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Haute Couture Art Night Tursi 2022

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Collezione Maria di Anglona – 06 Agosto 2022 8-10 pm

Il 6 agosto 2022, davanti alla Basilica medievale di Nostra Signora Regina Anglona a Tursi, verranno presentate le collezioni Maria D’Anglona e Bianca / Everlasting della designer polacca Natasha Pavluchenko . Entrambi i modelli provengono dalla nuova linea di moda senza tempo dell’artista che unisce moda, arte e storia. Le origini di Tursi risalgono al V secolo e sono legate all’invasione visigota, guidata dal leggendario condottiero Alaricus. La zona è famosa per la produzione di agrumi, tra cui una particolare varietà di arance che qui furono portate dai Saraceni nell’anno 1000. “E’ un sogno che diventa realtà” – ha detto la stilista, quando si è scoperto che entrambe le sue collezioni d’arte saranno presentate in Italia, in un luogo così unico. Gli ornamenti d’altare situati nella Basilica dell’XI secolo sono stati l’ispirazione per la creazione del primo progetto nel 2020 sotto il nome di Maria D’Anglona. Un anno dopo, viene creata un’altra collezione che unisce moda e arte, intitolata Biała / Everlasting, ispirata alle decorazioni della chiesa medievale di S. Stanisław a BielskoBiała. Questa è l’unica collezione di Natasha Pavluchenko finora, rigorosamente in bianco. Entrambi i progetti, le cui prime esibizioni hanno avuto luogo durante ALTAROMA, sono stati realizzati presso l’Atelier del designer a Bielsko-Biała. Il principale organizzatore di questo evento è il Comune di Tursi, guidato dal sindaco Salvatore Cosma con un featuring speciale di International Fashion Network che unicamente per questo evento particolare vede l’interazione diretta del suo Presidente Manuel Perrotta come organizzatore e produttore. La Confartigianato Lucana, Gal Start 2020, Matera 2019 e APT Basilicata supportano l’evento.

Durante l’evento, che si terrà con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica di Polonia a Roma, sarà anche promosso UrBBan Fusion. Art & Fashion Festival, organizzato a Bielsko-Biała e dedicato alla moda e alle varie forme d’arte.

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NATASHA PAVLUCHENKO

Stilista, illustratrice, stilista. Donna polacca di origini bielorusse e ucraine, vive a Bielsko-Biała da oltre 20 anni. Il suo bisnonno, anche prima della prima guerra mondiale, gestiva con successo un laboratorio di sartoria nel centro storico di Varsavia. Poi il destino gettò la famiglia in Oriente, nel territorio dell’odierna Bielorussia. Natasha ha iniziato la sua avventura con la moda all’età di 17 anni. Durante gli studi presso il Fashion Design Institute of Modern Knowledge di Minsk, ha creato la sua prima collezione d’autore. Vincere gli Smirnoff Fashion Awards a Mosca (2001) le ha permesso di partecipare alla sfilata internazionale di moda a Dusseldorf, dove è stata elogiata “Discovery of the Year 2002″. I successivi concorsi vincitori e rassegne di moda hanno confermato il suo talento e la maestria artigianale di altissima qualità, oltre a una visione moderna della moda. Le creazioni di Natasha, realizzate nell’Atelier di Bielsko, sono state ammirate in Portogallo, Russia, Spagna, Germania e Azerbaigian. In occasione del 90° anniversario di Fiat Auto Poland, Pavluchenko ha disegnato gli interni della Fiat 500 e i suoi progetti di mobili di design sono stati ben accolti alla fiera di Parigi. Natasha Pavluchenko veste star del cinema e della TV e crea costumi teatrali. Ewa Puszczyńska, la produttrice del pluripremiato film “Ida” (diretto da Paweł Pawlikowski), è apparsa nella sua performance al gala degli Oscar a Hollywood. Il designer ha anche creato il marchio Neo Couture per le donne che apprezzano lo stile individuale, il taglio unico e i materiali di altissima qualità. Progetto MARIA D’ANGLONA Dopo aver organizzato diverse centinaia di sfilate, la stilista ha iniziato a cercare nuove ispirazioni e forme espressive per sfogare la sua creatività. L’idea di una nuova linea di moda le è venuta durante la sua visita a Tursi. Dopo essere tornato in Polonia, il designer ha studiato attentamente i modelli degli altari locali, esaminandoli in termini di origini, colori e storia. Nasce così Maria d’Anglona, una collezione senza tempo, che apre una nuova linea creativa e mostra che la moda può ispirarsi all’arte e diventare arte stessa. “Chiamo questa collezione un progetto perché non voglio limitarmi allo spazio della moda in sé. Volevo mostrare che una storia, a cui spesso non prestiamo attenzione, può essere fonte di ispirazione per qualcosa di moderno “, ha affermato il designer.

Maria d’Anglona è stata presentata per la prima volta a Roma nel gennaio 2020. Il progetto è stato sostenuto dal sindaco della città, dal vescovo locale, dalla comunità di Tursi e da imprenditori della regione. L’effetto ha superato tutte le aspettative.

AŁA / EVERLASTING

Continuando la linea creativa iniziata e trovando un’altra ispirazione negli interni della chiesa più antica di Bielsko sotto il nome di st. Stanisława, la designer ha creato una collezione completamente nuova durante la pandemia, dedicata alla città in cui vive e lavora. “Biała / Everlasting è una collezione insolita per me, una sorpresa in termini di colori. È un simbolo di amore, purezza ed eternità. Il colore della collezione deriva dal nome della città in cui vivo e creo, e ha un’anima straordinaria e una storia incredibile.” – ha confessato Natasha Pavluchenko. La collezione è stata presentata in anteprima mondiale durante Altaroma 2021, nell’ambito della mostra International Couture di Roma.

“È una moda che diventa arte e attinge dalla storia di Bielsko-Biała, dalla tradizione tessile della città, dalla sua architettura, la trasforma e la mostra al mondo. È fantastico che tu possa scoprire anche la storia polacca in questo modo e avvicinarla all’Italia”. – ha dichiarato l’Ambasciatore di Polonia in Italia, Anna Maria Anders, presente alla mostra. Le autorità cittadine, guidate dal sindaco della città, Jarosław Klimaszewski, sono state coinvolte nella creazione della collezione. La collezione è stata creata in linea con il recente 70° anniversario della fusione delle due città, che da centinaia di anni si trovano su entrambe le sponde del fiume Biała.

URBAN FUSION

Festival dell’arte e della moda L’interesse internazionale per le collezioni MARIA D’ANGLONA e BIAŁA / EVERLASTING ha convinto le autorità cittadine a organizzare un nuovo e regolare evento a Bielsko-Biała, rivolto principalmente ai giovani – alunni, studenti e diplomati delle scuole d’arte. UrBBan Fusion. Art & Fashion Festival fa riferimento alla tradizione tessile della città e combina vari tipi di arte in un unico spazio. L’ideatrice principale, Natasha Pavluchenko, è diventata la direttrice artistica dell’evento.

La prima edizione del festival si è tenuta a dicembre dello scorso anno. Negli spettacoli performativi del festival ha unito in modo affascinante: moda, musica, danza e arti visive. I giovani hanno anche potuto partecipare a incontri di masterclass con docenti internazionali, a un vernissage fotografico dedicato alla moda, una mostra di disegni di moda, proiezioni di film su temi di moda e, soprattutto, partecipare a un concorso di moda per persone fino a 31 anni di età , in cui sedevano i rappresentanti della giuria di Polonia e Italia. La prossima edizione del Festival è in arrivo.

Agata Igras: flauto, amore a primo suono

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Nel XXI secolo c’è ancora spazio per la musica classica nella nostra vita? Agata Igras, flautista talentuosa che da anni insegna flauto presso l’Università della  Musica di Varsavia ci parla del ruolo della musica classica nel mondo di oggi e del suo effetto benefico su grandi e piccini. Dà insegnante, con una lunga esperienza, ci indica come incoraggiare i bambini a suonare strumenti e fare musica.

Lei è docente presso l’Università della Musica Fryderyk Chopin di Varsavia. Da dove arriva la sua passione per la musica classica e com’è cominciato il suo percorso musicale?

Vengo da una famiglia senza tradizioni musicali vere e proprie, anche se entrambi i miei genitori hanno orecchio per la musica. Sono stata la prima in famiglia a studiare musica, una scelta arrivata un po’ per caso. Quando avevo 7 anni, durante una vacanza di famiglia in Turchia, ho visto su un maxischermo il videoclip di “Fusion”, che univa in sé la musica classica (Rondò Russo di Saverio Mercadante) e la disco. Mi sono subito innamorata di questa musica e della flautista che la suonava. Canticchiavo continuamente questa melodia. Allora mio papà mi ha comprato ad un mercato locale un flauto di legno da suonare e per riprodurre le melodie che mi piacevano. I miei genitori, avendo notato un particolare talento in me, mi hanno iscritto ad una scuola musicale per testare le mie capacità. L’istruzione musicale vera e propria l’ho cominciata solo nella 4^ classe della scuola elementare, fatto che oggi non succede quasi più perché i bambini iniziano ad imparare da quando hanno 6 anni e quindi ho dovuto recuperare i primi anni del percorso scolastico. Poi, durante i miei studi, presso la stessa università dove oggi insegno, mi sono resa conto che il mio desiderio era quello di insegnare. Sono quindi molto felice che l’università mi abbia offerto un ruolo di insegnare qui. Ormai lavoro all’università da 12 anni, da qualche tempo insegno anche in una mia classe. Oltre a suonare uno strumento, insegnare e sostenere la crescita dei giovani la musica è anche la mia grande passione e quindi adoro questo lavoro.

