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Sottosegretario Scalfarotto a Varsavia: tra Italia e Polonia c’è un rapporto storico che va coltivato

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Fra Italia e Polonia esiste un rapporto storico che va coltivato. Lo ha affermato il sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto, parlando con “Agenzia Nova” oggi a Varsavia. “Parliamo di 23 miliardi di interscambio pre-Covid, numeri molto importanti” che fanno della Polonia “uno dei principali mercati e partner per l’Italia, visto anche il dinamismo di questa economia”, ha detto Scalfarotto. Nel contesto del dialogo bilaterale, “infrastrutture e transizione energetica sono al centro dell’attenzione”, perché sono prioritari per il governo polacco ma anche per l’interesse delle aziende italiane, “particolarmente capaci nei due settori”. “Parteciperemo alle gare d’appalto che verranno lanciate, per la costruzione delle strade e delle ferrovie e per aiutarle nella transizione energetica. Siamo ben piazzati nell’ambito delle fonti rinnovabili, abbiamo esperienza tecnologica e organizzativa, ci sono buone prospettive per lavorare insieme”, ha rilevato ancora Scalfarotto. Il sottosegretario ha proseguito spiegando che le prospettive di questo dialogo bilaterale “sono molto importanti: l’ambasciatore Aldo Amati sta facendo un eccellente lavoro, i rappresentanti della comunità imprenditoriale confermano l’intenzione di continuare a investire” in Polonia. “Lavoriamo con il governo polacco per risolvere qualche questione che abbiamo sul tavolo, ma in un’atmosfera di grande collaborazione, apertura e franchezza”, ha concluso Scalfarotto.

Venezia: alla ricerca del cuore di Venezia

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 78 della Gazzetta Italia (dicembre 2019 – gennaio 2020)

Esco di casa. A Campo San Polo il sole attraversa le nuvole. Saluto i vicini che portano a spasso i cani, portano i bambini a scuola o si siedono sulle panchine. Vado a lavorare, ma prima in un bar, dove sanno che sto per bere un cappuccino con latte di soia. Dentro, diversi volti mi salutano con un sorriso. Non ci conosciamo, ma a volte parliamo. Dopo il caffè, esco nella vivace calle. 

– Da che parte per Piazza San Marco? chiede una turista di passaggio.

– È più facile se va dritto a Rialto, attraversa il Canal Grande e poi svolta a destra dopo le indicazioni. Chieda lungo la strada per essere sicura. Sono solo 15 minuti. È difficile e perdersi… è molto facile. Hahaha! 

Entrambe ridiamo, ci auguriamo una buona giornata e andiamo ciascuna nella propria direzione. Mi piace aiutare i turisti e so che chiunque venga a Venezia è interessato alle sue architetture. Molte persone chiedono di San Marco per iniziare le visite dal “cuore di Venezia”, sono felice di aiutarle ad arrivarci, perché so che questo posto unico non è secondo a nessuno. Però per me il cuore di Venezia batte da qualche altra parte e la mappa della città ha un aspetto diverso.

La casa in cui vivo e il mio caffè preferito dove mi presento con le pantofole di casa e non è niente di strano. L’appartamento di un amico dove le risate degli ospiti si mescolano alla musica di piatti pieni di cibo delizioso. Cinque chilometri di percorso di corsa con viste motivanti più di una medaglia olimpica. Un negozio con guarnizioni e tutto il necessario per riparare una sedia in modo da non buttarla via. Un mercato ortofrutticolo ed una bancarella con i fiori per il vaso. Il ristorante creato da rifugiati dal Medio Oriente. La libreria dove libri saggi e persone sagge non sono rari. Una galleria d’arte. Il bar dove ho parlato con le persone migliori che conosco davanti a un bicchiere di prosecco. Il luogo di incontro dell’associazione di attivisti sociali.

Anna Poczobutt, fot. A. Tedesco

Dopo sei anni continuo a imparare la storia della città e a conoscere il suo presente. Venezia e il suo ricco passato sono un tesoro che volentieri cerco di far scoprire agli ospiti. E consiglio che nei giorni pieni di impressioni turistiche trovino il tempo di ascoltare il ritmo del vero cuore di Venezia: sulla riva al tramonto, su una panchina sotto un albero, al mercato e nel bar, o anche lungo un canale, dove un’enorme nave avanza sgradevolmente, o per le strade dove una linea sul muro indica il livello dell’acqua durante l’ultima alluvione. Auguro ai cercatori del cuore di Venezia che nel loro cammino verso i luoghi più noti si fermino e si regalino la possibilità di vedere ciò che è più prezioso: le persone che vivono qui, perché sono loro le basi viventi di Venezia.

