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I film Corpus Christi di Jan Komasa e L’ufficiale e la spia di Roman Polanski sono stati nominati al premio Goya assegnato dall’Accademia delle arti e della cinematografia spagnola. Ad essere nominati nella categoria miglior film europeo anche The Father di Florian Zeller e Falling di Viggo Mortensen. Il più grande numero delle nomine va a Adu, disponibile su Netflix, diretto da Salvador Calvo. Il film può vincere il premio per la regia, sceneggiatura, musica e fotografia. Corpus Christi del regista polacco Jan Komasa racconta la storia di un giovane appena uscito dal riformatorio e scambiato per un prete. L’altro film a regia polacca, L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, tratta della storia di un ufficiale francese d’origini ebree che dopo un’indagine rapidissima in base alle prove false è stato condannato all’ergastolo per lo spionaggio per conto dei tedeschi. I Premi Goya sono assegnati dal 1987. L’anno scorso il più grande numero dei premi l’ha vinto Dolor y gloria di Pedro Almodovar (in totale sette, tra cui quelle per il miglior regista, la sceneggiatura e musica).
Al Rione Sanità bisogna andarci senza pregiudizi, con la mente aperta e con il cuore che batte. Perché il Rione Sanità è la quintessenza di Napoli, al di là del bene e del male. Miseria e nobiltà, delitto e bellezza, castigo e sorriso, vicoli scuri e cupole innalzate nell’azzurro del cielo: è una storia lunga millenni che si sente palpitare a ogni angolo, dai sottoportici alle piazze. Ogni napoletano del Rione, sorto appena fuori le antiche mura aragonesi e sotto l’ombra protettrice di Capodimonte, si sente più napoletano di ogni altro cittadino.
E ha ragione, probabilmente, perché il suo quartiere può renderlo felice o può dannarlo, più di quanto possa fare il resto della città. Ma può anche bastargli una vita, senza mai sentire il bisogno di uscirne a cercare il mare e altri orizzonti.
Casa natale di Totò
Qui, a via Santa Maria Antesaecula, è nato Totò, il grande attore, il principe della risata, che adesso primeggia tra i murales che da anni hanno cominciato a decorare le mura di tufo degli antichi palazzi, scalfite dalla Storia e dalla decadenza, e per il quale si attende da anni e anni che la sua casa natale diventi un museo. Intanto fuori al portone cisi può far scattare una foto da un intraprendente ambulante abusivo che vende magneti e souvenir. Questo è il rione del sindaco di Eduardo De Filippo, la celebre e celebrata commedia del 1960. Ma la Sanità è pure il quartiere della camorra che qualche anno fa ha lasciato morto sui basoli bollenti un adolescente, colpevole solo di trovarsi per strada durante una “stesa” (i raid in moto dei giovani delinquenti dei clan rivali che percorrono di notte le strade del rione sparando all’impazzata per imporre un loro predominio territoriale). Però la rinascita e una forte presa di coscienza della Sanità civile e perbene sono in atto da tempo, grazie anche all’attività di parroci come Antonio Loffredo che coinvolge mamme e giovani in efficaci attività legali e redditizie. La nera nebbia della malavita comincia a diradarsi.
Eppure basta passeggiare per qualche ora nel rione, entrando da piazza Cavour e immergendosi subito nel mercato di piazza Vergini per essere travolti dall’oleografia più pittoresca di Napoli. Un palcoscenico di chiese barocche e di botteghe stracolme che espongono per strada la merce come in un bazar del Medio Oriente. Profumi e fetori, colori e voci, musica dai balconi, tazzine di caffè bevute in fretta e in piedi davanti ai banconi dei bar. Il concentrato della vita popolare è qui. Poi tocca avviarsi verso la grande chiesa del Monacone (San Vincenzo Ferrer), ovvero Santa Maria della Salute, cuore della Sanità, e allora si resta incantati dalle scale del settecentesco Palazzo dello Spagnolo e del suo gemello Palazzo Sanfelice, pensati come quinte teatrali di uno spettacolo quotidiano, gratuito, dove ognuno è nel medesimo tempo attore e spettatore. Lungo il percorso troverete pizzerie (come l’imperdibile Concettina ai Tre Santi) e pasticcerie (come Poppella), perché alla Sanità il cibo è nutrimento e cultura, piacere della gola e della vista.
