Slide
Slide
Slide
banner Gazzetta Italia_1068x155
Bottegas_baner
baner_big
Studio_SE_1068x155 ver 2
Baner Gazetta Italia 1068x155_Baner 1068x155
ADALBERTS gazetta italia 1068x155
FA-1013-Raffaello_GazettaItalia_1068x155_v1

Home Blog Page 38

Architettura, basilica, portico

0

Per centinaia d’anni l’architettura europea (ma non solo) era influenzata dallo stile greco che divenne così popolare grazie alla sua ricezione nel mondo romano. Questo influsso è indiscutibile: lo stile greco era una fonte d’ispirazione fortissima nel Rinascimento e nell’epoca del Classicismo, ma non solo. Anche l’architettura odierna, sebbene completamente diversa, a volte prende l’ispirazione da ciò che ci è rimasto dai classici. Quando si parla dell’architettura greco-romana, è molto probabile che tante persone subito pensino agli ordini architettonici greci, come ad esempio l’ordine dorico. Va detto però che quelle colonne, così ben conosciute dalle pagine dei manuali, non sono certo le uniche cose che ci hanno lasciato i classici.

Architettura

Come sempre è un buon idea cominciare dal termine più generale: l’architettura. Che cosa è? Si può definirla come l’arte di progettare e costruire spazi fruibili ai fini dei bisogni umani. In realtà l’etimologia di questa parola è abbastanza semplice. Sicuramente si può dire che la parola sia in italiano, sia in polacco, è arrivata dal latino. Più probabilmente è anche una parola derivata dal nome della professione architetto (in latino architectus). Architectus è però una parola proveniente dall’antico greco e che è composta da due altre parole: ἀρχή (arché) e τέκτων (tékton). La prima è una parola abbastanza diffusa e che si può trovare in tantissime parole (per esempio arcangelo, arcidiocesi) e che ha il significato della principalità, originalità o superiorità. L’altra parola significa “artigiano” oppure “costruttore”. Insieme creano la parola ἀρχιτέκτων (architékton) che si potrebbe tradurre come “capo costruttore” o “primo artefice” e che indica la persona che organizza la costruzione di qualche struttura. Da questo viene architectura che significa l’abilità di concordare delle capacità materiali con le conoscenze teoriche. 

Basilica 

Conoscendo già l’origine del nome della disciplina, possiamo passare ai termini più particolari. La parola “basilica” adesso fa pensare soprattutto a un grande santuario cristiano, con almeno tre navate (come per esempio la Basilica di San Pietro in Vaticano). Può sembrare sorprendente però il fatto che il nome proprio viene da un edificio completamente diverso. Nel senso di santuario “basilica” ha preso il nome dal latino basilica, che indicava un edificio pubblico che era centro di affari e di amministrazione della giustizia. Questo tipo di edificio è stato adottato nella tarda antichità dai cristiani, che cercavano di costruire santuari capaci di ospitare molte persone, e nei secoli successivi subì varie evoluzioni. Basilica alla sua volta viene dal nome dell’edificio che era l’ispirazione per la costruzione della basilica romana: βασιλικὴ στοά (basiliké stoá), cioè “portico dell’arconte re” in Atene (βασιλικὴ vuol dire regio, principesco). L’edificio è stato molto apprezzato dai romani e poi il suo nome, usato spesso, per ellissi è diventato basilica e in questa forma si è diffuso nel territorio dell’Impero romano. 

Portico

Detto questo va spiegata anche la parola “portico” che sia in polacco, sia in italiano è venuta dal latino. L’etimologia di questa parola è abbastanza semplice: proviene dalla parola latina porticus che a sua volta deriva da porta (che nel latino aveva quasi lo stesso significato che in italiano). Alla parola porta è stato aggiunto il suffisso -icus che porta il significato di derivanza o appartenenza a qualcosa. La parola greca invece, cioè nominata prima “στοά” più probabilmente viene dalla radice *steh₂-, che significherebbe “stare in piedi”. Quindi mentre i greci si concentravano sull’aspetto della stabilità delle colonne, per i romani più importante sembrava la forma che fa venire in mente una struttura fatta dai numerosi ingressi.

Gazzetta Italia 95 (ottobre-novembre)

0

La copertina della nuova Gazzetta Italia è una celebrazione dei giovani, che sono il tema della Settimana della Lingua Italiana nel mondo, e dell’amore! Sì perché aver la passione per l’Italia e la sua lingua è come vivere un grande amore.

In questo numero troverete tanti articoli dedicati alla lingua italiana tra cui l’intervista con la celebre italianista Jadwiga Miszalska professoressa all’Università Jagellonica. E poi ancora tanto cinema con un bellissimo articolo su Mastroianni e i suoi amori, e un’intervista a Damian Kocur il regista polacco premiato alla Mostra di Venezia. Di musica invece parliamo col grande virtuoso sardo Enzo Favata e con il duo polacco che ha suonato Piazzolla per il Papa.

Gazzetta Italia 95 vi proporrà poi arte, quella moderna di Katarzyna Jedrysik-Castellini e quella antica del grande vedutista Bernardo Bellotto in mostra allo Zamek Krolewski, motori, cucina, viaggi, fumetti, letteratura, vino e anche salute con la illuminante rubrica Nutriceutica sugli olii essenziali. Insomma mille motivi per correre agli Empik e prendere la vostra copia di Gazzetta e se sarà già finita chiamateci al 505.269.400. Buona lettura!

Silvia Rosato: il Comites a servizio degli italiani in Polonia

0

Silvia Rosato è la presidentessa del Comites Polonia, ovvero dell’organismo rappresentativo della collettività italiana in Polonia. Istituiti con una legge del 1985 i Comites vengono eletti ogni cinque anni dai connazionali residenti all’estero in ciascuna circoscrizione consolare ove risiedono almeno tremila cittadini italiani iscritti nell’elenco aggiornato dell’Aire (Associazione Italiani Residenti all’Estero). Tra gli scopi del Comites c’è quello di proporre iniziative nelle materie attinenti alla vita sociale e culturale, con particolare riguardo alla partecipazione dei giovani, alle pari opportunità, all’assistenza sociale e scolastica, alla formazione professionale, al settore ricreativo, allo sport e al tempo libero della comunità italiana residente nella circoscrizione. Il nuovo Comites Polonia è stato eletto lo scorso dicembre e la presidentessa Silvia Rosato, che da quindici anni vive e lavora a Łódź, ci racconta la sua esperienza di italiana in Polonia.

Com’è successo che da Padova sei arrivata a Łódź?

