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Il muralismo sardo: un fenomeno dai mille volti, fra tradizione e contemporaneità

La Sardegna è una regione comunemente conosciuta soprattutto per il mare color smeraldo, le stupende spiagge e i fenicotteri. I turisti più esigenti possono però trovarvi anche la ricchezza del folclore locale e delle tradizioni uniche con radici plurisecolari, nonché vivere sulla propria pelle il passato trovandosi di fronte ad un patrimonio archeologico all’altezza di quello di Pompei. Allo stesso tempo l’isola è in grado di accontentare quanti invece preferiscano immergersi nelle tematiche più moderne, dato che tutta la Sardegna costituisce quasi un museo d’arte contemporanea all’aperto. Chiunque lo desideri può conoscere le sue storie, fermate come da un incantesimo, sotto forma di immagini, di murales, muti testimoni degli ultimi cinquant’anni.

La radici del muralismo risalgono però a molto prima della metà del secolo scorso. Alcuni studiosi considerano come primi murales già le pitture sulle pareti rocciose nelle caverne del paleolitico. Una delle caratteristiche inscindibili dell’uomo è infatti il desiderio di segnalare la propria presenza, lasciarne una traccia per i posteri utilizzando un codice universale, quello delle immagini, comprensibile all’istante, indipendentemente dall’uso della lingua.

Di solito ad essere associata per prima con il termine “muralismo sardo” è la città di Orgosolo, situata nella zona montuosa di Barbagia nel cuore dell’isola, dove grazie al professor Francesco Del Casino furono create opere che riprendevano lo stile cubista e i codici espressivi dei muralisti messicani degli anni ’20 e che divennero famose sia in Italia che all’estero. Ciò che distingueva i murales orgolesi nei decenni passati era la prevalenza di temi legati alla resistenza contro i nazisti e i fascisti, alla debolezza dell’individuo nei confronti del potere oppressivo, alla ribellione contro le ingiustizie sociali. Col passare del tempo ai suddetti argomenti si aggiunsero le problematiche riguardanti la piccola comunità locale e la sua quotidianità, nonché quelle più universali quali l’emancipazione femminile o l’emigrazione. Oggi a Orgosolo si trovano circa 150 murales e la città è sempre aperta all’abbellimento dello spazio urbano da parte di artisti locali e internazionali.

Orgosolo non è stata però la prima città sarda a sviluppare il fenomeno della pittura murale. Come precursore bisogna indicare il paese di San Sperate, situato nella provincia del Sud Sardegna. Mentre nel ’68 in tutta Europa si respirava l’atmosfera della rivoluzione col pugno chiuso, San Sperate trovò la propria strada. Pinuccio Sciola, insieme ad un gruppo di amici, portò il suo paese a risvegliarsi dalla letargia grazie alla forza dell’arte. Insieme ai colori a San Sperate ritornò la vita. Angelo Pilloni, considerato il capostipite della scuola etno-realista, e i suoi seguaci si concentrarono sulla restituzione della dignità alla gente, la cui vita da secoli era segnata dal duro lavoro nei campi. Le loro opere rappresentano gli antichi attrezzi da lavoro contadini, le facce degli abitanti del paese, raccontano la fatica del lavoro, le tradizioni e celebrazioni locali, fanno da altare alla ciclicità del cerchio della vita. Gli artisti volevano che i murales riunissero gli abitanti suscitando discussioni e ricordi dei loro antenati, che diventassero centri focali della vita culturale del paese. Infatti, lo stile etno-realistico ha acquisito grande popolarità nellʼisola, e nonostante San Sperate rimanga la sua capitale, paesini sempre nuovi chiedono agli artisti di catturare sulle pareti le loro storie e i loro costumi.

Una delle continuatrici dello stile iniziato da Angelo Pilloni è senza dubbio Pina Monne, nata ad Irgoli, da anni residente a Tinnura, una piccola città sarda nella provincia di Oristano, oggi piena di opere dellʼartista. Pina Monne esprime il proprio amore verso la sua terra natale non solo trattando tematiche legate all’agricoltura e mostrando scene del passato, tradizioni e usanze ormai quasi scomparse che vuole salvare dallʼoblio, ma nutre un interesse particolare per la donna sarda. Le figure femminili dei suoi murales sono dolci e fiere allo stesso tempo, invincibili indipendentemente dalle circostanze e sempre pronte a proteggere i valori a cui tengono.

Spostandoci nel sud-ovest della Sardegna in cerca di murales vale la pena fermarci anche a Carbonia, dove le singole opere sono molto diverse tra loro. Per esempio il comune di Serbariu, nucleo originario della città in questione, è pieno di rappresentazioni quasi fiabesche a opera di Debora Diana. L’artista, pur vivendo a Roma da anni, scende ogni estate in Sardegna per dedicare una parte delle sue vacanze alla creazione di un nuovo murale, avendo come unico compenso la gioia dei suoi compaesani. Debora rappresenta quasi esclusivamente figure femminili di ogni età, richiamando il passato, i tempi in cui le donne si incontravano nelle piazze per chiacchierare, sbucciare i piselli, rammendare, ma anche parlare di magia, della forza della luna, per scambiarsi i segreti e consigli tramandati da secoli, di generazione in generazione. 

