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Nel febbraio 2018, la Polonia ha firmato un contratto con l’Autorità internazionale dei fondali marini per l’esplorazione dei solfuri polimetallici (rame, argento, metalli preziosi e gli elementi delle terre rare) nella zona della faglia atlantica. Il vice ministro per il clima e l’ambiente e il capo geologo nazionale hanno informato che la selezione di un appaltatore per la ricerca geologica, idrogeologica e ambientale nella concessione polacca nell’Atlantico centrale è in fase di completamento. Il programma PRoGeO, che mira ad aumentare la sicurezza delle materie prime del Paese, prevede lo stanziamento di oltre 530 milioni di PLN per l’esplorazione geologica dei fondali oceanici tra il 2017 e il 2033. La licenza di esplorazione polacca nell’Atlantico centrale non è grande (10 mila chilometri quadrati). I depositi si trovano ad una profondità di circa 1400 a circa 2800 m. La concessione sarà disponibile per 15 anni con la possibilità di prolungarla ogni 5 anni.
Alberto Sordi* nacque il 15 giugno 1920 nel rione romano di Trastevere. Sua madre era un’insegnante di scuola elementare e suo padre invece un professore di musica. Ed è stato proprio con il mondo della musica e dell’opera lirica italiana che Alberto associava inizialmente i suoi sogni per il futuro.
A 16 anni, decise persino di andare a Milano per un corso di recitazione. L’avventura fuori dalla capitale, tuttavia, si rivelò un fallimento: il ragazzo fu espulso per l’eccessiva influenza dialettale nella sua dizione, di cui Sordi non riuscì mai a liberarsi. In quel momento il futuro ”Marchese del Grillo” non poteva immaginarsi che in età adulta avrebbe fatto della ”romanità” la sua arma più forte. Per parafrasare un pensiero ben noto: ”Se Roma fosse un attore, sarebbe Alberto Sordi, e se Sordi fosse una città, sarebbe Roma”. Questa simbiosi tra la capitale d’Italia e il ”re della commedia” appartiene a uno dei capitoli più belli della storia del cinema italiano. Ma non anticipiamo i fatti! Il percorso verso il vertice della notorietà si è rivelato piuttosto lungo e… contorto per questa leggenda.
Alberto Sordi
Nel 1937, nella vita del diciassettenne Alberto apparve il doppiaggio. Quasi un decennio prima, la decima musa iniziò a parlare e rivoluzionò il cinema una volta per tutte. Per un gran numero di attori dell’era del cinema muto questo si rivelò in vari casi una triste e molte volte anche tragica fine della carriera, ma per altri talenti si aprì una porta importante. L’acclamata casa di produzione americana Metro-Goldwyn- Mayer fece organizzare un concorso per la migliore voce italiana per Oliver Hardy, il famoso Ollio del duo comico ”Stanlio e Ollio” (noto anche come Laurel e Hardy; Mauro Zambuto prestò invece la voce a Stan Laurel). Sebbene lo stesso Sordi non avesse molta esperienza nel prestar voce ai personaggi sullo schermo, alla giuria del concorso piacque il suo timbro (caldo, pastoso) e il registro (basso) della voce. Alberto fece il doppiatore fino al 1956 e la sua voce uscì dalla bocca delle più grandi star americane come Anthony Quinn e Robert Mitchum.
Gli avventurosi inizi del lavoro professionale di Sordi – attraverso il teatro leggero, la radio e le comparse in vari film (incluso l’affresco storico realizzato in onore di Mussolini, cioè ”Scipione l’Africano” di Carmine Gallone) – sono stati restaurati, in occasione del centenario della sua nascita, nel film televisivo ”Permette? Alberto Sordi” (2020) di Luca Manfredi. I panni del leggendario artista li veste Edoardo Pesce, un attore che recentemente ha guadagnato molta fama grazie al ruolo di carnefice e torturatore in ”Dogman” di Matteo Garrone (esibizione premiata con il David di Donatello per il miglior attore non protagonista nel 2019).
