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Donatella Baldini: Italia sinonimo di bellezza

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Gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo svolgono un ruolo fondamentale nella diffusione e promozione della cultura e della lingua del Bel Paese. In Polonia abbiamo la fortuna di averne due di cui quello di Varsavia ha appena accolto la neo direttrice Donatella Baldini a cui chiediamo una panoramica sulle attività dell’Istituto.

Donatella Baldini: Presentare il ruolo degli Istituti in due parole non è semplice, ma si possono sottolineare un paio di punti essenziali: gli Istituti sono parte della amministrazione pubblica italiana, sono uffici all’estero del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e operano in stretto raccordo con l’Ambasciata di riferimento, mantenendo comunque una loro autonomia di programmazione. Nella loro azione di promozione della cultura italiana gli istituti si pongono come luoghi di incontro, di scambio e riflessione condivisa, prima di tutto con le realtà culturali del paese ospitante. Nel caso di Varsavia, come in quello dell’altro Istituto operante in Polonia, a Cracovia, diretto dal collega e amico Ugo Rufino, con cui la collaborazione è costante e proficua, la sfida è data dalla ricchezza della tradizione di dialogo tra i due paesi, che obbliga a una selezione a volte dolorosa anche tra progetti di grande pregio. L’impostazione bilaterale non è però esclusiva: la vocazione dell’Istituto è l’apertura anche ad altri incroci di civiltà e di culture, basti pensare all’impegno nel cluster EUNIC, che vede i centri culturali di diversi paesi europei coinvolti in iniziative congiunte. È chiaro che il centro dell’attività dell’Istituto riguarda la promozione della cultura italiana, quella storicizzata e quella contemporanea, attraverso iniziative quali mostre, concerti, festival di cinema, conferenze, seminari. In quest’ottica sento la grande responsabilità di offrire una programmazione di qualità, all’altezza degli interlocutori polacchi, non solo della loro profonda conoscenza, ma anche del loro amore per l’Italia e della curiosità per la vita culturale di oggi. In questo compito, spero di poter contare su quella che ritengo una condizione indispensabile per il buon esito delle iniziative, cioè la conferma delle numerose collaborazioni con le istituzioni e i partner locali coinvolti nella passata programmazione dell’Istituto. Nella loro offerta c’è molta attenzione per l’Italia: sono qui da poche settimane, ma ho già notato una diffusa presenza italiana in eventi culturali, soprattutto nella musica che qui è seguitissima grazie a una rete capillare di iniziative sul territorio, ma anche negli altri settori. E sono rimasta davvero ammirata di trovare in tanti interlocutori polacchi incontrati in questi primi giorni un’assoluta padronanza della lingua italiana. D’impulso vorrei subito ricambiare con lo studio del polacco – studiare le lingue per me è passione e piacere – speriamo di averne il tempo!

L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo e ad ottobre c’è la settimana della lingua italiana, quali iniziative avete in programma?

La promozione linguistica è parte essenziale della promozione culturale: la lingua è una fondamentale chiave d’ingresso in ogni comunità nazionale, ce ne fa comprendere meglio lo sguardo sul mondo. Il grande interesse suscitato dalla lingua italiana è un dato particolarmente significativo in quanto molto spesso riconducibile a motivazioni culturali. L’associazione tra Italia e senso del bello è una delle ragioni che alimenta lo studio della nostra lingua, e penso che questo valga anche in Polonia, dove questa motivazione si va ad aggiungere, rafforzandole, a altre ragioni accademiche e professionali che incoraggiano allo studio della nostra lingua. Per la prossima Settimana della lingua italiana nel mondo l’istituto prevede eventi dedicati all’anniversario dantesco (il 700esimo anno dalla morte, avvenuta nel 1321) che si aggiungono alle bellissime iniziative già realizzate in Polonia, che ho potuto seguire online dall’Italia. In ogni caso, Dante non si può esaurire in un anniversario e continuerà a essere parte della nostra offerta culturale, grazie a iniziative già in cantiere, anche nei prossimi anni.

Quanto è importante promuovere la cultura italiana per rinforzare l’immagine del paese all’estero?

È fondamentale! L’immagine dell’Italia all’estero è inscindibile dall’ammirazione per il suo patrimonio culturale ed è intimamente legata al fascino di città d’arte come Roma, Firenze, Napoli e Venezia e a capolavori artistici, vere e proprie icone del bello, conosciuti e celebrati in tutto il mondo: dalla straordinaria fioritura di opere d’arte nell’epoca dei Comuni e delle Signorie, alle forme di espressione artistica più recenti, come l’opera lirica nell’Ottocento e il cinema o il design nel secolo scorso, l’Italia è nell’immaginario internazionale associata a ideali di armonia e di bellezza, anche nello stile di vita quotidiano. Approfondire la conoscenza sia del passato sia della creatività contemporanea contribuisce senz’altro a valorizzare l’immagine complessiva del nostro paese e ad accrescerne il prestigio sulla scena internazionale. Promuovere la cultura significa condividere esperienze e interessi, ovvero diffondere i valori di cui la nostra cultura è portatrice e al tempo stesso riflettere sulla nostra storia e confrontarsi con i problemi posti dal mondo in cui viviamo. La promozione culturale ha poi un effetto propulsivo per l’intero sistema Italia, ad esempio, ha contribuito a valorizzare alcuni settori come il design, la moda o la viticoltura che si contraddistinguono per i saperi artigianali profondamente radicati nella nostra cultura. Inoltre, una migliore conoscenza della nostra ricchezza culturale può anche favorire un turismo più consapevole, alleggerendo la pressione sulle grandi città e valorizzando il patrimonio diffuso di borghi e località che solo per dimensioni possono esser dette minori.