Invece nella zona di Is Gannaus si possono incontrare murales in tuttʼaltro stile. Lì, un gruppo di amici, ritrovatisi un giorno in un bar all’ingresso del quartiere, decise di ridare la vita al noioso spazio urbano proprio grazie all’arte muraria, allo stesso tempo dando voce ai più ardenti problemi della giovane generazione sarda. Per questo motivo gli artisti toccavano temi come la crescente disoccupazione causata dalla chiusura delle grandi fabbriche, l’emigrazione forzata in cerca di lavoro o la violenza sulle donne. Non tutti i murales sono finiti, alcuni sono stati lasciati incompiuti, suscitando un effetto forse ancora maggiore, come un grido sospeso, e costringendo a un momento di riflessione sulla situazione della Sardegna di oggi.

Un luogo assolutamente unico dal punto di vista del patrimonio artistico è San Gavino Monreale, piccolo comune situato nel sud dell’isola, nel cuore del Campidano, la più vasta pianura della Sardegna. Proprio lì, nel 2014, come iniziativa dal basso di un gruppo di volontari sangavinesi, è stata fondata l’associazione “Skizzo”. La morte di un giovane artista locale, Simone Farci (Skizzo), ha suscitato nei suoi amici l’idea di commemorarlo tramite l’abbellimento di un certo spazio urbano. Questo progetto ha portato alla creazione, nell’arco di tre anni, di più di 30 opere di street art di tanti artisti, anche di fama mondiale, come Zed1, Spaik, Giorgio Casu, La Fille Bertha e tanti altri facendo sì che San Gavino Monreale costituisce al momento una tappa obbligatoria per tutti coloro che siano interessati allʼarte contemporanea e desiderino lasciarsi stupire da colori intensi, forme insolite e una molteplicità di significati.

Tutti coloro che desiderano sapere qualcosa di più sui murales sardi possono sentirsi invitati alla partecipazione al progetto “Da nuraghes a murales” realizzato dal Circolo scientifico della cultura italiana dell’Università di Varsavia e dall’Associazione culturale polacco-sarda “Aquila Bianca” di Carbonia, la cui realizzazione è prevista per i giorni 4-5 giugno 2018. Durante una serie di eventi sarà possibile incontrare alcuni degli artisti menzionati nel presente articolo, nonché partecipare all’inaugurazione di un’opera di uno dei muralisti sardi a Varsavia.

Omelette verdi 

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Per 2 omelette:

  • 2 uova
  • 1 cucchiaio di farina 
  • 2 cucchiaio di burro
  • 50 ml latte
  • 60 g spinaci freschi o surgelati
  • 10 g di erba cipollina
  • 2 cipolle gialle medie
  • 80 g di formaggio fresco (es. asiago, fontina, taleggio)
  • Pepe, sale, olio evo qb.

Procedimento:

Prendi una padella stempera un po’ di burro e cuoci dolcemente gli spinaci con l’erba cipollina fino ad asciugare tutta l’acqua, una volta cotti tritali finemente. Prendi un pentolino e fai sciogliere 1 cucchiaio di burro e poi unisci la farina. Mescola bene unisci il latte e un pizzico di sale, cuoci alcuni minuti mescolando di continuo. Dovrebbe risultare una besciamella abbastanza liquida, poi unisci gli spinaci precedentemente preparati. 

Una volta stemperata la salsa ne utilizzi un cucchiaio per un uovo. (1 uovo = 1 omelette). Sbatti energicamente la salsa con l’uovo, sala e pepa qb. 

Brasa le cipolle, precedentemente tagliate finemente, su una padella con un po’ d’olio (devono risultare trasparenti e leggermente ambrate) e sminuzza il formaggio. 

Cuoci le omelette con la teglia leggermente imburrata, a bassissima temperatura e con il coperchio. Stendi le omelette e le farcisci con la cipolla e il formaggio. Arrotolale e chiudile in un film di alluminio, poi passale in forno a 140° per 10 min. 

Servile con la besciamella rimasta.

Buon appetito!

Lamborghini Miura SV: la grande bellezza

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Questa è la puntata della nostra serie sulle auto italiane che proprio non vedevo l’ora di scrivere! È arrivata la primavera; Vivaldi nelle cuffie, Botticelli davanti agli occhi… Parleremo quindi della… BELLEZZA! La bellezza all’italiana. La troviamo nel paesaggio, nell’architettura, nell’arte e persino… nel piatto.

Perché gli italiani producono macchine belle? Per me la risposta è semplice. La macchina nella lingua di Gabriele D’Annunzio è femminile. Basta così? Va beh, tanto per paragonare: in tedesco das Auto è neutro…

D’Annunzio, un grande fan dell’automotive, ma anche delle donne, è stato il primo a proporre un nome di genere femminile per denominare la macchina. Così cercava di convincere Giovanni Agnelli, titolare della FIAT: “La macchina è femminile. Ha la grazia, la snellezza e la vivacità di una seduttrice!”