Il quartiere è nato nel XVI secolo, appena a nord del centro antico, dei Decumani, e probabilmente prende il nome dalla sua natura di vallata salubre, stretta tra Capodimonte e Caponapoli (l’antica acropoli greco-romana), subito dopo l’area acquitrinosa fuori porta San Gennaro. Ma la Sanità esisteva già prima di nascere. Perché, come hanno dimostrato le recenti indagini nel sottosuolo, qui la vita e la morte si confondevano da secoli. Non ci sono solo le magnifiche catacombe paleocristiane, aperte al pubblico e gestite da una cooperativa di giovani del rione. Scavando scavando, son venuti fuori pezzi dell’Acquedotto Augusteo, gli ipogei ellenistici e tutta una città sotterranea che sta cominciando ad attrarre sempre più turisti che nemmeno la recente pandemia ha completamente fermato. Così gruppetti di italiani e di stranieri si avviano volenterosi e curiosi fino al cimitero delle Fontanelle, un’enorme caverna che per secoli ha raccolto le ossa e i teschi di migliaia e migliaia di morti per peste e colera e i resti di corpi precedentemente seppelliti nelle chiese e poi trasportati in questo luogo dove si riesce a spettacolarizzare e rendere umano e trascendente, orrido e familiare persino l’Aldilà.
Attorno e sopra questi resti sparsi dell’antichità sono sorti dei quartieri nel quartiere. La Sanità pur essendo un rione urbanisticamente concentrato, chiuso e sufficiente a sé stesso, si divide in tanti altri microcosmi che all’occhio del residente si trasformano in pianeti lontani. Provate a chiedere a un abitante della Sanità come andare, per esempio, ai Cristallini, o ai Miracoli, ai Cagnazzi, ai Cinesi, alle stesse Fontanelle, tutti angoli distanti tra loro poche centinaia di metri, provate a domandare: vi risponderanno con gesti, sguardi e parole di supremo stupore, spiegandovi che sono luoghi lontanissimi, pianeti persi nello spazio che girano attorno al sole della chiesa della Salute. Eppure stanno lì, a due passi. È che l’uomo della Sanità non si sente solo al centro di Napoli, ma immagina di essere collocato al centro del sistema solare, anzi del cosmo. E sa bene che quello che gli accade attorno si ripeterà ciclicamente come l’eterno ritorno, nel quale sono immersi insieme a tutti i napoletani, ignari dell’eterno riposo.
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Pietro Treccagnoli vive a Napoli e per quasi quarant’anni ha lavorato al “Mattino”. Ha scritto di cultura, spettacoli, cronaca e soprattutto di Napoli alla quale ha dedicato alcuni dei suoi libri: “Elogio di san Gennaro” (Pironti), “Il Lungomare” (Rogiosi), “La pelle di Napoli” (Cairo), “I Quartieri Spagnoli” (Rogiosi), “L’Arcinapoletano” (Guida).
Passa le sue giornate da pensionato ascoltando Mozart, Bruce Springsteen e Pino Daniele. Se non siete troppo invadenti potete chiedergli l’amicizia sui social.