Lavoravo a Bologna, parliamo del 2007, mi occupavo di progettazione e gestione di fondi europei. L’Agenzia ARPA Emilia-Romagna con cui collaboravo, mi chiese di seguire un progetto di gemellaggio con la Polonia in qualità di Resident Twinning Advisor. Accettare questo ruolo avrebbe significato trasferirmi in Polonia per l’intera durata del progetto, e non è stata ovviamente una decisione facile da prendere. Da un lato ero emozionata all’idea di fare una esperienza all’estero di due anni e di ricoprire quel ruolo, ma dall’altro ero spaventata nel lasciare i miei affetti e andare in una cittadina polacca sconosciuta dove non conoscevo nessuno. Originariamente avrei dovuto andare a Sosnowiec. Ricordo di avere digitato faticosamente quel nome sulla tastiera, uscì una sola immagine, mi chiesi dove stessi andando. Quando poi mi comunicarono che sarei andata a Łódź feci un sospiro di sollievo, avevo trovato molte più immagini! Ho amato questa città fin da subito anche nei suoi angoli più trascurati perché avvertivo una forza particolare. Ho sempre sostenuto che Łódź avesse un grande potenziale e oggi posso dire di non essermi sbagliata. Se sono soddisfatta della scelta? Mi manca l’Italia, mi mancano le mie amiche, mi mancano i tramezzini, mi mancano un sacco di cose, ma la Polonia è la mia terra adottiva e con lei ho stretto un legame molto forte che dura ormai da quindici anni.

Stai crescendo un figlio italo-polacco, quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi del vivere tra due culture?

I vantaggi credo siano soprattutto per mio figlio. Crescere tra due culture arricchisce la persona sotto molto aspetti, non solo linguistici. Ovviamente tende a predominare quella cultura in cui si trascorre la maggior parte del tempo, ma ci sono alcuni elementi che mi fanno capire come il gene italiano sia ben radicato in mio figlio nonostante tutto: si rifiuta di mangiare la pasta scotta, gli piace da matti la polenta, alza la voce quando si arrabbia proprio come sua madre, ha un’attenzione spasmodica per il look. Quali sono le complicazioni? Non ho potuto seguire mio figlio a scuola come avrei voluto e come vorrebbe fare ogni madre. Rafael ha sempre frequentato la scuola pubblica e nei primi anni in cui non conoscevo il polacco non avevo modo di interagire con gli insegnanti e molte cose non riuscivo a capirle. Quando arrivava la pagella dovevo trascrivere il testo su Google translator per capire quello che c’era scritto, quando partecipavo agli spettacoli vedevo mio figlio recitare, ma senza capire quello che diceva. Insomma, non ho potuto godere appieno di quei momenti dell’infanzia che ogni genitore custodisce gelosamente. Quello che vorrei dare in più a mio figlio è la conoscenza della storia dell’Italia, dei modi, usi e costumi della regione da cui proviene sua madre, delle diverse espressioni tipiche dialettali, insomma tutto ciò per cui siamo conosciuti e da cui veniamo, ma purtroppo le iniziative su questo fronte sono ancora poche e sporadiche e i genitori devono in qualche modo arrangiarsi.

Come hai visto svilupparsi la comunità italiana in Polonia dal tuo arrivo ad oggi?

Posso parlare, per esperienza personale, della città in cui vivo. Quando sono arrivata a Łódź nel 2007 gli italiani che conoscevo erano per lo più manager o personale dislocato che lavorava presso grandi aziende italiane come Indesit, Unicredit, General Beton. A distanza di alcuni anni con il boom delle multinazionali soprattutto nel settore dell’outsourcing, in cui lavoro anch’io da ormai nove anni, ho notato un graduale aumento di giovani italiani. Le multinazionali offrono un’opportunità di impiego anche per i neolaureati con poca o nessuna esperienza, un buon salario e soprattutto un contratto regolare cosa che in Italia sappiamo bene che non succede. La comunità italiana di oggi è composta principalmente da persone delle cosiddette generazioni x e y che spesso decidono di rimanere in Polonia e metter su famiglia. Mi aspetto quindi che negli anni a venire la comunità italiana crescerà sempre più e sarà necessario mettere a punto tutta una serie di servizi, dalla scuola ad attività sul turismo di ritorno, così come sarà fondamentale rafforzare la rete consolare per affrontare le sempre più numerose richieste.

Qual è il ruolo del Comites nella comunità italiana e perché fin dall’inizio ci hai dedicato attenzione ed energie?

Il Comites è una istituzione pubblica a servizio dei connazionali per raccogliere le loro istanze e i loro bisogni e tradurli, per quanto possibile, in azioni concrete. Quando nel 2015 decisi di candidarmi non ero pienamente consapevole di cosa avrebbe significato. Era la prima volta che il Comites si insediava in Polonia, eravamo un

In foto i consiglieri del Comites: Adamo Giuseppe, Arlotti Giovanni,
Bonaventura Stefano, Bruzzone Alessandro, Bucci Silvio, Caldarella Mariano, Defraia Alberto, Failla Michele, Macheda Filippo, Morelli Fabio, Pesoli Paola, Rosato Silvia.

gruppo di dodici persone ognuno con le proprie competenze e il proprio bagaglio esperenziale, ma nessuno, compresa la sottoscritta, sapeva esattamente cosa avremmo dovuto fare. Ora sono al mio secondo mandato e a differenza di sette anni fa questa volta ho accettato l’incarico nella piena consapevolezza dell’impegno, della dedizione e della responsabilità che richiede. Sono sempre stata attiva nell’associazionismo e nel volontariato fin da quand’ero ragazza. Per un periodo avevo interrotto, ma arrivata in Polonia ho ripreso e quando mi è stato chiesto se volevo candidarmi per il Comites non ho esitato a lanciarmi in questa nuova esperienza. L’idea di essere di aiuto per i connazionali e di mettere a punto dei progetti di utilità sociale è il mio solo leitmotiv.

Quali sono i programmi di questo nuovo Comites?
Il nostro programma è strutturato in sette punti: 1) organizzare e patrocinare attività di promozione della lingua, della cultura, della storia e delle tradizioni italiane e tutto ciò che concerne il Made in Italy; 2) fornire un servizio informativo, di supporto ed assistenziale qualificato su temi pensionistici, fiscali, legali e contributivi; 3) continuare e potenziare il servizio di assistenza psicologico gratuito ai connazionali in difficoltà; 4) avviare un tavolo di concertazione con i vari stakeholders e decision makers italiani e locali per implementare dei percorsi di studio bilingue italo-polacco sperimentali nelle scuole pubbliche; 5) migliorare la comunicazione rinnovando il nostro sito web e il vademecum digitale e potenziare l’uso dei social per espandere la visibilità del Comites e raggiungere una più ampia utenza; 6) diffondere le informazioni sulle procedure burocratiche esistenti per renderle maggiormente fruibili ai connazionali e proporre dei miglioramenti e semplificazioni; 7) realizzare una campagna di sensibilizzazione per l’iscrizione AIRE.

foto: Natalia Zdziebczynska

40 anni del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Varsavia

0

Nel febbraio del 2022, il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Varsavia ha compiuto 40 anni. Tuttavia, prima che la più longeva italianistica in Polonia diventasse un Dipartimento autonomo, ha fatto molta strada seguendo i sogni e realizzandoli, ovvero sviluppando l’indipendenza e costruendo la maturità.

