”La Città Eterna” ha tante sfumature, tanti vicoli, sapori, odori e, soprattutto, abitanti. Di questo si è convinto anche Piotr Kępiński, poeta, critico letterario, saggista, autore del libro ”Szczury z via Veneto” (I topi di via Veneto), che la vive quotidianamente. Ed è proprio di questo lato non scontato della capitale italiana che parleremo.
Roma è l’amante preferita di tutti i registi che le hanno dedicato le più belle poesie d’amore, ma c’è dell’altro in questa città eterna rispetto alle visioni di Fellini, De Sica, Rossellini e Wyler?
Roma è un mondo, un continente a parte. A volte ho l’impres- sione che sia un enorme lastrone che va costantemente a la deriva. Da un lato è fuori dal tempo, dall’altro è intessuta nel tempo. Riunisce il bello e il brutto. Seduce e respinge. Ma è sempre stato così. Senza dubbio, quaranta o cinquant’anni fa’ era più in forma. Oggi è un po’ zoppa. Almeno così la vedo io. Paolo Sorrentino, il regista della ”Grande bellezza”, ha mostrato Roma in modo fantastico. Ma sa cosa differenzia questo film dalle opere di Fellini, che anche lui ha meravigliosamente ritratto la Città Eterna? Il fatto è che l’autore de ”La strada” girava giorno e notte, e Roma da lui emergeva dal passato per poi entrare nell’epoca moderna. Da Sorrentino, invece, abbiamo solo il tempo presente (e, al massimo, una nostalgia di giovinezza). Inoltre, gli scatti più belli di Sorrentino sono stati fatti di notte. Per questo la sua Roma è abbagliante. Sfortunatamente, al mattino, quando si sveglia, non è più così eccezionale. Non è però che la città abbia perso il suo fascino. Certamente no. Vale la pena tuttavia guardare dove si mettono i piedi, per non cadere in qualche buca… I romani scherzano sul fatto che non ci sarà mai un attacco qui, perché i terroristi non arriverebbero sul posto in tempo a causa degli ingorghi, tra l’altro distruggerebbero le sospensioni della macchina…
Ho posto questa domanda perché quando ho letto il Suo ultimo libro, la mia intera visione di una Roma potente è andata in pezzi. Lei priva il paradiso italiano di tutte le fragranze che conosciamo: olio d’oliva, frutti di mare, basilico… Questo non c’è. Roma puzza di piscio oggi?
Non esageriamo. Come ho detto, si tratta di un continente, questi, come sappiamo, non sono monolitici. Roma è anche multicolore, multilivello, ambigua, come ogni metropoli. Sta di fatto che oggi questo mondo sta andando un po’ a pezzi. Se privo il paradiso italiano delle fragranze? Forse in un modo diverso. Non voglio definire l’Italia come un paradiso, ma un Paese normale. Non mi interessano gli stereotipi perché non dicono nulla di serio sulla realtà, ma piuttosto su chi li ripete. Il mio obiettivo era far vedere l’Italia in un momento di crisi. Dopotutto, ammirandola sconfinatamente, in realtà creiamo una visione distorta. Come se non volessimo vedere i problemi. Eppure è un Paese che ha i propri traumi e complessi. Ha alle spalle grandi alti e bassi.
A cui si aggiungono i ratti. Lei cita i dati in cui, secondo gli esperti, nella Città Eterna ci sono più topi che persone, una decina di milioni, e pare che negli anni Novanta ce ne fossero addirittura trenta milioni.
È sicuramente un problema evidente. Tuttavia, volevo che questi ratti fossero principalmente un simbolo e un avvertimento. Dopotutto, il topo è (nella cultura) una creatura fondamentalmente ambigua. Da un lato simboleggia il sacro, dall’altro il profano. È chiaro che è difficile amare i ratti. Ma quando li vediamo morire davanti ai nostri occhi, vuol dire che dovremmo osservare più attentamente la realtà. Abbiamo tralasciato qualcosa per caso? Abbiamo trascurato qualcosa? Così deve essere inteso il titolo del mio libro. I topi escono dai loro nascondigli, salgono dai sotterranei ed entrano nel nostro mondo. Allora manifestiamo disgusto. Ma non è questo che importa è invece la riflessione che interessa.
Perché questa negligenza?
Beh, il motivo è banale: ci sono cumuli di spazzatura in città, perché il sistema di pulizia di Roma non è efficiente. Manca un moderno impianto di incenerimento la cui costruzione è costantemente rimandata. E i topi ballano. Ma non è l’unico aspetto di trascuratezza. Percepisco l’indifferenza per gli spazi comuni.
E non è anche vero che gli italiani (proprio come l’Europa occidentale) sono diventati estremamente pigri nel coltivare la loro identità, la memoria. La libertà ti rende pigro e questa pigrizia fa si che cresca il degrado?