Un Americano a Roma
La voce di Sordi si dimostrò nuovamente fondamentale per l’ascesa al successo. Fu nelle commedie radiofoniche che nacque la famosa satira sui “compagnucci della parrocchietta” che in ogni modo enfatizzavano l’eccessiva decenza del loro comportamento, che spesso non andava di pari passo con ciò che veramente erano. Vittorio De Sica si dimostrò essere un fedele ascoltatore del programma e propose ad Alberto di espandere sul grande schermo le vicissitudini del suo eroe radiofonico. In tal modo, nel 1951, ”Mamma mia che impressione!” di Roberto Saverese debuttò sugli schermi dei cinema italiani. Nel film prodotto dal regista di “Ladri di biciclette”, Sordi recitò – per la prima volta – nel ruolo principale. È interessante notare che, accanto all’attore romano, proprio ”il padre del neorealismo italiano”, Cesare Zavattini fu responsabile congiuntamente della sceneggiatura del progetto. Sordi, che anni dopo ottenne meritatamente il glorioso soprannome del ”Re della commedia italiana”, definì spesso la cosiddetta commedia all’italiana come ”neorealismo a sfondo satirico”. Inoltre Alberto affiancò molte volte De Sica in vari film (tra cui ”il conte Max”, ”Il vigile”) e fu anche diretto dal maestro in “Giudizio universale” e “Boom” (1960-61).
Una ragazza di nome Giulietta Masina lavorò presso la stessa radio negli anni ’40. Il suo compagno di vita e il più grande amore fu un tale Federico Fellini. Diventarono molto amici, il che si è riflesso anche nella vita professionale di tutti e tre (”Sceicco bianco”, ”I vitelloni”, opera che abbiamo analizzato in dettaglio nel secondo episodio di questa rubrica ”Finché c’è cinema…”).
Fu la geniale satira di Steno, “Un americano a Roma” (1954) a determinare la vera e propria svolta nella carriera di Albertone. In questo film l’attore romano interpreta uno dei personaggi più iconici del suo repertorio artistico. Il giovane e un po’ sciocco Ferdinando ”Nando” Mericoni è infinitamente innamorato della cultura americana, percepisce il mondo circostante nelle categorie dei generi cinematografici classici di Hollywood e ogni giorno sogna di diventare un ballerino come Fred Astaire. Nando sarebbe in grado di fare qualsiasi cosa per ottenere un biglietto per gli Stati Uniti, compresa una pericolosa salita sul Colosseo. È poi entrata nella storia del cinema italiano la famosa scena con la pasta, nella quale il ragazzo romano versa tutta la sua frustrazione verso un piatto pieno di spaghetti (”Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone!). Il film di Steno fu all’epoca un grande successo al botteghino e sicuramente aiutò i cinema a ristabilire il contatto con il pubblico italiano (già stanco della quotidianità del ”triste neorealismo” e dei film americani degli anni ’30 e ’40, che invasero gli schermi italiani dopo la Seconda Guerra Mondiale).
Alberto Sordi
Nel contesto dell’opera di questo mostro sacro viene spesso usato il termine ”maschera”, che si riferisce ad un tipo di personalità, carattere che l’attore romano non solo ha ideato, ma soprattutto – nel corso degli anni – ha solidamente radicato nelle menti dei suoi connazionali. Le varie “incarnazioni artistiche” di Sordi sottolineano senza dubbio la flessibilità della sua commedia. La maschera del leggendario attore mostrava in uno specchio distorto tutti i paradossi dell’italianità e dell’ atteggiamento del cosiddetto ”italiano medio”, i cui comportamenti e sogni diventavano spesso effetti collaterali dell’ideologia e dei cambiamenti del boom economico postbellico. Un italiano che ha molti più difetti e peccati sulla sua coscienza rispetto a virtù e pregi. Albertone interpretava molti personaggi controversi, codardi o addirittura negativi, ma era sempre pronto a dargli una sorta di dignità. A volte vincitori, a volte grandi perdenti, gli eroi di Sordi non cessano mai di essere umani. E proprio di un tale personaggio della filmografia del “più italiano degli italiani” vi racconterò nel prossimo episodio della serie ”Finché c’è il cinema, c’è speranza”. Stiamo parlando di Giovanni Vivaldi, il protagonista principale di “Un borghese piccolo piccolo” (1977) diretto dal maestro Mario Monicelli. E così – come succede al cinema – to be continued! Sordi ritornerà in questo spazio!
* Questo è il momento giusto per sottolineare quanta influenza ha avuto Alberto Sordi sul titolo della serie di saggi sul cinema che stiamo realizzando con Gazzetta Italia. Non solo sottolineare, ma anche ringraziare, almeno simbolicamente. Si può notare facilmente che si tratta di un riferimento al titolo del film ideato e diretto da Sordi – ”Finché c’è guerra, c’è speranza” del 1974 (in Polonia conosciuto sotto il titolo ”Trafficante d’armi”). In accordo con il celeberrimo slogan – “facciamo l’amore, non la guerra” – abbiamo cambiato “ guerra” con “ cinema”, personalmente il più grande amore della mia vita.
