Quando essere italiani era un valore aggiunto

0
1207

ten artykuł jest dostępny w wersji polski

In una remota stanza della facoltà d’architettura del Politecnico di Varsavia, intervistando il professore di storia dell’architettura Robert Kunkel, affiorano, attraverso innumerevoli testimonianze architettoniche, gli straordinari legami che unirono la Polonia all’Italia. Fuori dalle finestre si impone una Varsavia rampante le cui nuove edificazioni scalano il cielo, occupano spazi verdi e coprono visuali spesso incuranti di pianificazioni urbanistiche, per la verità carenti, e del contesto in cui si inseriscono. “Sì, oggi la situazione è grave, ci sono pochi esempi di buone edificazioni, ci sono troppi vuoti amministrativi che consentono una sorta di architettura selvaggia che crea contrasti a volte stridenti. Per quanto riguarda le opere architettoniche che sono state costruite negli ultimi anni a Varsavia, ci sono delle costruzioni interessanti degne di nota. Non si è riusciti però a creare un piano urbanistico concreto a causa dell’ancora non risolta questione della proprietà dei terreni espropriati dallo Stato dopo la seconda guerra mondiale e che attualmente vengono recuperati da veri o presunti discendenti dei vecchi proprietari. Se proprio dovessi indicare un edificio di Varsavia che mi piace, appartenente a questa recente stagione architettonica, allora direi il BUW, la Biblioteca Universitaria, che si lega bene con il contesto architettonico e paesaggistico in cui è inserita e poi anche un ufficio grigio sito nella una strada per Piaseczno, progettato da Magda Staniszkis” racconta Kunkel.

Ben diverso fu il clima in Polonia tra il 1500 ed il 1800, quando la ricerca della bellezza architettonica era un valore importante per i committenti. Dal XVI al XIX secolo esisteva in Polonia la convinzione che soltanto gli italiani erano capaci di creare una buona architettura. Di conseguenza erano numerosi gli artisti italiani che arrivavano in Polonia per trovare clienti non solo tra la corte reale e la nobiltà ma anche tra i ricchi borghesi e i mercanti. È interessante sapere che anche i costruttori polacchi nei secoli passati assumevano nomi o pseudonimi italiani perché la parola “Italus” vicino al cognome era garanzia di lavoro ad opera d’arte. Sull’esempio di Re e nobili, che si servivano di architetti e mano d’opera italiani – basti pensare ai famosi Maestri comacini che avevano creato una sorta di “mafia edilizia lombarda” in Polonia – anche i committenti polacchi che se lo potevano permettere economicamente, cercavano di affidare le loro opere ad artisti italiani.

“Una ricerca quasi spasmodica d’italianità, che non sempre fu giustificata dalla bravura delle maestranze, perché non tutti potevano pagare i bravi architetti del Bel Paese; così a volte bastava un cognome italiano per assicurarsi un lavoro. Insomma” aggiunge Robert Kunkel “si guardava più alla fama d’essere italiano che alla vera capacità progettuale e realizzativa. Questo naturalmente senza negare il fatto che dal Rinascimento in poi arrivarono in Polonia moltissimi bravi architetti italiani, tra i quali spiccano naturalmente in età tardo barocca e neoclassica personaggi come Merlini e Corazzi che in particolare a Varsavia hanno lasciato indelebili tracce della loro indiscussa abilità: Merlini soprattutto con il Park Lazienki mentre al nome di Corazzi è legata, tra le altre opere, la facciata neoclassica del Teatro Nazionale, oggi Opera Narodowa.”