Gli italiani sono soprattutto un popolo molto laborioso e variegato. Non è giusto generalizzare, Roma, Milano, Torino sono città che bisogna raccontare separatamente perché ogni parte del paese ha la propria storia. Secondo me i valori identitari o regionali sono coltivati. Comunque è vero che l’approccio degli italiani verso la storia e il passato è diverso di quello dei polacchi che hanno un’altra storia e altri problemi. Ho l’impressione che gli italiani riescano a distanziarsi dal passato e non lo trattano in modo così isterico come i polacchi. Bisogna imparare da loro. Ritornando invece alla domanda se l’Italia non è un paese unitario possiamo dire che Roma è un po’ come Varsavia ovvero ci arrivano persone da varie regioni perché qui trovano varie istituzioni, ministeri, sedi delle multinazionali etc. Quando arriva ferragosto la città si svuota perché tutti tornano nelle loro città. Nella capitale invece restano solo i romani. Probabilmente le generazioni più giovani di romani devono capire meglio la città e cominciare a trattarla come propria. Spero tanto che sarà così e che i problemi siano temporanei. Forse finalmente sceglieranno un sindaco migliore? Le elezioni saranno in autunno.
A causa della sporcizia muoiono ogni anno più persone che di covid-19!
Sì se parliamo dell’inquinamento atmosferico. Gli italiani e i polacchi, sono nella stessa situazione da questo punto di vista.
Il degrado è associato da tanti con le comunità dei rom che molti italiani non vogliono vedere nel proprio paese. Secondo i dati Censis (dicembre 2018), il 69,7% degli italiani non vorrebbe avere come vicini i rom, e il 52% delle persone è convinta che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani. Che status hanno i rom a Roma?
Non hanno nessun status. Vivono fuori dalla società. Possono contare solo su sé stessi. Gli italiani in genere non si lamentano degli immigrati ma purtroppo non amano i rom. Esiste una massa di organizzazioni non profit e religiose che supportano i rom ma ci sono anche gli italiani che mettono fuori i cartelli: “Potete crepare dalla fame” o “Andatevene via”. Il problema non è risolto. I campi rom sono pieni, i camper dove vivono girano per la città. È una questione aperta.
Lei descrive anche i posti oltre al confine del “sacro GRA”, raccontando ad esempio la Sardegna che sta un po’ fuori dal tempo e dalla storia, è un’isola trattata dal resto del paese un po’ come un intruso. Possibile che i sardi ambiscano all’autonomia?
No, sono solo simpatiche fantasie. Colorate e eccitanti per i giornali ma sempre fantasie. Scrivo nel libro sui due sardi intelligenti e simpatici che hanno deciso che l’isola si unisce con la Svizzera. Hanno creato un partito. Sono molto attivi nel lavoro per l’unità. Sento già i romani che dicono: che problema c’è, che si uniscano se vogliono… Ma anche se il capoluogo sardo, Cagliari, appartiene all’Italia sembra un po’ fuori dalla storia e dal tempo. Davanti le istituzioni pubbliche vediamo le bandiere italiane ma sui palazzi privati ci sono le bandiere sarde. In Sardegna si pensa diversamente per questo motivo si parla di separazione.
Non molto tempo fa Jarosław Mikołajewski mi ha raccontato della Sicilia che non è governata dalla mafia che frequenta i casinò di Mosca bensì, come nel quartiere San Berillo, dalle persone di colore e i trans che si confessano da don Pippo. Nel suo libro Roma è governata non solo dai ratti e dai rom ma anche dai filippini, tossicodipendenti, cani, mafie locali e prostitute. Che cosa c’è di affascinante in questa Roma non edulcorata che emerge dai media?
Quando vado dal mio barbiere e lui mi racconta della sua casa sull’Adriatico mi rilasso. Da Alessandro il taglio è un’arte. Non ha fretta, chiacchiera, fa domande. Capita che si fermi per parlare con un amico che si è avvicinato con lo scooter. Mi lascia cinque minuti per parlare con sua moglie. E io leggo il giornale. Mi piacciono i momenti del genere. Quando pedalo lungo il Tevere sento che non esiste una città migliore di questa come quando vado a mangiare la pizza più buona del mondo alla pizzeria Trentino che si trova nel mio palazzo. Sono momenti di pura felicità. E quando voglio scrivere la città mi parla da sola e dice che non dovrei edulcorare perché Roma non è così, è agrodolce. Tratto la città un po’ come un organismo vivo…
Esiste anche una Roma “non romana”!
