Per il Natale del 1896 un amico regalò a Giovanni un fucile privo del cane. Il regalo piacque così tanto al poeta che poco dopo, lʼ11 gennaio 1897, su “La Tribuna” venne pubblicata la sua poesia intitolata “The Hammerless Gun”. Il componimento, ispirato dal fucile, raccontava la storia di una caccia mattutina da cui il poeta era tornato a casa senza aver sparato un colpo perché non poteva fare del male agli uccelli incontrati lungo il cammino.
Giovanni Pascoli aveva ricevuto all’Università di Bologna un’istruzione classica che lo portò, tra l’altro, a vincere numerosissime volte il primo premio letterario di poesia in lingua latina ad Amsterdam nel concorso Certamen poeticum Hoeufftianum. Pascoli era così affascinato dalla letteratura antica che intitolò il suo primo ciclo di poesie “Myricae”, ispirandosi a un frammento della IV Ecloga delle Bucoliche di Virgilio: “non omnis arbusta iuvant humilesque myricae” (trad. di Luigi Rignanese: “non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici”). La rievocazione nel titolo della raccolta della tamerice – arbusto i cui fiori da vicino assomigliano a creature sottomarine, ventose di polpo o tentacoli di anemoni – non era un capriccio di Pascoli, ma una conseguenza del suo profondo affetto per la poesia idilliaca in cui un ruolo importante lo svolgono le piante e gli animali, tra cui in particolare gli uccelli.
Gli uccelli stanno a cuore a molti poeti, essendo ben più che i graziosi protagonisti delle loro opere. Zbigniew Herbert descriveva così le passeggiate con Czesław Miłosz: “camminiamo nel bosco, lui chiama per nome tutti gli uccelli, io sto cercando qualche ceppo per sederci e bere del vino, mentre lui fa il verso del gufo e chiama gli uccelli, tutto dedicato alla natura”. Come scriveva Maria Pascoli, sorella di Giovanni, la casa dei Pascoli risuonava del canto degli uccellini. Sotto lo stesso tetto abitavano bengalini, merli, fringuelli, canarini, scriccioli, cinciallegre, l’usignolo Gnulin, nonché un’intera colonia di passeri, tra cui il preferito del poeta: Ciribibi. Il suo nome divenne a tal punto famoso tra gli amici di Pascoli che il suo amico Severino Ferrari onorò con il nome Ciribibi il suo luccherino, protagonista di una poesia mandata a Pascoli nella primavera del 1890.
Molte specie di uccelli che abitavano nella casa di Pascoli vengono rappresentate anche nella sua opera poetica. Nelle sue poesie emerge la sua profonda conoscenza delle credenze e usanze locali toscane e romagnole dell’epoca. Nella poesia “La partenza del boscaiolo” la protagonista principale è la cinciallegra che con il suo canto dà ai “lombardi”, i boscaioli modenesi, il segnale per iniziare il loro viaggio. Ogni anno i lombardi scendevano dai monti in Toscana, da dove partivano per l’Africa a lavorare. Il canto della cinciallegra è rappresentato attraverso l’onomatopea “tient’a su” che Pascoli sottolineava nelle sue lettere di averla appresa dalle tradizioni popolari. In un’altra poesia è rappresentato il cuculo, il cui canto significava che inizia “il tempo di cucco” (il periodo in cui vengono svolti i lavori di potatura della vite) secondo una saggezza popolare rievocata già da Plinio il Vecchio e richiamata anche da Orazio nelle “Satire”. Una delle specie più amate da Pascoli erano le rondini che vengono in Italia intorno alla tradizionale data dʼinizio della primavera, ossia il 21 marzo, giorno di San Benedetto, come afferma il proverbio italiano: “San Benedetto la rondine sotto il tetto”; pertanto il poeta le rende protagoniste, tra l’altro, della “Canzone di marzo”. Altrove Pascoli accenna alla cupa storia dei fringuelli che in Toscana e Romagna venivano accecati con gli spilli per farle cantare indipendentemente dalla stagione dell’anno, poiché in tal modo non percepivano le variazioni della luce. “Il fringuello cieco” racconta la storia di una conversazione tra alcuni uccelli, tra cui appunto il fringuello, i cui discorsi simboleggiano diversi atteggiamenti umani nei confronti del Dio.
Nelle poesie di Giovanni Pascoli i versi di alcuni uccelli annunciano un cambiamento del tempo o della stagione dell’anno. La capinera, un uccellino migratore passeriforme, prevede il tempo brutto, perciò dopo ogni suo “tack tack” le nuvole iniziano a coprire il sole e sulla terra cadono le prime gocce di pioggia. La conoscenza di tale caratteristica della capinera da parte di Pascoli è basata sulla letteratura scientifica dell’epoca, di cui faceva uso come confermano i suoi appunti: in questo caso si tratterebbe dell’antologia “La vita degli animali” dello zoologo tedesco Alfred Brehm. Quando l’inverno è prossimo si fa sentire lo scricciolo e il suo verso stridente assomiglia allo scricchiolio del ghiaccio, al frinire del grillo, al crepitio della legna nel caminetto e al suono di una noce che rotola. Lo scricciolo veniva addirittura chiamato dai romagnoli “la noce” (nel dialetto romagnolo: la cocla), oltre che per il richiamo caratteristico, anche per via della somiglianza fisica, avendo una forma tonda e il piumaggio castano. Non mancano nelle poesie di Pascoli i versi degli uccelli che annunciano lʼarrivo della primavera, come l’usignolo o il saltimpalo che si fa sentire già alla fine dell’inverno.
