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Ieri a Vienna ha avuto luogo la prima riunione del Consiglio Permanente dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) del 2022. Durante l’incontro, il Capo del Ministero degli Affari Esteri polacco, il Presidente in carica dell’OSCE, Zbigniew Rau, ha definito le priorità della presidenza polacca: un impegno per la risoluzione pacifica delle questioni di sicurezza nell’Europa Orientale, un’apertura al dialogo e la presentazione di nuove iniziative che portino alla comprensione. Rau ha sottolineato che sia l’elevato numero delle truppe nella regione che l’intensificarsi delle sfere di influenza, portano al più grande rischio di guerra nell’Europa Orientale negli ultimi trent’anni. Il Presidente ha sottolineato che le recenti tensioni internazionali sono esacerbate dai prolungati dai conflitti, dagli scontri militari, dalla radicalizzazione, dal terrorismo, dalla progressiva erosione di controllo delle armi, dalle profonde violazioni dei diritti umani e delle fondamentali libertà individuali, alimentati dagli effetti della pandemia Covid-19. A causa della crescente incertezza, dell’imprevedibilità, delle divisioni e delle paure nelle società europee, la presidenza polacca dichiara la sua volontà di attuare la soluzione pacifica del conflitto, attraverso l’impegno in loco: in Ucraina (chiedendo un’estensione della Missione Speciale di Monitoraggio dell’OSCE in Ucraina e agendo in conformità con i Protocolli di Minsk, rispettando la sua sovranità e integrità territoriale), in Georgia, Transnistria, Nagorno – Karabakh, e Kazakistan. Rau ha ricordato che le tensioni nella regione rappresentano una sfida alla stabilità e alla sicurezza dell’intero sistema europeo e richiedono un’adeguata valutazione internazionale con una risposta fondata sui principi del diritto internazionale.
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Gli scienziati dell’Università di Medicina di Białystok (UMB) hanno annunciato martedì di aver identificato una variante genetica che predispone al decorso grave del COVID-19. “Si stima che fino al 14% dei polacchi ce l’abbia, anche se nella popolazione europea complessiva è presente con una frequenza di circa il 9%”, ha riferito l’università. È stato evidenziato che la ricerca conferma che i geni hanno un’influenza significativa su come subiamo l’infezione da coronavirus: “Avere una delle versioni del gene situata sul cromosoma 3 significa che in caso di infezione da coronavirus, abbiamo il doppio delle probabilità di soffrire di COVID-19 grave e persino fatale”. Gli scienziati sottolineano che la scoperta fatta è la base per lo sviluppo di un test che identificherebbe le persone con una tale variante genetica. Il presidente dell’Agenzia per la Ricerca Medica dott. Radosław Sierpiński sottolinea che grazie ai risultati di tale ricerca è possibile fermare lo sviluppo della pandemia. La scoperta è stata effettuata nell’ambito di un progetto finanziato dall’Agenzia di ricerca medica in collaborazione con l’Istituto di malattie polmonari e tubercolosi di Varsavia e la società tecnologica ImageneMe. Il progetto è stato condotto dal dott. Marcin Moniuszko e il dott. Mirosław Kwaśniewski. L’università ha annunciato che sono stati testati 1,5 mila pazienti con COVID-19. I dettagli della scoperta saranno presentati giovedì a Białystok in una conferenza stampa con la partecipazione, tra gli altri, di Ministro della Salute Adam Niedzielski.
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La Corte d’Appello di Varsavia ha emesso una dichiarazione storica nella causa di Krzysztof Czabański contro Facebook. Secondo la Corte, nel trattamento di una causa contro Facebook l’utente non è obbligato alla traduzione in inglese dei documenti processuali. La denuncia intentata da Krzysztof Czabański è stata depositata nel 2019 presso la Corte Distrettuale di Varsavia e riguardava la violazione dei diritti personali attraverso la censura dei contenuti condivisi dalla piattaforma. La controversia sulla traduzione è stata posta per la prima volta a settembre 2021, quando il Tribunale Distrettuale ha sospeso tutto il procedimento della causa, per un mancato pagamento dell’anticipo per la traduzione della denuncia legale in inglese (dell’importo di 2 000 zloty) che dovrebbe essere a carico di Czabański. In seguito alla decisione della Corte, Facebook ha rifiutato di accettare la denuncia (per il fatto che il documento non è stato presentato nella lingua ufficiale dello stato del destinatario della controversia) e tutto è avvenuto in conformità del diritto dell’UE. Nel dicembre 2021 l’avvocato di Czabański ha presentato un reclamo alla Corte d’Appello, contro la decisione di settembre, e la Corte facendo il riferimento alla decisione della Corte Regionale Superiore di Düsseldorf (del 18 dicembre 2019: che annullava l’obbligo dell’utente tedesco di Facebook di tradurre i documenti processuali in inglese) ha deciso di accogliere il reclamo. Secondo la Corte di Varsavia, pur essendo un’entità straniera, Facebook Irleand Ltd a Dublino, crea i documenti in polacco (regolamenti d’uso, politiche sulla privacy, accordi con gli utenti), dunque ha accesso al personale qualificato che capisce il polacco. La sentenza della Corte d’Appello di Varsavia apre le porte alle possibili future controversie con gli utenti, essendo un atto simbolico di uguaglianza davanti alla legge sia dei cittadini comuni che delle grandi corporazioni. Nel risultato della recente dichiarazione della Corte d’Appello, il caso di Czabański sarà riaperto e Facebook durante il procedimento dovrà spiegare le sue azioni di censura contro gli account degli utenti nei social media.