La storia del Dipartimento risale ai primi anni Settanta quando, nel 1971, fu istituito il Dipartimento di Filologia Italiana presso l’Istituto di Filologia Romanza dell’Università di Varsavia. A quel tempo, gli studi si svolgevano in condizioni che potremmo definire intime, quasi casalinghe, dato che il gruppo di studenti era composto da una decina di persone e le difficoltà da affrontare in quel periodo erano ben diverse dalla realtà odierna: inizialmente si tenevano poche ore di insegnamento d’italiano e, a causa della carenza di materiale didattico, gli strumenti di base erano solo lavagna e gesso. Tuttavia, grazie alla collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, studenti e dipendenti già allora poterono usufruire delle borse di studio in Italia per migliorare le loro competenze grazie a cui la comunità di italianisti varsaviani si sviluppò in modo dinamico.

Nel 1982 il Dipartimento di Filologia Italiana è stato trasformato nell’autonomo Dipartimento di Italianistica. Questo è avvenuto per iniziativa del professor Krzysztof Żaboklicki, che precedentemente era il capo del Dipartimento di Filologia italiana e poi il direttore del Dipartimento di Italianistica.

Fin dall’inizio le lezioni si sono svolte in via Oboźna 8, nel palazzo ben noto a molte generazioni di italianisti, dove il Dipartimento aveva a disposizione (ed ha ancora) aule al terzo piano. Negli anni successivi alcune delle lezioni e delle conferenze si svolgevano anche a Bednarska 2/4, Karowa 18, nel Palazzo Tyszkiewicz-Potocki, nell’ex Biblioteca Universitaria, in Krakowskie Przedmieście 1 e nell’inestistente oramai edificio in via Browarna 8/10. Dal febbraio del 2017, parte delle lezioni si svolgono nella nuova sede della Facoltà di Lingue Moderne in via Dobra 55, dove, a partire dall’anno accademico 2022/23, saranno trasferite tutte le unità della facoltà.

Sotto la guida del prof. Krzysztof Żaboklicki, poi del prof. Piotr Salwa, della prof.ssa Joanna Ugniewska-Dobrzańska, della prof.ssa Elżbieta Jamrozik e adesso della prof.ssa Hanna Serkowska, il Dipartimento di Italianistica ha creato e continua a sviluppare costantemente nuove reti di ricerca, impegnandosi in programmi scientifici e didattici internazionali. Una pietra miliare nella formazione degli italianisti è stata l’adesione nel 2000 al programma Socrates-Erasmus che promuove lo scambio della comunità accademica dei paesi europei. Il ricco numero di università partner del Dipartimento di Italianistica (nell’anno accademico 2021/22 sono 45 le convenzioni con centri accademici, sia in Italia che in altri paesi europei) permette a tutti gli italianisti interessati di viaggiare e approfondire le proprie competenze.

Erasmus+ non è l’unico programma che permette agli studenti di filologia italiana di Varsavia di conoscere istituzioni esterne o straniere. Nel novembre del 2014, il Dipartimento di Italianistica ha iniziato la collaborazione con l’Università di Siena nell’organizzazione di formazione ed esami DITALS, un certificato che conferma la competenza in didattica dell’italiano a stranieri, sottolineando così l’importanza della formazione delle future generazioni di insegnanti della lingua italiana.

Dal 2018 il Dipartimento organizza Summer School dove, oltre ai docenti di Italianistica, sono invitati a collaborare specialisti italiani dell’ambiente socio-economico. Inoltre, nell’anno accademico 2020/21 nell’ambito dell’Alleanza 4EU+, gli studenti del Dipartimento hanno collaborato con l’Università degli Studi di Milano, la Sorbonne Université e l’Università Carolina di Praga, prendendo parte a un programma pilota volto a sviluppare e sperimentare un approccio innovativo all’apprendimento della cultura e della lingua straniera.

Durante le celebrazioni del 40° anniversario, si è deciso di rinunciare alla tradizionale forma del convegno scientifico a favore di un incontro che ha riunito la comunità degli italianisti polacchi. Nel suo discorso di apertura, la prof.ssa Hanna Serkowska ha sottolineato che:

Oggi il nostro Dipartimento è in buona salute soprattutto perché stiamo costantemente mettendo in atto il principio
della dinamica della regina di cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie. “Qui, per restare nello stesso posto, devi correre più velocemente che puoi”. Rimanendo in costante movimento per anni e, inoltre, correndo il più possibile, siamo riusciti a cambiare magnificamente. Qui è già in atto un’altra legge della dinamica della relatività, grazie a cui la nostra italianistica è riuscita sia a maturare che a diventare saggia – il Dipartimento e i suoi studenti sono infatti ben noti tra gli italianisti nel mondo e benvenuti negli scambi internazionali – che a ringiovanire: il nostro team è ora composto prevalentemente da giovani e giovanissimi.

Durante l’incontro, organizzato in forma ibrida, sono stati condivisi i ricordi legati alla storia del Dipartimento e gli ospiti intervenuti hanno preso parte ad una discussione sulla condizione dell’italianistica polacca. Dove stiamo andando? A questa domanda risponderanno le prossime generazioni di italianisti.

tekst: Patrycja Stasiak
tłumaczenie it: Agata Pachucy

Piotr Salwa: la modernità delle Artes Liberales

0

Nel fervore economico e architettonico di Varsavia, simbolo dello straordinario recente sviluppo della Polonia, incontrare il professor Piotr Salwa equivale a concedersi una pausa culturale, un’oasi intellettuale nel mezzo dell’efficientismo materico che aleggia in città. Già professore di scienze umanistiche presso il dipartimento di Italianistica e poi della facoltà Artes Liberales, Piotr Salwa, apprezzato studioso della letteratura italiana, è stato anche per sette anni direttore dell’Accademia Polacca delle Scienze di Roma.

Com’è nato il suo rapporto con la lingua e la cultura italiana?

