Via Francigena

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

“E non già perché noi toscani siamo migliori o peggiori degli altri, italiani o stranieri, ma perché grazie a Dio, siamo diversi da ogni altra nazione…”.

Basterebbe questa frase di Curzio Malaparte nel suo Maledetti toscani per far capire a chi percorre il tratto toscano della Via Francigena che la grande varietà di paesaggio che incontrerà andrà di pari passo con la diversità dei suoi abitanti.

Una Toscana diversa, quella che discende dal Passo della Cisa – il Monte Bardone, che acquistò importanza al tempo dei Longobardi – verso la Lucchesia e la Lunigiana. A un tornante una mandria di cavalli, accompagnata da un cinghiale, forse un po’ addomesticato, confonde la strada con il prato. La chiesa di Nostra Signora della Guardia – che richiama nella forma e nell’emozione quelle alpine – accoglie il pellegrino prima di affrontare l’impegnativa discesa, fra boschi e mulattiere, in direzione di Pontremoli, proprio il borgo di Puntremel citato da Sigerico. Il fiume Magra, che intersechiamo più volte scendendo a valle, antico spartiacque politico, fu un corridoio di transito per i traffici commerciali verso il nord Italia. E il paesaggio, maestoso, è molto simile a quello che Sigerico incontrò poco prima dell’anno Mille, così come i borghi, i castelli, le pievi arroccate sui crinali. Discesi vicino la costa della Versilia, oggi meta turistica, è un po’ più difficile trovare memoria di pellegrinaggi francigeni: bisogna spostarsi nei piccoli borghi dell’entroterra, dove il simbolo del pellegrino indica chiaramente i luoghi significativi del culto.

Proseguendo lungo il percorso incontriamo la XXVI tappa di Sigerico, Luca, odierna Lucca, crocevia delle varie vie di transito transappenniniche. Qui, nel rivestimento del portico, è scolpito il labirinto, simbolo del pellegrinaggio e venerata l’immagine del Volto Santo, un crocifisso ligneo cui la leggenda attribuisce un’origine miracolosa, la cui venerazione in città ha superato quella dei veri santi patroni San Martino e San Paolino.

Lasciata alle spalle Lucca attraversiamo una zona densamente industrializzata, che in passato creava non pochi problemi ai pellegrini in quanto fortemente paludosa.

Oltrepassato l’Arno nei pressi di Fucecchio il percorso sigericiano sale verso San Miniato, per poi proseguire in direzione della Val d’Elsa, passando vicino a Castelfiorentino, Montaione, Gambassi Terme e Certaldo prima di attraversare San Gimignano, il “borgo dalle belle torri”. La Via attraversa l’Elsa – Aelse nel Diario – nei pressi di Colle di Val d’Elsa, e dopo Burgenove, l’odierna Abbadia a Isola, ai piedi di Monteriggioni, raggiunge Siena. “Figlia della strada”, come la definisce Ernesto Sestan, Siena – Seocine – è attraversata dalla Francigena da Nord a Sud, entrando da Porta Camollia e uscendo – dopo la deviazione che porta alla Cattedrale e all’antistante Pellegrinaio del Santa Maria della Scala – da Porta Romana. Oltre la Val d’Arbia, passato Buonconvento, Montalcino, Torrenieri, e San Quirico d’Orcia, il grande “parco fotografico”, tra le dolci colline, le cipressaie e le pievi della Val d’Orcia. Poi la via si fa più difficile salendo – a sinistra del torrente Paglia – verso Radicofani, descritto dai viaggiatori dell’Ottocento come un territorio ostile e pericoloso da attraversare, a destra verso Abbadia San Salvatore e la sua grande abbazia benedettina, con la bellissima cripta risalente al periodo longobardo, mentre l’ultima tappa toscana prima di Acquapendente è Sce Petir in Pail, un insediamento medievale non più esistente che si trovava nel fondovalle lungo l’attuale Via Cassia. Poi, dopo Aquapendente, la grande distesa laziale e infine la Città eterna.

foto: Luca Betti

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