traduzione it: Justyna Czerwonka
foto: Sebastiano Casellati

“Il genio imprigionato”, raccolta di incisioni di Piranesi in mostra al Castello Reale di Varsavia

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Ieri al Castello Reale di Varsavia è stata inaugurata l’esposizione di stampe dell’incisore e architetto italiano Giovanni Battista Piranesi. Al vernissage aperto dall’intervento del prof. Wojciech Fałkowski, direttore del Castello Reale di Varsavia, erano presenti molti esponenti della cultura e delle relazioni tra Italia e Polonia tra cui il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura Roberto Cincotta e il regista Krzystof Zanussi. La mostra, visitabile fino al 5 gennaio 2021, è stata realizzata in occasione del 300° anniversario della nascita dell’artista. Le sedici acqueforti presentate mostrano un fantastico spaccato del ciclo denominato “Carceri” e sono considerate la creazione più interessante dell’artista. “Carceri è l’opera più inquietante e misteriosa di Giovanni Batista Piranesi e una delle opere più misteriose della storia della grafica, con molte interpretazioni relative alla metafisica, alla filosofia e alla letteratura” ha dichiarato Jolanta Talbierska, la direttrice del La Sala delle stampe della Biblioteca universitaria di Varsavia e autrice di un saggio su Piranesi. Le opere esposte provengono dalla collezione del re Stanislao Augusto, conservata nella Sala delle stampe della Biblioteca universitaria di Varsavia. La raccolta raccolta dal sovrano è la più grande raccolta di opere di Piranesi – Giovanni Battista e suo figlio Francesco – in Polonia e una delle più grandi al mondo.
Foto Volatus Media

Venezia: gli interessi che affondano la bellezza

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 78 della Gazzetta Italia (dicembre 2019 – gennaio 2020)

Insieme all’acqua, che regolarmente nel corso delle ultime settimane riempie la città, in questi giorni sale anche un’amara riflessione. Finora, in realtà dopo l’acqua alta del 1966, in tanti nel mondo non si rendevano conto della situazione quindi, le alte maree degli ultimi giorni, forse un lato positivo ce l’hanno.

Ovviamente non posso essere certa che questa riflessione sarà da tutti condivisa. Osservando i turisti che con una gioia ripugnante avanzano e saltano nell’acqua scattando foto mentre accanto qualcuno sta perdendo il lavoro di una vita, ho dei dubbi. Ovviamente ci saranno anche i turisti consapevoli per cui Venezia è qualcosa di più di una meta per lo shopping veloce e un buon soggetto per Instagram. È spaventoso che il potenziale della scienza, come cultura marinara o ingegneria idraulica o architettura, finiscano per piegarsi alle logiche contorte della politica, della corruzione, e dell’economia turistica. La priorità dovrebbe essere invece la cooperazione unita e bilanciata di tutte le istituzioni impegnate nella protezione dei monumenti storici e degli abitanti, la cooperazione che prende in considerazione che con l’acqua bisogna vivere in un simbiosi perfetta.

Justyna Głuszenkow

Prendendo in considerazione il valore di Venezia quale patrimonio dell’umanità voglio credere che l’impegno nella sua difesa sarà di livello mondiale. Voglio credere inoltre che le generazioni future non saranno forzate a soddisfare la loro curiosità verso Venezia nelle sue copie imperfette o nella plasticata Las Vegas. In quei posti non troveranno i vecchi e consumati palazzi testimoni di tanti eventi storici. In quei posti le loro narici non saranno disturbate dall’odore dei canali che di natura è poco piacevole ma è nello stesso tempo così caratteristico per la laguna. In quei posti non troveranno le trattorie locali con i veri veneziani che tra un bicchiere di vino e l’altro, tra un piatto di pasta o di frutti di mare freschi, ti raccontano la loro storia. Perché, alla fine, tutto è cominciato proprio da loro.

foto: Sebastiano Casellati

 

Tornano i collegamenti aerei nell’area Schengen

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Come ha informato il Ministero delle Infrastrutture, il governo ha preso una decisione relativa ai divieti dei voli internazionali. La nuova ordinanza si applicherà dal 30 settembre al 13 ottobre. I voli per l’intera area Schengen, compresa la Spagna, dovrebbero tornare. Tuttavia, 29 paesi con un grado più elevato di infezione da Coronavirus saranno ancora esclusi dalle rotte aeree. Nella sua dichiarazione, il viceministro delle Infrastrutture Marcin Horała ha sottolineato che negli aeroporti polacchi è ancora mantenuto un elevato regime di sicurezza epidemiologica, quindi il governo potrebbe lentamente revocare ulteriori divieti di volo. Tanto più che non solo i vettori aerei annullano i loro voli, ma anche ad ottobre c’è un naturale calo del mercato dell’aviazione. Il Ministero ha anche aggiunto che un paese che si trova nell’elenco di quelli verso cui è vietato volare potrà essere rimosso dalla lista se introducono l’obbligo di presentare l’attuale risultato del test COVID-19 prima di salire a bordo dell’aereo. L’elenco dei 29 paesi vietati dal 30 settembre, in questo momento è il seguente: Belize, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Brasile, Bahrain, Israele, Qatar, Kuwait, Libia, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Cile, Ecuador, India , Iraq, Colombia, Costa Rica, Libano, Macedonia del Nord, Maldive, Moldova, Panama, Paraguay, Perù, Trinidad e Tobago, Capo Verde, Stati Uniti, Oman e Bahamas.

