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Gianluca Migliorisi, 30 anni di Polonia

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Da Roberto Baggio ad Andrzej Wajda, da Vicenza a Varsavia, tra amore, sport e tanto lavoro. Possiamo sintetizzare così gli ultimi trent’anni di Gianluca Migliorisi, manager di successo, oggi Managing Director di Artsana Poland (brand Chicco e Recaro), storica azienda italiana di prodotti per bambini.

Ho messo piede per la prima volta in Polonia il 30 ottobre 1989. Accompagnavo mio padre che aveva creato un canale import-export nel settore gioielleria tra Vicenza, capitale italiana dell’oreficeria, e la Polonia. C’erano appena state le prime libere elezioni del Parlamento, premier era Tadeusz Mazowiecki e presidente della Repubblica Wojciech Jaruzelski. La Polonia da qualche tempo era diventata un paese di grande attualità politica e sociale. Ricordo con quanta partecipazione in Italia si seguirono i primi scioperi a Danzica e poi la parabola di Solidarnosc, l’elezione a papa di Karol Wojtyla e poi i successi della nazionale di calcio polacca e l’arrivo in Italia di Zbigniew Boniek e Wladyslaw Zmuda, insomma in un decennio la Polonia salì alla ribalta dei media europei e italiani uscendo dal cliché di dimenticato territorio dell’Europa orientale per diventare un paese in cui stavano avvenendo trasformazioni sociali importanti che spesso avevano connessioni con l’Italia.

Da promessa del calcio vicentino a manager varsaviano attraverso quali tappe?

Ero un’agile seconda punta del Laghetto, squadra satellite del Vicenza, da cui sono usciti giocatori arrivati fino alla serie A. È un periodo della mia vita che ricordo con nostalgia, in quegli anni giocammo una partita contro il Caldogno e mi ritrovai in campo a sfidare un certo Roberto Baggio… La mia carriera si interruppe a causa di un incidente d’auto in seguito del quale dovetti restare sei mesi fermo, un peccato perché c’erano tre squadre importanti che mi avevano puntato gli occhi addosso e chissà come sarebbe andata. Chiusa la parentesi calcistica, durante gli studi, supportavo mio padre nell’azienda orafa di famiglia e cominciai a viaggiare tra Vicenza e la Polonia, in particolare a Plock dove avevamo un laboratorio e Varsavia dove si svolgevano gli incontri d’affari. Anni in cui conobbi anche la mia futura moglie e il mio futuro suocero grazie al quale, con invidia di tanti miei connazionali, ho imparato abbastanza rapidamente a parlare un fluente polacco. Il segreto fu seguirlo di sera in garage a smontare e rimontare motori di auto, era inverno, temperature sotto zero, e lì cominciando da cacciavite e tenaglia ho iniziato la scalata per parlare questa non semplicissima lingua.

E imparando il polacco è cambiata anche la vita lavorativa?

Una serie di circostanze internazionali fecero impennare il prezzo dell’oro, tutto divenne più complicato e mio padre preferì dedicarsi all’attivita a Vicenza e anch’io preferii cambiare settore, l’occasione si presentò ad un incontro con vari imprenditori che lavoravano tra Italia e Polonia. Lì conobbi i rappresentanti dell’Agip che vendevano olii industriali in Slesia. La padronanza della lingua era un valore aggiunto e mi scelsero per rappresentarli a Varsavia ma prima mi fecero 8 mesi di corsi a Roma con docenti delle migliori università italiane su marketing, project managment, informatica. Fu una straordinaria opportunità di aggiornamento. In Agip restai un paio d’anni ma non ero del tutto convinto di quel lavoro. La grande svolta fu nel 1994 quando ebbi un contatto con la Ferrero, seguii la trafila per l’assunzione che all’epoca si faceva in Olanda, e alla fine mi presero. La Ferrero è stata sicuramente l’azienda che mi ha cambiato dal punto di vista lavorativo, sono passato dalla logistica al trade marketing fino al commerciale diventando il primo area manager in Polonia non polacco. È stata una lunga, dal 1994 al 2000 (con 3 anni passati a Poznan dove è nata mia figlia), bellissima esperienza di vita con un marchio che ha prodotti unici ed un grande fiuto aziendale. All’inizio vendevamo soprattutto i Tik Tak, Kinder Sorpresa, le praline, i Kinder Bueno fino ad arrivare alla Nutella, prodotto che, ci volle tempo per farlo conoscere e apprezzare dai polacchi.

E poi la Chicco?

