e per la versione polacca della rivista di moda francese Elle. Per sette anni è stata caporedattrice di TVN Style. Dal 2013 si occupa di biografie di sportivi per i bambini, alcune sono state tra i best seller di Empik nel 2015 e 2016.

Quand’è che l’Italia è entrata nella tua vita?

Forse negli anni Ottanta del secolo scorso quando il mio latinista, al liceo di Batory di

Roma, 1966, foto del viaggio dei genitori in Italia / fot. Anna i Stanisław Żółtowscy

Varsavia, utilizzò le foto dei miei genitori per tenere una lezione su Roma e Pompei. In Polonia, in quel periodo, c’era povertà e pochi potevano permettersi di andare all’ovest, io invece avevo tantissime foto dell’Italia, anche se in bianco e nero e di vent’anni prima. I monumenti italiani negli anni sono rimasti uguali. Su quelle foto c’è il mio papà vestito con gli abiti della prima metà degli anni Sessanta, con gli occhiali da dandy posava lungo le strade italiane con le iconiche Fiat 500 sullo sfondo. Mia mamma invece sembrava una vera star dell’epoca, tipo Gina Lollobrigida oppure Sophia Loren. Era una bella donna, indossava vestiti scollati, ballerine e occhiali scuri. Inoltre aveva la vita sottile nonostante fosse nel primo trimestre di gravidanza.

Di gravidanza…?

Esatto, il mio papà, in quel periodo, faceva il ricercatore all’Accademia di Belle Arti di Varsavia e mia madre era una sua studentessa. Si sono innamorati e sposati quando lei ancora frequentava l’università. Sembra una storia d’amore tipica italiana così come il colpo di fulmine nel film Il Padrino. In seguito, dopo essersi laureata nel 1965, mia madre, giovane pittrice molto talentuosa, organizzò le sue mostre per le quali ottenne qualche borsa di studio (quella straniera gli permise di ottenere il passaporto e il visto). Insieme a mio padre decisero di fare una tournée culturale in Italia e Francia. Poco prima di partire scoprirono che mia madre era incinta. Così per la prima volta visitai l’Italia nascosta nel pancione della mia mamma.

Hai foto di quel viaggio?

Certo! Ho creato una serie italiana di questo periodo. I miei genitori viaggiavano in treno. Roma, Venezia, Bologna, Ravenna, Pompei. Mio padre fece tantissime foto delle città, che sviluppò spesso in formato A4. Erano così grandi che poi le usava per dipingere i suoi quadri. Dalla serie italiana dei quadri ce ne ha lasciato solo uno. Si chiama “Firenze“ e ha trovato posto a casa mia. Solo alcuni riconoscono di quale città si tratta, io invece noto subito il fiume Arno e il Ponte Vecchio, i simboli di Firenze.

Parli inglese, francese e conosci anche il latino, ma quando hai imparato l’italiano?

Una mia amica dei tempi dell’università, la giornalista Sylwia Wysocka che attualmente lavora per la PAP a Roma, sposò lo storico corrispondente di Polskie Radio e Radio Wolna

Firenze, 1966, quadro di Stanisław Żółtowski / fot: Yvette Żółtowska-Darska

Europa Marek Lenert. Quando si è trasferita a Roma io sfruttavo ogni occasione per visitarla. Mi sembrava brutto non saper parlare italiano, quindi presi qualche lezione privata. Quando nacque Tosia, la figlia di Sylwia e Marek, io diventai la sua madrina. Il battesimo si tenne a Roma, nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella, la cosiddetta Chiesa Nuova. Una cerimonia tipica in un gruppo ristretto: il prete, Tosia, i genitori e i padrini. Poi andammo in un locale vicino alla chiesa per una cena tipica italiana, ovviamente con la pizza. Quell’atmosfera mi affascinò così tanto che mi promisi che, se nel futuro io avessi avuto un bambino, avrei organizzato quel giorno allo stesso modo… E ce l’ho fatta! Milo è stato battezzato nella stessa chiesa, dallo stesso prete e la cena si è svolta nello stesso locale.

Tuo figlio ha la stessa passione per l’Italia?