Antiche carte indiane (Ganjifa) e africane dall'Archivo del Museo
L’Emilia-Romagna è uno scrigno non solo di bellezze e luoghi interessanti da visitare, ma anche di misteri. Il solo capoluogo, Bologna, ne ha da scoprire ben sette. I turisti, infatti, vanno alla ricerca dei segreti della città che vengono promossi sia su internet che sulle guide locali. Tuttavia, quando si visita questa zona vale la pena cercare anche altre attrazioni, magari meno conosciute. Un’autentica chicca da scoprire è il Museo dei Tarocchi nella frazione di Riola, un’esposizione ideata da Morena Poltronieri ed Ernesto Fazioli che in quasi trent’anni di attività hanno accumulato un’impressionante collezione di opere d’arte, manufatti e mazzi di carte provenienti da tutto il mondo. Conviene davvero vedere tutto ciò con i propri occhi, soprattutto perché i tarocchi hanno origine italiana. A Riola, quindi, li andiamo a trovare, per così dire, a casa e l’atmosfera unica del Museo insieme all’ospitalità dei proprietari non fanno che intensificare questa sensazione.
Come è nata l’idea di creare il Museo dei Tarocchi in un luogo lontano dalle grandi città?
Ernesto Fazioli: L’incontro con Morena risale al 1992, in seguito al quale abbiamo creato un’associazione culturale con l’intento di approfondire lo studio sui tarocchi. Dopo vari anni di collaborazione abbiamo sentito l’esigenza di dare vita a un vero centro che potesse riunire gli studi sulle tematiche di nostro interesse. La ricerca di un luogo adatto a ospitare le nostre attività ci ha portato a trovare questo casale del 1600 che ha immediatamente incontrato il nostro apprezzamento.
Come è nata in voi la passione per i tarocchi?
Per quanto mi riguarda, l’incontro con i tarocchi è avvenuto casualmente quando avevo 10 o 11 anni. Un mazzo di tarocchi era il gadget di una bottiglia di liquore acquistata dai miei genitori. Avere tra le mani quelle carte instillò in me una grande curiosità che, poi, non mi ha più abbandonato. In seguito divenne motivo di studio e approfondimento.
La storia di Morena invece?
Anche per lei è stato un incontro antico. Attraverso un mazzo di tarocchi che casualmente ha avuto tra le mani, ha cominciato a leggere le carte come se le conoscesse da sempre. Probabilmente si trattava di un canale che era già ricettivo in questo senso.
Tarocchi in esposizione dall’Archivo del Museo
L’interno del museo
Quindi leggete le carte?
Certo. Tutti e due.
Avete più la passione per la storia dei tarocchi o per la divinazione?
Sono due aspetti imprescindibili dello studio dei tarocchi. Dedicarsi ai tarocchi significa approfondire l’epoca storica in cui sono nati, densa di significati che comprendono alchimia, ermetismo, ecc., e di conseguenza il mondo del simbolismo; questo porta con sé anche la ricerca di una chiave per la loro interpretazione.
Tarocchi in esposizione dall’Archivo del Museo
Allora, secondo lei, è possibile conciliare il mondo esoterico con quello scientifico?
Quella che oggi è magia una volta era scienza. Sono due cose che si possono conciliare e sostenere. Analizzando la vita dei grandi scienziati, non è difficile imbattersi in personaggi come Newton che comprendeva nei suoi studi anche l’alchimia, oppure scoprire che l’astrologia era una materia studiata all’interno della Facoltà di Medicina nelle università.
Tornando al Museo quali sono state le prime opere raccolte?