Ero giovane e con grande volontà e curiosità di intraprendere nuove sfide in un contesto, il mercato polacco degli anni ’90, in forte fermento, e la Ferrero mi aveva veramente assorbito molte energie. Nel frattempo in Polonia erano arrivate tutte le grandi aziende, io parlavo polacco e avevo esperienza del paese, questo mi servì per trovare lavoro prima in Barilla e poi in Segafredo che assorbì una torrefazione di Bochnia dove mi recavo continuamente. All’epoca nacque il mio secondo figlio e avevo bisogno di tornare a Varsavia e così accettai l’offerta della Ardo, azienda di elettrodomestici, per cui lavorai finché non morì mio padre. Quello fu un momento complicato, tornai a Vicenza per il tempo necessario a mettere a posto la situazione perché all’epoca mio padre gestiva tre negozi di articoli per bambino multibrand tra cui la CAM produttore di carrozzine, seggiolini e passeggini. E quel contatto fu un’altra opportunità di sviluppo perché una volta liquidati i negozi divenni agente per la CAM in Polonia, ma fu in realtà il passo decisivo che mi portò alla Chicco che in Polonia era l’azienda di riferimento del made in Italy nel settore bambino. La Chicco aveva qualche problema nella distribuzione, lo feci presente all’azienda un paio di volte finchè successe che mi convocarono alla sede generale di Grandate. Era l’estate del 2011, incontrai i massimi vertici dell’Artasana il gruppo che tra i vari marchi gestisce anche Chicco e mi fecero una proposta che non potevo rifiutare. Lavorare per Artsana mi ha consentito un buon sviluppo professionale e parallelamente la Chicco in Polonia ha raddoppiato i fatturati diventando una delle aziende leader del settore.

Dall’alto di questa grande esperienza commerciale come definiresti il cliente medio polacco e quello italiano?

Sono sicuramente diversi. Il polacco è un cliente che prima di acquistare si informa nel dettaglio, sa tutto e poi è molto meticoloso nel pretendere e verificare l’efficienza del prodotto, insomma è un cliente pragmatico e che ha come faro il prezzo. L’italiano è più umorale, si lascia consigliare e dà molta importanza all’estetica e alla novità del prodotto.

Come descriveresti la Polonia ad un italiano che volesse venire qui a vivere?

È un paese che è cambiato molto negli ultimi anni e in cui rimane comunque una grande differenza tra le città e la campagna. A Varsavia, come nelle altre grandi città, c’è tutto, è una capitale cosmopolita, e c’è una grande offerta di lavoro, anche se naturalmente rispetto a quando sono venuto io non è così facile fare una scalata professionale in poco tempo. Sicuramente è avvantaggiato chi si trasferisce qui avendo in mano un mestiere o una certa preparazione culturale o commerciale.

Polonia ed Europa, rapporto contraddittorio?

Penso che la Polonia abbia tanto da guadagnare nell’aprirsi all’Europa così come il vecchio continente avrebbe un grande bisogno di avere una Polonia protagonista e leader all’interno dell’Unione europea. Ma al momento la sensazione è che questo paese sia ingabbiato nel passato, metaforicamente potremmo descrivere la Polonia come un corpo forte e vitale che corre in avanti ma con lo sguardo rivolto all’indietro. Ed è un peccato perché la Polonia ha tutti i requisiti per giocare un ruolo cruciale all’interno del continente, e se lo facesse a giovarsene sarebbe indirettamente anche l’Italia per ragioni storico-culturali.

Polonia e Italia, due paesi che si completano bene a vicenda?

Sì è così e forse oggi in un momento in cui la Polonia si sviluppa ad un ritmo doppio rispetto all’Italia, il rapporto è ancora più interessante. L’energia polacca si completa perfettamente con lo spirito e l’empatia italiana. Per far capire ad un polacco chi sono gli italiani gli farei vedere “Mediterraneo” di Salvatores, siamo un popolo che anche nelle circostanze più difficili sa arrivare al cuore di una persona.

A proposito di cinema e i tuoi ruoli nei film polacchi?

Mi sono divertito a fare un po’ di comparsate nei film “Sniadanie do lozka”, “Plebania”, “Ranczo”, “W11”, ma soprattutto in questo paese ho avuto la fortuna di conoscere persone di altissimo livello come Andrzej Wajda, i cui film mi hanno aperto gli occhi sulla Polonia, o come l’ex premier Jozef Oleksy politico di una erudizione infinita e tanti altri tra cultura e mondo dello sport.