Sofia Loren, Claudia Cardinale, Maria Grazia Cucinotta o Monica Bellucci sono tutte icone della bellezza all’italiana. Oggi, però, ne conosceremo un’altra. Vi presento Miura. Miura è nata… No! Mi scuso, come una vera DEA è STATA CREATA a Sant’Agata Bolognese. Il suo creatore è stato l’appena 25enne Marcello Gandini dello studio Bertone, e il suo padrino: Ferruccio Lamborghini. Lamborghini è nato il 28 aprile del 1916 ovvero sotto il segno del Toro. Era affascinato dai tori da corrida sin dalla prima visita in Andalusia nel 1962, e così decise di farne anche il marchio delle proprie macchine. L’auto, all’inizio chiamata P400, è stata battezzata per onorare la famiglia andalusa Miura, che da quasi 200 anni si occupava dell’allevamento dei tori famosi per la loro caparbietà. Nel 1966 Ferruccio Lamborghini è andato di persona a Lora del Rio per presentare la sua nuova macchina a Don Eduardo Miura. 

Come descrivere le forme della Miura? Avete presente Anita Ekberg e la Fontana di Trevi nella ‘Dolce vita’ di Fellini? È proprio così. Magari MARCELLO! MARCELLO!… Gandini l’aveva in mente disegnando le linee della carrozzeria belle e stravaganti per quei tempi. Se gli ci sono voluti solo quattro mesi, deve averlo anche sognato. È possibile che la versione meccanica della “Nascita di Venere” di Botticelli sia stata creata tra sogno e veglia? Quando guardo le “ciglia” intorno ai fari anteriori di Miura, ne sono assolutamente convinto.

Aggiungiamo il modo rivoluzionario di aprire il cofano e il bagagliaio, imitato più volte nella Lancia Stratos o Ferrari Enzo per citarne alcune; le prese d’aria nei parafanghi posteriori – la soluzione seguita da Lamborghini in quasi tutti i modelli successivi, da Coutach Anniversario all’attuale Hurracan – e dalle nervature del vetro posteriore. Capolavoro!

Va bene, ma perché Lamborghini si è rivolto allo studio Bertone, visto che ha iniziato la sua avventura con le automobili tre anni prima lavorando con Carrozzeria Touring? Il motivo era molto banale: Touring era andata in bancarotta nel 1966 e Bertone non fu vincolato da accordi con i concorrenti ovvero Ferrari e Maserati. A dire la verita Lamborghini non era convinto di questo progetto, sostenendo che un tale stile del corpo vettura gli avrebbe fatto una grande pubblicità, ma sarebbe stato difficile trovare almeno 50 acquirenti. Nucio Bertone, tuttavia, sosteneva: “Sono l’unico che sa cucire la scarpa giusta per il tuo piede”.

Gli ingegneri Gian Paolo Dallara, Paolo Stanzani e il collaudatore Bob Wallace erano responsabili della meccanica. P400, ovvero Posteriore 400 cm³: il che creava confusione, perché il motore non era posizionato nella parte posteriore. È stata la prima cosiddetta supercar: auto da strada con un potente motore a 12 cilindri posizionato centralmente. Centralmente, cioè tra gli assi della macchina. In pratica, ciò significa che il motore è posizionato appena dietro i sedili anteriori. È vero che un anno prima è stato creato De Tommaso Vallelunga con lo stesso posizionamento del motore. Tuttavia, con soli quattro cilindri e una capacità di 1,6 litri non meritava di essere chiamato una supercar. Il termine è stato usato per la prima volta dal giornalista automobilistico inglese L. J. K. Setright.

Al momento della costruzione, Miura era la vettura stradale più veloce del mondo. Raggiungeva 290 km/h, e la sua accelerazione [0-100 Km / h in 4.8s] rimane una cosa da invidiare per molte delle supercar di oggi. Tali risultati spettacolari sono stati raggiunti, tra gli altri, grazie alla riduzione del peso della vettura. A tale scopo è stato utilizzato un telaio di supporto perforato. Ferruccio Lamborghini ha fatto quello che era il suo obiettivo fin dall’inizio: con questa vettura ha sconfitto la Ferrari.

La prima versione di Miura aveva molte carenze strutturali, che sono state gradualmente migliorate nella versione S, ma solo la versione SV [Super Veloce] del 1971 è stata completamente perfezionata, diventando oggetto di ammirazione per ogni uomo. Ne sono state costruite circa 120-150, mentre di tutte le versioni  tra gli anni 1966-73: 763.

Miura è stata presentata per la prima volta alla fiera di Ginevra nel 1966, mentre un pubblico più ampio poteva ammirarla nel film cult “Un colpo all’italiana” del 1969 con Michael Caine nel ruolo principale. Versione SV, senza le famose ciglia intorno alle luci. In questo scatto, ci dimentichiamo del fascino femminile di questa vettura. Abbiamo di fronte l’arena della corrida e un mostro spagnolo che ci sta attaccando. Il modello presentato è stato realizzato dalla società tedesca AutoArt. Il modello è disponibile in molti colori; questo però è unico, perché è proprio una Miura così che si trova nel Museo Lamborghini di Sant’Agata. È stata proprio questa macchina nel 2016 a commemorare il 50° anniversario della creazione di Miura nel ranch della famiglia Miura in Andalusia.