Un rapporto curioso quello tra committenti polacchi e italiani, viste le particolari garanzie richieste. “I polacchi apprezzavano i progetti e le capacità artistiche degli italiani ma al contempo ne temevano l’inaffidabilità; così per evitare il rischio di non veder realizzata l’opera perché un architetto o un artista improvvisamente ripartiva per l’Italia, venivano firmati dei contratti con dei gruppi di italiani in modo che in assenza di uno di loro gli altri si sarebbero fatti carico di concludere l’opera. L’attività dei maestri italiani in Polonia non è iniziata, come si pensa comunemente, nel Rinascimento. Già nel XII secolo uno degli allievi dello scultore Wiligelmo di Modena realizzò il portale romano della basilica a Czerwińsk. Affreschi di un maestro italiano del XIV secolo possono essere trovati all’interno del convento francescano di Cracovia oppure nella sagrestia della chiesa a Niepołomice. Fu inoltre uno scultore italiano a creare nel XV secolo la tomba del re Ladislao Jagellone nella cattedrale del Wawel. All’inizio del XVI secolo, assieme all’arrivo dell’architettura rinascimentale crebbe anche l’afflusso degli artisti italiani in Polonia: tra questi ce ne furono alcuni molto bravi come Bartolomeo Berrecci di Pontassieve nei pressi di Firenze, architetto del mausoleo reale dei Jagelloni oppure Bernardino Giannotti di Roma, costruttore della cattedrale di Płock. Erano altrettanto numerosi i muratori e gli scalpellini, in gran parte provenienti dalla Lombardia, dalle officine di costruzione della zona del Lago di Como, conosciuti come i ‚Mastri comacini’ che forse non erano tanto creativi ma rappresentavano un artigianato di solide tradizioni e creavano le forme architettoniche di moda nel Rinascimento. Nel Rinascimento lavoravano in Polonia artisti come l’architetto Santi Gucci di Firenze, lo scultore Gian Maria Mosca di Padova e Giovanni Battista di Venezia. Nel Barocco in Polonia operavano le intere famiglie dei Fontana, Ferrari o Catenazzi. Il più importante artista straniero che lavorava in Polonia nel Barocco era l’olandese Tylman van Gameren, ma imparò il mestiere a Venezia. Alla fine del XVIII secolo il re Stanislao Augusto commissionava i suoi lavori all’architetto Domenico Merlini, ai pittori Marcello Bacciarelli e Bernardo Bellotto, noto come Canaletto. Nel XIX secolo l’architettura classica a Varsavia fu curata da Antonio Corazzi, mentre lo storicismo fu rappresentato da Francesco Maria Lanci e dalla famiglia Marconi. Molto spesso questi artisti rimanevano in Polonia per tutta la vita, sposandosi con polacche e lasciando non solo dei bellissimi edifici, ma anche molti figli dai capelli scuri”.

Si può parlare di un Rinascimento polacco e riconoscerne le peculiarità distintive rispetto a quello italiano?

“La Polonia ha acquisito il Rinascimento nella sua forma originale, ovvero toscano-romana, unico paese in Europa accanto all’Ungheria. È curioso che nei Paesi dell’Europa occidentale, a causa delle forti corporazioni edilizie locali che non sopportavano la concorrenza, il Rinascimento italiano è apparso relativamente tardi e già nelle sue forme manieristiche o, come in Inghilterra, palladiane. La cappella del re Sigismondo a Wawel è praticamente l’unico mausoleo rinascimentale a nord delle Alpi di così pregevole fattura, così come la cattedrale di Płock, che è un esempio coerente di grande basilica di collegamento di un corpo allungato con una parte centrale del lato orientale – come nei piani teorici di Leonardo – coperta con un tetto romano a crociera come nel tepidarium delle terme di Caracalla. Tuttavia il clima del nord costringeva gli architetti ad adattare i modelli italiani. Furono adottate soluzioni sconosciute nel Bel Paese, come le alte cime dei tetti decorati con ornamenti del periodo e degli attici rinascimentali, chiamati anche ‚polacchi’. Tuttavia, il Rinascimento italiano non è presente solo a Firenze e a Roma. Gli architetti che sono cresciuti circondati dai conventi francescani del Veneto o dai piccoli dettagli delle ceramiche di Ferrara dovevano sentirsi abbastanza a loro agio nella Polonia del tardo Gotico”.

Un’influenza italiana che si espresse nelle architetture ma anche in interi piani urbanistici come nel caso della città di Zamosc.

“Dall’Italia arrivarono non solo costruttori, ma anche progettisti urbani come il progettista di interni Andrea dell’Aqua e il creatore della città rinascimentale di Zamość Bernardo Morando di Padova. Alla fine del XVI secolo Santi Gucci Fiorentino ha eretto a Książ Wielki per la famiglia Myszkowscy la prima residenza su assi sovrapposte con un cortile aperto e un giardino sul retro, comune nei secoli successivi in tutta Europa e chiamata, forse in un modo non del tutto appropriato, di tipo francese”.

Torniamo alla Varsavia di oggi: si sta pensando ad un piano urbanistico elaborato nel dettaglio per l’intera città?

“Sembra che i tempi delle grandi premesse urbanistiche a Varsavia, come gli assi Sassonica o di Stanislao, siano solo passato. L’ultimo periodo di pianificazioni, dovuto alla necessità di ricostruire la città, fu il realismo socialista con le sue costruzioni come MDM. Oggi, dopo la caduta del socialismo, è tornata in Polonia la tradizione della vecchia Repubblica; un testardo proprietario di terreno può addirittura bloccare la costruzione di un’autostrada. Varsavia necessita assolutamente di un bravo Architetto della Città, una persona dotata dell’autorità e delle competenze necessarie per contraddire i costruttori edili che, pur di guadagnare, sono disposti ad edificare ogni pezzo di terra libera. La figura e l’efficacia dell’Architetto della Città non è purtroppo sostituibile con nessun ufficio comunale”.

ten artykuł jest dostępny w wersji polski