In modo assolutamente casuale! Vicino a casa mia, in via Nowowiejska, negli anni Sessanta aprirono una sala di lettura italiana. All’epoca in Polonia i paesi occidentali non potevano avere dei veri e propri istituti di cultura, prerogativa concessa solo ai paesi socialisti. Un’amica di mia madre mi mandò in quella sala di lettura a chiedere delle informazioni. Lì lavorava Renata Machulec che con grande entusiasmo mi parlò delle attività che facevano ed in particolare dei corsi gratuiti di italiano. Così mi iscrissi, eravamo in pochi perché allora nessuno pensava di viaggiare fuori dal paese e l’interesse per la lingua del Bel Paese era piuttosto limitato, dato che l’italiano non veniva insegnato nelle scuole e i libri e i giornali italiani non si trovavano. Come insegnante avevamo Ludovico Tulli uno di quegli italiani che negli anni incerti del dopoguerra preferirono emigrare. Tulli scelse la Polonia e ci rimase a vita. Dopo l’esperienza alla sala di lettura in via Nowowiejska, conclusi gli studi liceali, scelsi la facoltà di lingue romanze, dato che Italianista ancora non c’era.

La prima volta in Italia?

A Siena nel 1970 grazie ad una borsa di studio. Fu una bella esperienza in una scuola in cui insegnavano italiano agli stranieri con i docenti dei licei senesi. Ci tornai due anni dopo per dare l’esame fi nale. Invece a Torino, anzi in giro per il Piemonte, passai circa un anno dopo la laurea, facevo da interprete ai polacchi che andavano ad imparare i processi produttivi della Fiat per lavorare poi negli stabilimenti della Slesia. Dal punto di vista culturale e linguistico è stata un’immersione totale: altri polacchi non ce n’erano e se non parlavi italiano semplicemente non mangiavi. Tornato a Varsavia feci il dottorato e poi nel 1976 ottenni il posto di docente all’università.

Dopo anni tanti anni di docenza ad Italianistica è passato alla facoltà di Artes Liberales.

La facoltà di Artes Liberales è nata da un’idea di Jerzy Axer un classicista innamorato tra l’altro del Rinascimento che ha voluto riproporre il concetto di studi umanistici interdisciplinari e col tempo unire materie letterarie con studi scientifi ci. All’inizio Artes Liberales era solo un istituto ma ora è una vera e propria facoltà all’interno dell’Università di Varsavia in cui si può fare anche il dottorato. Il concetto alla base di Artes Liberales è bellissimo: approcciare il mondo avendo attenzione alla sua complessità. Gli studi si concentrano tra l’altro sui paesi mediterranei valorizzando la cultura classica, il latino, il greco antico e moderno.

Ovvero l’esatto opposto della recente moda dello spingere, e quasi del costringere, lo studente a dedicarsi subito a una qualche specializzazione che gli faciliti l’entrata diretta nel mondo del lavoro. Mi pare si tratti di un approccio produttivo che sì è diffuso a cascata anche in Europa, con forme di insegnamento che rincorrono la scorciatoia di un profitto immediato, trasformando le università in esamifici e il processo di valutazione in una fredda sequela di test e di quiz.

Nella costruzione del patrimonio intellettuale individuale bisogna partire dalle basi: la conoscenza verso le culture antiche, l’apertura mentale, l’approccio dialettico che stimola la capacità di ragionare. La specializzazione è importante ma deve innestarsi su una base culturale solida perché le necessità del lavoro, e quindi le specializzazioni, cambiano, mentre la cultura resta e ci consente di essere sempre al passo con i tempi. Oggi si sta riscoprendo l’importanza della capacità di ragionamento individuale, lo dimostra anche il fatto che tante aziende multinazionali sono pronte a fare dei corsi di specializzazione ai nuovi assunti che invece devono mostrare capacità dialettiche, idee, fantasia e apertura mentale. Quindi studi fino a pochi anni fa bistrattati, come filosofia, ora sono rivalutati e molto apprezzati perché
formano nel profondo gli studenti. Studiare Artes Liberales è quindi una scelta di grande modernità.

Lo studio della lingua e della letteratura italiana è una scelta moderna?

Direi di sì, verso l’italiano c’è sempre un grande interesse e nel tempo le facoltà si sono moltiplicate. Negli anni Settanta del secolo scorso c’erano solo corsi a Varsavia, Cracovia e per un periodo Wroclaw, poi l’attenzione verso l’italiano è esplosa e oggi per studiarlo a Varsavia si può scegliere tra Italianistica, Linguistica Applicata, Artes Liberales e l’Università Wyszynski, a Cracovia la Jagellonica e la Pedagogica, e poi c’è Italianistica a Wroclaw, Stettino, Danzica, Poznan, Torun, Lublino, insomma l’offerta è ampia per lo studio di una lingua che, anche se si parla praticamente solo in Italia, rimane il verbo della cultura artistica, musicale, architettonica, ragione per cui è la quarta più studiata al mondo.

L’autore che preferisce insegnare?

Sicuramente Boccaccio e la novellistica in genere anche se naturalmente parlare di Dante e Petrarca è sempre molto gratificante.

Gli autori moderni che consiglia?

Umberto Eco naturalmente e poi alcuni meno noti e diversi tra di loro come Giorgio Bassani e Achille Campanile. Di attuale consiglio anche la lettura del libro “Storia dell’Adriatico, un mare e la sua civiltà” di Egidio Ivetic che apre una finestra su questa straordinaria parte d’Europa, un mare in cui da secoli si confrontano popoli e culture. Libro che ora potete leggere anche in polacco.

E se dovesse scegliere una città italiana?

Quando gli studenti mi chiedono consigli su dove fare l’Erasmus o una esperienza di lavoro consiglio le medie città come Padova o Pisa, e magari un’azienda a gestione familiare, è in questa dimensione che si capisce meglio la cultura italiana. Io, ad eccezione di Sardegna e Basilicata, ho visitato tutta l’Italia. Le mie esperienze di studio e professionali mi hanno fatto conoscere bene Siena, Torino, Firenze dove c’ho passato due anni di studio, Venezia dove andavo spesso alla Fondazione Cini e poi naturalmente Roma dove ho lavorato sette anni. Vivevo nel quartiere Nomentano e ogni giorno andavo all’Accademia Polacca delle Scienze in Piazza Venezia. Ma sono sincero, se dovessi scegliere una zona in cui vivere direi il Veneto che è pieno di città meravigliose come Vicenza e Verona, secondo me è la regione in cui la gente è più gentile e poi adoro l’accento veneziano e veneto. Tante volte ho chiesto al professore veneziano Alberto Rizzi, che ha lavorato sei anni a Varsavia, dove poter fare corsi di dialetto, ma lui mi ha sempre risposto che non ho speranza, perchè se non ci nasci non riesci ad impararlo!

Caccia italiani intercettano jet russi nei cieli di Polonia e Svezia

0

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl.