Ovviamente, vi invito al Flaminio, il mio quartiere dove c’è anche una piccola Londra. Ma non voglio svelare troppo, è uno dei capitoli del mio libro. Invito tutti a scoprire la Roma non turistica!
traduzione it: Amelia Cabaj















Durante le manifestazioni, verranno rispettate le regole anti-covid: a tutti i partecipanti sarà richiesto il greenpass, di rispettare le regole di distanziamento nonché l’uso della mascherina.


Oggi arriviamo solo ad uno di questi posti speciali, legato alla passione di collezionare in due modi. Alla periferia di Modena si trova la fattoria “Hombre”, appartenente alla famiglia Panini che si occupa dalla produzione del Parmigiano Reggiano. Fu azienda, fondata nel 1961 da Giuseppe Panini a interessare milioni di bambini, prima in Italia e poi in tutto il mondo, al collezionismo. Panini stampava figurini di calciatori da raccogliere e incollare in un album speciale, poi i Panini introdussero una grande novità, cioè le carte autoadesive. Uno dei fratelli, che nel 1963 entrò a far parte di questo progetto fu Umberto, nato a Maranello [sic!], che, sfruttando la sua passione per la meccanica in generale, si occupò dell’aspetto tecnico della produzione. Nel 1988 i Panini vendettero la loro azienda, che fino ad oggi rimane leader indiscusso del suo settore. Allora Umberto decise di realizzare i suoi sogni, dedicandosi interamente alla modernizzazione della fattoria “Hombre”, acquistata nel 1972. Quando si parla del settore automobilistico, il nome spagnolo viene associato piuttosto con la Lamborghini, ma la sua storia risale al 1957, quando Umberto ricevette questo soprannome viaggiando in cerca di felicità nel lontano Venezuela.
All’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso furono introdotte nuove norme per macchine da rally, una delle quali imponeva obbligo di usare benzina normale, senza modificazioni (all’epoca si aggiungeva quasi sempre metilene e acetone), il che costrinse Gioachino Colombo, costruttore di motori della Maserati, a modernizzare il modello sportivo A6 GCS 2000, prodotto dal 1947, per adeguarla ai nuovi regolamenti. Un’altro nome misterioso, tipico per gli italiani, A6 GCS 2000 si riferisce al nome Alfieri (il nome del fondatore dell’azienda), 6 cilindri, blocco motore di ghisa e poi semplicemente Corsa Sport del 1953. Nel periodo 1953- 57 furono prodotti 52 esemplari di questo modello, 48 dei quali con carrozzeria spider, progettata da Medardo Fantuzzi. La maggior parte di macchine da rally dell’epoca aveva la carrozzeria decappottabile, ma gli estremi agenti atmosferici durante la rally Mille Miglia nel 1953 spinsero il rivenditore romano della Maserati Mimmo Dei ad includere nella sua offerta una macchina resistente a pioggia e a tempeste. Anche se Pinin Farina progettò la versione “berlinetta” su sua richiesta, le quattro macchine prodotte ufficialmente non si chiamavano Maserati, poiché il designer era vincolato da un contratto con la Ferrari, che considerava l’azienda di Modena sua rivale. Allora Dei chiamo le macchine Scuderia Centro-Sud, aggirando in questo modo il divieto della Ferrari, soddisfatta da tale soluzione, nonostante il tridente “ostile” attaccato alla calandra. Diversamente dalle vittorie numerose (più di 70 primi posti) ottenute dalla spider di Fantuzzi, la versione di Pininfarina non ottenne successo e i piloti dell’epoca la consideravano poco comoda, poco aerodinamica e credevano che, ironicamente, la cabina si riscaldasse troppo rapidamente durante gare, allora subito dopo la carrozzeria originale delle quattro macchine fu sostituita con una senza tetto. Qui devo menzionare il fatto che per i successivi 50 anni ogni Maserati riuscì ad evitare lo stigma di Pininfarina*, che è cambiato solo nel 2003 con la V generazione di Quattroporte. Magari è colpa della “Berlinetta”? Nel frattempo, per fortuna, appena A6 CGS perse i suoi valori sportivi, i successivi proprietari notarono la bellezza delle linee di Farina e ripristinarono la silhouette originale della macchina.
Oggigiorno si condanna sempre di più il consumismo (giustamente!), ma vi prego, non fate di tutta l’erba un fascio. I collezionisti raccolgono tutte le cose che secondo loro è importante non dimenticare per conservarle per le generazioni future. Sono convinto che la maggior parte di loro prendono a cuore il motto di vita di Umberto Panini: “Fai del bene, dimenticando di farlo”. Cari collezionisti, vi auguro soprattutto di avere sempre spazio per nuovi oggetti, con il resto ve la caverete!
Anni di produzione: 1954