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Come rende noto il quotidiano Puls Biznesu la società coreana LG amplia l’impianto di produzione di batterie per auto elettriche a Kobierzyce (dintorni di Wrocław). Secondo le stime il nuovo investimento sarà di 302,9 milioni di euro. “La società Spółka LG Energy Solution ha appena ricevuto una garanzia di supporto nell’ambito del programma statale di Polska Strefa Inwestycyjna (Zona Polacca di Investimento)”, leggiamo nel quotidiano. Miłosz Marczuk il portavoce dell’Agenzia dello Sviluppo dell’Industria / Agencja Rozwoju Przemysłu (ARP) ha dichiarato a Puls Biznesu che “la quota dichiarata dell’investimento ammonta a 302,9 milioni di euro inoltre entro il 31 dicembre 2022 verranno assunti altri 500 nuovi operai”. Invece nel comunicato rilasciato da ARP leggiamo che la quota totale dell’investimento di Spółka LG Energy Solution dovrebbe superare 3,4 miliardi di euro circa 14 miliardi di zł e dare lavoro a circa 10 mila operai. Quando sarà completata la quarta tappa dell’ampliamento dell’impianto di Kobierzyce la fabbrica diventerà il più grande impianto di produzione degli accumulatori EV al mondo e dovrebbe soddisfare il 60% della domanda del mercato europeo.
Negli ultimi giorni sono stati superati i 2 milioni di morti per COVID-19 nel mondo. In Polonia si sono registrati ancora nuovi casi, con circa 7.000 nuovi casi al giorno, mentre il numero complessivo dei malati attivi si conferma ancora in calo.
Il numero complessivo dei casi attivi è sceso a 207.462 (settimana scorsa 226.083), di cui in gravi condizioni 1.597 (settimana scorsa 1.630),ovvero circa lo 0,8% del totale. Gli ultimi dati al 21 gennaio 2021 mostrano un numero di nuovi casi nelle ultime 24 ore di 7.152, con 419 morti.
Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato ancora alto, ovvero 2.105 morti dal 14 gennaio (in leggero calo rispetto ai dati della settimana precedente dove si erano registrati 2.215 morti).
Il Voivodato della Masovia (874), la Pomerania (740), la Grande Polonia (740), la Cuiavia-Pomerania (729), la Bassa Slesia (567), e la Slesia (489) sono i Voivodati maggiormente interessati da nuovi casi.
I numeri dell’epidemia sono stabilizzati e in calo.Attualmente sono occupati 14.928 letti da pazienti COVID-19, mentre le terapie intensive occupate sono 1.597.
Tutto il territorio polacco è ancora zona rossa con obbligo di mascherinenei luoghi aperti al pubblico, anche all’aperto. Sono chiusi al pubblico bar, ristoranti, palestre, cinema e teatri, con alcune eccezioni e la presenza di diverse restrizioni sul numero di persone consentite nei negozi, nei centri commerciali e vincoli per l’esercizio dell’attività delle strutture alberghiere. Bar e ristoranti possono effettuare il solo servizio di asporto.
Da segnalare questa settimana l’inizio del programma di sostegno Tarcza Finansowa PFR 2.0, a partire dal 15 gennaio possono essere inviate le richieste di sostegno da parte delle aziende polacche colpite gravemente dalla pandemia. Prosegue inoltre la campagna vaccinale in Polonia, che conta al 21 gennaio circa 590.000 persone vaccinate per il COVID-19.
Per quanto riguarda gli sposamenti, resta in vigore fino al 31 gennaio l’obbligo di quarantena di 10 giorni per gli ingressi in Polonia, anche da paesi europei, con mezzi di trasporto organizzati.
Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia, per il rischio di possibili nuove restrizioni sui voli e gli spostamenti.
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La presentazione della vettura Alfa Romeo per la stagione 2021 avverrà a Varsavia il 22 febbraio. Orlen lo ha confermato ufficialmente. Così, per la prima volta, la nuova macchina di F1 verrà mostrata al mondo nella capitale della Polonia. Ad annunciarlo è il magazine italiano “Motorsport”. La scelta della capitale polacca non è casuale. L’evento in programma il 22 febbraio sarà l’inizio ufficiale del secondo anno di collaborazione tra il team di Formula 1 e Orlen. Robert Kubica, che sarà tra gli ospiti alla presentazione del modello C41, sarà il pilota di riserva dell’Alfa Romeo per la prossima stagione.