Istituto Militare di Medicina polacco: servizi medici italiani presi ad esempio

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Grzegorz Gielerak, il capo dell’Istituto Militare di Medicina a Varsavia, nell’intervista per www.wpolityce.pl ha detto che l’utilizzo delle mascherine al di fuori dell’ambiente ospedaliero ha senso solo se si è contagiati dal virus e si vuole tutelare gli altri. Secondo Gielerak, le mascherine portate dalla gente per strada sono solo un simbolo per ricordarsi di mantenere la distanza, comportarsi con cautela, disinfettarsi le mani ed evitare posti affollati. Il capo dell’Istituto Militare di Medicina sostiene che la popolazione europea sta entrando nella stagione primaverile-estiva, periodo nel quale aumenta l’immunità collettiva rispetto al periodo autunno-invernale e le condizioni climatiche tipiche del periodo indeboliscono l’attività del virus grazie alle alte temperature, a una maggiore umidità e ai raggi UV. Gielerak pensa che, grazie ai fattori sopramenzionati, la popolazione abbia la possibilità di sviluppare l’immunità al SARS-CoV-2 e sollecita a rafforzare il sistema immunitario della popolazione polacca invece di aspettare il vaccino nell’isolamento domestico eterno. Inoltre, il dottore informa che grazie all’esperienza dei servizi sanitari italiani è stato inaugurato il primo ospedale provvisorio per la lotta all’epidemia di Coronavirus e in base al modello italiano, sono state stabilite le procedure di analisi della radiografia al torace. Si prevede la formazione di un ospedale provvisorio in prossimità dell’Istituto Militare di Medicina a Varsavia. In conclusione, Gielerak ha indicato le aree in Polonia con la mortalità più alta a causa del COVID-19: la Slesia, la Masovia e la Bassa Slesia.

In fiamme il parco nazionale di Biebrza, almeno 3 mila ettari di vegetazione distrutti

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Il parco nazionale di Biebrza, il più grande di tutta la Polonia, sta bruciando. Il ministro dell’Ambiente Michal Wos ha fatto sapere attraverso Twitter “di aver ordinato l’intervento di tutti gli elicotteri in dotazione al dipartimento della Forestale mettendoli a disposizione dei vigili del fuoco che stanno combattendo l’incendio del parco nazionale di Biebrza”. Un primo focolaio di incendio ha distrutto 3.000 ettari di prati e boschi delle aree naturali più preziose. Ora il rogo si sta spostando a nord del parco. Nella lotta contro le fiamme al fianco dei vigili del fuoco di Bialystock collaborano militari delle Forze armate e circa 180 vigili del fuoco arrivati da Poznan e Cracovia. “La probabile causa dell’incendio è stata la noncuranza di qualche persona, una piccola scintilla ha causato un grande disastro. La situazione è molto dinamica e tragica. Questa zona è molto difficile da raggiungere per i vigili del fuoco. A questo si aggiunga che è stato un inverno particolarmente secco”, ha dichiarato Artur Wiatr dal Parco nazionale di Biebrza. Il parco copre un’area di circa 59 mila ettari. Nel parco vivono 49 specie di mammiferi, 271 specie di uccelli, 12 specie di anfibi e 5 specie di rettili. In queste aree si possono osservare oltre 700 specie di farfalle e 448 specie di ragno.

Secondo Unicredit la Polonia ha adottato le migliori misure economiche anti-crisi

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La banca italiana UniCredit, nella sua analisi trimestrale della situazione economica nell’Europa centro-orientale, comunica che la prevista recessione in seguito alla pandemia di Coronavirus sarà una delle peggiori degli ultimi 100 anni. Crolleranno le esportazioni, le importazioni e la catena mondiale dell’approvvigionamento, la domanda interna diminuirà a seguito della disoccupazione, della bancarotta di tante aziende e dell’incertezza. UniCredit indica che, tra i paesi della zona CEE, la reazione “anti-crisi” in Polonia è stata quella più ampia e consistente: il progetto di sostegno per le aziende è stimato al 6,7% del PIL, la dimensione dell’assistenza diretta al 7,4% del PIL e in totale tutte le azioni di salvataggio per l’economia polacca coprono circa il 20% del PIL, il numero più alto in tutta la CEE. La banca italiana aggiunge inoltre che la situazione dei nuclei familiari prima della crisi era la migliore nella storia del paese. Per quanto riguarda la prognosi negativa: UniCredit prevede l’8,2% di recessione nell’economia polacca, il disavanzo di bilancio dovrebbe raggiungere il 4,7% del PIL mentre il debito pubblico temporaneamente andrebbe oltre il 55%, per scendere però sotto il 50% nel prossimo anno. I danni maggiori nell’anno corrente saranno subiti dal settore degli investimenti.