Le prime opere sono giunte dalla Nuova Zelanda, consegnateci da Fern Mercier del centro studi Tarot Aotearoa, divenuta poi la corrispondente del Museo per l’Oceania.
E come avete pubblicizzato quell’evento?
Prima del Museo abbiamo creato un sito web. Morena si è occupata delle relazioni pubbliche, divulgando la notizia dell’imminente apertura del Museo. Molti artisti, soprattutto da paesi esteri, hanno accolto con favore l’iniziativa. Tra questi, dobbiamo annoverare l’incontro con Arnell Ando, che è diventata nostra collaboratrice, oltreché amica e corrispondente per gli Stati Uniti. Arnell ha anche organizzato dei tour in Italia nei luoghi legati ai tarocchi. Questi incontri hanno riunito persone provenienti da tutto il mondo.
Com’è stata la risposta del pubblico?
I tarocchi sono un argomento di nicchia, ma i visitatori restano incantati per la varietà di argomenti che possono lambire: storia, arte e cultura. Inoltre ci viene spesso comunicato che in questo luogo si percepisce la passione con la quale portiamo avanti questo progetto.
Tarocchi Fine dalla Torre (XVII sec.)
Qual è per lei l’oggetto più prezioso del Museo?
Sicuramente le opere più particolari come i Tarocchi da Pranzo e da Colazione [tarocchi a forma di biscotto – N.d.R], le tisane ispirate agli Arcani, e i mazzi che abbiamo restaurato: i Tarocchi Francesi e i Tarocchi Fine dalla Torre (XVII secolo). Questi ultimi contengono l’anima del nostro lavoro e hanno richiesto una lunga elaborazione. Per il mazzo Fine dalla Torre è occorso un anno e mezzo di lavoro. L’opera di “restauro” ha comportato l’esigenza di ridare vita ai colori sbiaditi delle carte nel rispetto degli originali e l’inserimento delle carte mancanti per creare un mazzo completo. Il nome Fine dalla Torre deriva dalla stamperia che realizzò per la prima volta il mazzo di carte.
Quali sono gli eventi più importanti a cui avete partecipato?
Come Museo in passato abbiamo avuto delle esperienze davvero importanti. Una di queste è stata organizzata presso la prestigiosa Biblioteca Universitaria di Bologna (BUB), dove è stato esposto il foglio più antico al mondo che descrive la divinazione: è datato alla prima metà del ‘700 e riporta 35 significati del tarocchino bolognese. Abbiamo spesso collaborato con il comune di Bologna, e ora anche con quello di Vergato.
E adesso che progetti avete?
Siamo stati fermi molto tempo a causa della pandemia. Però ora abbiamo ripreso le nostre attività, riaperto il Museo (su prenotazione) e stiamo promuovendo i nostri due ultimi testi: i Segreti dell’Appennino e Bologna e i Tarocchi – Un patrimonio italiano del Rinascimento – Storia Arte Simbologia Letteratura curato dal prof. Andrea Vitali. Dall’ultima pubblicazione, attraverso la presentazione di fonti documentali reperite con severi criteri storico-filologici, risulta evidente che l’invenzione dei tarocchi è avvenuta nella città felsinea. Il libro ha visto la partecipazione di storici ritenuti a livello accademico tra i maggiori esperti internazionali sull’argomento. Presto vedrà la luce la versione in lingua inglese.
Prima dell’intervista ha menzionato la vostra casa editrice…
Si, Mutus Liber. Prima di dedicarci a testi sui tarocchi, sull’astrologia o comunque relativi ad argomenti connessi all’ermetismo e al simbolismo, il nostro obiettivo era creare guide di viaggio da un punto di vista magico. Abbiamo iniziato con Bologna e poi siamo passati a Ferrara, Modena, Parigi, Londra, Santiago de Compostela, Praga, Budapest, ecc.
Varsavia no?
Non ancora.
Come invitare i polacchi a Riola?
Innanzitutto penso che il Museo possa interessare gli appassionati di tarocchi perché prevede un percorso tra opere d’arte che, partendo dal passato, arrivano a raccontare la contemporaneità. Si possono ammirare le opere in originale che artisti di tutto il mondo hanno voluto donare al Museo ed entrare così in un mondo senza confini, dove l’unico denominatore comune è la passione per i simboli arcani contenuti nei tarocchi. Poi nella zona circostante il Museo è possibile trovare dei luoghi unici poco conosciuti, oltre che una natura ancora intatta. Tutto ciò permette un soggiorno dove è possibile scoprire tante meraviglie naturali, artistiche o storiche. Riola si trova a metà strada tra Bologna e Pistoia. La dimora storica dove si trova il Museo sorgeva su un tracciato viario che era una deviazione dal cammino del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela. Ed era la locanda
che ospitava i viandanti.