Per lei al primo posto c’è sempre stato il flauto o ha avuto qualche dubbio riguardo la scelta dello strumento?

Se dovessi cominciare la mia formazione musicale da capo, forse sceglierei uno strumento armonico, per esempio il violoncello, ma non ho rimpianti sulla scelta del flauto. È stato amore a prima vista, anzi a primo suono. Amo tantissimi strumenti quali violoncello e arpa, ma il flauto è da sempre quello che sento più vicino.

Lei ha studiato anche nei Paesi Bassi, ha collaborato con flautisti e compositori di tutto il mondo. Qual è, secondo lei, il ruolo della musica nella cooperazione e comunicazione interculturale?

La musica è un linguaggio universale, capace di superare le diversità, culturali e non solo. Grazie alla musica è molto più facile parlare di diverse culture, scambiare esperienze e dare contributi nella produzione artistica. La musica classica è davvero piena di elementi provenienti da diversi paesi fatto che, per noi musicisti, è molto educativo e ci permette di condividere conoscenze e scoprire diverse tradizioni e usanze.

Ha un compositore italiano preferito? Qual è, secondo lei, l’elemento più importante per quanto riguarda l’impatto italiano sul patrimonio musicale dell’Europa?

Le composizioni italiane per il flauto provengono soprattutto dal barocco e dal primo romanticismo: Saverio Mercadante realizzò le sue composizioni a cavallo tra il romanticismo e il classicismo. Oltre a Mercadante dobbiamo menzionare Antonio Vivaldi, compositore di innumerevoli concerti per flauto, il cui contributo è assolutamente inestimabile. Il mio compositore italiano preferito è però l’operista Giacomo Puccini. Per me l’Italia vuol dire soprattutto opera. Se dovessi fare qualcos’altro nella vita, sarei una cantante d’opera e non una strumentista. Ecco quant’è grande il mio amore per l’opera. Amo la musica di Puccini, la sua ricchezza espressiva, tonale, le armonie senza precedenti. Le sue composizioni sono una fonte dell’ispirazione infinita. E proprio tra le composizioni per l’opera, soprattutto tra le composizioni italiane, ritroviamo bellissime parti per il flauto. Verdi e Puccini, due compositori importantissimi per la storia dell’opera, ebbero una grande influenza nello sviluppo della musica classica in termini di armonia e tonalità. Le composizioni per il flauto negli anni seguenti attinsero molto a questa tradizione. Le melodie composte da Puccini non hanno eguali nella storia dell’opera e dell’orchestra sinfonica in generale.

Torniamo al tema dell’istruzione. Come sappiamo, la musica ha un enorme impatto sullo sviluppo dei bambini. Secondo lei, cos’è importante nella formazione primaria dei più giovani?

La gioia. Ritengo che sia la gioia la cosa più importante, perché grazie ad essa imparare a suonare uno strumento non è più un obbligo, ma diventa un piacere. Suonare un flauto dolce nella scuola elementare è associato a stress e sofferenza, invece questo processo dovrebbe essere un piacere. Suonando possiamo aprirci e trasmettere emozioni positive. Dunque, la cosa più importante è incoraggiare i bambini, fargli vedere che la musica può dargli gioia e in questo modo renderli sempre più interessati e curiosi. Se attiriamo la loro attenzione c’è la possibilità che che restino coinvolti, che gli venga voglia di cantare, ballare, suonare, di toccare uno strumento, strimpellare un po’… Non si sa mai che cosa succede dopo, ma queste attività hanno un’enorme effetto benefico sullo sviluppo del cervello e sulla coordinazione psicomotoria. Si dice che la musica addolcisca i costumi, che è vero, ma secondo me anche calma i nervi. Ci permette di dare libero sfogo alle emozioni, il che è fondamentale per la salute mentale. Oggi bambini e adolescenti fissando gli schermi si staccano dal mondo esterno, dai coetanei, ma anche da se stessi. Tramite la musica posso riprendere contatto con le loro emozioni, guardare dentro se stessi ed esprimersi. Avvicinando i miei figli alla musica già da bambini, ho visto con i miei occhi l’impatto positivo della musica, anche sul loro inconscio. La musica può calmare, stimolare, insomma evocare diverse reazioni e alleviare il disagio. Proprio su queste proprietà si basa la musicoterapia.

Ai primi di marzo ha partecipato ad una conferenza stampa dedicata al flauto re.corder, di cui abbiamo parlato nel numero 90 di Gazzetta Italia. Che cosa L’ha spinta a partecipare a questo progetto?

Prima cosa: sono molto felice che gli ideatori di questo progetto si siano rivolti proprio a me. Devo ammettere che sono rimasta stupita da questo strumento per le sue numerosissime funzionalità e sostengo questo progetto pienamente. Penso che il re.corder possa essere usato in tanti ambiti diversi. E la convinzione delle possibilità di sfruttare le sue modalità nella scuola, nella musicoterapia, ma anche lavorando con le persone con disabilità o con persone anziane mi fa credere ancora di più in questo progetto. Mi auguro davvero che fra poco sia uno strumento ben conosciuto e diffuso.

Lei ha suonato il flauto re.corder? Come descriverebbe questa esperienza?

re.corder

Sì, l’ho suonato, ovviamente. Suonare il re.corder è qualcosa di completamente diverso dal modo tradizionale di suonare il flauto e richiede di adottare alcune nuove tecniche, ma la quantità di suoni che può emettere è davvero straordinaria. Il re.corder si suona normalmente soffiando, ma anche solo toccando i fori. Per me è molto importante il fatto che questo strumento imposta automaticamente l’intonazione e dunque ogni persona che lo suona, anche se non ha un ottimo orecchio musicale, può emettere suoni piacevoli e chiari. Anche quando vogliamo suonare in duetto e suoniamo due note diverse, possiamo essere sicuri che queste note siano compatibili. Questa modalità è tremendamente importante, in quanto rende più facile suonare ai piccoli bambini e li incoraggia ad entrare nel mondo della musica. Pensiamo ad una classe piena di bambini: proviamo a creare una piccola orchestra con i loro strumenti e possono immediatamente capire cosa vuol dire formare un coro di suoni e quanto sia magica questa esperienza, sia per il corpo sia per la psiche. Purtroppo è molto difficile (o quasi impossibile) evocare emozioni positive quando un grande gruppo di bambini che hanno appena cominciato la loro avventura con la musica prova a suonare i normali flauti dolci. Secondo me il re.corder verrà usato soprattutto come strumento di primo approccio con la musica, un primo contatto del tutto positivo. E speriamo che questo tipo di esperienza positiva incoraggi poi i bambini a suonare altri strumenti, magati il violino o il violoncello. Ai bambini sicuramente piacerà la possibilità di creare composizioni complicate con l’uso delle funzioni avanzate del re.corder in modo accessibile a tutti.

Star polacche alla Mostra del Cinema di Venezia (III)

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Festival di Venezia 1961, Alina Janowska, Serge Merlin, foto: Gianfranco Tagliapietra

Dopo una pausa riprendiamo a raccontare le presenze polacche alla Mostra del Cinema di Venezia. Entriamo in un periodo importante segnato da un lato dalle tensioni e critiche verso i dirigenti del festival, dall’altro dal periodo d’oro del cinema italiano che negli anni Sessanta vince ben cinque Leoni d’oro con: “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini (1962), “Le mani sulla città” di Francesco Rosi (1963), “Deserto Rosso” di Michelangelo Antonioni (1964), “Vaghe stelle dell’Orsa” di Luchino Visconti (1965) e “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo (1966).

La fine degli anni Sessanta si caratterizza soprattutto per il movimento di contestazione scoppiato in tutta Europa. Dopo la sospensione del Festival di Cannes nel maggio del 1968 e le tensioni alla Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro, la crisi dei festival arriva anche a Venezia. Il mese prima dell’inizio della Mostra l’Associazione Nazionale Autori Cinematografici (ANAC) ha annunciato aperta ostilità alla storica rassegna cinematografica accusandola di portarsi ancora dietro il vecchio statuto dell’epoca fascista. Un ulteriore accusa era rivolta al fatto che la manifestazione non riusciva a decidersi se dovesse avere un carattere culturale e intellettuale o dovesse essere più attenta alla mondanità. I contestatori chiedevano l’autogestione del festival, la sospensione dei premi e l’accesso libero alle sale. Gli autori, tra cui Pier Paolo Pasolini, Liliana Cavani e Bernardo Bertolucci, decidono di agire in modo sensato e si presentano dal Direttore della Mostra Luigi Chiarini chiedendo di abolire, per l’edizione del 1968, la cerimonia di premiazione in attesa di un nuovo statuto. I tentativi non portano però nessun risultato. Pasolini pur condividendo la necessità di una trasformazione della Mostra critica l’incapacità di cogliere l’occasione delle proiezioni per creare un “fronte unico non violento”. Bertolucci invece si dissocia apertamente dalla protesta dichiarando: “Impedire le proiezioni a Venezia mi è sembrato un gesto grave quanto bruciare libri nelle piazze (Lidhollywood 2005, p. 119). Dopo il ’68 inizia la marcia verso il cambiamento nella struttura del festival a cominciare dall’abolizione dei premi fino al 1979.

Firma di Kazimierz Karabasz a Bydgoszcz

Per la Polonia era un periodo di importanti partecipazioni alla Mostra che vede nella giuria del concorso principale della 21^ e 25^ edizione Jerzy Toeplitz, grande storico di film, critico cinematografico, fondatore, e per un periodo anche rettore, della Scuola Nazionale di Cinema, televisione e teatro Leon Schiller di Łódź. Si tratta di un periodo importante anche per le numerose presenze e i premi vinti in quel periodo dai polacchi.