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“La Polonia sta soffocando; la lotta contro lo smog è stata delegata ai governi locali; il programma governativo non funziona”, hanno sottolineato martedì i deputati del KO. La commissione del Senato deve presentare una bozza di un nuovo atto riguardante la lotta allo smog. La concentrazione di particolato e di inquinamento atmosferico è enorme, e ciò che è interessante è che i nostri vicini non hanno indicatori così elevati. La cattiva o pessima qualità dell’aria – secondo i dati dell’Ispettorato per la Protezione dell’Ambiente (GIOŚ) – si registra attualmente a Varsavia, Łódź, Bydgoszcz, Toruń, Danzica, Kielce, Lublino e Białystok. Ciò significa che la concentrazione giornaliera di PM10 può raggiungere anche 150 µg/m3. Nella classifica del sito iqair.Com di lunedì Cracovia, Breslavia e Varsavia sono state collocate nelle prime dieci città più inquinate del mondo. “Siamo troppo lenti a combattere lo smog. C’è un programma governativo “L’aria pulita”, ma esso richiede miglioramenti e riforme, perché è inefficace e poco conosciuto”, ha valutato la deputata del KO Małgorzata Tracz. Ogni anno 52 mila polacchi muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico.
I ragazzi di Zespół (da sinistra): Michał Drabik, Łukasz Izert, Łukasz Walendziuk i Kuba Mazurkiewicz
Łukasz Izert è un co-fondatore dello studio di design interdisciplinare Zespół Wespół e dell’atelier tipografico Pa!Riso. Lavora presso la Facoltà di Gestione della Cultura Visiva dell’Accademia di Belle Arti di Varsavia, dove è uno degli ideatori dello Studio d’autore sulle Strutture Mentali. Artista, designer, co-creatore di metodi partecipativi nelle tecniche di progettazione, paesaggista, rilegatore e tipografo.
Grazie al vostro lavoro siete stati in grado di costruire ”identità visive” di molte istituzioni e marchi. Ma qual è l’idea per la vostra azienda? Per essere riconoscibili nel settore?
Nel nostro lavoro siamo sempre stati guidati dal principio che la forma in sé è portatrice di contenuto. E questo è probabilmente ciò che ci distingue. Non siamo dei designer che creano solo per amore dello stile. La forma viene sempre correlata ad una funzione specifica. Se ci sono ornamenti, non derivano dal processo di progettazione stesso, ma si riferiscono consapevolmente a qualcosa. Il nostro stile collega le diverse personalità presenti nel gruppo (gruppo in polacco Zespół) e si fonda in gran parte sulla nostra preparazione e sulle diverse sensibilità. Lavoriamo costantemente per ampliare gli orizzonti della conoscenza. Il nostro sviluppo – dal punto di vista intellettuale, tecnologico e personale – influisce sullo stile del nostro design, sul modo in cui vediamo le cose. È un processo estremamente organico. Penso che ciò che ci caratterizza di più e sicuramente aiuta a creare il nostro marchio sia il metodo delnostro lavoro, ovvero costruire principalmente relazioni basate sulla cooperazione.
Idea e progetto grafico della campagna sociale dedicata alla pianificazione territoriale della città di Varsavia
Questo seguendo il vostro emblematico motto: All’inizio c’è l’idea…
In effetti, all’inizio c’è un problema, ma inteso come sfida. Successivamente emerge un’idea che viene costantemente verificata. Capita spesso che la prima idea, la prima intuizione, sia effettivamente la migliore. A volte invece è necessario scomporre la struttura dell’attività del nostro partner in fattori primi per entrare profondamente nella struttura del business del nostro partner e per trovarvi un’ispirazione unica che seguiremo. Ascoltiamo attentamente la storia e la tradizione di un’azienda o istituzione, le sue esperienze e i progetti futuri. Sono storie veramente affascinanti per le quali cerchiamo lamigliore visualizzazione. Conoscersi è in questo caso la chiave del successo. I clienti ci svelano il loro processo mentale e noi mostriamo il nostro modo di guardare la realtà. È un processo a due vie che arricchisce entrambe le parti. Impariamo molto sui nostri clienti e sul loro lavoro e questo ci aiuta a progettare per loro, ma anche i nostri clienti, allo stesso tempo, diventano più consapevoli di come funziona “il messaggio visivo” nella costruzione del marchio. Comprendono anche meglio le esigenze di immagine della loro azienda.