Non lo trova un po’ un destino visto che arrivano ancora tante persone a visitarlo?
Sì. Credo che questa casa ci abbia cercato e chiamato. Infatti, l’acquisto è stato denso di peripezie, ma alla fine siamo riusciti nell’impresa.
Małgosia e Marcello gestiscono quotidianamente un profilo Instagram dedicato ai tarocchi, @radiant_traveling_tarot
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L’organizzazione umanitaria internazionale ha deciso dopo tre mesi di lasciare la frontiera polacco-bielorussa, dove contribuiva a salvare la vita e la salute dei migranti che la attraversavano. “Da ottobre abbiamo costantemente cercato di accedere alla zona proibita e ai posti di guardia di frontiera polacchi, ma senza successo”, scrivono Medici senza frontiere. Fanno notare che il loro team che stazionava finora vicino al confine polacco-bielorusso ha sentito molte testimonianze di prima mano di violenze, furti, distruzione di oggetti e umiliazioni dei migranti su entrambi i lati del confine. Anche i medici hanno visto lesioni che confermano questi racconti. L’organizzazione sottolinea che ha chiesto ripetutamente alle autorità polacche, lituane e bielorusse di accedere alla zona di confine, ma non ha ricevuto il permesso da nessuno di questi tre paesi. Da settembre a dicembre 2021, in Polonia è entrato in vigore lo stato di emergenza in una striscia di terra larga diversi chilometri vicino al confine con la Bielorussia, entro la quale il governo ha vietato l’ingresso, tra gli altri, alle organizzazioni umanitarie e giornalisti. Dall’inizio di dicembre, questo divieto è stato mantenuto da una nuova legge. Nonostante l’ostruzione da parte dei servizi statali, le organizzazioni umanitarie e i media hanno documentato negli ultimi mesi numerosi casi di cosiddetti pushback, cioè persone che volevano presentare domande di protezione internazionale in Polonia sono state portate al confine con la Bielorussia. Questa pratica è illegale secondo il diritto internazionale.
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Giorni intensi per la Federcalcio Polacca (PZPN) dopo la rottura con Paulo Sousa. I candidati per diventare allenatore della nazionale polacca sono tanti. Secondo la maggior parte degli giornalisti sportivi ed commentatori che sono vicini al PZPN la Federcalcio Polacca sta valutando seriamente l’opzione di scegliere un allenatore polacco. In pole position potrebbe esserci Adam Nawałka, ex ct dei biancorossi negli anni 2013-2018. Questa sarebbe una scelta logica e prudente in vista degli spareggi per i mondiali di marzo contro la Russia. Però se fosse Nawałka il nuovo allenatore forse sarebbe già stato annunciato. Il problema, oltre alla questione della tempistica del contratto è che PZPN teme il fatto che finora il ritorno di un ex sulla panchina nazionale non si è mai rivelata una scelta giusta (è successo con Antoni Piechniczek che nel 1996/97 per la seconda volta è tornato sulla panchina biancorossa). Bisogna essere sinceri e oggettivi, oggi come oggi tra i candidati polacchi Nawałka è l’unico con una certa esperienza che svolgere questo ruolo. PZPN lo sa e per questo deve valutare in maniera seria una candidatura straniera. Tra i nomi di potenziali allenatori stranieri girano quelli famosi come Jurgen Klinsmann (al presidente della PZPN Kulesza però non piace), lo svizzero Marcel Koller (dal 2011 al 2017 allenatore della Austria), o il croato Slaven Bilić dal 2006 al 2012 allenatore della Croazia.
Tra i candidati stranieri non mancano gli italiani tra questi Fabio Cannavaro, Roberto Donadoni e Andrea Pirlo. Di questo terzetto Fabio Cannavaro è il candidato più vicino alla nazionale polacca. Sabato scorso Cannavaro era a Varsavia per presentare la sua candidatura. Il colloquio con Cezary Kulesza, presidente di PZPN, è durato un’ora e mezzo e secondo voci il presidente era sorpreso dalla preparazione di Cannavaro. ” Abbiamo parlato della visione e del sistema del gioco” ha detto Kulesza davanti a Viaplay (una piattaforma video streaming). In un’altra intervista alla TVP Sport Kulesza ha detto che le decisioni non sono ancora state prese e che Cannavaro è uno dei candidati. Secondo la stampa italiana, ovvero secondo la Gazzetta dello Sport, Cannavaro dovrebbe firmare un contratto per tre anni (fino a Euro 2024) con un stipendio mensile di 167 mila euro. Secondo Wirtualna Polska PZPN presenterà il nuovo allenatore il 19 gennaio.