Zachęta aperta online

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La Galleria nazionale d’arte Zacheta di Varsavia non sospende le sue attività durante la pandemia. L’istituzione ha preparato un programma speciale che offre delle visite guidate sulle quattro esibizioni attuali nella galleria nonché i film dedicati alle opere che vi si trovano. Per vedere le esibizioni basta o un clic o, per esempio per conoscere uno dei più riconosciuti artisti moderni marocchini Ahmed Cherkaoui, bisogna passare al “Artwalk online”. Tra le proposte della Zacheta c’è anche un nuovo progetto artistico su Instagram (instagram.com/galeriazacheta) e il “Magazyn Zachęta Online” (La Rivista Zacheta Online)” dove si troveranno le interviste con artisti, i film e le opere d’arte. Invece Księgarnia Artystyczna la Libreria artistica mette a disposizione tutte le pubblicazioni con il 20% dello sconto e la consegna a domicilio. L’offerta non esclude i bambini per cui sono stati preparati appositi seminari via Skype o Zoom. Come ha segnalato l’amministrazione della Zachęta nella situazione di crisi l’istituzione non dimentica gli artisti: sta per partire uno speciale programma sociale. Si tratta di un’iniziativa collettiva di alcune istituzioni che mira a fornire agli artisti le possibilità di lavoro nonostante il ciclo alternato delle esibizioni. La galleria vuole assistere anche gli insegnati preparando una serie di seminari online per le scuole. Secondo i curatori ed educatori della Zachęta l’arte non era stata mai così vicina come lo è oggi. Ulteriori informazioni sull’offerta della galleria si trovano sul sito zachetaonline.pl

Dal 20 aprile i club della Ekstraklasa attueranno il protocollo medico

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autore: Redazione On-line1

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Il 20 aprile le squadre di calcio della massima serie polacca inizieranno ad attuare il protocollo medico, che permetterà di tornare in campo. Il progetto del protocollo è già pronto ed il suo obiettivo principale è il cosiddetto isolamento sportivo. Il protocollo medico prevede di limitare il contatto con l’ambiente esterno e allenare i calciatori a casa. “A breve le foreste e i parchi saranno aperti di nuovo, speriamo che la settimana prossima saranno aperti anche i campi di allenamento dei club. Riteniamo che il luogo più sicuro per l’allenamento saranno gli impianti sportivi perché non saranno disponibili per i non professionisti”, ha affermato Krzysztof Pawlaczyk, uno dei coautori del documento, membro della squadra medica della Federcalcio Polacca (PZPN) e capo dello staff medico di Lech Poznań. Ciascuno dei club dovrà redigere il rapporto quotidianamente sotto forma di questionario medico. I calciatori potranno lasciare casa soltanto per motivi sportivi e uscire sarà sotto la minaccia della pena, quindi club dovranno fare la spesa per loro. Secondo il protocollo il 4 maggio saranno effettuati i test per la presenza del COVID-19 sull’intero gruppo di allenamento: i calciatori, gli allenatori, i massaggiatori, medici e anche le persone che si incontrano ogni giorno con i rappresentati delle squadre. Pawlaczyk ha sottolineato che per i test pagherà PZPN. Ogni club otterrà i test dello stesso tipo, i quali forniscono il risultato in due ore e saranno effettuate almeno due volte prima di fare ripartire Ekstraklasa. Pawlaczyk presume che gli allenamenti normali con la partecipazione di tutti i giocatori saranno possibili intorno al 10-15 maggio. Il progetto è stato accettato da PZPN che lo applicherà anche alle leghe inferiori. Il documento non stabilisce la data concreta della ripresa. Rimangono 11 partite alla fine della stagione 2019/20. Dopo 26 partite giocate il Legia Warszawa è al primo posto (51 punti), seguito da Piast Gliwice (43), terzi Cracovia, Śląsk Wrocław e Lech (42).

La Puglia del vino

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La Puglia ha un territorio che circa per metà è collinare e per metà è pianeggiante. Partendo da nord la prima zona che incontriamo è il Gargano, un promontorio formato da calcare e rocce eruttive con superfici a volte anche ripide ricoperte dalla macchia mediterranea. A seguire il Tavoliere, sempre in provincia di Foggia; le Murge, area molto estesa che copre le province di Barletta-Andria-Trani, Bari e Brindisi e infine il Salento con la provincia di Lecce e parte di quelle di Brindisi e Taranto.