Quattro caccia russi sono decollati senza preavviso da Kaliningrad e hanno violato lo spazio aereo di Polonia e Svezia. Gli Eurofighter italiani sono immediatamente decollati da Malbork e hanno intercettato gli aerei russi. Gli Eurofighter sono parte integrante del sistema di Baltic Air Policing. Il comando italiano ha informato che anche la settimana scorsa erano intervenuti per un avvicinamento di un caccia russo al confine polacco. La missione Baltic Air Policing è in corso dal 2004, vale a dire da quando Lituania, Lettonia ed Estonia hanno aderito all’Alleanza del Nord Atlantico. Si tratta di una sorveglianza militare dello spazio aereo degli Stati baltici, effettuata in un sistema di servizio rotazionale svolto dai vari paesi alleati. Attualmente, gli italiani prestano servizio nella base di Malbork.

https://polskieradio24.pl/5/1223/artykul/3048329,rosyjskie-mysliwce-naruszyly-przestrzen-powietrzna-polski-i-szwecji-zareagowaly-wloskie-typhoony

Pasolini, la vita dopo la vita

0

Il centesimo anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini, una delle figure più importanti dell’Italia del dopoguerra, scrittore, poeta, drammaturgo, pubblicista, pittore e regista, è una buona occasione per riflettere su come mantenere vivo il ricordo di questo intellettuale e della sua richissima produzione artistica.

Come parte del mio corso di Storia del Cinema Italiano che tengo all’Università di Varsavia, ho chiesto a studenti e studentesse di scrivere un breve saggio su uno degli argomenti selezionati. Tre persone su qualche decina hanno deciso di dedicare

Anna Osmólska-Mętrak

il proprio lavoro all’opera di Pier Paolo Pasolini: due hanno scritto di Salò o le 120 giornate di Sodoma, e uno ha condiviso le sue riflessioni sul film Mamma Roma. Tutti e tre i testi hanno ricevuto il punteggio più alto possibile. Perché scrivo di questo? Ebbene, è per me un’altra prova che la figura e l’opera di Pasolini attirano costantemente l’interesse e l’attenzione delle generazioni di giovani dalle menti aperte, critiche e riflessive. Non solo in Italia, che sembra più ovvio, ma anche in Polonia. Peraltro, i gruppi italiani sui social media dedicati a Pasolini non solo sono numerosi ma anche molto attivi. La celebrazione del centesimo anniversario della nascita dell’artista ha accresciuto ulteriormente questo interesse verso Pasolini che non mostra battute d’arresto. Ciò accresce la mia profonda convinzione che Pasolini è vivo! Se potessi scegliere una figura del passato con la quale vorrei e potrei parlare, senza esitazione sceglierei proprio Pasolini. Allo stesso modo deve aver pensato Davide Toffolo nato a Pordenone, in Friuli, quando nel 2002 ha scritto il suo romanzo a fumetti intitolato semplicemente Pasolini. Si tratta, in poche parole, della storia di un giovane giornalista che segue le tracce di un uomo che si presenta come “signor Pasolini”. Quest’uomo ha tutte le caratteristiche del nostro tempo, come un indirizzo di posta elettronica, e vuole rilasciare un’intervista al giovane giornalista, presentando le sue opinioni, che sono fatte di citazioni dai testi di Pasolini. Ricorrendo a tale rappresentazione, Toffolo dimostra chiaramente che il pensiero di Pasolini non solo non è invecchiato, ma anzi ha acquisito attualità, a volte rivelandosi profetico. Toffolo non è solo un autore di fumetti, ma anche un chitarrista della band “I tre allegri ragazzi morti”. Il gruppo, da sempre interessato a Pasolini, gli ha dedicato gran parte della sua attività, e nel 2011 ha fatto una tournée in molte città italiane, dove oltre alle proprie canzoni, hanno presentato progetti artistici dedicati all’artista friulano.

Tornando ai fumetti, la prima storia di questo tipo è stata scritta dal giornalista Graziano Origa pochi mesi dopo la tragica morte di Pasolini. Il suo titolo, Le ceneri di Pasolini, rimanda chiaramente al celebre volume di poesie Le ceneri di Gramsci (1957). Un’altra storia, pubblicata in Francia, Pasolini di Jean Dufaux e Massimo Rotundo, è del 1993. Nel 2008 è uscita la graphic novel Il delitto Pasolini di Gianluca Maconi, ricostruzione delle ultime ore che hanno preceduto il brutale omicidio del poeta. L’ultimo pezzo è Diario segreto di Pasolini del 2015 di Gianluca Costantini ed Elettra Stamboulis, ipotetico diario/autobiografia dell’artista. Dedico tanto spazio alle opere appartenenti alla cultura popolare, e non a quelle più monumentali, come Vita di Pasolini di Enzo Siciliano, o numerosi studi scientifici sull’artista, perché mi sembrano essere la migliore prova di quanto il personaggio e l’opera di Pasolini uniscano diversi ambiti della cultura e si inseriscano in vari registri della sua ricezione.

La memoria di Pasolini resta ancora altrettanto forte tra i registi, non solo in Italia. Nel 1991 il regista inglese Derek Jarman, nel suo poco conosciuto cortometraggio intitolato Ostia, ricostruisce le ultime ore della vita di Pasolini. È proprio questo un

P.P. Pasolini, Anna Magnani, Ettore Garofolo, Franco Citti, Mostra del Cinema di Venezia, 1962 / fot. Gianfranco Tagliapietra

aspetto che gli artisti trovano più interessante, per le circostanze tragiche della morte del poeta. Possiamo qui ricordare il film Pasolini (2014) di Abel Ferrara con Willem Dafoe nel ruolo di protagonista, o La macchinazione (2016) di David Grieco, dove l’ideatore di Salò… è stato interpretato dal popolare attore e cantante italiano Massimo Ranieri. Marco Tullio Giordana invece (Pasolini, un delitto italiano, 1995) ha dedicato il suo film alle indagini sull’omicidio del regista. Vale la pena ricordare anche il film Un mondo d’amore (2002) di Aurelio Grimaldi, non tanto per il suo valore artistico, ma perché l’autore affronta un periodo precedente della vita di Pasolini, ovvero la fine del suo soggiorno a Casarsa e l’inizio della sua vita a Roma. Nel 2006 Giuseppe Bertolucci realizza il documentario Pasolini, prossimo nostro, che è la trascrizione di un’intervista con l’artista, fatta durante i lavori sull’ultimo film. L’artista, con la sua voce pacata ed equilibrata, sferra un attacco alla società contemporanea e lancia l’allarme. L’intervista, inframmezzata dalle foto del set del film, è una drammatica accusa, fatta da chi sa di più, da chi vede più lontano. Straordinario omaggio al regista è stato reso dal collega più giovane, Nanni Moretti, che conclude la prima parte di Caro diario (In Vespa, 1993) con un viaggio ad Ostia, sul luogo dell’omicidio di Pasolini, commemorato lì con un monumento. Questi sono solo alcuni esempi di un lungo elenco di opere cinematografiche ispirate al personaggio e all’opera di un grande italiano.