Venezia: città simbolo di cultura

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 78 della Gazzetta Italia (dicembre 2019 – gennaio 2020)

Mi è stato concesso di trascorrere a Venezia quasi un terzo dei migliori anni della mia vita. Ho vissuto più di otto anni di prime vere gioie e delusioni nel mio percorso di crescita in questa città bizzarra e unica nel suo genere. In un labirinto, fatto di mattoni e pietre, di desideri antichi ma sempre attuali, in una delle culle del genio umano che attraverso le avversità ha l’ambizione di avvicinarsi al suo Creatore.

Tanto i miei genitori mi hanno lasciato andare di casa ancora bambino, quanto la Serenissima mi ha cresciuto e reso un uomo adulto. Ha formato in me l’apprezzamento per il coraggio di farsi da sé, la perseveranza nell’inseguire il cambiamento creativo di me stesso e di quello che da me dipende. Sono cresciuto circondato da esempi di conquiste radicali, scolpite con la forza della volontà di singoli uomini: i dipinti pieni di forza espressiva del Tintoretto, all’avanguardia di centinaia di anni rispetto alla loro epoca (basti osservare la sua Ultima cena nella chiesa di San Trovaso a Dorsoduro); le prime donne al mondo che osarono apertamente non soltanto cantare le proprie composizioni, ma anche condurre le proprie assemblee musicali, come Barbara Strozzi; o l’idea stessa di un’Europa unita il cui aspetto pluralistico origina dalle democrazie sorte nelle mie due patrie e che mi hanno in effetti consentito di muovermi senza ostacoli tra l’una e l’altra e di sfruttare appieno quello che hanno da offrire.

Queste sono appena le basi della sapienza che ho ricevuto in questa città effimera, così amata dagli artisti di tutto il mondo, che l’hanno calcata alzando le loro teste alla ricerca di ciò che non è ovvio: Mozart, Brodskij, Miyazaki. Giacché la lezione principale che mi ha impartito questo bel sogno chiamato Venezia è la delusione. La delusione, così tipica dei sognatori.

E’ una sensazione che segue subito dopo il culmine della visione creativa, un attimo dopo che tutto si è fatto chiaro e perspicuo. La sensazione di alienazione legata al fatto che siamo consci di quanto sarà difficile condividere questa visione con gli altri e del

Mateusz Lucjan Wojciechowski

grande lavoro che dovremo compiere per distogliere l’attenzione di molti di noi dalla prosa comune della nostra vita, dal semplice calcolo di profitti e perdite nel bilancio di giorni che rapidamente sfuggono.

Un bilancio che al giorno d’oggi tende più spesso al profitto miope così tipico della fine dei tempi. Quando, invece di salvare una bella imbarcazione a vela dall’affondare, gli ufficiali riempiono le casse nelle loro scialuppe con i resti di passate conquiste, mentre il capitano già da tempo non è più a bordo. Tempi nei quali gli alberghi sono più importanti delle scuole e l’abilità di remare verso terra ferma è più apprezzata del saper navigare con l’aiuto delle stelle.

traduzione it: Massimiliano Soffiati
foto: Sebastiano Casellati

Venezia: rischio Disneyland

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rys. Beata Malinowska-Petelenz

L’articolo è stato pubblicato sul numero 78 della Gazzetta Italia (dicembre 2019 – gennaio 2020)

Venezia si descrive, si circoscrive, si digerisce e si porta nel cuore. È una città nata dall’acqua, un effetto vincente delle battaglie dell’uomo con la natura ed un modello della simbiosi stretta e naturale tra l’acqua e il tessuto urbanistico. Qui l’acqua detta la struttura ed imporre la forma, scriveva Lech Majewski nel suo romanzo “Metafisica”: È un metallo, lama di un coltello, forbici di un tagliatore che riducono case e strade in modo assoluto e definitivo.