Tra i premi del 1960 c’è quello di Kazimierz Karabasz (i cui film quasi ogni anno partecipano tra le sezioni documentario della Mostra), che è uno dei più importanti registi di documentari del dopoguerra, cui film “I musicisti” vince la sezione collaterale ovvero l’11^ Mostra Internazionale del Film Documentario, Scientifico, Culturale e Ricreativo – Film di documentazione sociale. Il fi lm, che racconta le prove di una banda musicale di tranvieri, è uno dei più famosi del regista, inserito perfi no da Krzysztof Kieślowski tra i dieci documentari più importanti del Novecento. Karabasz con il suo cinema cerca sempre di superare gli stereotipi dal punto di vista tematico e di introdurre delle innovazioni tecnologiche (ad esempio luci o la posizione della cinepresa) che presentano l’uomo da un’altra prospettiva. Era un seguace fedele dei neorealisti italiani, e ripeteva spesso che il lavoro del documentarista consiste nella “ricerca di piccoli elementi che compongono, immodestamente parlando, la verità sull’uomo. (…) Un’attenta osservazione e un accumulo dei dettagli che compongono la vita è in grado di cogliere tale verità” (M. Sadowska, Chełmska 21. 70 lat WFDiF).

Un anno dopo in concorso principale si trova “Samson” di Andrzej Wajda, il film sull’Olocausto che però non entusiasma la critica di Venezia e passa senza nessun premio.

L’edizione del 1962 è una delle cinque in cui il Leone d’oro venne consegnato ex aequo al fi lm italiano “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini e a quello sovietico “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij. La 23^ Mostra si distingue per i famosi film in competizione: “Lolita” di Stanley Kubrick, “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini e il primo lungometraggio di Roman Polański “Il coltello nell’acqua”, che vince il premio FIPRESCI. La sceneggiatura di questo film, scritta dal regista insieme a Jerzy Skolimowski e Jakub Goldberg, nel 2009 è stata premiata al festival “Lato filmów” come miglior sceneggiatura nella storia del cinema polacco. Polański sfrutta nel film una struttura narrativa chiusa, e i protagonisti isolati dal mondo diventano rappresentanti di valori sociali e culturali. Inoltre, basando il fi lm sui dialoghi, il regista non solo ha disegnato perfetti ritratti psicologici dei personaggi, ma ha anche esaminato attentamente i meccanismi del potere e della lotta per conquistarlo.

La Mostra del 1963 vede in concorso un’altra pellicola polacca: “Il silenzio” di Kazimierz Kutz basato, sull’omonimo romanzo di Jerzy Szczygieł. Il film e il libro sono stati creati nel clima tipico del tardo periodo nei tempi di Gomułka, ovvero una lotta mascherata con la Chiesa, volta a suscitare in modo implicito risentimento nei confronti del clero cattolico. Tuttavia, l’artista ha anche affrontato i temi della solitudine umana, dell’intolleranza e dell’indifferenza in un ambiente provinciale chiuso.

Presenze polacche alla Mostra del Cinem di Venezia 1960-1969

  • 21^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, 1960
    KRZYŻACY / I CAVALIERI TEUTONICI di Aleksander Ford (in concorso principale)
    MUZYKANCI / I MUSICISTI di Kazimierz Karabasz (11. Mostra Internazionale del film documentario, scientifico, culturale e ricreativo; Leone di San
    Marco per il miglior film a soggetto)
    OTWARCIE I ZAMKNIĘCIE OCZU / GLI OCCHI SI APRONO E SI CHIUDONO di Konrad Nałecki
    AWANTURA O BASIĘ / BARBARA, BAMBINA DISPUTATA di Maria Kaniewska (12^ Mostra Internazionale del film per ragazzi; Leone di San Marco per il miglior film a soggetto adatto ai ragazzi dagli 8 ai 12 anni)
    MON PETIT NOIR / IL MIO PICCOLO NERO di Jadwiga Kędzierzawska, Jan Laskowski (12^ Mostra Internazionale del film per ragazzi)
    PIRACKI SKARB / IL TESORO DEI PIRATI di Lechosław Marszałek (12^ Mostra Internazionale del film per ragazzi; Osella di bronzo per i film a soggetto adatti ai
    bambini fino a 7 anni)
    SPRING ADVENTURES OF GNOME / LE AVVENTURE PRIMAVERILI DI UNO GNOMO di Witold Giersz (12^ Mostra Internazionale del film per ragazzi)
  • 22^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, 1961
    SAMSON di Andrzej Wajda (in concorso principale)
    DZIŚ W NOCY UMRZE MIASTO / LA CITTÀ MORIRÀ QUESTA NOTTE di Jan Rybkowski (sezione Informativa)
    ŚWIADECTWO URODZENIA di Stanisław Różewicz (Gran premio della 13^ Mostra del filmper ragazzi)
    JADŹKA di Janusz Nasfeter (13^ Mostra del film per ragazzi)
    SZATAN Z SIODMEJ KLASY / IL DIAVOLETTO di Maria Kaniewska (13^ Mostra del film per ragazzi)
    AWANTURA / UN TERZETTO D’AMICI di Lechosław Marszałek (13^ Mostra del film per ragazzi)
    PSOTNY KOTEK / IL GATTO BIRICHINO di Jadwiga Kędzierzawska (13^ Mostra del film per ragazzi)
    PRZYGODA W PASKI / UNA AVVENTURA A RIGHE di Derent, Ryszard Słapczyński, Hursztyn, Karolina Lutczyn, Reginald Lisowski (13^ Mostra del film per ragazzi; Secondo premio per i film a soggetto per ragazzi)
    LUDZIE W DRODZE / LA GENTE DELLA STRADA di Kazimierz Karabasz (Osella di bronzo per i film educativi e di documentazione sociale)
    NIE DRAŻNIĆ LWA / NON STUZZICARE IL LEONE di Tadeusz Wilkosz (12^ Mostra del film documentario)
    PREJAŻDŻKA / LA PASSEGGIATA IN CANOA di Janusz Nasfeter (12^ Mostra del film documentario)
    RÓŻNE BARWY TORUNIA / LE IMMAGINI DI TORUŃ di Maria Kwiatkowska (12^ Mostra del film documentario)
    OKO USTOKROTNIONE / L’OCCHIO CENTUPLICATO di Bohdan Mościcki (12^ Mostra del film documentario)
    OPOWIEŚĆ O ZAMKU WAWELSKIM / LA STORIA DEL CASTELLO DI WAWEL di Zbigniew Bochenek (12^ Mostra del film documentario)
  • 22^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, 1962
    NÓŻ W WODZIE / IL COLTELLO NELL’ACQUA di Roman Polański (sezione Informativa; premio)
    FIPRESCI
    KWIECIEŃ /APRILE di Witold Lesiewicz (sezione informativa) Retrospettiva dedicata alla memoria di Andrzej Munk
    NIEDZIELNY PORANEK / UNA DOMENICA MATTINA (1955)
    SPACEREK STAROMIEJSKI / UNA PASSEGGIATA PER LA
    VECCHIA CITTÀ DI VARSAVIA (1958)
    ZEZOWATE SZCZĘŚCIE / LA FORTUNA STRABICA (1959)
    KOLOROWY ŚWIAT / IL MONDO A COLORI di Jan Łomnicki (5^ Mostra del film sull’arte)
    LEGENDY MÓWIĄ PRAWDĘ / SAPETE CHE… di Lucyna Gulska (5^ Mostra del film sull’arte)
    PŁYNĄ TRATWY / IL BOSCO NAVIGANTE di Władysław Ślesicki [13^ Mostra del film documentario; Gran premio Leone di San Marco per il miglior cortometraggio
    a soggetto (ex aequo)]
    CHOPIN W KRAJU / CHOPIN NEL SUO PAESE di Jarosław Brzozowski, Wanda Rollny (13^ Mostra del film documentario)
    LES NOEUDS / LA STAZIONE DI SMISTAMENTO di Kazimierz Karabasz (13^ Mostra del film documentario)
    KOLOROWE POŃCZOCHY di Janusz Nasfeter (14^ Mostra del film per ragazzi; Leone di San Marco per il miglior film ricreativo per l’adolescenza)
    HISTORIA ŻÓŁTEJ CIŻEMKI / LA STORIA DEI PICCOLI SANDALI GIALLI di Sylwester Chęciński (14^ Mostra del film per ragazzi;Osella d’argento per i film ricreativi per l’infanzia)
  • 24^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, 1963
    MILCZENIE di Kazimierz Kutz (in concorso principale)
    GODZINA PĄSOWEJ RÓŻY / RITORNO ROMANTICO di Halina Bielińska (Gran premio della 15^ Mostra del film per ragazzi)
    O DWÓCH TAKICH CO UKRADLI KSIĘŻYC / I DUE LADRI DELLA LUNA di Jan Batory (15^ Mostra del film per ragazzi)
    DWAJ RYWALE / I DUE RIVALI di Zbigniew Czernelecki (15^ Mostra del film per ragazzi)
    PIERWSZY KROK / PRIMI PASSI di Kazimierz Karabasz (14^Mostra del film documentario)
    HAŁDY / HALDY di Janusz Kidawa (14^ Mostra del film documentario)