La formidabile superficie vitata della Puglia si è dimezzata dagli anni del boom della produzione e ora il vino prodotto annualmente supera i 6,7 milioni di ettolitri (2017). Dopo anni di produzione di vino basata sulle alte rese per ettaro di vini soprattutto da taglio, grazie alla loro colorazione e consistenza, si sta ora cercando di valorizzare il territorio raggiungendo dei livelli qualitativi di tutto rispetto per alcuni vini soprattutto a base di vitigni autoctoni. Soprattutto nella zona tra Brindisi e Taranto, la forma di allevamento più diffusa è l’Alberello, che però sta venendo sempre più sostituito dalla Spalliera.

I vitigni principali di questa regione, a seconda della zona, sono:

  • nord il Bombino bianco, il Bombino nero, Il Trebbiano Toscano, l’Uva di Troia, il Sangiovese e il Montepulciano;
  • Al centro la Verdeca e il Bianco di Alessano;
  • Al sud il Primitivo, il Negro Amaro e la Malvasia nera.

Partendo da nord, in provincia di Foggia nella zona nota come Daunia, troviamo i vini di San Severo DOC e Cerignola DOC. In quest’area i vitigni più diffusi sono il Bombino Bianco e il Bombino Nero, il Sangiovese e il Montepulciano, il Trebbiano Toscano e l’Uva di Troia (a bacca nera). Attorno a Bari, troviamo la zona di Castel del Monte, con i vini delle tre DOCG Castel del Monte Bombino Nero DOCG, Castel del Monte Nero di Troia Riserva DOCG Castel del Monte Rosso Riserva DOCG. In questa zona sono presenti anche l’Aglianico e i più diffusi vitigni internazionali. Scendendo ancora troviamo sempre vicino a Bari, la Gravina DOC, la Martinafranca DOC e la Locorotondo DOC. In questa zona si producono anche vini bianchi di spessore, con i vitigni Verdeca (Gravina), Bianco d’Alessano (Martinafranca) e Malvasia Bianca Lunga (Locorotondo). Più giù, nella penisola Salentina, oltre al vitigno principale Negro Amaro e al Primitivo, troviamo la Malvasia Nera di Brindisi. Questi vitigni caratterizzano i vini delle DOC locali, tra cui ricordiamo il Primitivo di Manduria DOC (e Primitivo di Manduria Dolce Naturale DOCG) e i vini della Salice Salentino DOC. Nella regione ci sono dunque 4 DOCG, di cui 3 filate dalla precedente DOC Castel del Monte, oltre al Primitivo di Manduria Dolce Naturale DOCG. Inoltre si contano 28 DOC 6 IGT (Indicazione Geografica Tipica).

L’obesità e le malattie di Boccaccio

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Fonte: corrierecesenate.it

Certamente esagerando, in una lettera in latino al caro amico Mainardo Cavalcanti, Giovanni Boccaccio arrivò a scrivere che «semper vita fuit fere simillima morti» [“la mia vita è stata sempre estremamente simile alla morte”]; però è un dato inopinabile che l’immagine e la salute, non solo fisica, del grande letterato certaldese, col passar degli anni siano risultate progressivamente minate e compromesse, rispetto alla vigoria giovanile degli anni sereni trascorsi nella Napoli angioina. Soprattutto per un evidente particolare: l’aumento di peso, che divenne obesità.

Recenti studi, applicando un metodo di ricerca multiplanare, sono riusciti a giungere ad accurate indagini medico-filologiche sullo stato di salute del “paziente” Boccaccio, anche attraverso la ricostruzione del suo decorso clinico attraverso le epistole scambiate dal certaldese negli anni dal 1372 al 1374 con gli amici Francesco da Brossano e Mainardo Cavalcanti, dalle quali emerge come il poeta, afflitto da una grave obesità, stesse già da diversi anni attraversando un severo decadimento fisico, caratterizzato da un progressivo instaurarsi di un quadro di edema, verosimilmente causato da insufficienze epatica e cardiaca.