Milo, che a volte chiamo Maurizio, suo secondo nome, frequenta una classe bilingue con

Firenze, 1966, Anna Żółtowska con dietro Ponte Vecchio. Foto ispirazione per il quadro / fot. Stanisław Żółtowski

l’inglese e l’italiano. Gli piace la melodia della lingua. Vorrei che andasse in Italia a vivere con una famiglia del posto per poter lavorare, conoscere la cultura e lo stile di vita.
Quando era piccolo, lo portavamo sempre in Italia con noi. Mio marito, architetto d’interni, in primavera andava con la macchina alle fiere che si svolgevano a Milano, io invece con il piccolo Milo prendevamo l’aereo e poi, da Milano, ci spostavamo in Toscana. La nostra ‘tappa fissa’ del viaggio era sempre il soggiorno “da Sergio”, ovvero la nostra prima esperienza in un agriturismo. C’era una bellissima casa in pietra con un giardino con vista su San Gimignano. La

Milo con San Casciano dei Bagni sullo sfondo
fot. Yvette Żółtowska-Darska

seconda settimana la trascorrevamo sempre altrove. Mi piaceva tanto scoprire nuovi posti.

T TAURIx+1 i T TAURIx+2, Anna Żółtowska, / i quadri dipinti per la mostra nel 1965 / fot. Yvette Żółtowska-Darska

 

Hai fatto amicizie con scrittori italiani, tra cui Marlena de Blasi.

In Polonia, a quel tempo, i libri sugli stranieri in Italia andavano di moda. Lessi il libro “Mille giorni a Venezia” di Marlena dove descrisse la vita dalla prospettiva di una donna americana sposata con un italiano. Quel libro mi affascinò così tanto che decisi di contattarla. Ci conoscemmo e facemmo subito amicizia. Ci incontravamo con Marlena e suo marito Fernando de Blasi durante ogni soggiorno in Toscana. Marlena, che fa anche la critica culinaria, organizzò una cena per noi su un prato vicino a Firenze, un’altra volta invece preparò una torta che mangiammo a San Casciano dei Bagni dove si svolge la trama del suo libro “Mille giorni in Toscana”. Milo amava giocare agli indovinelli di logica col cosiddetto “signor Fernando”, ovvero il marito di Marlena. Ricordi indimenticabili.

E Dario Castagno?

Dopo aver letto tutti i libri tradotti in polacco sulla Toscana, cercai anche quelli in inglese e così trovai un toscano in carne ed ossa: Dario Castagno. Faceva la guida turistica in Toscana per gli inglesi e mi descrisse come vedeva “l’invasione” turistica di questa regione d’Italia. Dopo che gli ebbi scritto, Dario ci invitò in un vigneto con cui collaborava. Fu

Cipressi in Toscana in autunno / fot. Yvette Żółtowska-Darska

proprio lui a conferire una nuova luce alle “rovinelle di pietra” che eccitano la fantasia dei turisti che sognano di avere una casa in Toscana. Ci spiegò che dopo la guerra gli autoctoni toscani erano stufi di quelle case di pietra con piccole finestre, senza elettricità né bagno. Perciò, quando negli anni Cinquanta cominciarono a costruire le abitazioni spigolose nelle città (orribili dal nostro punto di vista) ma confortevoli, tante persone vi si trasferirono. Oggi quelle case abbandonate, dopo cinquant’anni, valgono milioni di euro ciascuna. Come membro del consiglio di sorveglianza della casa editrice Pascal cercai di convincere Dario a pubblicare i suoi libri in polacco. Sulla copertina di una delle sue

Vista su San Gimignano / fot. Yvette Żółtowska-Darska

opere, che si intitola “Too Much Tuscan Sun”, si trova una mia foto scattata a San Quirico d’Orcia.

Le amicizie con gli scrittori hanno stimolato la tua attività letteraria?