I numeri dell’aiuto dei privati per l’Ucraina

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

L’Istituto economico polacco ha stimato il valore degli aiuti privati ​​per i rifugiati dall’Ucraina. Dall’inizio dell’invasione, i polacchi hanno speso circa 10 miliardi PLN nei primi mesi di guerra, secondo un rapporto dell’Istituto economico polacco. La spesa pubblica per gli aiuti ammonta a circa 15,9 miliardi PLN. Il direttore dell’Istituto statale di economia, Piotr Arak, ha sottolineato che il valore stimato della spesa totale annua delle autorità pubbliche per aiutare i rifugiati, insieme all’importo della spesa privata dei polacchi a tal fine solo nei primi tre mesi di guerra, ammonta a un totale di 25,4 miliardi PLN, che corrisponde allo 0,97 per cento PIL polacco nel 2021. Come calcolato dal PIE, il 70% degli intervistati ha partecipato ad attività di aiuto nei primi mesi e la metà di loro è stata coinvolta nell’aiutare i rifugiati sia all’inizio della guerra che nelle settimane successive. Le forme di sostegno più popolari erano l’assistenza in natura e i trasferimenti di denaro. L’istituto ha riferito che il 59% degli intervistati erano impegnati nell’acquisto degli articoli necessari e il 53% ha donato denaro ai profughi. A sua volta, il 7% degli intervistati ha dichiarato di aver messo a disposizione dei rifugiati il ​​proprio appartamento. In totale, i polacchi hanno stanziato 9-10 miliardi PLN per aiutare i rifugiati. È stato anche notato che questo è più della spesa in beneficenza per tutto il 2021. Le persone con il reddito più alto (oltre 5.000 PLN) hanno aiutato di più, ma anche le persone che guadagnano meno di 2.000 PLN netti hanno aiutato. Si è anche notato che il livello di istruzione di chi aiuta si è rivelato importante. Le persone con un’istruzione superiore sono state maggiormente coinvolte nell’aiuto (circa 10 punti percentuali in più rispetto alle persone di altri gruppi). Gli autori del rapporto hanno indicato che nel tempo il numero di persone attivamente coinvolte nell’aiuto ai rifugiati è diminuito. A cavallo tra aprile e maggio, solo il 57% degli intervistati ha dichiarato la partecipazione a una qualche forma di attività per l’Ucraina.

https://tvn24.pl/biznes/najnowsze/pomoc-dla-ukrainskich-uchodzcow-wyliczenia-pie-polacy-wydali-okolo-10-mld-zlotych-5939120

Sviluppo digitale dei Paesi UE, passi avanti di Polonia e Italia

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Giovedì la Commissione europea (CE) ha pubblicato i risultati di Digital Economy and Society Index (DESI) 2022. Questo indice traccia i progressi degli Stati membri nel settore della digitalizzazione. I paesi dell’UE hanno avuto successo nel campo della digitalizzazione, ma devono ancora affrontare lacune nelle competenze digitali, la trasformazione digitale delle PMI e la costruzione di reti 5G avanzate. La trasformazione digitale sta accelerando. La maggior parte degli Stati membri sta compiendo progressi nella costruzione di un’economia e di una società digitali resilienti. Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia restano i leader nell’UE. Tuttavia, anche questi paesi devono far fronte a carenze in settori chiave: meno del 30% dell’uso di tecnologie digitali avanzate come l’IA e la tecnologia dei big data. Secondo i dati DESI, Polonia, Italia e Grecia hanno notevolmente migliorato i loro risultati per quanto riguarda l’implementazione della digitalizzazione. Questi paesi hanno introdotto investimenti sostenuti, finanziati anche da fondi europei, con una maggiore enfasi politica sulla digitalizzazione. Oggi, gli strumenti digitali stanno diventando parte integrante della vita quotidiana. Solo il 54% degli europei tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base. L’obiettivo è quello di raggiungere l’80% entro il 2030. Inoltre, c’è ancora una carenza di specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) nell’Unione europea. Le carenze attuali sono state segnalate dal 55% delle aziende europee. Durante la pandemia, le aziende hanno introdotto molte soluzioni digitali, tra cui: il cloud computing a livello del 34%, l’uso dell’IA (8%) o la tecnologia dei big data (14%). Inoltre, nel 2021 in Europa è aumentato il grado di popolarità delle connessioni gigabit. La percentuale di reti che collegano gli edifici con fibra ottica è stata del 50% per le famiglie. Attualmente, la percentuale totale è del 70% e l’obiettivo entro il 2030 è del 100%. Nel caso delle reti 5G, la percentuale è salita al 66% l’anno scorso per le aree popolate dell’UE. Tuttavia, la fase di assegnazione delle frequenze, che costituisce un importante presupposto per l’avvio dell’implementazione commerciale della rete 5G, non è ancora stata completata. Tuttavia, nella maggior parte degli Stati membri dell’UE, i principali servizi pubblici sono ampiamente disponibili su Internet.

https://forsal.pl/gospodarka/artykuly/8500547,polska-w-gronie-unijnych-prymusow-we-wdrazaniu-cyfryzacji.html

Il cinema secondo Leo Ortolani

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Anche se l’opera fondamentale di Leo Ortolani è la serie “Rat-Man”, autentica pietra miliare del fumetto italiano, nel corso degli anni il fumettista ha creato un gran numero di altre storie, spesso (ma non sempre) connesse all’universo del suo personaggio più famoso. Nella maggior parte dei casi si tratta di parodie di grandi blockbuster del cinema contemporaneo, dalla saga di “Star Wars” a quella di “Harry Potter”, senza dimenticare i grandi classici del passato.

Ortolani, grande appassionato di cinema, già da adolescente disegnò le sue prime parodie, tra cui una versione a fumetti de “Lo squalo” di Steven Spielberg. Altri rifacimenti di fi lm celebri risalgono alla fi ne degli anni Ottanta, quando Leo era ancora un aspirante fumettista poco più che ventenne. In questo periodo nacquero storie come “Jorango” (parodia di “Rambo”) e “Il Cercatore” (che mescolava “Indiana Jones” con la fantasy alla Tolkien). Si tratta di opere ancora piuttosto acerbe sia nel disegno che nella sceneggiatura, da cui emerge però tutta la passione del giovane disegnatore per la settima arte. Nel 1989 Leo realizza la prima avventura di Rat-Man, un’evidente parodia di Batman ispirata al fi lm di Tim Burton, uscito in quello stesso anno. Tra il 1995 e il 1997, sulla serie autoprodotta “Rat-Man” escono altre rivisitazioni comiche come “Dal futuro!” (parodia di “Terminator”) o “The R-File” (divertente omaggio alla serie tv “X-Files”, popolarissima in quegli anni).

Sempre negli anni Novanta Ortolani pubblica fi nalmente la sua parodia del fi lm di Spielberg, intitolata “Squalo” (1996), ma anche “La lunga notte dell’investigatore Merlo” (1997). Quest’ultimo fumetto nasce come parodia del genere noir, ispirata in particolare al fi lm “Il mistero del cadavere scomparso” di Carl Reiner (mentre il cognome del protagonista, Merlo, è una riferimento a Philip Marlowe, il celebre detective creato da Raymond Chandler). Con il proseguire della trama, tuttavia, “La lunga notte…” fi nisce per trasformarsi in un tributo a un classico assoluto del cinema come “Casablanca” di Michael Curtiz.

Negli anni successivi Ortolani, ormai autore di punta della casa editrice Panini, crea numerose altre parodie di famosi film e telefilm. Spesso sono singole storie pubblicate nel bimestrale “Rat-Man”, come “Operazione Geode” (parodia delle avventure dell’agente 007), “Cinzia la barbara” (da “Conan il barbaro” di John Milius), “Rat-Man: 1999” (ispirato alla serie tv britannica degli anni Settanta “Spazio: 1999”) o “La gabbia” (parodia di “Star Trek”). Il bellissimo omaggio a “2001: Odissea nello spazio” di Arthur C. Clarke e Stanley Kubrick, intitolato “La Sentinella”, viene ovviamente pubblicato nel 2001, mentre del 2004 è l’episodio “Rat-Max”, parodia della trilogia di “Matrix”. Tutte queste storie hanno per protagonista lo stesso Rat-Man e, per la maggior parte, appartengono alla continuity narrativa della serie principale.

Molte altre parodie cinematografi che vengono pubblicate in volumi a parte, come il celebre “Star Rats” (ovviamente una parodia di “Star Wars”), uscito nel 1999, o “Il Signore dei Ratti”, ispirato alla trilogia tolkeniana di Peter Jackson, pubblicato nel 2004. La saga di “Star Rats” è poi proseguita con altri tre episodi (in cui Ortolani si diverte a parodiare la trilogia di prequel di George Lucas) nel 2005, 2014 e 2015. Un esperimento interessante è quello del fumetto in 3D “Avarat”, uscito in due parti nel 2010 e ovviamente basato su “Avatar” di James Cameron, mentre nel 2012 viene pubblicato “Allen”, parodia della saga di “Alien” creata da Ridley Scott e in particolare del film “Prometheus”, uscito qualche mese prima. Tutte queste storie, pur essendo ambientate in universi narrativi differenti, hanno sempre per protagonisti Rat-Man e gli altri personaggi della serie principale, o perlomeno delle loro versioni alternative.