D’altronde, anche nel celebre affresco del palazzo dell’Arte dei Giudici e dei Notai, ancora visibile in via del Proconsolo a Firenze, la figura di Boccaccio appare per nulla in salute: è volutamente, infatti, rimarcato il suo profondo grado di emaciazione. Ecco perché Francesco Galassi, stimatissimo paleopatologo romagnolo dell’Università di Zurigo, presentando gli esiti del lavoro di un team interdisciplinare di medici, scienziati, storici, filologi e sociologi, alla Biblioteca Malatestiana di Cesena si è confrontato nel 2017 con i più autorevoli esperti di bioarcheologia e paleopatologia, proprio per invitare ad avviare in modo sistematico lo studio delle cause e degli sviluppi delle malattie e delle condizioni di vita dell’antichità, dando come titolo all’incontro: L’ultima novella di Boccaccio. L’enigma della morte, un viaggio tra poesia e medicina.

Sappiamo che le cose per Giovanni Boccaccio avevano cominciato, anche e soprattutto a livello psicologico, a mettersi già in modo problematico sin dal 1362, quando il certaldese venne coinvolto in una profonda crisi religiosa, che parrebbe però collegata anche ad una condizione di salute già non più ottimale. Boccaccio ricevette in quell’anno la visita di uno strano monaco, che, dicendo di esser stato a lui inviato dall’appena scomparso in odore di santità certosino Pietro Petroni, gli si presentò con il nome di Gioacchino Ciani e lo avvertiva di una morte imminente, invitandolo a pentirsi e ad abbandonare poesie e scritti profani. Terrorizzato ed inquietato dalla funerea profezia, Boccaccio, che già avvertiva una salute non salda, si dice che avesse deciso così precipitosamente di bruciare i suoi libri e di dedicare da quel momento in poi la sua vita all’ascesi ed ai valori religiosi: fortunatamente, però, intervenne il suo amico e maestro Francesco Petrarca, che lo dissuase dall’insana volontà di distruggere le sue opere, dimostrandogli invece – come sperimentata su se stesso – l’assoluta compatibilità tra fede e poesia, fra letteratura e religione, convincendolo pure del grande valore della sua produzione letteraria.

Il certaldese riprese quindi la sua attività cercando di coniugare, come detto dall’amico Petrarca, fede e poesia, dedicandosi in primis al completamento del Trattatelo in laude di Dante; ma nel 1372 Boccaccio, la cui situazione economica non è di certo florida, è sempre più afflitto dall’obesità e da una fastidiosa forma di idropisia che gli rende difficoltosi i movimenti; è anche tormentato dalla scabbia e da attacchi di febbre.

Nel 1373 dedica la versione definitiva del De casibus a Mainardo Cavalcanti, prosegue la revisione delle Genealogie e riceve dalla città di Firenze l’incarico, che lo gratificherà moltissimo, di fare letture pubbliche della Commedia dantesca. Il 23 ottobre 1373, termina così il suo appassionato lavoro di studio delle opere di Dante e, nella chiesa di Santo Stefano di Badia, inizia la tanto attesa e molto apprezzata lettura pubblica della Divina Commedia, che è però costretto a sospendere dopo pochi mesi a causa del suo compromesso stato fisico: le condizioni di salute del poeta peggiorano, l’obesità gli provoca malesseri e disturbi sempre maggiori, mentre delle febbri altissime lo colpiscono periodicamente. Alla salute precaria si aggiunge il problema della crescente povertà, che si placa solo parzialmente coi vantaggi offerti dagli ordini minori, presi già nel 1360, seguendo l’esempio del Petrarca.

Le serie difficoltà economiche e di salute lo convincono a ritornare a Certaldo, dove viene però a conoscenza della scomparsa di Petrarca. Il triste evento peserà parecchio sulla volontà e sull’umore di Boccaccio, ma gli ispirerà anche l’ultimo sonetto delle sue rime senili, composto nel 1374 e dedicato alla morte del maestro e dell’amico Francesco. Giovanni, nonostante fisico e morale fossero ormai provatissimi, continua comunque a lavorare alle Genealogie deorum gentilium, l’enciclopedica opera in lingua latina in quindici volumi, con la quale pensava di assicurarsi la fama futura, correggendola e rivedendola fino al 21 dicembre del 1375, giorno in cui si spegnerà nella sua Certaldo.

A più di sei secoli di distanza, Francesco Galassi sottolinea, studiando in modo filologico il quadro clinico di Boccaccio che: «L’accuratezza delle [sue] descrizioni, che si tratti di una novella del Decameron o di corrispondenza privata, è strabiliante: a maggior ragione, se si considera che Boccaccio nutriva scarsa fiducia nei riguardi dei medici del tempo».