Un elemento importante dell’attività di ”Zespół” è il senso di comunità, la possibilità di un’attiva partecipazione alla creazione del proprio progetto.
Sicuramente è nel DNA del nostro studio fin dall’inizio. Noi siamo nati dalla collaborazione. Anche la nostra vita professionale è organizzata in questo modo: non esiste una rigida gerarchia per i designer senior o junior. Non siamo una grande società e non ci sforziamo di diventarlo. Siamo principalmente un gruppo di amici e sin dall’inizio abbiamo deciso di progettare, lavorare e completarci a vicenda in modo creativo. Questo forte elemento di comunità, in qualche modo alla base della nostra pratica, viene trasmesso al modello della nostra collaborazione con partner e clienti.
Le etichette del miele di Moniuszko dall’apiario sul tetto dell’Opera Nazionale di Varsavia
Già durante i nostri studi presso la Facoltà di Grafica dell’Accademia di Belle Arti di Varsavia, insieme a Kuba Mazurkiewicz e Michał Drabik, abbiamo appreso gli aspetti positivi del lavoro di squadra. Tale lavoro può essere non solo piacevole, ma consente anche uno sviluppo continuo (già negli studi e successivamente, come laureati, avevamo competenze in vari campi, dal design dei libri all’animazione cinematografica). Poi Łukasz Walendziuk si è unito a noi e si è scoperto che insieme possiamo fare ancora di più: ci completiamo a vicenda nelle nostre attività, ci consultiamo e ci rassicuriamo. Lo spettro delle attività dello studio, grazie alla nostra diversità, è davvero enorme.
Quattro mappe dei quartieri di Gdynia progettate in modo partecipativo
Abbastanza rapidamente una delle nostre specialità è diventata progettare utilizzando “metodi partecipativi”, ovvero metodi che coinvolgono gli utenti nel processo di progettazione. Inizialmente, abbiamo utilizzato questo metodo nel lavoro per le istituzioni culturali e le nostre attività sociali, piuttosto che per i clienti commerciali. Abbiamo creato – e stiamo ancora realizzando – progetti che costruiscono l’identità locale, come mappe e guide partecipative. Esempi di tali progetti sono la mappa sociale di Gdynia e “Targówek parla”. All’incrocio di progetti sociali e commerciali, creiamo vari tipi di campagne informative e educative utilizzando metodi partecipativi. In progetti come ŁAD (ORDINE) o il Parco Culturale della Città Vecchia a Poznań, è stato possibile incorporare metodi partecipativi nel classico processo di progettazione grafica della campagna. Trasferiamo queste esperienze anche nell’ambito commerciale: il nostro lavoro con i clienti nella fase iniziale si trasforma spesso in una sorta di workshop. Conoscendoci meglio, possiamo progettare meglio ciò che vuole il nostro partner. E da questo dialogo impariamo anche a conoscere esattamente le sue esigenze. Capita spesso che il cliente viene da noi con il desiderio di creare un volantino ed esce con un video. Ed è così perché siamo arrivati insieme al punto di capire che la natura della sua attività, del suo prodotto e del suo marchio verrà espressa al meglio proprio con questa forma e non qualsiasi altro mezzo. Come ho detto prima e lo ripeto volentieri: conoscersi e capire è l’elemento più importante del design, dà origine a un’idea, e solo dopo entra il lavoro concreto artigianale.
Diamo un accento italiano alla nostra conversazione. Attualmente state preparando un progetto che potrebbe essere interessante per i nostri lettori, ma non potete mostrarlo.