Nel 2007 Ortolani pubblica su “Rat-Man” la storia in due parti “299+1”, versione umoristica del noto fumetto di Frank Miller del 1998 “300” e dell’ancora più famosa pellicola di Zack Snyder. In questo caso, ancor più che in precedenza, emerge tutto l’amore di Leo per le opere originali, che rilegge in chiave ironica ma mai banale. La storia, realizzata in un formato “widescreen” identico a quello della graphic novel di Miller, verrà poi ristampata a colori e in grande formato; a tutt’oggi si tratta forse, dal punto di vista grafi co, dell’opera più bella di Leo Ortolani. Tra le altre parodie in più episodi uscite originariamente su “Rat-Man”, possiamo ricordare la trilogia “Il grande Magazzi” (ispirata a “Harry Potter”, ma anche a “Twilight”), successivamente ristampata in volume, “Ratto” (altra parodia di “Rambo”), “I sacrifi cabili” (basata sul film “I mercenari – The Expendables” del 2010), o ancora “The Walking Rat” (ovviamente una parodia della serie tv “The Walking Dead”). Nei 122 numeri di “Rat-Man” usciti tra il 1997 e il 2017 non mancano poi numerosi altri omaggi al cinema di oggi e di ieri, con copertine ispirate a pellicole celebri come “L’esorcista” o il più recente “Avengers”.

A partire dal 2012 Leo ha pubblicato sul suo blog “CineMah” un gran numero di recensioni a fumetti delle novità cinematografiche in uscita, concentrandosi in particolare sui film di fantascienza e quelli di supereroi. Le recensioni, spesso fortemente ironiche quando non sarcastiche, sono poi state raccolte nel volume “Il buio in sala” nel 2016. Negli ultimi anni Ortolani è tornato all’universo di “Star Rats” con una miniserie di sei albi, “L’Eredità” (2020), ispirata alla più recente trilogia cinematografica di “Star Wars”. Nel 2021 è uscita un’altra miniserie in sei parti, “Matana”, un tributo ai classici del cinema western e in particolare ai film di Sergio Leone. Sempre nel 2020-21 Leo ha pubblicato, con un deciso ritorno alle origini, le nuove versioni di “Jorango” (ora intitolato “Rango”) e “Il Cercatore”.

foto: Sławomir Skocki, Tomasz Skocki

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Carnevale, maschera, confetti

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Gennaio e febbraio sono mesi associati con il carnevale, cioè il tempo delle feste e risi che precede la quaresima, durante cui ci si prepara spiritualmente alla Pasqua. Uno degli elementi più caratterizzanti il carnevale sono le maschere indossate per gioco dai partecipanti delle feste organizzate in questo periodo. Le maschere, nel celare il viso della persona che le indossa, creano un certo senso del mistero. E proprio il mistero dei riti carnevaleschi corrisponde con le etimologie delle parole legate a questo periodo, che sono spesso incerte, difficili da spiegare oppure interpretate in modo sbagliato.

Carnevale
La parola carnevale si riferiva in origine al giorno precedente la quaresima, cioè il giorno in cui si smetteva di mangiare la carne. Adesso quel nome riguarda tutto il periodo che precede la quaresima, un tempo di festa in cui di sicuro non ci si priva della carne. La tradizione però è stata conservata nella parola che è in realtà un composto delle due parole latine: carnem, da caro, (carne) e levare (qui: togliere). La frase latina carnem levare significava quindi “togliere la carne” e si riferiva direttamente all’usanza religiosa del rinunciare alla carne con l’inizio della Quaresima. Levare per assimilazione è poi diventato levale e alla fine è stato aggiunto alla parola ormai italiana “carne” diventando carnevale. In polacco la parola carnevale, sebbene funzioni come karnawał, ha anche un equivalente nativo mięsopust, che è quasi una traduzione di carnevale.

Maschera
Un oggetto importantissimo è la maschera, che chi partecipa a una festa di carnevale deve assolutamente indossare. La maschera è allo stesso momento una cosa che funziona nella letteratura come un simbolo, perché è qualcosa che serve a nascondere il proprio viso e quasi imitando la funzione della maschera anche la parola è abbastanza enigmatica e nasconde le sue origini. Ci sono varie teorie sulla sua etimologia, una ritenuta poco credibile è quella che sostiene che la parola proviene dall’arabo mashara (buffone). Altre teorie suggeriscono origini indoeuropee e fanno derivare maschera dalla *maska che è una parola ricostruita dal protogermanico occidentale, che avrebbe significato maglia, rete, che sarebbe stata indossata sulla faccia per protezione contro polvere e sabbia. La parola sarebbe stata prestata nel latino e per la somiglianza di una persona che indossa la maglia alle creature dell’immaginazione avrebbe ricevuto il significato di “strega”. In seguito la parola avrebbe assunto anche il significato che conosciamo noi tutti, conservata nella parola italiana “maschera” che sarebbe provenuta dalla variazione della parola con la “r”. L’altra spiegazione suggerisce che la parola può derivare dalla parola *mask- che apparteneva ad una lingua preindoeuropea (cioè una delle lingue che erano usate in Europa prima delle lingue che derivano dal protoindoeuropeo) e che avrebbe significato “nero”, e poi masca avrebbe significato l’azione del dipingere il volto di nero. In polacco la parola maska è arrivata dall’italiano passando per il francese masque. Le altre interpretazioni, che escono da questo percorso etimologico, sono molto incerte e così la vera origine di questa parola rimane “mascherata”.

Confetti (coriandoli)
Alle feste del carnevale, ma non solo – si usa anche a capodanno – di solito si gettano in aria piccoli pezzi di carta colorata che si chiamano confetti (o coriandoli) sia in italiano che in polacco (parola che è un prestito dall’italiano) konfetti. Ma da dove deriva questa tradizione? Per spiegarlo ci aiuterà ovviamente l’etimologia. La parola “confetto” viene dal latino confectus, participio passato di conficere (fare, produrre, raccogliere). Nel Medioevo questo termine era riferito tra l’altro alla frutta secca ricoperta di miele e come leggiamo nelle opere di Boccaccio, i confetti erano dolci di zucchero cotto con dentro mandorla, pistacchio o altro. Sul finire del XVI secolo, Giovanvettorio Soderini testimonia il consumo di confetti fatti ricoprendo di zucchero i semi di coriandolo (ecco perchè in italiano si chiamano anche coriandoli) che si gettavano per sollazzo durante le feste di carnevale. E i piccoli pezzi di carta che lanciamo in aria oggi, sono ciò che ci è rimasto di quella tradizione.

Sirmax Group, avanguardia italiana radicata in Polonia

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Sirmax Group, con sede a Cittadella (PD), è il primo produttore europeo indipendente e tra i primi al mondo, di compound di polipropilene, tecnopolimeri, compound da post-consumo e bio-compound per tutti i settori di impiego: automotive, elettrodomestico, power tools e casalingo, elettrico, elettronico, costruzioni, arredamento. Del successo di questa azienda italiana che ha due importanti stabilimenti in Polonia ne parliamo con Massimo Pavin, presidente e amministratore delegato di Sirmax Group.

Ci presenta la Sirmax?

Attiva dagli anni ’60, l’azienda ha 13 stabilimenti produttivi: sei in Italia, due in Polonia (inaugurati nel 2006 e nel 2019), uno in Brasile (2012), due in USA (2015 2020), due in India (2017), un ufficio commerciale a Milano, filiali estere in Francia, Spagna e Germania. Sirmax ha conquistato importanti quote di mercato in Europa, Americhe e Asia, diventando così un riferimento globale per il mercato internazionale. Tra i nostri clienti, figurano Whirlpool, Bosch-Siemens, Electrolux, Karcher, Philips, Honeywell, ABB, Technogym, Stellantis, Volkswagen Group, Daimler, De’ Longhi, Haier, BMW, Audi. Nel 2021 il gruppo Sirmax ha consolidato un volume di affari di 480 milioni di euro, impiegando più di 800 addetti nel mondo. Il nome Sirmax è frutto dell’unione dei due nomi “Sirte” e “Maxplast”. Dal 1999 Sirte e Maxplast operano con una proprietà comune, dopo la fusione per incorporazione fra le due realtà, con il nome di Sirmax Spa. Dal 2004 inizia una strategia di crescita global, multicountry e multiproducts, che vede la costruzione di nuovi plant e una serie di acquisizioni importanti: dal nuovo impianto in Italia a Tombolo (PD) per la produzione di una gamma diversificata di Engineering Polymers all’apertura di nuove filiali commerciali in Spagna, Francia e Germania; dall’inaugurazione nel 2006 di Sirmax Polska, al lancio del nuovo impianto produttivo Sirmax do Brasil a Jundaì (San Paolo); dalla nascita di Sirmax North America in Anderson (Indiana) nel 2015, all’acquisizione degli impianti di Nord Color, eccellenza italiana friulana nella progettazione e produzione di Tecnopolimeri speciali. Nel 2019 è sorto il secondo stabilimento polacco a Kutno, in Polonia; nel 2020 è stata la volta del secondo stabilimento negli Usa, dedicato interamente alla plastica riciclata, e dell’acquisizione di Smart Mold, spin off dell’Università di Padova: una società di ingegneria di progetto inserita nel programma di sviluppo e ottimizzazione di processo capace di interagire nello sviluppo assistito con i clienti per progettare i manufatti anche attraverso il supporto allo stampaggio ad iniezione sia in ambito di processo che dei materiali.

Il laboratorio di Smart Mold, spin off dell’Università di Padova

Come si è evoluto il mercato delle plastiche negli ultimi anni tenendo conto della necessità di creare prodotti sempre più sostenibili?