  • Anni di produzione: 1966-77   
  • Volume di produzione: modello SV 120-150 unita
  • Motore: V-12 60°
  • Cilindrata: 3929  cm3 
  • Potenza/giri: 385 CV / 7850
  • Velocita max: 290 km/h
  • Accelerazione 0-100 km/h (s): 4,8
  • Peso: 1293 Kg 
  • Lunghezza: 4359 mm 
  • Larghezza: 1760 mm
  • Altezza 1067 mm 
  • Interasse: 2505 mm 

Machiavelli e il fiorentino vivo

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Che Machiavelli – nella a lui contemporanea vivacissima polemica sviluppatasi attorno alla sentita questione della lingua – non fosse d’accordo né con la tesi “cortigiana” di Baldassar Castiglione né con quella “trecentesca” propugnata da Pietro Bembo, appare del tutto evidente dallo stile utilizzato sia nel Principe che nelle altre sue opere letterarie in volgare, dove domina quello che possiamo chiamare un fiorentino “parlato”. Ed a confermare la sua scelta, come pienamente e polemicamente consapevole, c’è un interessantissimo testo, il Discorso intorno alla nostra lingua, la cui attribuzione non è però ancora del tutto certa nonostante il figlio Bernardo glielo attribuisca, che Niccolò Machiavelli avrebbe scritto fra il 1524 e il 1525. Inserendosi a gamba tesa nella disputa tra i sostenitori della linea bembiana, che proponevano come modello il toscano letterario del Trecento, e i fautori della teoria cortigiana, che ritenevano preferibile la lingua delle cancellerie in quanto strumento collaudato di comunicazione interregionale, il Segretario fiorentino, con energia, rivendica invece il primato del fiorentino vivo e parlato, cioè di una lingua naturale.

Il Discorso ovvero dialogo in cui si esamina, se la lingua, in cui scrissero Dante, il Boccaccio, e il Petrarca, si debba chiamare italiana, tosca, o fiorentina fu pubblicato la prima volta solo nel 1730, come appendice all’Ercolano di Benedetto Varchi, ma circolò a lungo in forma manoscritta negli ambienti letterari impegnati nella discussione sulla lingua, e rappresenta sostanzialmente quel che è credibile che Machiavelli pensasse della questione, caratterizzandosi anche per l’uso di molti modi di dire e della caustica ironia tipici del Segretario fiorentino.

Machiavelli, in quest’opera, afferma sostanzialmente come la lingua da preferirsi sia il fiorentino contemporaneo, in quanto idioma per natura superiore a tutti gli altri e per questo lingua sulla quale sarebbe poi nato il volgare letterario italiano stesso, come dimostra proprio l’opera di Dante Alighieri, nonostante, mentendo, lo stesso Dante nel suo De vulgari eloquentia asserisca il contrario. Gran parte del testo, infatti, appare sotto forma di gustosissimo dialogo fra Niccolò e Dante, in cui Dante è incalzato da Machiavelli, che cita scaltramente alcuni versi dalla Divina Commedia a supporto della sua tesi per smentire l’Alighieri, che alla fine è costretto ad ammettere che nel suo poema egli non usò una lingua (come da lui falsamente teorizzato) “illustre”, con caratteri sovraregionali, bensì il fiorentino parlato del suo tempo. E tutto questo, cioè quanto teorizzato nel suo trattato in latino, Dante l’avrebbe fatto solo per motivi politici, per denigrare la sua patria che l’aveva esiliato: «Dante il quale in ogni parte mostrò d’esser per ingegno, per dottrina et per giuditio huomo eccellente, eccetto che dove egli hebbe a ragionare della patria sua, la quale, fuori d’ogni humanità et filosofico instituto, perseguitò con ogni spetie d’ingiuria. E non potendo altro fare che infamarla, accusò quella d’ogni vitio, dannò gli uomini, biasimò il sito, disse male de’ costumi et delle legge di lei; et questo fece non solo in una parte de la sua cantica, ma in tutta, et diversamente et in diversi modi: tanto l’offese l’ingiuria dell’exilio, tanta vendetta ne desiderava!».

Nel dialogo con Dante, Machiavelli non nega la presenza di vocaboli non fiorentini nella lingua di Dante, dove alcuni latinismi ed alcuni lombardismi o venetismi sono evidenti, ma ci tiene ad evidenziare «come le lingue non possono esser semplici, ma conviene che sieno miste coll’altre lingue; ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale converte i vocaboli ch’ella ha accattati da altri, nell’uso suo, ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano ma la disordina loro, perché quello ch’ella reca da altri, lo tira a sé in modo, che par suo, e gli uomini che scrivono in quella lingua, come amorevoli di essa, debbono far quello che hai fatto tu, ma non dir quello che hai detto tu; perché se tu hai accattato da’ Latini, e da’ forestieri assai vocaboli, se tu n’hai fatti de’ nuovi, hai fatto molto bene; ma tu hai ben fatto male a dire, che per questo ella sia divenuta un’altra lingua». E a dimostrazione di quanto sia stata potente la fiorentinizzazione del volgare letterario italiano, Machiavelli porta a testimonianza anche il fatto che molti vocaboli schiettamente fiorentini, che prima di Dante nessuno aveva mai usato in altri dialetti, dopo il successo della Divina Commedia si sono invece spesso ritrovati utilizzati in molti testi di altri autori non toscani, al punto da divenir percepiti ora come nomi d’uso comune a tutti: «Ma quello che inganna molti circa i vocaboli comuni è, che tu e gli altri che hanno scritto, essendo stati celebrati, e letti in varj luoghi, molti vocaboli nostri sono stati imparati da molti forestieri, e osservati da loro, talché di proprii nostri son diventati comuni. E se tu vuoi conoscer questo, arrecati innanzi un libro composto da quelli forestieri, che hanno scritto dopo voi, e vedrai quanti vocaboli egli usano de’ vostri, e come e’ cercano d’imitarvi: e per aver riprova di questo fa loro leggere libri composti dagli uomini loro avanti che nasceste voi, e si vedrà che in quelli non fia né vocabolo né termine; e così apparirà che la lingua in che essi oggi scrivono, è la vostra, e per consequenza vostra; e la vostra non è comune colla loro: la qual lingua ancoraché con mille sudori cerchino d’imitare, nondimeno, se leggerai i loro scritti, vedrai in mille luoghi essere da loro male, e perversamente usata, perch’egli è impossibile che l’arte possa più che la natura».