Tessa Capponi-Borawska, personaggio simbolo che unisce due paesi così diversi: Polonia e Italia. Per più di vent’anni ha lavorato presso il Dipartimento di Italianistica all’Università di Varsavia. Ha pubblicato i suoi testi in “Twój Styl”, “Gazeta Wyborcza” o “Elle”. Autrice di libri e pubblicazioni sulla storia della cucina e sulla cultura del cibo. Vincitrice del Premio Gazzetta Italia nel 2019. Parliamo del sapore del passato e del sapore di oggi. Del sapore d’Italia.
Come la pandemia ha influenzato il sapore degli italiani?
Durante la pandemia ho passato una delle giornate più deprimenti della mia vita. Con Cosima, la mia figlia maggiore, sono andata a Firenze. Erano i primi giorni di dicembre dell’anno scorso, proprio quel weekend, quando la città di Firenze cambiava dalla zona rossa, con divieto di uscire di casa, alla zona arancione. Non sapevamo che il divieto fosse ancora in vigore, allora siamo andate a fare due passi, fino alla Piazza della Signoria. Era una giornata molto triste, pioveva. Davanti a noi è apparsa la piazza vuota, quella che era sempre piena di vita.
Tutti i bar erano chiusi. Ponte Vecchio era deserto. Ed è allora che mi sono resa conto che ci voleva ancora tanto tempo per ritornare alla normalità. Oggi, dopo alcuni mesi, vedo che tanti posti che abbiamo frequentato in passato ora sono chiusi. Rispondendo alla domanda: il sapore cambia in modo molto reale e spesso diventa solo una memoria o una nuova esperienza. Non ritornerò mai al mio bar preferito, dove ogni giorno bevevo un cappuccino, al bar che era famoso per la sua pasticceria. Per la mia famiglia era una tradizione cominciare una giornata lì, ma oggi questo sapore è impossibile da ripetere.
Nel periodo della crisi pandemica è nato qualche nuovo piatto come quando il fiume Arno straripò coprendo la città con fango e i cittadini cucinavano tonno con piselli al pomodoro in scatola?
fot. Antonina Samecka
Sono passati cinquant’anni da quell’evento, evidentemente ora gli italiani si sono sviluppati per quanto riguarda la consegna a domicilio. Molti di loro, invece di preparare un piatto da soli, fanno una chiamata veloce per ordinare qualcosa. Fortunatamente tanti ristoranti in Italia, dando la priorità al sapore e alla qualità del cibo, non offrono cibo da asporto. Un piatto fresco, servito in un ristorante ha un sapore completamente diverso da quello consegnato a casa. Un’altra idea è quella introdotta da Fabio Picchi, lo chef del ristorante Cibreo Firenze, che ha aperto CiBio, cioè un qualcosa che è a metà tra un negozio con prodotti alimentari e una rosticceria tradizionale che offre piatti pronti di alta qualità. Il cibo ha in Italia una dimensione molto conviviale, adoriamo celebrare i pasti insieme. In estate, insieme a tutta la mia famiglia, siamo andati ad uno dei nostri ristoranti preferiti, ma sul posto abbiamo scoperto che non c’erano più tavoli liberi. Mi ha colpito molto il fatto che il proprietario del locale si è avvicinato e ci ha detto che non c’era problema e che avrebbe preparato un’altro tavolo per dieci persone più in là. Questo tipo di intraprendenza, questa abitudine italiana di invitare tutti a tavola è molto toccante. Non è possibile che non ci sia posto per un altro ospite. Penso che per tanti italiani chiusi in casa durante la pandemia mangiare in solitudine, senza parlare, sia stato un problema.
Ma c’erano incontri al computer?
Durante il primo lockdown abbiamo organizzato una sorta di festa davanti allo schermo. Non sapevamo come ritrovarci in questa nuova situazione, ma ci mancava questa “religione italiana” di mangiare insieme. Abbiamo deciso di vederci via internet, con qualcosa da mangiare e un bicchiere di vino in mano.
Qual è la filosofia del celebrare la vita all’italiana?
Ingredienti importanti sono il clima e la possibilità di celebrare cibo all’aperto. Inoltre c’è il bisogno di stare insieme, così tipico per i paesi meridionali. È molto importante anche il nostro senso di libertà. Qui, in Polonia, l’invito a cena è spesso molto formale, fatto in anticipo, programmato giorni prima. Quando sono a Firenze basta che chiamo i miei amici alle sette di sera, invitandoli spontaneamente a mangiare una pasta e loro vengono immediatamente. Non c’è niente di speciale si mangia una pasta. Si tratta di stare insieme, di parlare, anche se sul tavolo c’è solo pane secco. La nostra identità, la nostra educazione sono basate su una regola, secondo la quale mangiare insieme è uno degli elementi cruciali della vita. Insieme al calcio, ovviamente!