Sirmax è entrata nel business delle plastiche green nel 2019, con l’acquisizione di SER, eccellenza italiana nel settore della rigenerazione di materie plastiche da post-consumo, e di MICROTEC, azienda produttrice di compound compostabile o bio durevole attiva principalmente nel settore del film da imballaggio. Ha sposato così tutti i dettami della sostenibilità, che riguardano non solo i prodotti ma anche i processi, la governance, la creazione di valore sul territorio, la valorizzazione del capitale umano. Il mercato delle plastiche si è evoluto moltissimo negli ultimi anni, tutte le imprese hanno capito non solo che la sostenibilità è un dovere morale e una necessità, ma anche che rende più competitivi: oggi i produttori di automobili o di elettrodomestici sono più propensi a chiedere ai loro fornitori plastiche sostenibili con una base di prodotto riciclato piuttosto che plastiche vergini. Inoltre, tutti gli attori della filiera, si stanno interrogando sull’intero lifecycle di un’auto o di un elettrodomestico, concentrando la loro attenzione sulla progettazione, cioè sulla capacità di essere virtuosi e sostenibili già in fase di creazione di un prodotto. L’obiettivo finale è diventato la vera circolarità economica, in cui un bene non ha mai fine vita. Per quanto riguarda il materiale riciclato, esso è vincente se è nobilitato. Se, cioè, lo si rende performante e capace di avere qualità simili se non identiche alle plastiche vergini. Qui entra in gioco la ricerca, su cui bisogna investire molto più che in passato. Sirmax sta puntando moltissimo sulla ricerca, cercando di mettere a punto prodotti con parti riciclate che siano antibatteriche, antifiamma (resistenti al fuoco), che presentino la stessa resistenza agli urti della plastica vergine, che siano inodore. E proprio grazie alla ricerca, Sirmax può oggi parlare di upcycling, concetto che va oltre il recycling: è il riutilizzo di oggetti o materiali scartati in modo tale da creare un prodotto di qualità o valore superiore all’originale.

Massimo Pavin, presidente e CEO di Sirmax Group

Come saranno le plastiche del futuro?

La produzione dello stabilimento polacco Kutno 2

Saranno riciclate e a loro volta riciclabili. Contribuiranno alla riduzione della produzione di CO2 e alla realizzazione di componenti sempre più leggeri per l’automotive o per l’elettrodomestico. Sirmax ha già, nel suo portafoglio prodotti, alcuni compound che contribuiscono alla riduzione della CO2. Abbiamo commissionato a Spinlife, spin-off dell’Università di Padova, uno studio sulla valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assessment) di due compound di polipropilene destinati ai settori auto ed elettrodomestico, ovvero l’Isofil, prodotto a partire da polipropilene vergine, e il Green Isofil, contenente del  polipropilene riciclato “Serplene”. Entrambi i prodotti sono additivati con cariche minerali, coloranti e altri additivi in diverse percentuali. Utilizzando il polipropilene riciclato da post consumo, in parziale sostituzione del vergine, si arriva a una riduzione significativa in quasi tutte le categorie di impatto ambientale prese in considerazione. In particolare, a seconda del contenuto della frazione riciclata sul Green Isofil si può arrivare a dimezzare le emissioni di anidride carbonica rispetto ad un prodotto vergine. È anche in base a queste considerazioni che le proposte di materiali per i clienti possono essere indirizzate verso una maggiore sostenibilità.

Una fase di produzione del bio-compound in Microtec

Che ruolo svolgono le aziende italiane e polacche del settore sul panorama internazionale?

Posso parlare del ruolo di Sirmax. Siamo diventati il più grande compoundatore indipendente di polipropilene in Europa e quinto nel mondo. Abbiamo investito moltissimo in internazionalizzazione per accorciare le filiere e avere una supply chain regionalizzata e fidata. Questo ci ha permesso, in particolare in questi anni di pandemia e di crisi di materie prime, di essere più flessibili dei grandi gruppi e più affidabili dei piccoli fornitori. Credo che solo con una struttura medio grande ma al contempo flessibile, veloce e molto vicina al cliente, si possa giocare un ruolo di prim’ordine nel panorama mondiale del settore.

Quanto sono importanti gli investimenti Sirmax in Polonia?

La Polonia è sempre stata strategica per Sirmax, fin dal 2006, anno in cui abbiamo costruito greenfield il nostro primo impianto, Sirmax Polska, uno stabilimento produttivo tecnologicamente avanzato nella zona economica speciale di Kutno (Łodz) per la produzione di polipropilene compound. Nel 2019 è sorto il secondo stabilimento polacco, sempre a Kutno, accanto al primo, dedicato alla produzione degli elastomeri termoplastici della linea Xelter, ai compound tecnici con autoestinguenti e tecnopolimeri speciali. Il primo impianto è di 52 mila metri quadrati (20 mila di superficie produttiva), il più grande dell’intero gruppo e in grado di produrre 85 mila tonnellate all’anno di materie plastiche per i settori automobilistici e home appliance. Il secondo stabilimento, il dodicesimo del gruppo, dalla superfi cie produttiva di 12.500 metri quadrati, è interamente dedicato ai nuovi prodotti della famiglia Xelter. In totale, nei due stabilimenti polacchi, sono impiegati 130 lavoratori. Ci teniamo molto alla Polonia, per la sua centralità logistica e perché è il nostro avamposto verso l’Est Europa.

Il granulo Sirmax

Due anni di Covid e ora la guerra hanno causato ricadute negative in tanti settori industriali, nel campo della plastica qual è la situazione?

Non posso dire che il mondo della plastica non ne abbia sofferto. Noi davanti al Covid ci siamo chiesti se fermarci o proseguire negli investimenti già avviati e abbiamo deciso di proseguire, forti di una serie di analisi di mercato e di indicatori confortanti e grazie ad una solidità finanziaria di gruppo che incarna anch’essa i concetti di sostenibilità e trasparenza. E tutto ciò ci ha premiati. Il 2020 si è rivelato in crescita nonostante il Covid, grazie ad una forte ripresa degli ordini nel secondo semestre; poi abbiamo avuto un 2021 oltre ogni aspettativa, passando dai 300 milioni di ricavi del 2019 ai 480 del 2021. Complessivamente, gli investimenti effettuati da Sirmax Group nel 2021 sono stati di circa 24 milioni di euro: 12 di questi hanno interessato il potenziamento nell’ambito della green economy. Gli altri 12 sono stati destinati al nuovo sito produttivo degli Stati Uniti, a completamento dell’investimento complessivo che dal 2020 ad oggi è stato di circa 30 milioni. Nel 2021 sono state fatte anche 100 nuove assunzioni, numero che ha portato il totale dei dipendenti da 700 a 800 in tutto il mondo. I nostri investimenti e l’aver privilegiato catene di approvvigionamento regionalizzate e fi delizzate ci hanno fatto guadagnare quote di mercato. Siamo stati vicini al cliente con le forniture, con prodotti ad hoc e con servizi tecnologicamente avanzati, guardando sempre al medio-lungo termine e costruendo tutto con prudenza e raziocinio. Restano i timori per il futuro: lo scenario geopolitico, i costi dell’energia e delle materie prime rischiano di ridurre la domanda. Non c’è preoccupazione per l’impatto diretto su Sirmax: le nostre catene di fornitura sono diversifi cate e ci permettono di fare scorte. Siamo preoccupati, invece, per gli effetti indiretti sui nostri clienti finali, in particolare dell’automotive, settore particolarmente esposto e già provato dalla carenza di microchip.

Lamborghini Diablo 6.0 arrivata in ritardo per Diabolik

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Non auguro a nessuno la sensazione che sto provando io in questo momento. Succede a chi aspetta troppo tempo per realizzare un’idea, nel mio caso l’idea per il testo che segue. È nata alcuni anni fa con l’acquisto del modellino Lamborghini Diablo. Quella mia è stata un’associazione immediata [qui mi devo scusare con Tomasz Skocki per essere entrato nelle sue competenze di esperto di fumetti] è, dopo tutto, l’auto perfetta per un criminale così straordinario come Diabolik. Dopo aver visto la versione cinematografi ca di quel fumetto del 1968, ”Danger: Diabolik”, diretta da Mario Bava, ho riflettuto a lungo su chi dovesse interpretare il ruolo del protagonista in un possibile remake [prima John Phillip Law], e quale attrice potesse eguagliare la fenomenale Marisa Mell nel ruolo di Eva Kant. Queste considerazioni erano originariamente destinate a concludere il nostro incontro qui, ma di punto in bianco avevo appreso che a dicembre 2021 è uscita una nuova produzione di ”Diabolik” con Luca Marinelli e la ”Miss Italia 2008”, Miriam Leone. Non ci resta che andare al cinema e scoprire con quanta precisione e adeguatezza i registi Manetti Bros. hanno scelto gli attori come protagonisti. [Tra l’altro, Diablo ha interpretato un piccolo ruolo in un fi lm sull’agente 007, ”Die another day”.]

Il personaggio di Diabolik non è molto conosciuto in Polonia. Fu creato da Angela e Luciana Giussani, due donne che anticiparono i tempi: negli anni Cinquanta, quando una donna al volante per le strade di Milano era una rarità e suscitava scalpore, Angela aveva già le qualifiche di una pilota di aviazione! Le sorelle dedicarono gran parte della loro vita lavorativa dirigendo la casa editrice Astorina che pubblicava le storie su Diabolik. Quanta ispirazione per le autrici sia stato il “Fantomas” francese* [in stampa dal 1911] è difficile da dire, perché entrambi i personaggi sono ladri geniali che usano dei gadget sofi sticati; sono anche beh, bisogna ammetterlo, assassini spietati. Diabolik non ha mai usato un’arma da fuoco, era capace però di abbattere o di sopraffare la sua vittima con un trucco o con un colpo proveniente direttamente dall’Estremo Oriente; non disdegnava lame e tutti i tipi di veleni e prodotti chimici. Dopo ogni azione si nascondeva in una delle tante residenze camuffate, sparse per tutto il mondo.