Pertanto, nascendo l’attuale lingua comune dal fiorentino naturalmente parlato da Dante, per Machiavelli non sussiste alcuna questione circa l’uso da farsi per una lingua letteraria: per lui, come fece l’Alighieri, non basta che seguire la sua natura, e scrivere nel suo fiorentino vivo, quello che parla quotidianamente, al quale comunque, alla fine, in caso di dubbio e per gusto, tutti quelli che scrivono in volgare letterario, lingua derivata dai grandi scrittori toscani del passato, son costretti a venire.

Morawiecki: dal 20 aprile allentamento delle restrizioni

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Ieri il primo ministro Mateusz Morawiecki ha dichiarato che dal 20 aprile inizieremo a rimuovere gradualmente alcune restrizioni, prima di tutto l’apertura di foreste e parchi, ma non lo possiamo considerare come un invito a una ricreazione incontrollata, questo è un maggiore comfort di salute mentale per le persone e questo è il modo in cui dovremmo affrontarlo. Morawiecki ha sottolineato che c’è un senso molto profondo in quello che il governo sta facendo, che vede soprattutto nel fatto che attraverso le azioni, le restrizioni, guadagniamo tempo e allo stesso tempo facciamo in modo che molte persone si salvino la vita. Il Primo Ministro ha definito questa nuova realtà come il principio delle tre “i”: isolamento, identificazione e informatizzazione. L’isolamento significa mantenere la giusta distanza e indossare maschere protettive, l’identificazione: cercheremo sempre di più di identificare chi ha avuto contatti e con chi e l’informatizzazione è il lavoro più remoto possibile, dove può essere fatto. Il Primo Ministro ha annunciato che dal 20 aprile inizieremo a togliere le restrizioni anche nel commercio, cioè in modo tale che nei negozi fino a 100m2 ci sarà la possibilità di servire quattro clienti per registratore di cassa e nei negozi oltre i 100m2: 1 persona per 15m2. Allo stesso tempo, il personale del negozio sarà sottoposto a controlli sanitari, in particolare alla misurazione della temperatura. Il capo del governo ha sottolineato che le informazioni sull’alleggerimento saranno fornite ad intervalli adeguati, a seconda dei criteri dello stato dell’epidemia. Il Primo Ministro ha aggiunto che l’attenuazione delle restrizioni sarà introdotta solo nelle aree in cui non vi è alcuna probabilità di una rapida crescita delle persone infettate dal virus.

Polonia e Italia ai tempi del Coronavirus

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Saverio Polizzi direttore del Centro studi sviluppo e società intervista Sebastiano Giorgi direttore di Gazzetta Italia

16 aprile 2020

Emergenza Coronavirus: il plasma dei guariti verrà somministrato ai primi 100 pazienti

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Alcuni ricoverati di COVID-19 sviluppano anticorpi nel sangue che possono aiutare a combattere il virus SARS-CoV-2. Negli Stati Uniti, in Cina e in Europa si conducono esperimenti della terapia che consiste nel prelevare il plasma dal sangue di un paziente guarito ed infonderlo nel sangue di un paziente malato. Alcune prove hanno avuto un effetto positivo però ancora non si è completamente certi dell’efficacia di tale terapia per ogni paziente positivo al COVID-19. Il donatore e il ricevente devono avere un gruppo sanguigno compatibile. Il problema è che non tutti i ricoverati sviluppano anticorpi nel proprio sangue. Anche in Polonia, a Varsavia, l’Ospedale Universitario Centrale MSWiA nella prossima settimana attiverà questo tipo di sperimentazione su 100 pazienti selezionati con COVID-19 (in diversi stadi della malattia). Il medico esperto del progetto, il dott. Adam Tworek, ha comunicato che l’ospedale è alla ricerca delle persone ricoverate e guarite dal COVID-19 che possano donare il plasma del proprio sangue. Secondo Tworek questo metodo potrebbe diventare una delle opzioni della terapia prevista visto che ancora non è stato trovato un farmaco più efficace, né un vaccino. I donatori di plasma possono essere uomini maggiorenni (fino ad età di 65 anni) che hanno contratto la malattia COVID-19 e che, ad un intervallo minimo di 24 ore hanno effettuato due test con risultati negativi per la presenza del SARS-CoV-2. Non possono pesare meno di 50 chili. Per donare il plasma si prega di chiamare il numero +48 515 633 105 dalle ore 10 alle ore 18 oppure mandare una e-mail a: COVID-19OSOCZE@gmail.com. L’ospedale MSWiA informa che la donazione si effettuerà presso il Centro di donazione e cura del sangue (CKiK) in via Wołoska 137 a Varsavia.