Calendario progettato per il Museo di Maria Skłodowska-Curie a Varsavia
Se non fosse per la situazione pandemica, potremmo vantarci della veste grafica del padiglione polacco per la Biennale di Architettura di quest’anno a Venezia. Purtroppo il virus ha sconvolto i piani di tutti, la Biennale sta per aprirsi e non possiamo ancora mostrare nulla. Tuttavia, inviamo spesso i nostri lavori a mostre e concorsi italiani. Ad esempio, una delle nostre pubblicazioni ha rappresentato il design polacco alla mostra di Milano. L’Italia in qualche modo ci attrae, ci affascina. Kuba Mazurkiewicz ha passato la luna di miele con sua moglie in bici. Io invece provo spesso a ritrovare l’italianità nel paesaggio polacco. Tutti noi amiamo le vecchie biciclette italiane, il caffè, il cinema, la cucina, il modo di trascorrere il tempo libero, quello stile speciale che gli italiani rivelano ad ogni passo. L’Italia ha una storia sorprendente nel campo del design, ma un argomento di tale portata merita un’altra intervista.
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Zespół Wespół ha recentemente collaborato con Gazzetta Italia, il risultato è la nuova forma grafica della rubrica “Finchè c’è cinema c’è speranza”.
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Le consultazioni sull’accordo di partenariato inizieranno martedì, e riguarderanno l’investimento dei fondi dell’UE nell’ambito della politica di coesione e del fondo di transizione, cioè circa 76 miliardi di euro. “L’Accordo di partenariato è il più importante documento in cui la Polonia e l’UE concordano sulle modalità di spesa dei fondi dell’UE”, ha comunicato il Ministero dei Fondi e delle Politiche Regionali. L’accordo di partenariato definisce la strategia per l’investimento dei fondi europei nell’ambito delle politiche dell’UE: la politica di coesione e la politica comune della pesca in Polonia negli anni 2021-2027. La Polonia ha negoziato la somma più grande della storia, circa 170 miliardi di euro, di cui 72,2 miliardi di euro per la politica di coesione (il 20% dei fondi per l’intera UE andrà alla Polonia). Come è stato segnalato i miliardi provenienti da fondi nazionali saranno destinati anche a investimenti cofinanziati da fondi europei: “Al momento è difficile dare un importo specifico, ma nella prospettiva 2014-2020 a ogni zloty di fondi UE aggiungiamo oltre 60 groszy di denaro nazionale”, ha detto il ministero. Il Primo Ministro afferma che il meccanismo di sviluppo deve aiutare la Polonia a raggiungere la media dell’UE nei prossimi anni.
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Nel febbraio 2018, la Polonia ha firmato un contratto con l’Autorità internazionale dei fondali marini per l’esplorazione dei solfuri polimetallici (rame, argento, metalli preziosi e gli elementi delle terre rare) nella zona della faglia atlantica. Il vice ministro per il clima e l’ambiente e il capo geologo nazionale hanno informato che la selezione di un appaltatore per la ricerca geologica, idrogeologica e ambientale nella concessione polacca nell’Atlantico centrale è in fase di completamento. Il programma PRoGeO, che mira ad aumentare la sicurezza delle materie prime del Paese, prevede lo stanziamento di oltre 530 milioni di PLN per l’esplorazione geologica dei fondali oceanici tra il 2017 e il 2033. La licenza di esplorazione polacca nell’Atlantico centrale non è grande (10 mila chilometri quadrati). I depositi si trovano ad una profondità di circa 1400 a circa 2800 m. La concessione sarà disponibile per 15 anni con la possibilità di prolungarla ogni 5 anni.
Alberto Sordi* nacque il 15 giugno 1920 nel rione romano di Trastevere. Sua madre era un’insegnante di scuola elementare e suo padre invece un professore di musica. Ed è stato proprio con il mondo della musica e dell’opera lirica italiana che Alberto associava inizialmente i suoi sogni per il futuro.
A 16 anni, decise persino di andare a Milano per un corso di recitazione. L’avventura fuori dalla capitale, tuttavia, si rivelò un fallimento: il ragazzo fu espulso per l’eccessiva influenza dialettale nella sua dizione, di cui Sordi non riuscì mai a liberarsi. In quel momento il futuro ”Marchese del Grillo” non poteva immaginarsi che in età adulta avrebbe fatto della ”romanità” la sua arma più forte. Per parafrasare un pensiero ben noto: ”Se Roma fosse un attore, sarebbe Alberto Sordi, e se Sordi fosse una città, sarebbe Roma”. Questa simbiosi tra la capitale d’Italia e il ”re della commedia” appartiene a uno dei capitoli più belli della storia del cinema italiano. Ma non anticipiamo i fatti! Il percorso verso il vertice della notorietà si è rivelato piuttosto lungo e… contorto per questa leggenda.