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FINCHÈ C’È CINEMA, C’È SPERANZA è una serie di saggi dedicati alla cinematografia italiana – le sue tendenze, opere e autori principali, ma anche meno conosciuti – scritta da Diana Dąbrowska, esperta di cinema, organizzatrice di numerosi eventi e festival, animatrice socioculturale, per molti anni docente di Italianistica all’Università di Łódź. Vincitrice del Premio LetterarioLeopold Staff (2018) per la promozione della cultura italiana con particolare attenzione al cinema. Nel 2019, è stata nominata per il premio del Polish Film Institute (Istituto Polacco d’Arte Cinematografica) nella categoria “critica cinematografica”, vincitrice del terzo posto nel prestigioso concorso per il premio Krzysztof Mętrak per giovani critici cinematografici.
Nel racconto “Le chiare sponde” di Sienkiewicz leggiamo “Io credo che ogni uomo abbia due patrie; una è la sua personale, più vicina, e l’altra è l’Italia”. Così lo scrittore definisce chiaramente il suo atteggiamento verso l’Italia, dove ha viaggiato numerose volte iniziando dal 1879 fino al 1909.
Tra le varie destinazioni c’erano: Venezia, Milano, Firenze, Roma, senza dimenticare Como e le puntate oltreconfine a Lugano. I motivi dei viaggi in Italia erano diversi: curiosità, desiderio di vivere un’avventura, attrazione culturale, salute, scritturadi viaggio, amicizie oppure conquiste amorose. I soggiorni italiani erano legati anche alla ricerca del senso della vita e dell’equilibrio e lo aiutavano a scoprire la bellezza. Sotto il cielo mediterraneo Sienkiewicz scrisse i frammenti di “Quo vadis?” (1896), “Senza dogma” (1891) e “La famiglia Połaniecki” (1895) per citare solo le opere più importanti. Dei suoi viaggi raccontò sia nella corrispondenza privata sia nelle lettere pubblicate sulla stampa polacca. Tra i vari ricordi quello meno conosciuto è il testo “Z wrażeń włoskich. Nervi” (1893).
La primavera del 1893 Sienkiewicz la passò in Italia. Arrivò a Nervi il 27 febbraio e si fermò all’hotel Eden. Quel luogo – che allora era un piccolo paesino in Liguria mentre oggi invece è il quartiere est di Genova – incuriosì lo scrittore per il suo affaccio sul mare. E a Nervi l’autore avrebbe incontrato la sua futurasposa, la diciannovenne Maria Włodkowiczówna accompagnata dalla madre. In una delle lettere a Karol Podkański lo scrittore paragona la bellezza della natura al viso della giovanissima fidanzata: “Nervi non te la puoi immaginare. Caldo, chiaro, si passeggia senza cappotto, ovunque fioriscono gli alberi di mele, mandorle, pesche, ci sono inoltre innumerevoli arance, limoni e pinoli. Il mare è un piacere infinito. Non devo dirti come su questo sfondo si presenta la signorina Marynuszka”. Il clima italiano faceva bene non solo alla salute ma anche alle avventure amorose. In amore lo scrittore non ebbe successo. Inizialmente Sienkiewicz voleva sposarsi in Italia ma era impossibile portare tutti i documenti richiesti dalla chiesa perciò il matrimonio si svolse a Cracovia. Purtroppo durò soltanto sei settimane. Marynuszka, più giovane dello scrittore di 28 anni, scappò dal marito. Fu uno scandalo ampiamente commentato dalla borghesia polacca.
Gli appunti di viaggio sono sicuramente una delle più importanti forme di descrizione della quotidianità del Novecento. La scelta di Nervi per riposare non era casuale. Secondo Sienkiewicz era una destinazione poco popolare tra i turisti. All’epoca di solito si viaggiava in Italia per motivi di salute o per spendere soldi. I mezzi di trasporto più diffusi erano i treni o le carrozze. Se pensiamo a come ci muoviamo oggi possiamo immaginare quanto più complesso era viaggiare allora.