Però questo equilibrio ponderato ed elaborato da secoli ѐ fragile e sottile. Navi da crociera enormi, colossi turistici bianco-azzurri, sfilando maestosamente davanti alla Piazza San Marco provocano movimento d’acqua, spostando centinaia di migliaia di metri cubi che intaccano le delicate fondamenta della città. Nonostante gli annunci secondo cui nel settembre 2019 sarebbe stato introdotto il divieto di entrare alla Laguna di Venezia a queste navi, tutto prosegue senza limiti. I danni all’ecosistema della laguna sono irreparabili. 

Oggi Venezia, la città più bella del mondo, mecca di romantici e decadenti, pittori e poeti, protagonista della novella simbolica di Tomasz Mann sta morendo lentamente trasformandosi in un parco divertimenti macdonaldizzato. Scompare sotto le maree dell’acqua alta davanti al mondo intero: sotto i riflettori, il brusio delle news e telecamere delle stazioni televisive più importanti, così come bruciava la Cattedrale di Notre Dame, come ardeva la foresta amazzonica. La causa di questo ѐ uno dei peccati capitali della globalizzazione contemporanea: l’avidità. L’avidità che ormai ha assunto la faccia del turismo di massa brutale. 

I veneziani combattono sommersi da una marea d’acqua e di turisti. Ma le domande sulla direzione degli sviluppi della città risuonano sempre più forti, le domande sul futuro di Venezia. Dopotutto la Serenissima ѐ un fenomeno transnazionale e transculturale: ѐ uno spazio particolarmente riconosciuto e caratterizzato dal “plusvalore” unico. È una città-individualità, con un’anima, una città che ѐ una forza attiva, creativa e un luogo di festival mondiali. Venezia ѐ un canone incontestabile di bellezza urbana e culmine della forma architettonica. È anche un grande mito che ѐ diventato un terreno fertile per lo sviluppo della cultura europea.

Beata Malinowska-Petelenz

Ma Venezia è anche luogo di folle di turisti, protagonisti di una carnevale senza fine che fa impennare i prezzi che diventano insostenibili per la maggior parte dei veneziani. Il Ponte di Rialto, un servizio fotografico in Piazza San Marco, gadget made in China, selfie con il prosecco sul Canal Grande e ritorno a casa. La monocoltura turistica e la monoeconomia. L’infinita sovraesposizione dell’immagine. E il deflusso dei nativi. Venezia tornerà indietro dalla strada che porta a Disneyland? 

***

Domenica, il 3 novembre del 2019. L’acqua sta cominciando a salire. L’Apocalisse sta arrivando lentamente. In piedi sulle lastre di pietra della Piazzetta guardo un colosso di una nave che sta arrivando. The show must go on. Quo vadis, Venezia?

testo: Beata Malinowska-Petelenz (architetto, pittrice, autrice dei libri, membro dell’Associazione degli architetti polacchi)
immagini: Beata Malinowska-Petelenz
traduzione it: Zuzanna Kulpa

Amo i veneziani

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 78 della Gazzetta Italia (dicembre 2019 – gennaio 2020)

Non è stato amore a prima vista. O quasi. Il mio primo viaggio in Italia, più di un quarto di secolo fa. Avevo 17 anni. Non sapevo molto d’Italia. Percepivo solo che volevo visitarla e conoscerla bene. Dopo oltre 30 ore di viaggio in pullman, mi sono trovata centrifugata in Piazzale Roma. Si, mi sentivo proprio così. Centrifugata. 15 agosto. Allora non sapevo ancora che significato ha questa data nella cultura italiana. Non sapevo che ad agosto sarebbe impossibile trovare nelle città italiane i loro abitanti autoctoni. Nel parcheggio veneziano una folla di turisti.

Il primo pensiero che mi è passato per la testa: “Voglio tornare a casa!”. Mi sono seduta su un marciapiede e mi sono messa a piangere. Siccome il pullman di ritorno doveva passare solo 24 ore più tardi, ho deciso di andare a vedere il mare. L’unico mare che avevo visto fino ad allora era il mare Baltico che suscitava in me i ricordi bellissimi. Speravo che il mare avrebbe lenito la mia nostalgia e un pisolino in spiaggia mi avrebbe aiutato a recuperare un po’ data la stanchezza del viaggio.

Mi ricordo il passaggio, a bordo del vaporetto di linea 1, per il Canal Grande, mi ricordo la crescente impressione dalle meraviglie che stavo vedendo e come sono rimasta senza fiato ed a bocca aperta quando siamo entrati in bacino di San Marco. Sul vaporetto zeppo di giapponesi ho notato una signora che sembrava europea. Le ho chiesto di farmi una foto. Abbiamo cominciato a parlare. Era una delle poche veneziane rimaste in città e stava andando anche lei in spiaggia. E così mi sono ritrovata a Lido, in mezzo ai veneziani, a festeggiare il Ferragosto. Senza prezzo.