Vedendomi così affascinata dall’Italia e dalla Toscana, tutti erano convinti che un giorno avrei scritto qualche libro sui viaggi in questo paese, infatti cominciai a scrivere ma non sulla Toscana, sui… calciatori. Appena divorziato, lasciai il lavoro all’uffi cio. Mio fi glio aveva solo dieci anni e si appassionava di calcio raccontandomi continuamente dei giocatori famosi. Inoltre, lessi l’autobiografi a di Zlatan Ibrahimović, ex attaccante della Juventus,

Wojciech Szczęsny / con la sua biografi a: SZCZĘSNY. Chłopak, który odważył się być bramkarzem

dell’Inter che oggi gioca nel Milan. Quel mondo mi ha rapito. Decisi di provare a descrivere a modo mio il mondo del calcio ai bambini, con tantissime foto concentrandomi sull’infanzia dei grandi atleti. Così nacque “Messi. Mały chłopiec, który został wielkim piłkarzem” che poi avrebbe vinto il premio nel concorso “Przecinek i kropka” quale “Miglior libro per bambini del 2014” e poi tradotto in 9 lingue. Poi scrissi altri libri di questo tipo: su Ronaldo, Ibrahimović, Lewandowski e Szczęsny, libro che nacque proprio durante il suo trasferimento alla Juventus. Adesso invece non vedo l’ora di poter pubblicare la storia del capitano della ‘squadra azzurra’, Giorgio Chiellini. Sì, lo adoro! Inoltre, vorrei mostrare ai bambini che, nonostante la sua carriera sportiva, si è preoccupato della propria educazione laureandosi in economia e gestione! Ho soltanto bisogno di un editore che sia d’accordo con la mia idea.

Cosa ti piace di più dell’Italia?

Dovrei dire l’arte e ovviamente i monumenti, ma sarebbe una grande bugia. In Italia amo soprattutto… i negozi, oltre ogni cosa, anche del cibo. Per le scarpe vai da Tod’s, per i vestiti invece da Max Mara Per anni facevo le spese in Via Condotti oppure Via de Tornabuoni a Firenze, era un mio rito. Ma diciamo la verità. Mi piace tantissimo lo stile di vita italiano, la tranquillità, il clima, il vino e il calcio. Mi piace proprio tutto. Mi sento un’italiana nata per caso in Polonia, lo dico sinceramente. Un po’ come se, durante il viaggio dei miei, nascosta sotto il cuore della mia mamma, avessi già trovato il mio posto nel mondo.

Lancia Astura III TIPO 233 CORTO 1936 – il carro di Bellona

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È difficile concentrarmi e scrivere: le mani tremano e si stringono a pugno quando vedo dei banditi che distruggono le case dei nostri vicini. Il colore rosso non è più associato a Maranello, ma al sangue degli eroi che ricopre la terra ucraina.

Cari ucraini, resistete! Ricordate che la stragrande maggioranza dei dittatori finisce miseramente in disgrazia. Io credo fermamente che sarà così anche per il vostro carnefice. Gloria all’Ucraina!

La scelta del modello non è quindi casuale, poiché ci riporta ai tempi in cui l’Italia era governata da una dittatura. Il dittatore ai tempi dell’antica Roma era il leader a cui veniva conferito il potere assoluto, soprattutto in tempi di crisi o di guerra. La prima volta successe nel 501 a.C. Doveva averlo visto la dea romana della guerra, Bellona, una donna dal volto crudele, sempre in piedi in marcia sul carro nero di Marte. Bellona aveva un tempio a lei dedicato nei campi marziali romani, dove i senatori dell’impero ricevevano delegazioni da paesi non molto favorevoli a Roma, e dove furono dichiarate guerre e vennero accolti i generali.

La Lancia Astura nasce in un’epoca in cui gli italiani subivano i discorsi pomposi di Mussolini e si lasciavano convincere di poter tornare ad essere un impero, come quello dell’antichità. La monumentale Astura, che fluttuava per le strade di Roma come un transatlantico, era un simbolo ideale della grandezza evocata dai fascisti e divenne quindi la limousine ufficiale del governo. Anzi, divenne un carro su cui i dignitari italiani camminavano verso le guerre, prima in Africa e poi in Europa, per portare alla fine il loro Paese al collasso.