La vita quotidiana degli abitanti che affollavano le strettevie della città non interessava tanto a Sienkiewicz. Lo scrittore invece osservava Nervi e dintorni in modo bidimensionale. Si soffermava sui dettagli, spesso nascosti, che davano atmosfera alla città. Guardava anche ad angolo largo, cogliendo tutto il paesaggio fino all’orizzonte come un direttore della fotografia professionale. La prospettiva da vicino sorprende con la ricchezza dei dettagli ma è anche stancante. La seconda invece offre una libertà sconfinata. Sienkiewicz descrive il vagare dello sguardo sulla linea lontana dell’orizzonte che pian piano sparisce nel paesaggio, e ogni tanto viene interrotta da piante, edifici, uccelli o dalle barche che vanno alla deriva. Nella descrizione colpisce la varietà dei colori. Colori che attirano l’attenzione dell’osservatore, che cambiano a seconda del momento del giorno e che permettono di definire alcune forme ma nello stesso tempo i colori costringono anche alla riflessione su tutta la descrizione del panorama, proprio a causa dello passar del tempo. Soprattutto i tramonti offrivano uno spettacolo straordinario mescolando le sfumature di oro, rosa, verde e rosso che in continuazione cambiavano grazie al rispecchiarsi del sole nell’acqua fino a diventare rosso porpora che alla fine cedeva il posto al color lilla delicato sullo sfondo sempre più scuro del cielo. La descrizione dello scrittore è priva di richiami alla storia o alla contemporaneità, si concentra piuttosto sulla pura contemplazione della natura. A volte lo scrittore dedica un po’ di spazio a descrivere i palazzi d’epoca, però l’attenzione presto torna alle bellezze del paesaggio. Il potenziale della natura sta non solo nella diversità della specie ma anche nella competizione per lo spazio con l’attività umana. Nonostante la ricchezza della natura, il cuore di Nervi, secondo Sienkiewicz, era il mare. L’impressione della sua grandezza ha fatto sentire lo scrittore separato dal mondo e messo a confronto con uno spazio enorme. I temi marittimi citati da Sienkiewicz ci permettono di vedere una delle componenti più importanti del paesaggio locale: il movimento. Da un lato il mare è apparentemente costante e allo stesso tempo sempre mutevole. Questa osservazione è diventata un pretesto per una riflessione più ampia sul confronto della superficie dell’acqua con l’anima umana, che è calma, ma variegata. Così, l’osservazione del mare è un pretesto per una ricerca sulla profondità spirituale.
Sienkiewicz si paragona nel testo ad una nuvola in continuo movimento che permette al lettore di vedere tante sfumature diverse del suo soggiorno a Nervi. Questo modo di descrivere il paesaggio fa pensare all’impressionismo, specialmente nei frammenti di testo riguardanti il cielo e l’acqua. Il colore del paesaggio cambia sempre, è affascinante ed unico. Questa caratteristica è strettamente legata all’inafferrabilità del tempo, all’osservazione della realtà nei diversi momenti della giornata e al confronto costante delle proprie impressioni visive con il presente.
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La bozza di legge prevede l’estensione dell’elenco dei parchi nazionali in cui l’entrata è a pagamento. Il governo vuole che i biglietti funzionino in 11 parchi: Babiogórski, Biebrzański, Bieszczadzki, Gorczański, Karkonoski, Magurski, Narwiański, Świętokrzyski, Tatrzański, Wigierski e Woliński. La giustificazione afferma che la possibilità di far pagare i biglietti d’ingresso su tutta l’area di altri quattro parchi (negli altri sette l’ordinamento ormai funziona) permetterà di effettuare ulteriori ristrutturazioni e modernizzazioni delle infrastrutture turistiche, compresi i sentieri turistici e i percorsi didattici. Si sottolinea inoltre che, sulla base dei dati dei parchi in cui già funzionano i biglietti d’ingresso, l’introduzione di questi cambiamenti non dovrebbe diminuire il traffico turistico.
Negli ultimi giorni si sono registrati ancora nuovi casi di COVID-19 in Polonia, il numero dei malati attivi è in lieve calo, ma sostanzialmente stabilizzato.
Il numero complessivo dei casi attivi è sceso a 226.083 (settimana scorsa 231.025), di cui in gravi condizioni 1.630 (settimana scorsa 1.590),ovvero circa lo 0,7% del totale. Gli ultimi dati al 14 gennaio 2021 mostrano un numero di nuovi casi nelle ultime 24 ore di 9.436, con 381 morti.
Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato ancora alto, ovvero 2.215 morti dal 7 gennaio (in salita rispetto ai dati della settimana precedente dove si erano registrati 1.687 morti).