Perché a Venezia quelli che sono senza prezzo sono soprattutto quelli che ci abitano. Da quando li ho conosciuti, i veneziani, non voglio più tornare a casa. Ho imparato a vivere come vivono loro. Perché quando abiti a Venezia, nelle calli all’alba e nella nebbia incontri solo chi conosci. Perché quando abiti a Venezia al mercato trovi il pesce migliore al mondo e il pescatore non dimentica le tue preferenze.

Magdalena Zbrzeska

Al pomeriggio al bar invece sei accolto come a casa. E il titolare della libreria si ricorda se il libro che tieni in mano, l’hai comprato per il compleanno del tuo amico qualche anno prima o meno.

Quando vivi a Venezia devi indossare le scarpe comodissime perché ogni giorno attraversi la città non solo in barca. Venezia senza veneziani cesserà di esistere. Per me Venezia significa soprattutto la gente del posto che ama la propria città. Come Alessia, che durante l’alta marea sta immersa nell’acqua fino alla vita recuperando ciò che è possibile salvare dal laboratorio di suo marito ma è felice perché sa che il giorno sarebbe ancora piovuto, perché la pioggia laverà le storiche pietre veneziane dal sale marino.

foto: Sebastiano Casellati

Vademecum per capire il caso Venezia

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 78 della Gazzetta Italia (dicembre 2019 – gennaio 2020)

MAREE

Lo scorso 12 novembre Venezia ha subito la seconda più grave alta marea della sua storia. L’acqua alta ha raggiunto la punta massima di 1,87, ovvero solo 7 cm meno di quel terribile 4 novembre 1966, che tutti i veneziani ricordano come la terribile “acqua granda”. Dopo quel drammatico 4 novembre il mondo intero aprì gli occhi sulla fragilità di Venezia e della sua laguna. Un ecosistema che i veneziani della Serenissima preservarono per secoli dal processo di insabbiamento che si sarebbe realizzato se, con ingegnose opere idrauliche, non si fossero deviati i fiumi fuori dalla laguna in modo che i sedimenti trascinati a valle dai corsi d’acqua finissero in mare e non in laguna.

Il problema nei secoli si poi invertito. Da quasi un secolo a questa parte la preoccupazione è che la laguna si trasformi da laguna con bassi fondali ad una sorta di braccio di mare. Dal secondo dopoguerra la portata delle alte maree si è intensificata. La marea è la ciclica oscillazione del mare che si registra in tutto il mondo con però diversa portata a seconda della posizione geografica, della forma geometrica del bacino, della profondità. Il Mare Adriatico a causa della sua posizione obliqua estesa da nord-ovest a sud-est e per la sua forma allungata, è una sorta di canale chiuso e presenta escursioni di marea significative. La marea raggiunge il suo picco in concomitanza con il plenilunio e novilunio, ovvero la marea sigiziale.

Su questi fenomeni di marea astronomica influiscono altri fattori tra cui il vento. L’acqua alta a Venezia non si concretizza in alcuna onda, come spesso sento dire dai media, ma invece è un crescere dell’acqua nel bacino chiuso della laguna. E la velocità e la durata della crescita è quello che determina l’acqua alta. Il ciclo delle maree si ripete approssimativamente due volte al giorno: l’intervallo tra due alte (o due basse) maree successive è mediamente di 12 ore. Calcolando che alcune parti di Piazza San Marco vanno sotto a 80 cm sul medio mare significa che circa per 100-150 giorni l’anno nel salotto più bello del mondo c’è acqua alta con tutte le conseguenze che sappiamo, l’acqua salmastra una volta ritiratasi lascia sale marino che risale i muri e sgretola le pietre.

Per capire la relazione tra marea e città va detto che a quota + 110 cm il 12% della città è allagato, a quota + 140 cm si allaga il 59% della città. Con l’ultima marea del 12 novembre era allagato circa l’85% della città. L’allagamento influisce come è noto su tutti gli aspetti della vita cittadina, dalla mobilità pedonale alla navigazione, dalla gestione delle merci al turismo. La misura della marea si prende dallo zero di Punta della Salute che è una media che non equivale al piano di calpestio della città ma è più bassa di qualche decina di centimetri e si avvicina al famoso medio comune marino che era un livello secolarmente definito ai tempi della Serenissima. 

Criticità

È chiaro che non bisogna assolutamente velocizzare la propagazione di marea in laguna, marea che entra attraverso 3 bocche di porto. Ed invece negli anni si è scavato il Canale dei Petroli, un canale dritto e profondo che porta le navi commerciali dalla bocca di porto di Malamocco a Porto Marghera, una via d’acqua in cui l’alta marea corre senza ostacoli velocizzando l’entrata e la portata dell’alta marea. All’interno della laguna sono poi state bonificate alcune aree a Porto Marghera ad uso industriale, bonifiche che hanno sottratto spazio di propagazione dell’acqua all’interno della laguna.