Prima che ciò accadesse, però, il Duce regalò una di queste ammiraglie a Hitler nel 1938, il quale non l’aveva mai veramente utilizzata, preferendo una Mercedes Benz 770. A dire il vero, lo stesso Mussolini preferiva le Alfa Romeo, ne possedeva decine. Col passar del tempo, ogni nuovo modello dell’azienda milanese, guidato dal collaudatore Alfa Romeo Sig. Guidotti, era prima consegnato al Duce, perché potesse esprimerne la sua opinione. A quanto pare Mussolini incontrò l’amore della sua vita proprio alla guida di una 1750 decappottabile, ripetendo più volte il sorpasso dell’Astura, in cui Claretta Petacci si recava con la famiglia ad Ostia. Il 25 aprile 1945 intrapresero insieme l’ultimo viaggio della loro vita, fuggendo da Milano sull’Alfa 6C 2500 Berlinetta Touring del 1939, verso la Svizzera. Tre giorni dopo erano morti e la loro auto, dopo più di 20 anni di attesa in un capannone di campagna, fu acquistata da un ufficiale americano per soli $ 300 per poi essere spedita negli Stati Uniti.

Come accennavo, l’Astura era un’auto monumentale, aulica e, allo stesso tempo, quasi teatrale. Sebbene la sua carrozzeria possa essere maggiormente associata all’Art Déco italiana, ovvero allo stile Liberty, si abbinava ai sempre più numerosi edifici del modernismo fascista.

In Polonia torna ogni tanto l’idea di demolire il Palazzo della Cultura e della Scienza a Varsavia, che è percepito come un simbolo del comunismo, mentre gli italiani guardano al problema dell’architettura lasciata dai fascisti in modo completamente diverso. Trattano quegli edifi ci come parte della loro storia, che non può essere invertita, ma non vogliono tacere né cancellare nulla: ecco com’era [da noi invece di recente, e purtroppo, sempre più spesso, si usa quel “cancelletto per la storia”]. Ecco perché il quartiere romano dell’EUR il quale fu creato nello spirito del fascismo imperiale per l’EXPO del 1942, non solo non fu poi demolito, ma la sua costruzione è andata completandosi quasi fino al 1960, e quindi in un’Italia nuova e rinata. Certo, sono stati rimossi tutti i possibili simboli fascisti: appunto – possibili – perché cosa si poteva fare con l’edifi cio più importante, il Palazzo della Cultura Italiana, noto anche come il Colosseo quadrato, dove il numero di archi di facciata in verticale e in orizzontale fa venire in mente soltanto… Benito Mussolini!

Nel 1931, durante il salone di Parigi, la Lancia presenta due nuovi modelli che segnano la fi ne dell’epoca “greca” e l’inizio dell’epoca “romana”: l’Artena e l’Astura. Negli anni che precedevano la seconda guerra mondiale, la Lancia torinese mantiene uno stretto rapporto con il governo fascista, il quale sosteneva fortemente la modernizzazione dell’industria. Lo dimostrano chiaramente anche i nomi dei nuovi modelli che si discostano dalla tradizione di utilizzare l’alfabeto greco a favore di nomi di località legate al mito fondativo del potere di Roma antica. Abbiamo quindi: Artena, Aprilia, Ardea, Augusta, Ro e Astura, un piccolo fiume del Lazio meridionale e una torre difensiva vicino alla quale la Repubblica Romana nel 338 a.C. sconfi sse le truppe dell’Unione Latina, conquistando così il potere lungo l’intera costa del Mar Tirreno.

Le Astura furono prodotte in quattro serie tra il 1931 e il 1939, per un totale di quasi 3.000 automobili, il che per un’auto di lusso, e quindi piuttosto costosa, [il prezzo del solo telaio della 3a serie era di oltre 38.000 lire] era una cifra abbastanza significativa. Tenendo conto degli ordini del governo era comunque facile da spiegare. Il numero di aziende che hanno sviluppato per loro le carrozzerie ha reso le singole auto molto diverse l’una dall’altra. C’erano delle decappottabili, spider, limousine, berline, coupé, non solo con carrozzerie italiane ma anche prodotte da aziende tedesche e inglesi. Le più belle le dobbiamo però ai virtuosi italiani, come l’Astura 233C Aerodinamica della manifattura milanese Castagna, o una piccola serie prodotta dalla Touring nello stile della Flying Star da loro inventata nel 1931, ovvero con strisce cromate che corrono lungo l’intera vettura e cadono dolcemente verso la parte posteriore, assomiglia davvero a una cometa di passaggio. Alcuni modelli erano destinati prettamente allo sport, vi ricordate la perla del Museo Nicolis, la Astura MM Sport, con la carrozzeria dell’azienda Colli [Gazzetta It. 87]? Soltanto Pininfarina lanciò oltre 50 diverse versioni dell’Astura, erano brevi serie e talvolta anche singole copie.