Anche i musicisti ricordano Pasolini. Il primo brano è quasi un “instant-song”, composto pochi giorni dopo il 2 novembre 1975. Lamento per la morte di Pasolini è una ballata di Giovanna Marini ispirata all’Orazione di San Donato, canto popolare

F.Citti, PP.Pasolini / fot. Gianfranco Tagliapietra

della tradizione abruzzese. Marini è ritornata a questo pezzo nel 2002 con l’uscita dell’album Il fischio del vapore, firmato insieme a Francesco De Gregori. Nel 1985 lo stesso De Gregori dedica a Pasolini il brano A pa’, definendolo durante un suo concerto “il più grande poeta del Novecento”. Cinque anni prima il brano Una storia sbagliata era stato dedicato a Pasolini dal più grande cantautore italiano, Fabrizio De André. Il testo fa riferimento alla morte del regista, ma anche alla seconda vittima della cosiddetta Prima Repubblica, una giovane romana Wilma Montesi: “È una storia da dimenticare, è una storia da non raccontare, è una storia un po’ complicata, è una storia sbagliata”. In occasione del 40° anniversario della morte del poeta è stato realizzato un documentario della giornalista Emanuela Audisio Pasolini, maestro corsaro. L’album L’alba dei tram è la colonna sonora del film e allo stesso tempo una sigla composta da Remo Anzovino su un testo di Giuliano Sangiorgi, interpretato da Mauro Giovanardi. Il giovane cantautore Enrico Nigiotti (1987) nella canzone Pasolini canta: “Ma come si fa nel mondo che c’è a starci dentro, a respirare”. Lo stesso autore dice così: “Pasolini è una canzone in cui descrivo la società di oggi attraverso le parole di Pier Paolo Pasolini”. Anche nella musica l’elenco dei riferimenti alla figura e all’opera di Pasolini potrebbe essere più lungo.

E c’è anche il teatro. Il già menzionato Giuseppe Bertolucci realizza nel 2004 uno spettacolo basato su testi di Pasolini e Giorgio Somalvico, intitolato ‘Na specie de cadavere lunghissimo, il cui ideatore e interprete è l’attore Fabrizio Gifuni, che fino ad oggi porta in scena questo monodramma nei teatri di varie città italiane. Ma ci sono molti altri eventi simili.

Qual è il motivo di una presenza così forte e costante di PPP non solo nella cultura italiana, ma nella memoria italiana in generale? Per rispondere, si possono scrivere lunghe dissertazioni, organizzare conferenze e seminari. La ricchissima eredità dell’artista è soggetta a nuove interpretazioni. Se, però, cerchiamo di dare una risposta breve, la chiave per comprendere il fenomeno di Pasolini è qualcosa di molto semplice, e allo stesso tempo così raro e prezioso nel mondo moderno: l’onestà intellettuale, che ci dice di testimoniare, di chiamare le cose con il loro nome. Coraggio di provocare, intransigenza, riprendere i temi più difficili, spesso oscuri. Tutto questo lo ha portato a scrivere il famoso testo Io so, originariamente pubblicato sul “Corriere della Sera” del 14 novembre 1974 con il titolo Cos’è questo golpe? Io so, inserito poi come Il romanzo delle stragi negli Scritti corsari. Pasolini spiega come conosce i nomi dei responsabili degli attentati che all’epoca sconvolsero l’Italia: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. È questa consapevolezza della responsabilità e del dovere intellettuale che costituisce la forza più grande nella vita e nell’opera di Pasolini.

Tra gli innumerevoli libri sull’artista ne ho scelto uno: PPP. Pasolini, un segreto italiano di Carlo Lucarelli, una storia personalissima su ciò che ha portato l’autore ad innamorarsi di Pasolini. Scrive che ricorda bene quel momento: guardava un estratto da Comizi d’amore. Questo mi ha spinto a pormi la stessa domanda, ma non posso dare una risposta diretta. Mi sono innamorata di Pier Paolo gradualmente e continuo ad innamorarmi ancora ad ogni frase, poesia riletta, ad ogni film guardato per l’ennesima volta.

tłumaczenie it: Magdalena Grochocka

I viaggi a fumetti di Federico Fellini e Milo Manara (I)

0

Il fumetto era una delle passioni di Federico Fellini, che iniziò la sua carriera proprio come disegnatore. Tra il 1938 e il 1946 il giovane Federico collaborò con varie riviste, realizzando caricature e storielle a fumetti, e anche da regista non smise mai di disegnare. Il suo più importante contributo alla nona arte, però, furono le opere create insieme a uno dei più famosi e celebrati disegnatori italiani, Milo Manara.

Nel 1984 Fellini, appassionato di magia ed esoterismo, pensò di adattare per il cinema una delle opere di Carlos Castaneda, controverso scrittore e “sciamano” di origine peruviana. Nell’autunno del 1985 il regista italiano partì per il Messico per incontrare Castaneda, accompagnato, tra gli altri, dallo scrittore Andrea De Carlo (che aveva lavorato con lui al fi lm “E la nave va”) e dall’attrice americana Christine Engelhardt. Il viaggio, costellato da strani eventi e situazioni, segnò la fi ne dell’amicizia tra Fellini e De Carlo. Quest’ultimo pubblicò, nel 1986, il romanzo “Yucatan”, ispirato proprio al loro viaggio messicano. La cosa infastidì non poco Fellini, che in quello stesso anno pubblicò la propria versione della storia (inizialmente intitolata “Viaggio a Tulun”) sul “Corriere della Sera”, presentandola come un’anteprima del suo prossimo film. Un film che però non venne mai realizzato.

Nel 1988 Milo Manara, che aveva conosciuto Fellini qualche anno prima, contattò il regista per proporgli un adattamento a fumetti del racconto pubblicato sul “Corriere”. All’epoca Manara, nato nel 1945, era già un artista affermato, conosciuto soprattutto per opere di genere erotico come “Il gioco” (1982) o “Il profumo dell’invisibile” (1985). Fellini accettò la proposta del disegnatore e quel fi lm incompiuto divenne “Viaggio a Tulum”, un fumetto onirico, divertente e sensuale come i suoi migliori film. La trama, in parte rimaneggiata rispetto al soggetto originale, è carica di mistero, magia e suggestioni legate alle civiltà precolombiane, in particolare i Toltechi.