10 milioni di PLN di Fondi Europei per sostenere la costruzione dei satelliti artificiali polacchi

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I Fondi Europei destineranno 10 milioni di PLN alla società polacca Astronika che sviluppa cosiddetti astro-moduli per i satelliti polacchi. ll 75% dei finanziamenti di questo progetto viene dal Programma di Sviluppo Intelligente. “Questo è un altro esempio che anche nei tempi difficili della pandemia si possono realizzare progetti di sviluppo. I Fondi Europei ben investiti non solo aiutano le imprese a svilupparsi ed a realizzare progetti innovativi ma sono anche un vaccino antivirus efficace per l’economia”, ha detto la ministra dei fondi e della politica regionale, Małgorzata Jarosińska-Jedynak. Secondo lei i finanziamenti permetteranno ad Astronika di spiegare le ali e realizzare progetti di tendenza nel New Space. La ministra ha affermato che diversi tipi di sostegno sono forniti alle imprese colpite dalla crisi causata dal coronavirus ma auspica che proveranno ad ottenere i fondi europei nei concorsi della “Szybka Ścieżka” cioè l’opzione accelerata. Il Centro nazionale per la ricerca e sviluppo polacco e Astronika hanno firmato un accordo per l’implementazione del progetto nell’ambito del concorso Szybka Ścieżka – Tecnologie Spaziali attuato dai fondi europei. Il portfolio manager di Astronika ha detto: “Se sarà adottata la decisione di costruire il satellite polacco, le nostre soluzioni nella forma degli astro-moduli possono contribuire significativamente ad accelerare il processo della creazione e di conseguenza possesso dello Stato di infrastrutture cruciali”.

Torta al doppio cioccolato e caffè

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Ingredienti per la torta: 

  • 200 g di burro molto morbido
  • 300 g di zucchero semolato
  • 3 uova intere
  • 80 g di cacao amaro 
  • 120 g di farina di frumento 00
  • 4 g di lievito per dolci
  • 2 g di sale fino
  • 45 ml di caffè espresso
  • 8 g di caffè solubile forte
  • 1 cucchiaio di rum o brandy
  • 125 g di yogurt intero bianco

Per la copertura:

  • 200 g di panna da montare
  • 200 g di cioccolato fondente a pezzetti

Per guarnire:

  • nocciole o codette di cioccolato o chicchi di caffè

Procedimento:

Imburrate e infarinate bene uno stampo a ciambella di circa 22 cm di diametro. Mettete in infusione il caffè espresso caldo con il caffè solubile e il liquore. Setacciate insieme farina e cacao, aggiungetevi il lievito e il sale e mescolate bene. Nella ciotola della planetaria o in una ciotola capiente se utilizzate il frullino ad immersione mettete il burro morbido e montatelo con lo zucchero fino ad ottenere una consistenza molto spumosa. Aggiungetevi le uova, una alla volta, non aggiungendo quello successivo finché il precedente non è ben amalgamato. 

A questo punto alternate le farine con lo yogurt: mettete nel composto un terzo delle farine e mescolate, poi una metà dello yogurt e continuate così terminando con le farine. A mano aggiungete, mescolando con una spatola gommata, l’infusione di caffè e liquore. Trasferite l’impasto nella tortiera a ciambella e fate cuocere a 170° per 30 minuti, poi abbassate il forno a 160° e fate cuocere per altri 25 minuti. Fate raffreddare bene la torta prima di sformarla. Preparate la ganache mettendo la panna in un pentolino e portandola al bollore.

Togliete dal fuoco e versatevi dentro il cioccolato fondente a pezzetti, mescolando con una spatola finché non otterrete una crema liscia e omogenea. Fatela colare delicatamente sulla torta e guarnite con nocciole o codette di cioccolato o chicchi di caffè.

Buon appetito!

La Tana del Lupo di Hitler nella Masuria dei mille laghi

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C’è un pezzo di Polonia che sembra volersi incuneare tra Bielorussia, Lituania e l’enclave russa di Kaliningrad, una regione modellata dall’azione del grande ghiacciaio scandinavo il quale, ritirandosi circa 12mila anni fa, ha lasciato dietro di sé una terra dolcemente ondulata trapuntata di laghi postglaciali che nel corso dei millenni si è ricoperta di distese di conifere e betulle. I laghi sono talmente tanti che nell’immaginario collettivo, per definire questo territorio, nel corso dei secoli ha preso piede l’espressione “Paese dei Mille Laghi”. Invece per paradosso i laghi della Masuria sono ben più di mille! Per la precisione, fra grandi e piccoli, circa 2600! Un territorio composto di detriti morenici (argilla, pietrisco, sabbia e rocce) da sempre poco fertile la cui unica ricchezza era quella che veniva dai boschi: legname, pece vegetale, selvaggina, animali da pelliccia, miele, cera e poco altro. Questo ha risparmiato alla regione uno sfruttamento agricolo intensivo e scoraggiato una capillare antropizzazione preservando il suo ambiente naturale in una forma, non diciamo integra, ma quantomeno abbastanza equilibrata. Una cartina di tornasole sono le cicogne, che notoriamente disdegnano ambienti naturali inquinati. Pare infatti che quasi un quarto della popolazione mondiale di questi uccelli scelga la Polonia per passarvi l’estate, e la maggior parte di esse per riprodursi si darebbe convegno proprio in questo angolo del paese.
Tali caratteristiche naturali, che in un lontano passato potevano risultare un handicap, oggi, nell’epoca dei viaggi e del turismo, si rivelano un vero asso nella manica.