Com’è con lo spreco di cibo in Italia? Piotr Kępiński nel suo libro “Szczury z via Veneto” parla di cibo che marcisce e ratti che si riproducono per le strade di Roma.
Il problema dello spreco del cibo è un fenomeno che risale a prima della pandemia. Da un lato c’è prosperità in Italia e, in conseguenza, un mancato rispetto verso il cibo che finisce sulle strade, ma dall’altro vediamo sempre più segni di povertà di persone che non riescono a integrarsi nei ritmi del mondo di oggi. Sono spesso le persone del nord dell’Italia, che magari hanno lavorato tutta la vita e ora ricevono una pensione molto bassa. Ecco le conseguenze del grande boom economico, che più di 60 anni fa cambiò in meglio la vita di italiani, ma gli avvenimenti dei decenni successivi (spreco, corruzione della élite politica ecc.) sono la causa della crisi di oggi. Per queste persone il cibo è caro. Dall’altra parte c’è Roma, l’ho visitata per un giorno quest’estate, un giorno solo e basa. È una città sempre più sporca, piena di spazzatura, nella quale ogni giorno si sprecano tonnellate di cibo. Devo sottolineare però che non è un problema presente solo a Roma e in Italia.
L’Italia, fino a poco tempo fa, era uno dei pochi paesi dove si faticava a trovare ristoranti con cucina straniera. Varsavia, Londra, ma anche Parigi sono città piene di fast-food, cucina asiatica, o dell’est. Le nuove generazioni e la migrazione di massa stanno cambiando la cucina italiana?
Prima di tutto la nuova generazione di italiani vive in fretta e non ha tempo per cucinare. Nelle grandi città il modello della famiglia gestita da una mamma italiana che serve piatti buonissimi sta sparendo. Tutti vogliono realizzarsi professionalmente, passano sempre più tempo al lavoro. Per pranzo scelgono piatti pronti, vanno al ristorante o ai fast-food. La conseguenza è che si aggrava un problema che prima non c’era ovvero l’obesità tra i giovani italiani. In più si vede l’impatto sul nostro sapore degli immigrati da paesi del Maghreb o dell’Estremo Oriente. Però ci sono ancora posti, soprattutto in campagna, dove non c’è nessun ristorante che serva piatti non appartenenti alla cucina tradizionale italiana.
La nuova generazione italiana sembra scappare dalla sua identità e dalla memoria del passato. Una generazione che sostituisce la cucina con il fast-food, imbratta i muri di Roma e quando gli si chiede di Fellini, come successo in occasione del centesimo anniversario della sua nascita, cala il silenzio.
Abbiamo a che fare con una generazione che vive con le immagini e non con le parole, una generazione che non legge, che comunica con immagini e slogan, invece di parlare. È una generazione che mette in dubbio le autorità e la ricchezza della cultura e dell’arte italiana. I loro modelli di comportamento, a volte anche di pensiero, sono gli influencer tipo Fedez. Sono loro a dire ai giovani ciò che è giusto e ciò che non lo è. Mi spaventa il fatto che quello che è più importante per questa generazione sono cose che hanno un breve periodo di vita. Oggi siamo ossessionati da una sensazione, tra qualche settimana se ne scordano tutti. Chi ricorda oggi gli incendi in Australia, dei quali parlava tutto il mondo prima della pandemia? O dell’auto-immolazione di Piotr Szczęsny in Plac Defilad a Varsavia in segno di protesta contro il governo attuale in Polonia? La nuova generazione vive qui e ora, vive nel mondo dei social media e per loro nomi come Federico Fellini o Dante Aligheri non significano nulla. È un tragico pianto di dolore e di disperazione del nuovo mondo.
Quanto è rimasto dell’Italia della Sua infanzia?
Sempre di meno. Lo vedo ad esempio a Firenze, dalla quale ogni tanto scompare un altro negozio o un altro ristorante che era gestito da generazioni dalla stessa famiglia. Mi manca una sorta di eleganza che non c’è più, che una volta c’era anche al meridione, eleganza in tutti i sensi. Mi manca la dignità, il rispetto per una città che sopravvive da più di mille anni. Non riesco a capire come si fa a andare in giro per questi siti storici (a volte anche sacri) seminudi, mangiando, bevendo, ascoltando la musica a tutto volume, gridando. Questa eleganza, dignità, il sapore della vecchia Italia non ritornerà.