I protagonisti del “Viaggio”, oltre a Fellini stesso, sono il regista Snàporaz, la bellissima e misteriosa Helen e il goffo e simpatico Vincenzone. Snàporaz, che all’inizio del fumetto viene scelto da Fellini come suo alter ego per il viaggio, ha le fattezze di Marcello Mastroianni ed è omonimo del personaggio che il grande attore aveva interpretato ne “La città delle donne”, film di Fellini del 1980. La figura di Helen è vagamente ispirata alla Engelhardt, mentre appare curiosa la presenza di Vincenzone, ovvero il giornalista Vincenzo Mollica, che non aveva accompagnato Fellini nel suo viaggio in Messico. La decisione di farlo apparire nel fumetto al posto di De Carlo può essere interpretata come una cattiveria ai danni dello scrittore, un’ironica vendetta per aver “rubato” la storia di Fellini. Tra gli altri personaggi possiamo ricordare Sibyl, una versione oscura di Christina/Helen, o lo stregone messicano Hernandez, ma il “Viaggio” è pieno di fi gure pittoresche e originali che talvolta compaiono solo per poche vignette. Nelle prime pagine del fumetto Helen e Vincenzone, alla ricerca di Fellini, si recano a Cinecittà, dove incontrano personaggi provenienti da vari film del regista italiano, che Manara raffi gura con grande precisione e realismo. Più avanti Fellini e Manara inseriscono nella storia il regista e scrittore cileno Alejandro Jodorowsky e il celebre disegnatore francese Jean “Moebius” Giraud, autori di uno dei capolavori del fumetto mondiale, “L’Incal” (1981-1988).

In “Viaggio a Tulum” Fellini e Manara si divertono spesso a rompere la “quarta parete” tra finzione e realtà: i protagonisti sono consapevoli di essere personaggi di un fumetto e più di una volta commentano l’assurdità della trama e la mancanza di una successione logica degli eventi. La scena più interessante è forse quella in cui Snàporaz parla al telefono con il regista, esprimendo la propria frustrazione per la storia bislacca di cui è protagonista. Ma è proprio questo il motivo, risponde il regista, per cui non ha mai girato il fi lm che da tempo aveva in mente: la sceneggiatura era semplicemente troppo assurda. E così, l’unico mezzo che Fellini aveva per portare a compimento un progetto così folle e fantastico era il fumetto. A controbilanciare la storia, decisamente surreale e onirica, abbiamo i disegni estremamente dettagliati e realistici del maestro Manara. Come in altre opere dell’artista italiano ha un ruolo di primo piano la rappresentazione del corpo femminile, ma sarebbe certamente sbagliato liquidare “Viaggio a Tulum” come un banale e volgare fumetto erotico. La raffigurazione dei volti, soprattutto quello di Mastroianni, rasenta il fotorealismo, così come nel caso dei paesaggi, edifici e scenari urbani, disegnati con un incredibile livello di dettaglio e un respiro autenticamente cinematografico.

“Viaggio a Tulum” uscì a puntate sulla rivista “Corto Maltese” nel 1989. Qualche anno più tardi, nel 1992, Fellini e Manara crearono la versione a fumetti di un altro film mai realizzato dal regista riminese, stavolta davvero leggendario: “Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet”.

Foto: Sławomir Skocki, Tomasz Skocki

Brescia leonessa della cultura

0
fot. Febo Films

Antica città le cui origini risalgono a oltre 3 200 anni fa, Brescia possiede un cospicuo patrimonio artistico e architettonico: i suoi monumenti d’epoca romana e longobarda sono stati dichiarati dall’UNESCO Patrimonio mondiale dell’umanità dal 2011, è conosciuta nel mondo anche per la celebre corsa d’auto d’epoca Mille Miglia e per la produzione del Franciacorta. La città di Brescia è soprannominata “La Leonessa d’Italia”, così definita per la prima volta da Aleardo Aleardi, nei suoi Canti Patrii. La fortuna dell’espressione si deve però a Giosuè Carducci, che volle rendere omaggio a Brescia per la valorosa resistenza contro gli occupanti austriaci durante l’insurrezione delle Dieci Giornate, nell’ode “Alla Vittoria”.

Le origini di Brescia risalgono al 1200 a.C., quando una popolazione, probabilmente di

fot. Febo Films

Liguri, costruì un insediamento nei pressi del Colle Cidneo. Nel VII secolo a.C. si insediarono i Galli Cenomani, che fecero di Brescia la loro capitale. Successivamente, a cavallo tra III e II secolo a.C., Brixia iniziò il percorso di annessione alla Repubblica romana, culminato nel 42 a.C. quando gli abitanti ottennero la cittadinanza romana. Dalla caduta dell’impero fu dominata da diverse popolazioni barbariche fino a diventare un importante ducato del regno longobardo.

Proclamatosi comune autonomo già nel XII secolo, finì sotto la dominazione viscontea e poi si diede ai Domini di Terraferma della Repubblica di Venezia a cui rimarrà legata fino al 1797. Annessa al Regno Lombardo-Veneto, durante il Risorgimento fu teatro delle dieci giornate di Brescia, per poi arrivare all’annessione al Regno d’Italia nel 1860.

fot. Febo Films

La città vanta un patrimonio storico artistico di tutta rilevanza, conservato in parte nei suoi splendidi musei, che sono gestiti dalla Fondazione Brescia Musei, presieduta da Francesca Bazoli e diretta da Stefano Karadjov.

Brixia. Parco archeologico di Brescia romana
Il Parco archeologico di Brescia romana offre un viaggio a ritroso nel tempo tra i resti monumentali dell’antica Brixia: dal santuario di età repubblicana (I secolo a.C.), monumento unico nel panorama archeologico dell’Italia settentrionale, con i suoi affreschi sorprendenti per grado di

fot. Alessandra Chemollo

conservazione e qualità al Capitolium, tempio principale della città, eretto dall’imperatore Vespasiano, dedicato al culto della “Triade Capitolina”, Giove, Giunone e Minerva. Al suo interno troviamo ancora i pavimenti originali in lastre di marmi colorati del I secolo d.C. oltre agli altari in pietra e frammenti di statue di culto e di arredi. Nella cella orientale è ospitata La Vittoria Alata, raro capolavoro bronzeo del I secolo d.C., vero e proprio simbolo di Brescia, recentemente restaurato, in un allestimento museale curato dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg, concepito per esaltare le caratteristiche materiche e formali del bronzo.

fot. Fotostudio Rapuzzi

Il percorso termina al Teatro romano, costruito e ampliato tra I e III secolo, sorge accanto al Capitolium. La cavea imponente suggerisce le emozioni delle antiche rappresentazioni. Il teatro venne utilizzato sino all’età tardoantica (fine IV-inizio V secolo d. C.). Tra il XI e il XII secolo, la scena crollò e l’edificio divenne una cava a cielo aperto. Nel XII secolo era utilizzo come luogo per pubbliche udienze, ma lo stato di abbandono in cui versava ne determinò il progressivo e definitivo interro.