Il Voivodato della Masovia (1.231), la Grande Polonia (1.058), la Cuiavia-Pomerania (993), la Pomerania (878), la Pomerania Occidentale (788), la Slesia (727) e la Varmia-Masuria (690) sono i Voivodati maggiormente interessati da nuovi casi.
I numeri dell’epidemia sono stabilizzati.Attualmente sono occupati 16.250 letti da pazienti COVID-19, mentre le terapie intensive occupate sono 1.630.
Tutto il territorio polacco è ancora zona rossa con obbligo di mascherinenei luoghi aperti al pubblico, anche all’aperto. Sono chiusi al pubblico bar, ristoranti, palestre, cinema e teatri, con alcune eccezioni e la presenza di diverse restrizioni sul numero di persone consentite nei negozi, nei centri commerciali e vincoli per l’esercizio dell’attività delle strutture alberghiere. Bar e ristoranti possono effettuare il solo servizio di asporto.
Da segnalare questa settimana la presentazione del nuovo contratto per il trasporto ferroviario, previsti nuovi investimenti nel settore. Continua la campagna vaccinale in Polonia che conta oltre 300.000 persone già vaccinate.
Per quanto riguarda gli sposamenti, resta in vigore fino al 31 gennaio l’obbligo di quarantena di 10 giorni per gli ingressi in Polonia, anche da paesi europei, con mezzi di trasporto organizzati.
Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia, per il rischio di possibili nuove restrizioni sui voli e gli spostamenti.
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Tassi di interesse bassi, vaccini contro il Covid-19, lockdown e riaperture: sono questi i maggiori fattori che secondo i rapporti delle banche influiranno sull’andamento delle diverse valute sul mercato globale. Il dollaro americano per esempio si sta indebolendo a causa del disavanzo sul conto delle partite correnti degli Usa e le segnalazioni dalla Riserva federale che suggerisce che i tassi di interesse rimarranno bassi tutto il 2021 e forse anche dopo. In Europa l’ambizione della Banca centrale europea è quella di sostenere l’economia del continente promuovendo competitività nell’ambito delle esportazioni il che richiede che l’euro non sia più forte delle valute dei maggiori partner commerciali. Nel 2020 questo obiettivo è stato conseguito solo parzialmente perché il cambio euro/dollaro è cresciuto dal 1,08 nel maggio 2020 al 1,23 nel gennaio 2021. Per quanto riguarda le valute dei mercati emergenti si aspetta un rafforzamento: a causarlo sarà la circolazione dei capitali nei paesi esportatori delle materie prime e i tassi di interesse bassi nei paesi sviluppati. Invece in Polonia a fare tendenza sono state le azioni intraprese nel dicembre 2020 dalla Banca Nazionale Polacca (NBP). Gli analisti si aspettano un lieve rafforzamento della valuta polacca. Il cambio EUR/PLN può ammontare a 4,26, USD/PLN a 3,54 e CHF/PLN a 3,96. NBP non vuole rafforzare la valuta polacca troppo per salvaguardare le esportazioni del Paese. Sostenere le esportazioni a detrimento del valore delle valute nazionali è uno stratagemma usato dalla maggior parte dei banche centrali. In linea generale sussiste una certa instabilità generale causata dalla crisi legata alla pandemia.
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Dopo la sospensione dell’account ufficiale e privato di Donald Trump si è iniziato a discutere sulle funzionalità dei social network attivi in Polonia. Il disegno di legge è stato presentato ieri dal ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro. Intanto su Facebook il primo ministro Mateusz Morawiecki ha ricordato la cinquantennale censura applicata dal regime comunista durante la Repubblica Popolare Polacca. “Per quasi cinquant’anni abbiamo vissuto in un stato in cui la censura era all’ordine del giorno e regolamentata, dove ci dicevano cosa dovevamo pensare, dire e sentire, e cosa, invece, no. Negli ultimi decenni internet è diventato un simbolo della libertà di espressione: uno strumento più democratico, un forum gigantesco in cui tutti possono esprimersi liberamente, impossibile da immaginare venti anni fa” ha scritto Morawiecki. “La non regolamentazione di internet porta benefici, ma negli ultimi tempi grandi società transnazionali hanno iniziato a strumentalizzarlo per aumentare i profitti e rafforzare il loro dominio globale. Questo anche combattendo contro quei politici che non la pensano come loro. La libertà di parola è il sale della democrazia, e per questo va difeso. La Polonia sarà sempre la paladina dei valori democratici, inclusa la libertà di parola. Gli amministratori e i CEO dei social network non possono agire al di sopra della legge. Faremo ogni cosa per definire le regole e il funzionamento nel nostro paese di Facebook, Twitter, Instagram e delle altre piattaforme social, seguendo le normative nazionali. Proporremo anche che simili normative si applichino nel resto dell’Unione Europea. I social media devono servire la società, e non gli interessi delle multinazionali”.