Alberto Sordi
Nel 1937, nella vita del diciassettenne Alberto apparve il doppiaggio. Quasi un decennio prima, la decima musa iniziò a parlare e rivoluzionò il cinema una volta per tutte. Per un gran numero di attori dell’era del cinema muto questo si rivelò in vari casi una triste e molte volte anche tragica fine della carriera, ma per altri talenti si aprì una porta importante. L’acclamata casa di produzione americana Metro-Goldwyn- Mayer fece organizzare un concorso per la migliore voce italiana per Oliver Hardy, il famoso Ollio del duo comico ”Stanlio e Ollio” (noto anche come Laurel e Hardy; Mauro Zambuto prestò invece la voce a Stan Laurel). Sebbene lo stesso Sordi non avesse molta esperienza nel prestar voce ai personaggi sullo schermo, alla giuria del concorso piacque il suo timbro (caldo, pastoso) e il registro (basso) della voce. Alberto fece il doppiatore fino al 1956 e la sua voce uscì dalla bocca delle più grandi star americane come Anthony Quinn e Robert Mitchum.
Gli avventurosi inizi del lavoro professionale di Sordi – attraverso il teatro leggero, la radio e le comparse in vari film (incluso l’affresco storico realizzato in onore di Mussolini, cioè ”Scipione l’Africano” di Carmine Gallone) – sono stati restaurati, in occasione del centenario della sua nascita, nel film televisivo ”Permette? Alberto Sordi” (2020) di Luca Manfredi. I panni del leggendario artista li veste Edoardo Pesce, un attore che recentemente ha guadagnato molta fama grazie al ruolo di carnefice e torturatore in ”Dogman” di Matteo Garrone (esibizione premiata con il David di Donatello per il miglior attore non protagonista nel 2019).
Un Americano a Roma
La voce di Sordi si dimostrò nuovamente fondamentale per l’ascesa al successo. Fu nelle commedie radiofoniche che nacque la famosa satira sui “compagnucci della parrocchietta” che in ogni modo enfatizzavano l’eccessiva decenza del loro comportamento, che spesso non andava di pari passo con ciò che veramente erano. Vittorio De Sica si dimostrò essere un fedele ascoltatore del programma e propose ad Alberto di espandere sul grande schermo le vicissitudini del suo eroe radiofonico. In tal modo, nel 1951, ”Mamma mia che impressione!” di Roberto Saverese debuttò sugli schermi dei cinema italiani. Nel film prodotto dal regista di “Ladri di biciclette”, Sordi recitò – per la prima volta – nel ruolo principale. È interessante notare che, accanto all’attore romano, proprio ”il padre del neorealismo italiano”, Cesare Zavattini fu responsabile congiuntamente della sceneggiatura del progetto. Sordi, che anni dopo ottenne meritatamente il glorioso soprannome del ”Re della commedia italiana”, definì spesso la cosiddetta commedia all’italiana come ”neorealismo a sfondo satirico”. Inoltre Alberto affiancò molte volte De Sica in vari film (tra cui ”il conte Max”, ”Il vigile”) e fu anche diretto dal maestro in “Giudizio universale” e “Boom” (1960-61).
Una ragazza di nome Giulietta Masina lavorò presso la stessa radio negli anni ’40. Il suo compagno di vita e il più grande amore fu un tale Federico Fellini. Diventarono molto amici, il che si è riflesso anche nella vita professionale di tutti e tre (”Sceicco bianco”, ”I vitelloni”, opera che abbiamo analizzato in dettaglio nel secondo episodio di questa rubrica ”Finché c’è cinema…”).