Nellʼopera poetica di Pascoli l’universo è un insieme di milioni di elementi ed il poeta si focalizza su un piccolo animale tanto quanto lo fa sui meccanismi che governano il mondo e il suo mistero inquietante e incomprensibile. Pascoli ha creato la propria lingua poetica, senza paura di usare neologismi, metafore complesse e simbolismo come mezzi di espressione, intrecciando le strofe con i ritornelli composti dai versi degli uccellini e, allo stesso tempo, ponendo domande difficili e stimolanti sulla realtà che lo circondava.





























Per rilassarvi e sbarazzarvi da questa sensazione di delusione, avete a vostra disposizione l’intera Verona, bella e pittoresca. Potete salire sulla collina di Castel San Pietro e visitare questo monumento oppure farvi un aperitivo sulla terrazza dell’albergo Due Torri. Tuttavia, vorrei portarvi in un posto magico a soli 19 km di distanza dal famoso balcone, ossia a Villafranca di Verona, dove si trova un vero e proprio “sesamo di Alì Babà” pieno di tesori, cioè il Museo Nicolis. Qui, essendo fuori dai sentieri battuti, non sarete sopraffatti dai turisti, ma dalla ricchezza di reperti esposti in mostra.
Tra le oltre 200 automobili eccelle l’unico esemplare al mondo di Lancia Astura MM Sport del 1938, costruita per Luigi Villoresi. La vettura, nella sua lunga e interessante storia, ha avuto anche una parentesi criminale, poiché veniva utilizzata per il contrabbando di orologi di lusso dalla Svizzera all’Italia. La macchina, dopo essere stata sequestrata dalla polizia, per anni rimase dimenticata in deposito, fino al giorno in cui la ritrovò proprio Luciano Nicolis. Fra le altre perle troviamo anche una Maserati A6 1500 di Evita Peron, una Alfa Romeo 6C 1750 GTC del 1931 rivestita in autentica madreperla e l’unico esemplare al mondo di Ansaldo Pf-1VA del 1906. Non tutti gli oltre 20 modelli Lancia collezionati da Nicolis fanno parte dell’esposizione permanente. Sono riuscito a vedere, a parte la già menzionata Astura, il modello Lancia Beta 20HP Runabout (Spider) del 1911 con due pedali dell’acceleratore, uno classico nella pedaliera e l’altro a forma di leva situato sul volante. Inoltre, ho potuto ammirare la rivoluzionaria nelle sue innovazioni tecniche (tra cui la prima carrozzeria monoscocca applicata in serie) Lambda VIII del 1928, la rarissima Lancia Fulvia Sport 1600 Zagato e una dozzina di altri esemplari non meno interessanti. Purtroppo, nonostante faccia parte della collezione della famiglia Nicolis, non ho visto la nostra Fulvia. E dunque, per quale motivo, descrivendo questo modello, mi riferisco al meraviglioso Museo Nicolis? La parola chiave è fanalone, cioè un enorme fanale esterno per illuminare la strada, che serviva da indicatore luminoso prima ai veicoli trainati da cavalli e poi alle automobili. Il museo di Villafranca vanta una gigantesca vetrina piena di bellissime lampade in ottone lucido di questo tipo, e appena vedrete la parte anteriore della Fulvia HF, capirete perché l’hanno soprannominata proprio “Fanalone”.
Negli ultimi 30 anni del Novecento la Lancia era un gigante delle corse e le sue automobili dalla Fulvia alla Stratos, dalla Lancia 037 alla Delta Integrale, vinsero tutti i rally più importanti. A questi successi contribuì in modo determinante “il Drago” Sandro Munari, uno dei piloti di rally di maggior successo nel mondo. Proprio al volante della Lancia Fulvia 1.6 HF vinse il prestigioso Rally di Monte Carlo nel 1972 (fu il primo italiano a conquistare questa corsa) e negli anni 1975-77, al volante della Lancia Stratos, ripeté questo successo altre tre volte. Quando nel 1977 la FIA iniziò a segnare punti ai singoli piloti, oltre alla classifica dei costruttori, fu Sandro Munari a diventare il primo campione del mondo rally. Visto che non è una rivista automobilistica, mi permetto di saltare i dettagli tecnici di questa fantastica macchina. Tuttavia, grazie a essi, la vettura riuscì a competere con le migliori auto di quei tempi vincendo spesso. Dal 1966 al 1974 l’auto vinse più di 50 rally e oggi è un “must have” per ogni collezione che si rispetti. Nella parte successiva della storia dei collezionisti, cercherò di portarvi in alcuni garage e hangar interessanti, però adesso diamo un’occhiata alla mia vetrina. Nel 2018 la rivista automobilistica britannica “Octane” ha conferito al Museo Nicolis il titolo del “Miglior Museo dell’Anno”, allora anche io dopo lunghi sforzi sono riuscito a ottenere il modello presentato oggi. Il team di AUTOart l’ha realizzata perfettamente. Il dimensionamento accurato, i bellissimi dettagli, il dipinto storico che fa riferimento alla vittoria di Munari nella 41esima edizione del Rally di Monte Carlo, mi hanno spinto a posizionare questa piccola opera d’arte su una piattaforma rotante in modo che possa essere ammirata da tutti i lati… compreso il telaio.
Anni di produzione: 1966-73 [solo versioni HF]