“Perché ho studiato italiano? All’epoca si sceglieva quello che piaceva di più senza pensare tanto al lavoro futuro. Poi la passione è diventata la mia professione.”
Inizia così l’intervista con la docente di italianistica all’Università di Varsavia Anna Osmólska Mętrak titolare di un interessante corso di Storia del Cinema Italiano, e presidente del concorso dedicato allo scomparso Krzysztof Mętrak. Una competizione organizzata dal 1995 che ogni anno, durante il Festival Internazionale ”Nowe Horyzonty” a Breslavia, premia giovani critici del cinema (fino ai 32 anni).
Lo studio dell’italiano in Polonia negli anni Settanta era molto diffuso?
Non particolarmente. Al liceo avevo studiato francese, mi sembrava di conoscerlo già a sufficienza e all’università volevo imparare qualcosa di nuovo. Tra le proposte c’era la facoltà di italianistica, specializzazione di romanistica, con corsi che iniziavano un anno a Varsavia e uno a Cracovia. Ho scelto l’italiano così di slancio, senza una ragione precisa, dell’Italia conoscevo già un po’ di cinema e letteratura ma non c’ero mai stata. All’epoca avevo un’amica di padre italiano, fu lei ad insegnarmi le prime parole.
La prima volta in Italia?
Anna Osmolska Mętrak, Kasia Smutniak
Nel 1979 a Siena al termine del primo anno. Di quella prima esperienza conservo ricordi meravigliosi anche perché l’Italia mi diede l’impressione d’essere un Paese generoso verso i polacchi. Ad esempio per noi studenti polacchi c’erano tante borse di studio e altre forme d’aiuto per passare un periodo in Italia. All’epoca uscire dalla Polonia era abbastanza complicato ma verso l’Italia, perfino durante la legge marziale, era più facile andare anche grazie alla disponibilità dell’Istituto Italiano di Cultura.
L’amore per il cinema quando è iniziato?
Subito! Fin dalle elementari andavo a vedere i film e leggevo riviste di cinema. All’università conoscevo già a fondo lacinematografia italiana, oltre ai grandi Visconti, Antonioni, Fellini, De Sica, anche Bertolucci, i fratelli Taviani, Scola e Pasolini tanto che quando nel 1981 il professore Bruno De Marchi dell’Università Cattolica di Milano tenne una conferenza a Varsavia io partecipai e gli feci una domanda su Pasolini. Lui rimase così colpito dalla mia preparazione che mi offrì una borsa di studio per un laboratorio dedicato a Pasolini. Così passai quattro meravigliose settimane in Friuli, sui luoghi nati del grande regista.
Pasolini un intellettuale fondamentale per la cultura italiana del Novecento, oltreché un grande regista, ma forse i suoi film in Polonia non riscuotono un successo pari a quello di altri cineasti italiani?
Dipende. È evidente che è una figura complessa e forse a volte complicata per il grande pubblico. Ma i cinefili lo adorano e anche recentemente sono state fatte rassegne incentrate sui suoi lavori. Per me è il più grande intellettuale italiano del dopoguerra.
Franco Citti, Pier Paolo Pasolini / fot. Gianfranco Tagliapietra
Come si trasforma il cinema in strumento per la didattica?
Per il mio apprendimento dell’italiano, della lingua e soprattutto della cultura di questo Paese, i film sono stati fondamentali e così di conseguenza ho pensato che sarebbe stato importante introdurre il cinema come materia di didattica. Iniziai nel 1997 e fino ad oggi continuo a parlare di cinema italiano. I miei corsi sono spesso monografici su un regista o su unatematica specifica, avere un approccio generale e storico al cinema italiano richiederebbe troppo tempo. Così scelgo un filo conduttore, ad esempio i film sulla mafia, e coinvolgo gli studenti invitandoli a cercare e curiosare tra i vari registi e soprattutto li spingo ad aprirsi liberandosi da certe categorie in cui siamo soliti catalogare i film, in questo l’esempio perfetto è la commedia all’italiana, un genere unico che tratta temi seri e importanti in modo leggero muovendosi tra spensieratezza e amarezza.