Museo di Santa Giulia
Unico in Italia e in Europa, il Museo della città è allestito all’interno di un complesso

fot. Fotostudio Rapuzzi

monastico di origine longobarda e consente un viaggio attraverso la storia, l’arte e la spiritualità di Brescia dall’età preistorica ad oggi, in un’area espositiva di circa 14.000 metri quadrati. In una successione continua di luoghi straordinari si incontrano due abitazioni di età romana (I-III secolo d.C.), dette Domus dell’ortaglia parte di un quartiere residenziale, che conservano ancora oggi mosaici e affreschi su modello di quelli di Roma e Pompei; la basilica longobarda di San Salvatore (VIII secolo d.C.), testimonianza tra le più importanti dell’architettura religiosa longobarda. Eretta per volontà di re Desiderio nel 753 d.C. come cuore del monastero, la chiesa-mausoleo aveva la funzione di simbolo del potere dinastico della monarchia e dei ducati longobarda, preziosissimo scrigno ricco di colonne romane di reimpiego, stucchi a motivi ad intreccio,

fot. Fotostudio Rapuzzi

affreschi e testimonianze degli antichi arredi lapidei. Si prosegue nel Coro delle monache (inizio del XVI secolo) ambiente sontuoso destinato alle monache dedite alla clausura. Articolato su due livelli presenta le pareti del piano superiore interamente decorate da affreschi di Floriano Ferramola e di Paolo da Caylina il Giovane, che raccontano la vita di Cristo. Infine l’Oratorio romanico di Santa Maria in Solario (XII secolo), nel quale le monache custodivano il tesoro; di forme romaniche, venne costruito verso la metà del XII secolo come luogo di culto privato delle monache con massicce murature nelle quali sono inseriti frammenti d’iscrizioni romane. Edificato su due livelli collegati conserva oggetti

fot. Fotostudio Rapuzzi

appartenenti all’antico tesoro come la Lipsanoteca, cassetta d’avorio decorata (IV secolo d.C.) e la crocetta reliquario in oro, perle e pietre colorate (X secolo d.C.) fino alla monumentale Croce di Desiderio , rara opera di oreficeria della prima età carolingia (IX secolo d.C.), decorata da 212 gemme, cammei e paste vitree databili dall’età romana al XVI secolo, conservata nel piano superiore sotto uno straordinario cielo blu di lapislazzuli tempestato di stelle d’oro.

Pinacoteca Tosio Martinengo
Completamente rinnovata nel 2018, accoglie una preziosa e scelta collezione d’arte nell’elegante sede di Palazzo Martinengo da Barco, con i suoi splendidi saloni rivestiti da preziosi velluti cangianti e ornati da soffitti affrescati. Il percorso espositivo prende avvio dal Trecento e affianca ai dipinti

fot. Fotostudio Rapuzzi

mirabili oggetti di arte decorativa, in un susseguirsi di capolavori da Vincenzo Foppa, capostipite del naturalismo lombardo a Vincenzio Civerchio che si ispira a Leonardo, passando per testimonianze di assoluta fama come l’Angelo e il Redentore di Raffaello Sanzio e l’Adorazione dei pastori di Lorenzo Lotto. Il cuore della collezione è costituito dalla pittura bresciana del Rinascimento con Savoldo, Romanino e Moretto, fino ad arrivare all’umanissima stagione dei “pitocchi” di Giacomo Ceruti. Il percorso si conclude con l’Ottocento che offre capolavori di maestri assoluti come l’Eleonora d’Este di Canova e il Ganimede di Bertel Thorvaldsen, fino al potentissimo Laocoonte di Luigi Ferrari e alla struggente tela I profughi di Parga di Francesco Hayez. Un patrimonio inestimabile formatosi tra Ottocento e Novecento grazie alla generosità di privati cittadini come il Conte Paolo Tosio, di cui il

fot. Fotostudio Rapuzzi

museo porta il nome, che donarono le loro raccolte e alla cura posta dal Comune nel raccogliere e conservare opere d’arte.

Castello e Museo delle armi “Luigi Marzoli”
Arroccato sul colle Cidneo, il Castello costituisce uno dei più affascinanti complessi fortificati d’Italia e il secondo più grande d’Europa, in cui si possono leggere ancora oggi i segni delle diverse dominazioni. Protagonista di numerosi eventi drammatici in cui la città fu coinvolta, tra cui le celebri Dieci Giornate, il Castello è oggi una delle aree più suggestive di Brescia, in cui convivono più elementi: le testimonianze della presenza romana, come i magazzini dell’olio, gli edifici medievali e una locomotiva del 1909, esposta all’interno del “Falco d’Italia” per la gioia dei visitatori più piccoli. All’interno del trecentesco Mastio Visconteo, il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”

fot. Fotostudio Rapuzzi

ospita una delle più pregiate raccolte europee di armature e armi antiche, che raccontano la lunghissima tradizione armiera bresciana, documentandone l’evoluzione tecnologica e artistica tra il XV e il XVIII secolo. Nel 2023 verrà riaperto, dopo un lungo restauro, il Museo del Risorgimento con una nuova splendida veste, che permetterà in maniera innovativa di conoscere uno dei capitoli fondamentali della storia italiana moderna.

Anticipazioni 2023
Il 2023 sarà l’anno di Bergamo-Brescia Capitale Italiana della Cultura, tanti saranno dunque gli eventi che si susseguiranno: siinizia il 23 giugno di quest’anno con la mostra “Isgrò cancella Brixia” che terminerà l’8 gennaio 2023 che intende porre l’accento sul dialogo che s’instaura tra l’archeologia e l’arte contemporanea, tra la cultura classica e la sua persistenza nel nostro tempo. Dal 29 ottobre 2022 fino al 28 febbraio 2023 sarà la volta di “La città del Leone: Brescia nell’età dei Comuni e delle Signorie”, mostra che attraverso materiali eterogenei, intende indagare in modo originale questo periodo. E ancora dal 10 febbraio al 10 maggio 2023 si terrà la mostra “Ceruti. Pittore europeo” un’occasione per celebrare questo pittore che, con le sue toccanti rappresentazioni dei ceti umili e i suoi ritratti penetranti, si impose come una delle voci più originali della cultura figurativa del XVIII secolo, e di cui la Pinacoteca Tosio Martinengo accoglie il più importante corpus di opere, al mondo. Dal 24 marzo al 23 luglio 2023, per la sesta edizione del Brescia Photo Festival, “Luce della Montagna” sarà la più importante mostra sulla fotografia di montagna realizzata negli ultimi decenni, con opere di Vittorio Sella, Martin Chambi, Ansel Adams, Axel Hutte.