Ad acuire la situazione c’è il riscaldamento globale che comporta l’innalzamento dei mari e nel tempo le maree eccezionali si sono registrate in maniera drasticamente crescente. Il fenomeno della subsidenza naturale è stato moltiplicato dall’uomo quando dagli anni ’30 agli anni ’80 del secolo scorso le aziende di porto Marghera hanno spinto i pompaggi industriali dalle falde acquifere superficiali e il terreno è in parte collassato. Per capire quanto si sia abbassata la città basta vedere nei giorni di bassa marea quanto le scalinate dei palazzi scendano nei canali, scalinate che oggi sono stabilmente sommerse dall’acqua.

MOSE

In seguito all’alta marea del 1966 si cominciò a pensare ad un modello di difesa della città che da un lato prevedeva il rinforzo dei litorali a mare, Lido e Pellestrina, dall’altro individuava un intervento alle bocche di porto. Dopo molti anni di discussioni nel 1992 è stato scelto il progetto chiamato MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), un sistema di paratoie mobili concepite nel 1981 per proteggere in modo sicuro Venezia. Un’opera pensata per rispondere a vari vincoli imposti sia dalla Soprintendenza, la diga doveva avere un basso impatto visivo, sia dalla portualità che doveva essere mantenuta in piena efficienza, fatto quest’ultimo che ha di fatto obbligato a mantenere i canali d’entrata in laguna ad una profondità consistente e quindi a mantenere una portata d’acqua rilevante in laguna.

Il sistema Mose è costituito da 78 paratoie installate sul fondale delle bocche di porto. Si definiscono “mobili” poiché in condizioni normali di marea sono piene d’acqua e restano adagiate nei cassoni di alloggiamento realizzati sul fondale. Quando viene espulsa l’acqua, immettendo aria compressa, la paratoia si solleva, ruotando attorno all’asse delle due cerniere che la collegano al cassone di alloggiamento. Sfruttando la spinta di galleggiamento, le paratoie delle barriere, pur oscillando liberamente e indipendentemente per effetto del moto ondoso, sono in grado di mantenere il dislivello di marea tra laguna e mare. Dalla presentazione del progetto alla posa della prima pietra sono trascorsi 11 anni, il via libera lo diede il premier Berlusconi il 14 maggio 2003.

La comunità scientifica ed il Comune di Venezia negli anni hanno presentato altri progetti denunciando le criticità del MOSE, opera che restando costantemente sott’acqua subisce la corrosione marina. Per evitare gare, si incaricò dell’esecuzione un Concessionario Unico, il Consorzio Venezia Nuova, che nel tempo ha via via assorbito quote sempre maggiori dei finanziamenti stanziati, attraverso la famosa Legge Speciale, per la salvaguardia complessiva di Venezia che prevedeva anche la pulizia dei canali e i finanziamenti per il restauro degli edifici. L’opera doveva costare 3,4 miliardi di euro, ad oggi ne è già costata 5,49 miliardi e non è ancora finita, i tecnici dicono che il completamento è al 94% e si presume servano altri 400 milioni di euro. Il MOSE doveva essere finito nel 2016, attualmente la conclusione dei lavori e la messa in opera è prevista nel 2021. Si ipotizza che una volta terminato il mantenimento del Mose costi circa 100 milioni di euro l’anno. Tutta l’opera è stata segnata da gravissimi episodi di corruzione, sanzionati con pene definitive. 

CONCLUSIONI

Il discorso sulla salvaguardia fisica di Venezia potrebbe durare ancora a lungo, qui ci limitiamo a ricordare che oltre alla salvezza fisica della città oggi emerge un’altra irrimandabile urgenza ovvero quella della salvezza del tessuto socio-economico di Venezia che negli ultimi 40 anni ha perso 70 mila abitanti, ovvero la metà dei residenti, insieme a tanti mestieri, servizi e funzioni. Una città che oggi rischia di diventare una sorta di inanimato baraccone per il divertimento di basso profilo del turismo di massa. Di fronte agli errori commessi finora nel tentativo di preservare la sua laguna chiudo riportando un editto della Serenissima Repubblica di Venezia che mostra con quanta feroce attenzione e saggezza sia sta amministrata per un millennio Venezia: 

“Venezia per volere della Divina Provvidenza fondata sulle acque, circondata dalle acque è protetta da acque in luogo di mura: chiunque pertanto oserà arrecare danno in qualsiasi modo alle acque pubbliche sia condannato come nemico della Patria e sia punito non meno gravemente di colui che abbia violato le sante mura della Patria. Il diritto di questo Editto sia immutabile e perpetuo.”

foto: Sebastiano Casellati

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Giovanni Antonio Sacco

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GIOVANNI ANTONIO SACCO (Vienna 3/7/1708 – Su una nave da Genova a Marsiglia 19/3/1788). 