Il primo fumetto con testo di Angela e disegni di Angelo Zarcone, ”Il Re del Terrore”, fu messo in vendita nel novembre 1962 e costava 150 lire [oggi una copia ben conservata del fumetto costa fi no a 8.000 euro]. Pochi mesi dopo uscì un altro numero interamente creato e pubblicato dalle due donne. In questo contesto sorprende che abbiano scelto l’auto, che d’ora in poi sarà indissolubilmente legata al nostro eroe, ovvero la più bella coupé inglese: la Jaguar E-Type, di cui lo stesso Enzo Ferrari avrebbe detto: ”Questa è la più bella macchina che sia mai stata creata”. Ammettete che è diffi cile trovare una raccomandazione migliore. Tuttavia, se la Lamborghini Diablo, la quale deve il suo nome al toro (ovviamente), che l’11 luglio 1869 a Madrid, grazie alla sua aggressività e coraggio, fece il mitico combattimento con il torero El Chicorro, fosse stata creata 30 anni prima, penso che sarebbe diventata uno strumento ideale nelle mani di Diabolik.

Tuttavia, il progetto P132, come veniva chiamato il successore del vecchio modello Countach, iniziò a germogliare solo alla fine del 1984 ed era un’idea di Patrick Mimran, il quale finanziava l’azienda dal 1980. Il nuovo proprietario, dopo i duri anni ’70 per le super macchine, modernizzò lo stabilimento di Sant’Agata affidando la sua gestione a Emile Navaro. La qualità delle auto migliorò notevolmente e si trovarono i fondi per l’introduzione di un nuovo modello Jalpa 350 (sebbene fosse piuttosto un’altra versione di Urraco). Il compito principale della P132 era quello di raggiungere il ”200 Mph Club”, ovvero trovarsi tra le vetture che superano i 315 km/h [200 miglia all’ora].

Sandro Munari sulla pista di Nardò, con quella vettura leggermente truccata, correva a 340 km/h, quindi la P132 ha soddisfatto le aspettative dei suoi costruttori. Prima che questo succedesse i lavori durarono oltre 5 anni e consumarono ben 6 miliardi di lire, andando purtroppo ben oltre le capacità di Mimran, che decise alla fi ne di vendere la Nuova Automobili Ferruccio Lamborghini SpA alla Chrysler, nel 1987. Gli americani, con Tom Gale della Chrysler Styling Center a capo, decisero di “civilizzare” e ammorbidire la versione originale della carrozzeria, disegnata da M. Gandini, che fu alla fi ne accolta dallo stilista italiano.

Con spese così enormi, sorprende che la nuova vettura presentata nel 1990 a Montecarlo abbia ricevuto il motore Countach, praticamente invariato. Non era solo un V12, ma uno dei migliori progetti che Giotto Bizzarrini avesse mai creato, fatto che il marketing dell’azienda sottolineava discretamente apponendo una fi la di numeri sul coperchio del motore che indicava l’ordine di accensione di tutti i 12 cilindri.

Per i 10 anni di produzione, la Diablo è stata modernizzata, sono apparse le sue versioni successive, inclusa una VTR [3 esemplari] davvero unica, che costituiva “un’incollatura” costruita delle parti staccate, con le quali, tra l’altro, si faceva l’assemblaggio di tutte le versioni precedenti. Nel 1993 il modello VT fu dotato di trazione 4×4, che ne fece una delle prime supercar a utilizzare tale soluzione: la prima fu la Porsche 959 del 1986 e la Bugatti EB110 [cfr. Gazzetta Italia n. 74]. Sebbene J. Clarkson abbia commentato, nel suo stile tipico, che ”Diablo ha l’accelerazione fi no a cento… una volta sola”, l’auto ha trovato molti acquirenti volenterosi.

Si è scoperto rapidamente che la Chrysler non capiva il concetto dell’esistenza di questo produttore italiano, a loro avviso, troppo esotico. Nel 1998 Lamborghini passa nelle mani dell’Audi, che pensa subito al successore della Diablo, ma fi no al 2001 le versioni di Diablo ’99, GT, GTR e Diablo 6.0 vengono aggiornate da Luc Donckerwolke. 800 esemplari in totale, compreso “l’unicorno”, Diablo Classico Italia, realizzato in collaborazione con 23 aziende italiane. Le versioni dell’era Audi erano tecnicamente più avanzate delle precedenti, avevano l’ABS, con una nuova  elettronica, il sistema di gestione del motore e la carrozzeria in fibra di carbonio. Tuttavia, l’inevitabile fine della produzione della Diablo spinse il costruttore a cercare risparmi: ad esempio le luci anteriori dopo il face lifting provenivano dalla Nissan 300ZX (Z32). Ciò contrasta fortemente con la prima produzione di questo modello, quando venivano offerti optional come: spoiler posteriore [$ 4500], un set di valigie [$ 2600] o un orologio della rinomata azienda svizzera Breguet [$ 10.500], che è stato scelto da circa 50 clienti.

Negli ultimi 20 anni, il mondo è cambiato incredibilmente, e un gran numero di aziende italiane, nonostante la loro reputazione, prestigio e livello di riconoscimento, sono ora di proprietà di investitori stranieri. Dispiace davvero vedere come il Paese della creatività, pieno di idee innovative e originali, leader nel design e nella moda, famoso per la sua cucina e i suoi prodotti, abbia permesso che l’elenco di tutte quelle aziende multinazionali diventasse così lungo. Faccio solo alcuni esempi: Pirelli [Cina], Magneti Marelli [Giappone], Pininfarina [India], Barilla [USA], Baci Perugina e San Pellegrino [Svizzera], Algida [Paesi Bassi], Parmalat [Francia]. Anche le icone della moda sono sparse per tutto il mondo: Bulgari, Fendi, Gucci sono tutti di proprietà francese, Lumberjack [Turchia] e La Perla, come Ducati, è controllata dai tedeschi. A seguire: Indesit [USA] e anche ENEL [49% Russia] e Telecom Italia [USA]. Spero solo che tutti questi investitori non dimentichino cosa significa ”Made in Italy”, come non lo ha dimenticato il Gruppo Volkswagen [Audi], creando le condizioni per uno sviluppo di Lamborghini che gli italiani di Sant’Agata Bolognese non avevano mai avuto prima.

Gli appassionati di fumetti e di automobili possono scegliere tra diversi titoli, come ”Grand Prix”, ”The Art of War: Five Years in Formula One” o ”Hot Rods and Racing Cars”, ma imperdibile è la serie francese ”Michel Vaillant”, dove dal 1959 sulle pagine di 80 fumetti possiamo seguire le avventure del pilota da corsa, il protagonista M. Vaillant. Se cercate un po’ più da vicino, rimarrete sorpresi di quanto sia tangibile l’influenza che abbia avuto questo personaggio sul ”Mondo delle quattro ruote”.

Il modello è realizzato con precisione tedesca da AUTOart, in un colore sgargiante, tipico della Lamborghini e, soprattutto, si dice che le auto gialle siano… le più veloci!

* Fantomas guidava l’ancora deliziosa Citroen DS. Se la mia collezione non fosse limitata soltanto alle automobili italiane, la déesse [fr. dea] ci sarebbe sicuramente, sto solo cercando una scusa.

Anni di produzione: 2000-2001
Esemplari prodotti: 338 + 45 [6.0 SE]
Motore: V-12 60°
Cilindrata: 5992 cm3
Potenza/RPM: 542 KM / 7100
Velocità massima: 330 km/h
Accelerazione: 0-100 km/h: 3,9
Numero di cambi: 5
Peso: 1625 kg
Lunghezza: 4470 mm
Larghezza: 2040 mm
Altezza: 1105 mm
Distanza interasse: 2650 mm

Alessandro Parrello: “il cinema è l’evasione più spettacolare della vita”

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Attore, regista e produttore cinematografico italiano, abita in un trullo in Puglia e divide la vita professionale tra l’Italia e gli Stati Uniti. Il suo ultimo cortometraggio “Nikola Tesla, the Man from the Future”, ambientato a New York il 16 maggio 1888, racconta la storia dell’inventore serbo Nikola Tesla. Lo scorso dicembre il fi lm è stato presentato a Varsavia all’interno del 15° Grand Off Witold Kon, Festival Internazionale di Cortometraggi Indipendenti.

Incontriamo Tesla nel momento in cui sta per presentare un innovativo motore asincrono a corrente alternata che cambierà per sempre il mondo e il progresso tecnologico. Il fi lm è un progetto internazionale multi piattaforma girato tra cinema e VR 3D. La versione in realtà virtuale è stata girata con un sistema di ripresa in soggettiva 3D grazie a cui è possibile catapultarsi dentro la storia e dentro il corpo di Tesla, vivendo i suoi esperimenti in prima persona.

Il cortometraggio ha debuttato ad Alice nella Città, durante la Festa del Cinema di Roma, nel 2020 nella Selezione Ufficiale e, dopo un anno e qualche mese, sta ancora girando per i festival di tutto il mondo. Finora ha vinto un totale di 22 premi tra cui miglior cortometraggio a Hollywood Gold Awards, 2 premi al Digital Media Fest 2021 con la versione VR e delle menzioni speciali a Praga e in Russia. La versione VR del fi lm è uscita nel 2020, mentre da marzo la versione cinematografi ca sarà su Rai Play, così potrà essere apprezzato da un pubblico più ampio, non solo quello che frequenta i festival.