La più apprezzata fu la serie III [1933-37], di cui 1243 telai lasciarono la fabbrica Lancia pronti per l’installazione, con 2 versioni di interasse. Poiché l’auto non aveva troppa potenza, solo 82 CV, il produttore suggerì che le fabbriche delle carrozzerie dovessero utilizzare le soluzioni più leggere possibili. Nello stabilimento Farina, per ordine di Francesco Bocca, un concessionario Lancia di Biella, furono costruite 6 decappottabili basate su un telaio più corto, il cui nome ufficiale era Lancia Astura 233C Tipo Bocca. Proprio questa versione è rappresentata dal modello Minichamps. Poiché al momento è difficile ottenere i dati sulle dimensioni delle singole versioni di Astura, devo fidarmi dell’azienda stessa. Anche se ha un bell’aspetto, sfortunatamente ha anche dei difetti, per esempio non vi si apre nulla. Ognuna delle quattro versioni a colori è limitata, in modo abbastanza strano: 999 bianche, 150 blu e nere ciascuna, ma solo 50 sono state rilasciate in colore bordò. Come si può vedere dalle foto, io sono proprietario della versione più rara, ma il mio entusiasmo si raffredda al pensiero che Minichamps pensava che nessuno l’avrebbe comprata.

Spero sinceramente che entro il giorno in cui il presente numero della Gazzetta va in stampa, il dio romano Leto avrà il tempo di guardare negli occhi i barbari e gli ucraini saranno già in procinto di ricostruire la loro patria: libera e indipendente.

Lancia Astura III 233C

Anni di produzione: 1933-1937
Esemplari prodotti: 1243 [335 della versione C]
Motore: V-8 17°
Cilindrata: 2973 cm3
Potenza/RPM: 82 CV / 4000
Velocità massima: 130 km/h
Accelerazione: n.d.
Numero di cambi: 4
Distanza interasse: 3100 mm
Il peso a vuoto e le dimensioni dipendono
dalla versione del telaio.

GAZZETTA ITALIA 94 (agosto-settembre 2022)

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I misteriosi sguardi dei Giganti di Mont’e Prama ci osservano dalla copertina del nuovo numero di Gazzetta Italia che a queste sculture di 3 mila anni fa dedica un interessante articolo. I Giganti sono in Sardegna e allora si associano bene con la presentazione di Shardana, l’associazione che riunisce i sardi in Polonia. Ugo Rufino, dopo 7 magnifici anni lascia l’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia e sceglie Gazzetta per raccontare la sua emozionante avventura in terra polacca.

La nostra rubrica sul cinema questa volta si occupa della meravigliosa Monica Vitti, icona del miglior cinema italiano, scomparsa pochi mesi fa. La nuova Gazzetta è uno scrigno di articoli curiosi sulla rotta Italia-Polonia, tra questi segnaliamo “La vita italiana di Tamara Lempicka”, dedicata alla mostra a Lublino, lo splendido approfondimento su “Cristina Campo ed Gustav Herling-Grudzinski”, il resoconto del Torneo di Calcetto Italiani in Polonia e poi cercheremo tracce di italianità a Kety, dove si radunano spesso gli amanti della Vespa polacchi.

Su Gazzetta troverete naturalmente tutte le tradizionali rubriche di cucina, salute, lingua, fumetti, etimologia, motori e da questo numero apriamo anche al design! Insomma correte agli Empik, o chiamateci (505 269 400) per impossessarvi del nuovo numero di Gazzetta Italia!