Ballerino, coreografo, il più grande Arlecchino e Truffaldino della Commedia dell’Arte, di tutti i tempi. Figlio di Gaetano Sacco, capocomico di una Compagnia di ballerini e comici veneziani e di Libera, anche lei ballerina e comica. Nasce a Vienna durante una tournée dei genitori in giro per l’Europa. Ha tre sorelle, Adriana, Anna Caterina e Francesca. Sposa Antonia Franchi, anche lei una comica e ballerina e ha subito un figlio, Giovanni e poi due figlie, Angela e Giovanna. Nel Carnevale del 1730, all’età di soli 22 anni, Antonio Sacco danza come “secondo Zanni” al Teatro della Pergola di Firenze. Il Granduca Gian Gastone de’ Medici, che è presente allo spettacolo, entusiasta della sua esibizione vocale, gestuale e mimica, lo invita a replicare, già dalla sera successiva, insieme a tutta la sua famiglia, al Teatro del Cocomero.

Oltre a lui, ormai famoso come Arlecchino nel “Servitore di due padroni” di Carlo Goldoni, nel corso degli anni, lavoreranno in seno alla Compagnia di suo padre, tre Innamorate: sua madre, Libera Sacco, sua moglie detta Beatrice, Antonia Franchi e una sua sorella, Anna Caterina Sacco; una Servetta: un’altra sua sorella – detta Smeraldina – Adriana Sacco Lombardi; una Clarice: Francesca Dima; tre Innamorati: Pietro Pertici, Francesco Ermano o Hermano e Ieronimo Ferrari – detti Silvio; due Pantalone: Antonio Fioretti e André o Andrea Bertholdi o Bertoldi; un Brighella: Domenico Zanardi; un Tartaglia: Agostino Fiorilli; tre Dottori: Rodrigo Lombardi, Carlo Malucelli e Ferdinando Colombo; un Cantatore: Pietro Mira; una Cantatrice: Alessandra Stabili; un violoncellista: Gasparo Janeschi o Taneschi; ancora, i Comici: Carlo Gibelli, Giovanni Porazisi, Camillo Ganzaga, Giovanni Antonio Guerra, Giovanni Piantanida con sua moglie Costanza Piantanida, Luigi Madonis, Antonio Madonis, fino ad un certo, non meglio identificato, Kandake. Nell’aprile del 1733, sempre con la Compagnia di suo padre, alla quale è stato assicurato un compenso annuo di 12.500 rubli, giunge a San Pietroburgo, ospite presso la corte della Zarina Anna Ivanovna. Qui, nel corso d’un anno e mezzo, la compagnia porta in scena ben ventisei commedie. Nel novembre del 1734 suo padre s’ammala, per cui egli assume l’incaico di Capocomico. 

Quando poi nel gennaio dell’anno successive, muore suo padre a San Pietroburgo, egli decide di lasciare la Russia. Ecco allora che, insieme ai suoi familiari e a gran parte dei membri della Compagnia, intraprende la strada del ritorno verso l’Italia. Passa per la Polonia, nazione governata da Augusto III di Sassonia e qui forse sosta per qualche tempo a Varsavia proponendo parte del repertorio rappresentato in Russia. A Varsavia fino a tre anni prima aveva operato la Compagnia del Capocomico e interprete di Coviello, Tommaso Ristori; è però ancora attivo il musicista Giovanni Alberto Ristori. In questa città, in passato, si era già esibito con grande successo, nelle vesti di Coviello, suo zio, il comico Gennaro Sacco, fratello di suo padre, direttore della Compagnia del Théàtre Italien di Parigi, finanziata da Luigi XIV e anche autore de “La commedia smascherata, ovvero i comici esaminati” del 1699.