E così, in particolare dal secondo dopoguerra, la Varmia e Masuria (così si chiama la regione amministrativa che accorpa in sé due regioni storiche), è pian piano diventata una delle mete polacche preferite per il turismo estivo, grazie all’abbondanza di verde (boschi e prati) e di azzurro (laghi e corsi d’acqua), una combinazione sempre molto ambita da chi è in cerca di svago e riposo, più o meno attivo. Una miriade di laghi dalla forma serpeggiante collegati fra loro da canali diventano un paradiso per gli amanti degli sport d’acqua declinati in cento modi. E va detto però anche che, paradossalmente, pur essendo da decenni una delle regioni più bramate, amate e regolarmente visitate dai villeggianti ed escursionisti polacchi, la Masuria non è ancora stata scarnificata dalle cavallette del turismo di massa.

Questo a mio parere per almeno due motivi: il primo è il grande rispetto che i polacchi hanno in generale per la natura, e il secondo è il fatto che il Paese dei Mille Laghi continua a restare piuttosto isolato dal resto della Polonia e dell’Europa, non possedendo ancora una rete di trasporti tale da favorire flussi turistici da grandi numeri. Per questa ragione, chi apprezza questo modo di trascorrere le vacanze dovrebbe affrettarsi a goderselo, prima che vengano realizzate le autostrade e ampliati gli aeroporti. Per ora il modo migliore è muoversi in macchina, con pazienza, spirito ‘slow’ e un bel po’ di tempo a disposizione. In alternativa, spostarsi in barca (per chi ce l’ha o la vuole noleggiare) sfruttando la fitta rete di canali e corsi d’acqua che collegano fra loro un gran numero di laghi. In questo modo si può vagabondare in libertà fuori dai percorsi più battuti per provare l’ebbrezza di scoprire da soli angoli segreti, un laghetto occhieggiante fra un rigoglio di verde, un semplice localino dove ristorarsi con una birra o rifocillarsi con un robusto piatto di campagna o di pesci di lago appena pescati…

Il cuore della Masuria, l’area nota come Paese dei Grandi Laghi Masuri, si estende su 1732 kmq, di cui 486 kmq occupati da laghi e le località più frequentate e meglio attrezzate, quelle dove è più comodo fare base e da dove partire per escursioni nei dintorni, oltre che per gite in battello da un lago all’altro, sono Węgorzewo, Giżycko, Mikołajki e Mrągowo. Un itinerario alternativo, o meglio integrativo, può essere per esempio quello che tocca i castelli dei Cavalieri Teutonici, da visitare o in cui pernottare o pranzare, essendo tutti stati riadattati ad alberghi, musei o ristoranti: Olsztyn (capoluogo della regione), Lidzbark Warmiński, Reszel, Kętrzyn, di nuovo Giżycko e Ryn. In due di questi, a Olsztyn e Lidzbark Warmiński, trascorse diversi anni della sua vita Nicolò Copernico, conducendovi fra l’altro calcoli e osservazioni astronomiche che sistematizzerà nell’opera De revolutionibus orbium coelestis, con cui nel 1543, quasi sul letto di morte, decreterà che è la terra a girare intorno al sole e non viceversa.

Tuttavia, per gli amanti della storia, e soprattutto di quella del Novecento, forse la meta più intrigante della regione è Gierłoż, una minuscola frazione di Kętrzyn, situata 8 km a est della città. Qui, occultate tra i boschi, i laghi e gli acquitrini si trovano le rovine della famigerata Tana del Lupo (in tedesco: Wolfsschanze; in polacco: Wilczy Szaniec), la base strategica che Adolf Hitler fece costruire per sé e per i gerarchi della Germania nazista. Il Quartier Generale del Führer fu iniziato nel 1940 in previsione dell’attacco all’Unione Sovietica programmato per l’anno seguente (il “Piano Barbarossa”). Il luogo fu scelto perché l’allora Prussia Orientale era una zona storicamente ben fortificata, molto vicina al confine sovietico, da dove lo stato maggiore dell’esercito tedesco poteva dirigere meglio le operazioni di guerra. In origine il Quartier Generale era costituito di pochi edifici leggeri costruiti in mattoni, legno e sottili coperture di cemento armato, anche perché si pensava di annientare l’Unione Sovietica con una guerra lampo di non più di sei mesi. Negli anni seguenti, man mano che la guerra si prolungava, il complesso venne sempre più ampliato e rafforzato, fino a estendersi su circa 250 ettari dove sorgevano un’ottantina di edifici vari, fra cui 7 di tipo pesante (i bunker) edificati in cemento armato con muri spessi da 4 a 8 metri praticamente inscalfibili dalle bombe del tempo. E questo è ben visibile ancora oggi: quando con l’avvicinarsi del fronte sovietico, nel gennaio del 1945 il Quartier Generale venne abbandonato, i tedeschi posizionarono dentro ogni bunker fra 8 e 11 tonnellate di esplosivo per farli saltare in aria, ma non servì a molto. Pur se in gran parte danneggiate queste costruzioni sono rimasti integre nelle strutture principali e oggi sono visitabili in buona parte anche internamente.