L’estate scorsa ho trascorso qualche giorno a Pesaro durante i giorni del ROF (Rossini Opera Festival). La grande manifestazione, giunta ormai alla 42^ edizione, ha mantenuto come sempre le promesse in fatto di qualità delle opere proposte, scelte registiche, allestimenti ed eventi collaterali.
Visitando la casa di Gioachino Rossini e il Museo Nazionale Rossini, non ho potuto non lasciarmi trascinare dalle atmosfere degli ultimi decenni del XVIII secolo e dai primi decenni del XIX, seguendo la vicenda umana e artistica del grande compositore pesarese attraverso i cimeli, la quotidianità, i documenti e gli aneddoti che ne hanno contrassegnato la vita e l’arte durante quel periodo storico tanto importante per l’Europa intera, e che ho approfondito leggendo in quei giorni una bella biografia a cura di Gaia Servadio.
Scorrendo più in generale le vicende legate all’opera lirica, mi ha incuriosito il legame che il vino, simbolo di gioia, ebbrezza, convivialità e seduzione, ha con questa forma d’arte e quante volte venga utilizzato e menzionato dai vari compositori nelle diverse epoche proprio per la sua forza simbolica ed evocatrice, che riesce a risuonare in molti sentimenti umani accompagnando le vicende di personaggi ormai classici e immortali sia maschili che femminili.
Con il “Barbiere di Siviglia” andata in scena il 20 febbraio 1820, Gioachino Rossini celebra anche la tradizione enogastronomica italiana, con frequenti riferimenti a cibi e vini che accompagnano e arricchiscono l’andamento e le dinamiche di quest’opera buffa famosissima. Come del resto erano celeberrime la passione di Rossini per le specialità dei vari paesi che visitò durante la sua vita, e le sue qualità di attento gourmet.
Prima di lui W.A. Mozart nel “Don Giovanni” del 1787 cita espressamente (rendendolo in tal modo eterno) il vino Marzemino, in un momento dell’opera in cui occorre qualcosa con cui festeggiare e che sia maliziosamente connesso con l’amore e la conquista. Inoltre, al termine, Don Giovanni sfida il Commendatore e la Morte stessa con un bicchiere di vino in mano, quasi che quel calice e il suo contenuto lo rendesse immortale.
Il 1833, oltre a vedere i primi moti mazziniani in Savoia e Piemonte nei mesi di maggio e giugno, è l’anno che vede la prima rappresentazione al Teatro alla Scala di Milano, il 26 dicembre, della “Lucrezia Borgia” del bergamasco Gaetano Donizetti. In quest’opera il vino compare come veicolo atto a portare mischiato un veleno; a portare la morte dunque non la gioia… Ma non andrà così e Gennaro non berrà il veleno ma un antidoto che Lucrezia gli porgerà prima di farlo fuggire, avendo scoperto il tranello teso dal marito per assassinare il rivale.
Nel 1853 “La traviata” di Giuseppe Verdi porta in scena e nel mondo, nel frangente del celeberrimo “libiamo nei lieti calici” la gioia per la vita, il vino e l’amore, invitando chiunque all’inebriante valzer dell’esistenza che, ahimè, volteggerà verso il dramma.
Nel 1890 Pietro Mascagni in “Cavalleria Rusticana” fa cantare “Viva il vino spumeggiante, nel bicchiere scintillante”. Un brindisi corale che inneggia all’amore ma che ben presto si carica di tensione, presagendo la catastrofe finale che si sta preparando. Oltre a queste sono altre le opere e i capolavori che recano riferimenti a calici, brindisi e libagioni (“Otello” e “Falstaff” di Verdi, “L’elisir d’amore” di Donizetti, “Il ratto del serraglio” di Mozart, “Faust” di Gounod per dirne alcune) meravigliosi capolavori creati dall’ingegno umano e dal talento, dalla fatica e dalla passione. Ma, un momento… Non sono forse queste le stesse dinamiche che muovono e conducono coloro che creano il vino? Opere d’arte che possiamo gustare ogni giorno e ovunque e che, prese nella giusta misura e situazione, rendono onore alla vita e danno un gusto nuovo al desiderio e alla ricerca della pace.
In Polonia questa settimana, con forti preoccupazioni per possibili aumenti dei casi della nuova variante omicron che si sta diffondendo molto velocemente in Europa, la situazione risulta in leggera crescita (casi attivi +3%, mentre i morti sono aumentati del +3%). Sono state registrate ancora nuove infezioni da COVID-19, il numero complessivo dei casi attivi è 396.410 (settimana precedente 381.875), di cui in gravi condizioni 1.836, ovvero circa lo 0,5% del totale. Gli ultimi dati mostrano 16.576 nuove infezioni registrate (su 105.400 test effettuati), con 646morti da coronavirus nelle ultime 24 ore.
Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato di 2.896 morti (settimana scorsa 2.970) e la situazione nelle strutture sanitarie polacche risulta al momento stabile, con diminuzione delle terapie intensive occupate. Sono 18.748 i malati di COVID-19 ospedalizzati (scorsa settimana 20.433), con 1.836 terapie intensive occupate (scorsa settimana 1.930).
Attualmente sono state effettuate 47.740.564vaccinazioni per COVID-19. La copertura sul totale della popolazione è di circa il 55,7%, inferiore alla media UE 68,6%. L’Italia ha copertura sul totale della popolazione pari al 74,3% (https://vaccinetracker.ecdc.europa.eu).
Resta in vigore l’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi pubblici al chiuso. Sono aperti bar e ristoranti con capienza massima ridotta al 30% di non vaccinati fino al 9 gennaio e sono consentite riunioni fino a 100 persone. Sono aperti hotel, centri commerciali, negozi, saloni di bellezza, parrucchieri, musei e gli impianti sportivi, anche al chiuso, ma con capienza massima ridotta al 30%, limite in cui non sono calcolate le persone vaccinate. Sono chiuse, discoteche e sale da ballo. Ogni attività è sottoposta a regime sanitario e sono previste limitazioni sul numero massimo di persone consentite, in linea generale è consentita 1 persona ogni 15 m2, a capacità 30% con norme di distanziamento per limitare le occasioni di contagio. La capienza dei mezzi di trasporto pubblica sarà ridotta al 75% fino al 9 gennaio. Nei prossimi giorni sono possibili nuove restrizioni in base all’andamento della pandemia.
Per quanto riguarda gli sposamenti, salvo per vaccinati o ingressi con presentazione di test COVDI-19 negativo PCR molecolare o test antigenico effettuato nelle 48 ore precedenti, resta in vigore l’obbligo di quarantena di 10 giorni.
Per gli ingressi in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen è prevista quarantena automatica obbligatoria di 14 giorni, fino alla presentazione di un test negativo effettuato in Polonia successivamente all’ingresso, ma non prima di 7 giorni dal momento dell’ingresso nel paese. Sono escluse dall’obbligo di quarantena le persone vaccinate per COVID-19 con vaccini approvati dall’EMA, ma è necessario anche per i vaccinati sottoporsi a un test covid prima dell’ingresso in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen.
ATTENZIONE: per i rientri in Italia da paesi area Schengen è necessario la presentazione di un test covid negativo, anche per i vaccinati, fino al 31 gennaio
Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia.
Per spostamenti all’interno dell’UE, si raccomanda di verificare le restrizioni nei singoli paesi sul portale: https://reopen.europa.eu
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Ilmercato della produzionedi vino in Polonia è cresciuto nell’ultimo decennio di oltre 35volte, fa notare Adrian Pizon, sommelier e manager F&B dell’hotel Crowne Plaza Warsaw the Hub. La produzionediviniregionalidi alta qualità sta gradualmente raggiungendo la produzionedi vodka e i polacchi cercano sempre più spesso i vini che provengono dalle coltivazioni autoctone. Sebbene la pandemia non abbia lasciato indenne alcun ramo dell’economia, molti imprenditori del settore vinicolo hanno approfittato della stagnazione per proporre nuove iniziative. Le enoteche hanno introdotto un abbonamento online per i vini che consistente nella spedizione ciclica al cliente deivini con un tema selezionato come una determinata stagione, oppure a scelta del sommelier. Tra i consumatori, la popolarità delle varietà di vino è in continua evoluzione: un tempo era Beaujolais Nouveau o Chianti, oggi piuttosto Sauvignon Blanc di Marlborough, oppure Primitivo e Prosecco. Il settore della ristorazione polacca predilige i vini statunitensi o dell’Italia. I più richiesti sono i cosiddetti vini gastronomici: Chardonnay, Riesling, Cabernet Sauvignon, Tempranillo. Sempre più spesso i ristoranti decidono di formare giovani sommelier per poter fornire ai clienti un’esperienza completa, in modo che attraverso il gusto del vino si abbinino adeguatamente gli ingredienti del piatto. D’ultima tendenza sono i vini vegani, analcolici, biologici, biodinamici. Le novità non riguardano solo le proposte enologiche emergenti, ma anche l’alternativa allo champagne: Chardonnay spumante biologico 0,0%.