In effetti già in precedenza il “caso Boccaccio” era stato oggetto di approfondita e curiosa analisi perché nel Decameron compare quella che forse è la prima descrizione dettagliata nella storia dell’umanità di una morte cardiaca improvvisa. Va anche detto quanto Giovanni Boccaccio fosse scettico nei confronti della medicina del tempo così come lo era Francesco Petrarca, il quale addirittura compose le Invective contra medium, uno scritto polemico contro un anonimo medico della curia papale, con cui non si limitava solamente ad attaccare le pretese dei medici contemporanei di equiparare la loro professione a un’arte liberale, ma affermava anche la preminenza della poesia su tutte le altre attività dello spirito.

Alessandro Guagnino de’ Rizzoni

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ALESSANDRO GUAGNINO DE’ RIZZONI (Verona 1538 – Cracovia 1614). Storico, scrittore e soldato. Appartiene a quei Guagnini veronesi, famiglia famosa e rispettata in città, con parecchi membri in ruoli importanti anche nel Consiglio Comunale già dal XV secolo. Figlio di Ambrogio Guagnini De’ Rizzoni e di Bartolomea Montagna, fin da giovanissimo viene indirizzato allo studio del latino e delle materie umanistiche. Alessandro però si rivela particolarmente portato per la topografia e per il disegno di mappe e si dimostra persona molto equilibrata; infatti già nel periodo scolastico manifesta una spiccata tendenza alla tolleranza verso le persone di altre nazionalità e di altre religioni.

Suo padre, nato a Verona nel 1509, è un abile mercante e uomo d’affari che dal 1545, però, viene a trovarsi in serie difficoltà economiche. Decide allora d’arruolarsi nell’esercito prussiano, al servizio del Duca Albrecht Hohenzollern, finché nel 1555, insieme con sua moglie e con le due figlie Francesca e Clara, decide di abbandonare ogni cosa per stabilirsi a Cracovia, capitale della Corona Polacco-Lituana. Ambrogio decide che il figlio Alessandro rimanga in Italia per completare con tutta tranquillità la sua formazione scolastica. In Polonia, già da sette anni, regna Sigismondo II Augusto – figlio di Bona Sforza, la famosa regina italiana, vedova di Sigismondo I il Vecchio – quindi un sovrano particolarmente ben disposto nei confronti dei compatrioti di sua madre. Inoltre Ambrogio essendo giunto a Cracovia dietro segnalazione del Duca Albrecht Hohenzollern di Prussia, appena avrà accesso alla Corte Reale, andrà ad occupare subito un posto di rilievo, tant’è che nel 1558, ha già accumulato una ingente somma di danaro, che gli consente di invitare suo figlio a raggiungerlo. Alessandro arriva a Cracovia che il paese è impegnato nell’aspra guerra per la Livonia contro l’Impero Moscovita. 

Entra a far parte, al pari di suo padre, dell’esercito della Corona, come geniere, a Vitebsk, cittadina dell’odierna Bielorussia. Però molto presto verrà nominato Comandante di una guarnigione militare di quella città, dal Grande Hetman della Lituania Mikołaj VI Radziwiłł detto “il Rosso”. Nel 1561 Alessandro e suo padre hanno l’opportunità di conoscere personalmente il Re Sigismondo II Augusto. La Guerra per la Livonia viene combattuta dal Regno Russo contro la Confederazione Polacco-Lituana alleata col Regno di Danimarca e con l’Impero di Svezia, allo scopo di ottenere la supremazia nel Mar Baltico.

Nell’estate del 1578 decide di tornare in Italia. Forse incomincia a sentire il peso degli obblighi militari, oppure forse non riesce ad instaurare con il nuovo sovrano polacco, Stefano Báthory, quel rapporto ottimale che aveva avuto con Sigismondo II o forse ancora, per prendersi cura dell’eredità di famiglia seguita alla scomparsa di sua madre Bartolomea. Sembra, insomma, determinato a cambiar vita, forte ormai della ricca esperienza accumulata. Quindi si reca a Venezia. Il 6 novembre si presenta al Senato della Repubblica con una lettera di referenze firmata dal Re Stefano Báthory, proponendosi come intermediario per vantaggiosi commerci con il Nord Europa. Racconta di essere padrone della cittadina di Philippsdorf vicina a Danzica, dove sarebbe in grado di far costruire due grandi navi da inviare a Venezia cariche di merci preziose, come ad esempio, la pece, il legname o le corde. Ma dal momento che nessuno accetta di offrirsi come garante il progetto fallisce e nel settembre del 1579, finisce addirittura in carcere per debiti.