La Polonia si distingue positivamente per un grande rispetto verso la cultura, sei d’accordo?
Sì e questo deriva dall’attenzione che la mia generazione aveva per ogni forma di cultura e conoscenza. Sappiamo che per tanti anni in Polonia era complicato viaggiare e avere contatti stabili con l’estero, così appena capitava l’occasione di visitare un altro Paese si apprezzava ogni cosa, si viveva l’esperienza intensamente, si voleva imparare e vedere tutto e anche respirare una libertà che ci mancava, anche se la Polonia era il Paese dell’area comunista in cui si viveva relativamente meglio. E viste queste difficoltà di spostamento cercavamo ogni espressione di cultura straniera tra film, libri e teatro. Ecco forse abbiamo passato questa sete di cultura alle nuove generazioni.
In questo scambio culturale l’Italia giocava un ruolo importante?
Francia e Italia sono state, e sono tuttora, i riferimenti culturali principali per la Polonia, insieme al mondo anglosassone ovviamente. Un rapporto reciproco perché anche durante la PRL gli artisti polacchi erano spesso a Parigi o in Italia, pensiamo a Tadeusz Kantor, Jerzy Grotowski o ai tanti registi che partecipavano ai Festival del Cinema.
È giusto dire che il cinema polacco negli ultimi anni si è rilanciato a livello internazionale, riprendendo il suo tradizionale posto, dopo una stagione mediocre vissuta negli anni Novanta?
Dalla fine degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta abbiamo vissuto una lunga stagione di cinema di qualità con i grandi maestri della scuola polacca, Wajda, Munk, Kawalerowicz, e poi con il filone del “kino moralnego niepokoju” (cinema dell’inquietudine morale), tutti film importanti che sono i classici della cinematografia polacca che ognuno vuole avere nella sua biblioteca. All’inizio degli anni Ottanta si produceva ancora bene fino ai primi tempi del movimento Solidarność. Nel periodo della trasformazione della società, della politica e dell’economia invece il cinema passa in secondo piano, ci sono altre urgenze più importanti e non ci sono neanche i soldi per girare perché si passa da una cinematografia sostenuta dal contributo pubblico ad un cinema che deve contare su fondiprivati che all’epoca non c’erano. Queste sono le ragioni del vuoto artistico riferibile agli anni della trasformazione, periodo cruciale della nostra storia che oggi meriterebbe sicuramente una attenzione maggiore da parte dei registi. Un bel film su quel periodo comunque lo posso consigliare ed è Dług di Krzysztof Krauze. La ripresa a livello artistico inizia dal 2005 quando viene istituito il Polski Instytut Sztuki Filmowej e da lì è stato un crescendo fino ai tanti riconoscimenti internazionali ottenuti negli ultimi anni dal cinema polacco.
Il pilastro didattico della cinematografi a polacca è la Scuola di Cinema (Szkoła Filmowa) di Łódź?
Sicuramente lo è stata per tanti anni e non solo a livello nazionale ma anche europeo. Oggi però è giusto ricordare che ci sono tante scuole di cinema di qualità a Varsavia, Gdynia, Katowice e poi anche la Wajda School di Varsavia, questa indirizzata più a chi è già un professionista del settore. E poi sottolineo il grande ruolo che svolgono i Festival del cinema polacchi, a partire da “MFF Nowe Horyzonty” a Wrocław che tra l’altro negli anni ha dedicato moltissime retrospettive a registi italiani come Pasolini, Antonioni, Fellini, Nanni Moretti, Pippo Delbono. E poi ancora il Festival di Varsavia, quello di Cracovia e la rassegna estiva Dwa Brzegi di Kazimierz Dolny e poi anche il festival Kino na Granicy di Cieszyn, Millenium Docs Against Gravity, il Festival del cinema polacco di Gdynia e tanti altri. Un altro elemento importantissimo per la cultura cinematografica in Polonia sono i cineclub (Dyskusyjne Kluby Filmowe) che hanno una lunga tradizone e svolgono un ruolo fondamentale per la diffusione dell’arte cinematografica soprattutto nei centri più piccoli.
Registi preferiti?