Fu la geniale satira di Steno, “Un americano a Roma” (1954) a determinare la vera e propria svolta nella carriera di Albertone. In questo film l’attore romano interpreta uno dei personaggi più iconici del suo repertorio artistico. Il giovane e un po’ sciocco Ferdinando ”Nando” Mericoni è infinitamente innamorato della cultura americana, percepisce il mondo circostante nelle categorie dei generi cinematografici classici di Hollywood e ogni giorno sogna di diventare un ballerino come Fred Astaire. Nando sarebbe in grado di fare qualsiasi cosa per ottenere un biglietto per gli Stati Uniti, compresa una pericolosa salita sul Colosseo. È poi entrata nella storia del cinema italiano la famosa scena con la pasta, nella quale il ragazzo romano versa tutta la sua frustrazione verso un piatto pieno di spaghetti (”Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone!). Il film di Steno fu all’epoca un grande successo al botteghino e sicuramente aiutò i cinema a ristabilire il contatto con il pubblico italiano (già stanco della quotidianità del ”triste neorealismo” e dei film americani degli anni ’30 e ’40, che invasero gli schermi italiani dopo la Seconda Guerra Mondiale).
Alberto Sordi
Nel contesto dell’opera di questo mostro sacro viene spesso usato il termine ”maschera”, che si riferisce ad un tipo di personalità, carattere che l’attore romano non solo ha ideato, ma soprattutto – nel corso degli anni – ha solidamente radicato nelle menti dei suoi connazionali. Le varie “incarnazioni artistiche” di Sordi sottolineano senza dubbio la flessibilità della sua commedia. La maschera del leggendario attore mostrava in uno specchio distorto tutti i paradossi dell’italianità e dell’ atteggiamento del cosiddetto ”italiano medio”, i cui comportamenti e sogni diventavano spesso effetti collaterali dell’ideologia e dei cambiamenti del boom economico postbellico. Un italiano che ha molti più difetti e peccati sulla sua coscienza rispetto a virtù e pregi. Albertone interpretava molti personaggi controversi, codardi o addirittura negativi, ma era sempre pronto a dargli una sorta di dignità. A volte vincitori, a volte grandi perdenti, gli eroi di Sordi non cessano mai di essere umani. E proprio di un tale personaggio della filmografia del “più italiano degli italiani” vi racconterò nel prossimo episodio della serie ”Finché c’è il cinema, c’è speranza”. Stiamo parlando di Giovanni Vivaldi, il protagonista principale di “Un borghese piccolo piccolo” (1977) diretto dal maestro Mario Monicelli. E così – come succede al cinema – to be continued! Sordi ritornerà in questo spazio!
* Questo è il momento giusto per sottolineare quanta influenza ha avuto Alberto Sordi sul titolo della serie di saggi sul cinema che stiamo realizzando con Gazzetta Italia. Non solo sottolineare, ma anche ringraziare, almeno simbolicamente. Si può notare facilmente che si tratta di un riferimento al titolo del film ideato e diretto da Sordi – ”Finché c’è guerra, c’è speranza” del 1974 (in Polonia conosciuto sotto il titolo ”Trafficante d’armi”). In accordo con il celeberrimo slogan – “facciamo l’amore, non la guerra” – abbiamo cambiato “ guerra” con “ cinema”, personalmente il più grande amore della mia vita.
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FINCHÈ C’È CINEMA, C’È SPERANZA è una serie di saggi dedicati alla cinematografia italiana – le sue tendenze, opere e autori principali, ma anche meno conosciuti – scritta da Diana Dąbrowska, esperta di cinema, organizzatrice di numerosi eventi e festival, animatrice socioculturale, per molti anni docente di Italianistica all’Università di Łódź. Vincitrice del Premio LetterarioLeopold Staff (2018) per la promozione della cultura italiana con particolare attenzione al cinema. Nel 2019, è stata nominata per il premio del Polish Film Institute (Istituto Polacco d’Arte Cinematografica) nella categoria “critica cinematografica”, vincitrice del terzo posto nel prestigioso concorso per il premio Krzysztof Mętrak per giovani critici cinematografici.