La regia non è stata la tua prima scelta, qual è stato il tuo percorso formativo?

In realtà ho fatto tanti lavori diversi nella vita. Nel mondo dello spettacolo ho iniziato facendo il fi gurante in qualche programma televisivo, prima di diventare attore. Solo dopo mi sono iscritto ad una scuola di teatro segnalatami da un collega. Ho studiato anche con Michael Margotta, un coach di New York, che lavora tanto in Italia. Devo dire che lui mi ha formato molto e tante cose mi tornano molto utili oggi quando lavoro con gli attori. Ho esordito giovanissimo come stuntman nel fi lm „Gangs of New York” che hanno girato in Italia e poi come controfi gura in „The Sin Eater” con Heath Ledger. Se penso che sono stato in auto con lui mi vengono i brividi. Poco dopo ho esordito come attore con un piccolo ruolo nella serie televisiva Elisa di Rivombrosa. Il primo lavoro come protagonista è stato nel 2004, nella serie Rai „Sweet India” di Riccardo Donna e da lì sono arrivate altre opportunità che nel 2007 mi hanno portato negli Stati Uniti. Era una cosa che volevo fare sin da bambino, ero affascinato dall’idea di partire e andare dall’altra parte del mondo. In più in quel periodo non stavo lavorando molto perciò ho deciso di dare una svolta alla mia vita e inseguire il sogno americano.

Perché hai scelto proprio New York?

In realtà volevo andare a Los Angeles, ma uscì un’intervista su in settimanale fatta in occasione della serie „Sweet India” e la giornalista invece di scrivere che volevo partire per Los Angeles, ha scritto per New York. L’ho preso come un segno e ho cambiato la destinazione del viaggio.

Il sogno americano si è rivelato come lo avevi immaginato?

All’inizio ho fatto il cameriere in un ristorante italiano sulla West 46 a Manhattan e grazie a quel lavoro sono riuscito a pagarmi la scuola d’inglese e il corso di recitazione. Poi ho fatto il modello per un grosso brand italiano. Comunque non sono rimasto fisso negli Stati Uniti, facevo avanti e indietro perché non avevo ancora il visto idoneo. Un pomeriggio, mentre ero a Roma, mi è arrivata una mail con la proposta di fare un provino per un cortometraggio a New York il giorno stesso! Non volevo rinunciare quindi ho scritto al regista inventando che ero impegnato fuori New York e gli ho chiesto se fosse stato possibile spostare l’incontro per il giorno dopo. Ci sono riuscito! Grazie a questa mossa mi sono imbarcato su un volo last minute, ho vinto il provino e mi hanno preso come protagonista per quel cortometraggio e subito dopo ho fatto il protagonista in un piccolo fi lm indipendente francese. È stata una svolta che mi ha permesso di prendere il visto come attore e ho cominciato a costruire il mio percorso.

E quando hai capito che alla carriera d’attore preferisci quella da regista?

Non c’è stato un momento preciso. Facevo video già a 16 anni con la super 8. Al liceo stavo sempre con la telecamera e giravo sketch divertenti con i miei compagni. Poi nel 2008 ho scritto e diretto il mio primo cortometraggio „Troppo d’azzardo”, in cui il protagonista doveva recuperare una Dune Buggy che il padre aveva perso a poker anni prima. È stato il primo progetto di finzione in Italia ad essere girato in 4K ed è uscito sulla Tv privata italiana Coming Soon Television. Poi però non ho voluto fare altre regie. Temevo di dare l’idea agli addetti ai lavori di voler fare troppe cose e mi ero auto convinto di fare solo l’attore. Stavo riflettendo su cosa volevo veramente fare nella vita e questo mi ha portato però ad aprire la mia casa di produzione. Alla fine del 2015 mi affidarono la realizzazione di un video per l’allestimento di un museo in Basilicata, sulla storia di un famoso brigante italiano dell’800. Mi è venuta l’idea di trasformare quel video in un cortometraggio cinematografico a cui diedi il titolo „Il lupo del Pollino”. L’idea piacque ai miei committenti, tanto che poi il corto ha vinto dei premi ed è stato distribuito da Rai Cinema. Dopo aver visto questo lavoro alcuni amici e la mia agente mi hanno esortato a dedicarmi nuovamente alla regia. Ero un po’ indeciso, ma poi si è aggiunta anche una produttrice e alla fine mi hanno convinto a lanciarmi in modo serio. Così ho cominciato a dirigere altre ricostruzioni storiche e una serie di video multimediali, incluso qualche spot di moda. Da lì mi sono specializzato nella regia Virtual Reality. Tra il 2019 e il 2020 ho fatto Nikola Tesla. Il film è stato prodotto dalla mia società WEST 46TH FILMS in coproduzione con la società inglese Casting The Bridge e con il sostegno di Nuovo Imaie. Questo progetto si è rivelato catartico sotto molti aspetti.

Perché volevi raccontare un personaggio come Tesla?

È stato un caso, anche se non credo al caso! Un pomeriggio, parlando di fisica quantistica con la casting director Teresa Razzauti, a un certo punto è uscito fuori il nome Tesla, di cui allora sapevo poco rispetto ad oggi. Il nome è soprattutto associato alle auto elettriche. Giorni dopo lei mi chiama e mi fa notare la mia somiglianza con questo grande scienziato. I suoi brevetti e il suo lavoro teorico formano, in particolare, la base del sistema elettrico a corrente alternata, della distribuzione elettrica polifase e dei motori elettrici a corrente alternata, con i quali Tesla ha contribuito alla nascita della seconda rivoluzione industriale. Così ho comprato subito le biografie e ho cominciato a studiare il personaggio. Mi sono innamorato di questa idea perché ho scoperto che Tesla ha avuto una parabola pazzesca che mi ha conquistato. Ho dovuto meditare un po’ su cosa raccontare perché non volevo fare un documentario. Mi interessava raccontare una storia basata su eventi reali ma romanzata, per far conoscere quest’uomo incredibile a chi non lo conosceva. Dovevo trovare l’idea giusta. Poi all’improvviso, mentre ero a New York, scrissi di getto la sceneggiatura in una notte, direttamente in inglese, et voilà!

Nel film ci sono elementi della vita reale di Tesla?

L’ultima scena del film è stata girata a New York da Delmonico’s, la storica steakhouse statunitense, dove Nikola Tesla andava spesso a cena con Mark Twain. La facciata del palazzo in cui si trova il locale è uguale a com’era a fine ‘800. Nel nostro progetto abbiamo ricostruito solo gli edifici che c’erano attorno. Siamo riusciti a girare lì senza pagare la location perché tre settimane prima scrissi una email romantica al marketing di questo ristorante, chiedendo se potevano aiutarmi a realizzare il sogno di girare lì dentro la scena finale del film. Hanno acconsentito mettendomi a disposizione l’interno e l’esterno. Il manager è un fan di Tesla! Sedermi sul posto dove veramente si sedeva Nikola Tesla è stata una grande emozione. Inoltre tutti gli effetti in scena sono stati realizzati usando una vera bobina di Tesla fatta arrivare sul set per ricreare la stessa magia che ha creato lo scienziato attraverso il suo campo elettromagnetico.

I prossimi progetti?

Sto preparando un nuovo cortometraggio perché amo questo genere. Secondo me, raccontare una storia in 15 minuti è un esercizio dell’anima che ti obbliga a concentrare la narrazione e far arrivare al pubblico il messaggio che vuoi trasmettere in un lasso di tempo molto limitato. Questo nuovo progetto si chiamerà „Lo zio di Venezia” e avrà come protagonista Giorgio Tirabassi, un attore italiano straordinario che ammiro molto. La storia si svolge interamente a Venezia e racconta un confronto generazionale tra uno zio romano e un nipote trentenne che dà tutto per scontato nella vita. Voglio raccontare come spesso noi diamo priorità alle cose superflue, un po’ per vana gloria, tralasciando i veri valori che ci rendono umani, tra cui l’amore. Tutto questo viene raccontato in una pungente chiave ironica, dove si sorride ma ci si emoziona, con un grande colpo di scena. Non vedo l’ora che il pubblico lo veda. Finito questo progetto mi dedicherò appunto al mio primo lungometraggio che avrà un bellissimo cast e sarà ambientato nel Sud Italia tra presente e passato, ma per ora lasciamo un po’ di mistero. In programma c’è anche un film di animazione in 3D, su cui sto già lavorando dallo scorso anno assieme a un gruppo di professionisti e avrà come protagonista un bambino speciale.

Stai sperimentando generi diversi?
Il bello di questo lavoro è che ci permette di dare sfogo alla fantasia e non essere fossilizzati con un solo genere. Mi sono imposto di fare solamente le cose che veramente mi va di raccontare o che sento debbano essere raccontate, a prescindere se le scrivo io o altri. Questa è una cosa che ho imparato anche dagli americani. Ci sono tanti registi che fanno film di generi diversi dove in ciascun lavoro mettono sempre un po’ di loro stessi. Una storia può essere raccontata con colori assai diversi, basta scegliere quali. A me stanno a cuore le tematiche come il confronto umano o immergere i personaggi in avventure fantastiche, raccontare di eroi positivi o negativi che ritrovano loro stessi. Mi piace esplorare le dinamiche dell’amore, dell’amicizia e il lato oscuro di ognuno di noi. Mi piace dar voce ai vinti che vogliono riscattarsi e non far mancare mai un colpo di scena che sorprenda o spiazzi il pubblico. Alla base di tutto questo però ci sono sempre i rapporti umani. Il cinema per me è l’evasione più spettacolare della nostra vita.