Adolf Hitler per la prima volta entrò nella Tana del Lupo il 24 giugno 1941, due giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Unione Sovietica, e la abbandonò per sempre il 20 novembre del 1944 per rifugiarsi a Berlino. Detraendo il tempo durante il quale, spostandosi con il suo speciale treno blindato, soggiornò in qualche altro dei suoi 13 quartieri generali, dal 24 giugno 1941 al 20 novembre 1944 il Führer trascorse nella Tana del Lupo di Gierłoż (che allora in tedesco era Görlitz) complessivamente circa 800 giorni!  
Qui riceveva i capi di stato dei paesi alleati, fra cui anche Benito Mussolini, che fece a Hitler diverse visite. L’ultima volta fu il 20 luglio del 1944, esattamente il giorno in cui Claus Schenk von Stauffenberg compì il celebre attentato chiamato “Operazione Walkiria” che, come sappiamo, purtroppo fallì. Per colpa anche, in un certo senso, proprio di Mussolini. Hitler aveva subito fino a quel momento una quarantina di attentati, dai quali con molta fortuna era sempre uscito illeso. E la fortuna lo aiutò anche stavolta. I congiurati non credevano più nella vittoria della Germania ed elaborarono un piano per decapitarne in un colpo solo tutta la leadership (il Führer, Hermann Goering, Heinrich Himmler, Wilhelm Keitel, Martin Bormann e Alfred Jodl). Contemporaneamente a Berlino sarebbe dovuta scoppiare una rivolta congiunta di una parte dell’esercito e dei lavoratori forzati del Reich.

Essendo entrato a far parte dello stato maggiore il 1° luglio 1944 il conte Stauffenberg decise che sarebbe stato proprio lui a compiere l’attentato, poiché la sua carica gli permetteva di assistere alle riunioni dello Stato Maggiore nel Quartier Generale di Hitler. Nel mese di luglio erano state programmate riunioni il 6, il 15 e il 20, e Stauffenberg scelse quest’ultima data, perché quel giorno sarebbero dovuti essere presenti tutti. L’attentato fallì per un insieme di circostanze, ma soprattutto perché la riunione venne anticipata di mezz’ora, dalle 13 alle 12.30, a causa dell’arrivo imprevisto di Benito Mussolini, e Stauffenberg e il suo aiutante Werner von Haeften fecero in tempo ad azionare solo una delle spolette chimiche della bomba. Inoltre, per via del caldo, la riunione non si svolse in un bunker come previsto ma nella baracca delle conferenze speciali, un edificio leggero le cui molte finestre aperte contribuirono a disperdere l’onda d’urto. La valigetta con la bomba che Stauffenberg aveva lasciato sul lato sinistro di una trave in cemento armato, cioè dalla parte di Hitler, venne spostata sull’altro lato della trave, quindi più lontano da Hitler, dal generale Heusiger che se l’era trovata fra i piedi e al quale aveva dato fastidio.

La deflagrazione ferì molte delle persone presenti, ma ne uccise solo quattro, e non delle più importanti. Adolf Hitler riportò solo una piccola ferita al braccio destro all’altezza del gomito, un taglio sulla mano sinistra e, come tutti i presenti, lesioni ai timpani. Goering e Himmler arrivarono in ritardo, dopo le 12.30, a esplosione già avvenuta. Stauffenberg e Haeften erano intanto partiti in aereo per Berlino convinti che l’attentato fosse andato a buon fine, ma nel frattempo anche il colpo di stato a Berlino era fallito, perché avviato in ritardo e con molta lentezza solo dopo l’arrivo di Stauffenberg, dopo le 15.15. Alla mezzanotte del 21 luglio la rivolta era già stata soffocata con l’arresto di circa 6000 militari sospetti. Stauffenberg e i capi della rivolta vennero subito fucilati, mentre gli altri vennero giustiziati alcuni giorni dopo in modo atroce, impiccati con delle corde di pianoforte attaccate agli uncini del mattatoio di Ploetzensee o in altri modi umilianti. Hitler fece filmare le esecuzioni e in seguito pare godesse sadicamente nel riguardarsele nella Tana del Lupo.
Se a Mussolini non fosse venuto il capriccio di fare, quel giorno, una sorpresa a Hitler o fosse invece arrivato, da bravo italiano, un po’ in ritardo, l’attentato sarebbe potuto andare a effetto e la fine della Seconda Guerra Mondiale forse avrebbe potuto prendere tutta un’altra piega.

Per informazioni:
Warmińsko-Mazurska Regionalna Organizacja Turystyczna – ul. Staromiejska 1, 10-017 Olsztyn –  tel./fax +48 89 535 35 65 – e-mail: kontakt@wmrot.org
Per organizzare il viaggio e per visite guidate in italiano:
Guzik z podróży – Katarzyna Kiewro – tel. +48 693 143 807 – e-mail: guzikzpodrozy@gmail.com – w www.guzikzpodrozy.pl (Kasia parla anche italiano).