Se parliamo di quelli italiani contemporanei direi Moretti, Sorrentino e Garrone, ma anche la giovane e bravissima Alice Rohrwacher, nonché registi meno conosciuti in Polonia che possiamo presentare al pubblico polacco nell’ambito dell’annuale rassegna “Cinama Italia Oggi” organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura e l’Istituto Luce Cinecittà, come ad esempio Edoardo De Angelis. Tra i polacchi sicuramente Paweł Pawlikowski, molto apprezzato in Italia, e Jan Komasa insieme a tanti altri tra cui ovviamente Agnieszka Holland. Poi una nuova generazione, tra cui sono sempre più numerose le ragazze come Jagoda Szelc ad esempio.
con Jarek Mikołajewski
Come coltivi oggi la tua passione per l’Italia?
Al di là dell’insegnamento ho molti amici in Italia ma devo dire che frequento anche tanti italiani che in questi anni hanno scelto di vivere in Polonia. Le mie città preferite restano Siena, il classico primo amore che non dimentichi mai, dove negli anni Novanta ho passato 9 mesi di fila a preparare il mio dottorato di ricerca su Antonio Tabucchi, il mio autore preferito che ho avuto anche la fortuna di conoscere. In questo caso devo molto all’amico di lunga data, il prof. Marcello Flores dell’Università di Siena. Torno volentieri anche a Roma dove sono ospite spesso nella Casa delle Traduzioni che ha biblioteca e foresteria. Perché oltre alla mia passione per il cinema, mi occupo anche delle traduzioni letterarie e qui la mia gratitudine va soprattutto alle due grandi maestre e amiche, Halina Kralowa e Joanna Ugniewska.
Insomma, tornando alla domanda iniziale di questa intervista, non sembra che tu sia pentita di esserti lanciata a studiare italiano così un po’ per caso?
Un po’ per caso, un po’ per il cinema italiano che conoscevo già, ma forse con il senno di poi fu una scelta non così azzardata e inusuale perché l’Italia ha un grande potere d’attrazione per noi polacchi. Anche se dopo il fascino inziale per la cultura e una lingua musicale si scopre che in Italia ci sono anche tanti problemi, difficoltà che sento ormai mie tanto da aver pianto ossrvando la mia “seconda patria” durante i primi tempi del Coronavirus quando nel nord Italia morivano migliaia di persone.
Studiare una nuova lingua è segno di apertura, quanto è importante per i giovani capire il valore di conoscere culture diverse?
La cultura è sinonimo di libertà, più cose conosciamo più siamo indipendenti e meno manipolabili, ed oggi in un’epoca di bombardamenti di fake news possiamo capire l’autenticità di quello che leggiamo solo se studiamo e alziamo l’asticella del nostro senso critico.
Un’ultima domanda ma un soggetto perfetto per un film, magari coprodotto tra Italia e Polonia, non potrebbe essere l’epopea del Secondo Corpo di Armata guidato da Anders?
Senz’altro! E mi viene subito in mente quando nel 2015, anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, in Italia si parlò molto dell’armata polacca grazie al toccante monologo di Roberto Saviano da Monte Cassino. Grazie a quell’intervento tanti italiani scoprirono l’apporto polacco alla liberazione del Paese. Una coproduzione polacca su questo tema sarebbe una cosa fantastica, naturalmente coinvolgendo anche i migliori attori italiani e polacchi.
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Il governo ha deciso che solo gli alunni delle classi da 1 a 3 tornano a scuola dal 18 gennaio. Il Ministro della Salute ha detto che non stare con i propri coetanei era per i bambini peggio del rischio Covid. Questa decisione servirà a mantenere il tasso di infezioni al livello più basso possibile. Nessuna decisione è stata ancora presa sui termini dell’abolizione delle altre restrizioni, quindi sono prorogate almeno per le prossime due settimane. Il settore gastronomico e alberghiero, ma anche sportivo e del tempo libero, continueranno quindi con le medesime restrizioni.
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Secondo gli esperti del Polski Instytut Ekonomiczny, in Polonia non si investe abbastanza nel settore energetico, nel settore delle telecomunicazioni e nelle linee ferroviarie ad alta velocità. Gli analisti sottolineano che il prossimo decennio porterà un maggior finanziamento per l’industria energetica. Il finanziamento per le infrastrutture stradali non dovrebbe essere un problema, ma il potenziale per realizzare investimenti energetici e di telecomunicazione è inferiore del 12% al previsto dal Global Infrastructure Hub. Le maggior carenze degli investimenti sono nel trasporto ferroviario e ammontano a 1mld di dollari, quindi il 57% della stima del fabbisogno. Nel caso del trasporto aereo la carenza è pari al 59%, e negli investimenti marittimi il 71%.