Lasciata la Polonia, ma due artisti, Gasparo Janeschi e Francesco Ermano restano a Varsavia, giunge in Boemia e, in data 8 ottobre, sempre con i suoi famigliari e con gli stessi artisti, fa una seconda sosta a Praga per rappresentare alcune commedie nello splendido Salone del Ballo dentro il Lichtenstejnsky Palàc nel quartiere di Malá Strana. Nella primavera del 1738, Antonio Sacco, insieme a tutta la sua famiglia, compreso suo figlio Giovanni e sua sorella Francesca, divenuti entrambi attor-giovani, entra a far parte della Compagnia del Teatro San Samuele di Venezia, dove Michele Grimani è l’impresario, Giuseppe Imer il capocomico e dove autore delle commedie è Carlo Goldoni. Nel 1753 si reca a recitare a Lisbona facendo una sosta a Genova e, dietro invito dell’imperatore, nel 1764, a Innsbruck. Tonato a Venezia, riprende a lavorare principalmente come attore improvvisatore, con i Teatri, San Samuele e San Giovanni Grisostomo diretto da Onofrio Paganini e riproponendo “Arlecchino, servitore di due padroni” (*) scritta nel 1745, in veneziano, da Carlo Goldoni, opera con la quale aveva già debuttato a Venezia, nel 1746, al Teato San Grisostomo – replicate a Milano nel 1749 – e proponendo la sua più fortunata commedia, “Truffaldino Moinaro Innocente”, in cui il personaggio di Tuffaldino è una derivazione dalla maschera di Arlecchino.

Alcuni giovani componenti della sua Truppa, ormai divenuti, anch’essi, come il loro Maestro, straordinari comici, proprio i suoi allievi e familiari che sono stati i più fedeli, intanto si trovano ancora o decidono di tornare in Polonia, Stato che infatti ora – sotto il regno di Stanislao Augusto, sta accogliendo i più valenti artisti da tutta Europa – per continuare a diffondere la sua arte, quella della maschera di Arlecchino e Truffaldino, insegnando quindi la gestualità, la mimica e la pantomime, caratteristiche della Commedia dell’Arte, con il suo stesso metodo. Farà tesoro di ciò, il drammaturgo, archeologo e storico, Conte Jan Potocki, scrivendo “Parady”, un’autentica Commedia dell’Arte, scritta in francese, che andrà in scena nel Teatro di Corte, dentro il suo Castello di Łańcut, nel 1792.

Nel 1771 Antonio Sacco scrittura nella sua Compagnia come primattrice, la cantatrice e ballerina Teodora Ricci insieme a suo marito, il comico Francesco Saverio Bartoli, la cui madre Emilia Gambaciani Ricci, aveva, anch’essa, lavorato nella Compagnia Sacco al tempo che era diretta da suo padre Gaetano e dove il Conte Carlo Gozzi ora è coinvolto come autore e poeta. Con Antonio Sacco, Teodora Ricci interpreta le commedie l’”Innamorata da vero”, il suo primo fiasco, purtroppo, e “La Principessa filosofa” di Gozzi, il suo primo vero successo, invece, per cui ella, in seguito, potrà assumere ruoli dominanti ancora nel “Gustavo Wasa” di Alessio Piron e nel “Conte di Essex” di François-Thomas-Marie de Baculard d’Arnaud. Decaduta la moda delle maschere di Goldoni e di Pietro Chiari, si rifugia nelle fiabe che Carlo Gozzi compone per lui ed il pubblico veneziano lo accoglie molto favorevolmente. Nel 1774 Antonio Sacco è di nuovo in Polonia, dove tra le altre rappresentazioni, il 30 aprile partecipa con un balletto eseguito dalla sua truppa, alla messinscena de “L’Amore Artigiano” di C. Goldoni e F. L. Gassmann, opera allestita dal capocomico Józef Feliks Kurz e nel 1775 propone il balletto “Pan und Sirinx” tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, uno spettacolo con la sua coreografia, che debutta al Teatro Pubblico di Varsavia. Antonio Sacco, stipendiato dal re, insieme a Francesco Caselli, è il rappresentante di un nuovo indirizzo nell’arte del balletto. Per tredici anni ancora, con la sua Compagnia teatrale porta in giro i suoi balletti in tutta Europa.

Morirà, ottantenne, su una nave che lo sta portando, durante una tournée, da Genova a Marsiglia. Il suo corpo verrà gettato in mare, come un miserabile, o meglio senza l’erezione d’un degno e onorevole sepolcro. Altri artisti affluiranno in Polonia fintanto che regnerà il sovrano Stanislao Augusto, l’amante del Teatro, delle Scienze e delle Arti, architetti, compositori, teatranti, poeti, scienziati, anche grandi personalità, Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa, Cagliostro, Casanova, Francesco Maria Lanci, Sebastiano Ciampi; e ancora i pittori, Tommaso Dolabella, Martino Altomonte, Marcello Bacciarelli, Giovanni Battista Lampi, Giuseppe Grassi, Enrico Pilatti, Giacomo Contieri, Leonardo Gallo, Francesco Lazzarini, Tommaso Righi, Gioacchino Staggi, Giacomo Monaldi, fino a Bernardo Bellotto, detto, come suo zio Giovanni Antonio Canal, il Canaletto.