Scontata la pena, torna a Cracovia, ma nel 1581 è di nuovo all’estero, questa volta a Stoccolma, assunto al servizio di Caterina Jagellone, sorella di Sigismondo II Augusto e moglie di Giovanni III Re di Svezia. Ben presto i sovrani svedesi, volendo sviluppare i rapporti commerciali con la Repubblica veneta, decidono di inviare a Venezia Alessandro Guagnino per prendere accordi. Il dialogo con la Serenissima sembra iniziar bene, ma poi alla fine, anche questa volta, l’impresa non ha seguito. Egli allora si trasferisce per tre anni a Verona per andare a curare ancora gli interessi di famiglia, dopo di che, nel 1586, se ne torna in Svezia. Ma non trova pace. Da quando ha lasciato la carriera militare è diventato una persona sempre più irrequieta e sempre più ambiziosa. L’anno successivo, infatti, decide di trasferirsi di nuovo in Polonia. A Cracovia tenta di prender moglie, ma non gli riesce: va, infatti, cercando una donna, che sia ricca, di famiglia nobile, magari anche giovane e bella, che gli assicuri una consistente dote. In Italia e in Svezia, con i falliti tentativi di investimenti, ha sperperato le sue ricchezze e ora sta vivendo un brutto periodo di ristrettezze economiche; ha quindi assoluto bisogno di rimpinguare le proprie finanze. 

Nel 1594, ormai cinquantaseienne, vuol prender moglie a tutti i costi; così, senza più pretendere, s’accontenta di sposare una semplice cittadina di Cracovia. Nel 1614, dopo ventotto anni di intensa attività per lo più nella capitale polacca e dopo venti anni di matrimonio senza prole, ormai settantaseienne, si spegne, contornato dall’affetto di sua moglie e dei suoi amici più cari. 

Alessandro Guagnino passa alla storia per la sua opera letteraria “Sarmatiae Europeae descriptio, quae regnum Poloniae, Litvaniam, Samogitiam, Rvssiam, Massoviam, Prvssian, Pomeraniam, Livoniam, et Moschoviae, Tartariaeque partem complectitur“, scritta in lingua latina, che va tradotta come “Descrizione dell’Europa Sarmata”, che contiene le illustrazioni dei paesi dell’Europa Orientale. Stampata a Cracovia nel 1578, descrive il Continente della Sarmazia Europea, con una prima edizione ridotta, già del 1574, dedicata ad Enrico III Re di Francia e ai suoi impieghi e comandi militari ivi esercitati. Egli viene ricordato in genere come Alessandri Guagnini Veronensis, mentre in Polonia, invece, compare con il nome di Aleksander Gwagnin z Werony e con l’appellativo di “Crown Rotmistrz di Polonia”. Un particolare curioso: nell’opera “Sarmatiae Europeae descriptio” dedicata a Stefano Báthory e articolata in cinque libri, Alessandro Guagnino definisce “Tatari Campestri” tutte quelle popolazioni stanziali o nomadi dislocate nell’Europa Orientale.

Kurtyka: false le notizie circolanti sulle radiazioni di Cernobyl

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Il Ministro del Clima Michaił Kurtyka ha fatto appello con un post su Twitter ai suoi utenti in merito alle presunte radiazioni dovute dagli incendi nelle foreste circostanti Černobyl’. “Le informazioni apparse in rete sul rischio di radiazioni sono false. Stiamo monitorando la situazione in Polonia ventiquattrore su ventiquattro in circa sessanta stazioni di misurazione sparse su tutto il territorio, che non indicano nulla di allarmante. Evitate di condividere informazioni e notizie infondate. In questo momento il Governo sta combattendo contro il Covid-19, e non dobbiamo perciò creare allarmismi”. Gli incendi nell’area boschiva di Černobyl’ sono scoppiati il 4 aprile e solo dopo dieci giorni i pompieri sono riusciti a domarli. Mercoledì l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha emesso una direttiva in cui si sconsiglia vivamente l’assunzione di preparati d’iodio, i quali sono da assumere solo in presenza di alte quantità di Radioiodio (o Iodio-137) scomparsi dall’area di Černobyl’ già dopo pochi mesi dal disastro nucleare del 1986. Nella zona contaminata è invece presente il Cesio-137, ovvero un isotopo radioattivo sottoprodotto dalla fissione nucleare dell’uranio, che persiste nell’ambiente all’incirca trent’anni; tuttavia secondo i dati dell’Agenzia non si registrerebbero casi di aumento del Cesio-137 in Polonia.