Tra Italia e Polonia c’è uno speciale legame storico e culturale?

I legami storici, culturali e religiosi tra i due popoli sono da secoli molto stretti; eminenti studiosi li hanno documentati e continuano ad approfondirne le peculiarità. Nel periodo recente, vorrei ricordare prima di tutto la figura di Giovanni Paolo II, che ha sicuramente contribuito a rafforzare l’amicizia tra i due popoli, e sottolineare come la Polonia sia stata negli ultimi decenni del secolo scorso un centro di attenzione in Italia, sia culturale sia politico. Credo che per tanti altri sia stato difficile separare l’interesse con cui si scoprivano i film di Zanussi e di Wajda, il teatro di Grotowski, la poesia di Milosz, dalla trepidazione con cui si seguiva il coraggioso cammino polacco verso la democrazia. E chiudo con un piccolo episodio personale: ero a Milano un paio di settimane fa, e sono andata a Brera approfittando del fatto che la pinacoteca fosse riaperta ma ancora non troppo affollata; lungo la strada ho notato una lapide, posta su un bell’edificio settecentesco, che commemora le legioni del generale Dabrowski che lì ebbero il loro quartier generale, quelle legioni in cui fu concepito l’inno nazionale polacco. Anche senza cercarle, le testimonianze dei legami tra Italia e Polonia si possono trovare a ogni passo!

L’anno prossimo si celebra il bicentenario della morte di Canova, sono già previste delle iniziative?

Con Canova rimaniamo in quel periodo storico appena ricordato, drammatico per l’Italia e ancor più per la Polonia, che però è culturalmente un’epoca ricca di novità, di fermenti. Canova ne è uno dei più celebri interpreti a livello internazionale –la sua fama arrivò fin nell’allora giovane repubblica degli Stati Uniti d’America– ed è una figura che, per il suo rilievo pubblico, invita ad approfondimenti artistici e storici. Anche in considerazione del contesto in cui ha operato, e dell’importanza che il neoclassicismo ebbe anche in Polonia, mi pare molto interessante prevedere iniziative su Canova. Abbiamo già qualche idea, che speriamo di poter presto concretizzare in un preciso programma.

Quali sono le prime impressioni sull’ambiente polacco-italiano di Varsavia?

Nonostante sia a Varsavia da poco tempo sono rimasta colpita dal gran numero di italiani e italiane che hanno scelto di vivere stabilmente qui a Varsavia e dalla diffusa volontà che ho potuto riscontrare di tenere saldi i rapporti con l’Italia. Sono sicura che troveremo il modo di lavorare assieme, anche calibrando una parte della programmazione dell’Istituto sulle esigenze di questa comunità attenta e vivace.

Quali sono le esperienze più interessanti della sua vita lavorativa all’estero?

Prima dell’impegno negli istituti, avevo già lavorato all’estero come lettrice di Italiano nelle università di Reykjavík, Islanda, e di Galway, Irlanda: in Islanda ho avviato il corso di studi in italianistica ed è stato molto bello poter mandare i primi studenti islandesi in scambi Erasmus con università italiane, a Firenze, Genova e Trieste. Adesso a Reykjavík opera stabilmente una cattedra d’italiano. In Irlanda, dove ho vissuto più tempo, ho trovato un ambiente molto vivace e dinamico: la simpatia per l’Italia degli studenti mi ha convinto perfino ad allestire, nonostante gli scarsissimi mezzi, un adattamento de L’uomo nudo e l’uomo in frac di Dario Fo. Specie nei giovani, mi ha anche colpito l’intensità del sentimento di appartenenza europea: è curioso che proprio in un’isola io abbia avuto più forte la sensazione di vivere tra cittadini d’Europa. Negli ultimi due decenni ho lavorato in due tra i più grandi Istituti di cultura all’estero, a Parigi e più recentemente a New York, dove ho collaborato con un direttore, lo scrittore Giorgio van Straten, da cui ho imparato molto, sia nei contenuti sia nel metodo. Non è facile scegliere tra tutti gli eventi che mi hanno coinvolto. La più bella soddisfazione è stata vedere in tante occasioni la risposta appassionata del pubblico: per le conferenze, come quella in cui Salman Rushdie ha ricordato Umberto Eco; per i concerti jazz, come quello di Fabrizio Bosso con il suo quartetto; per le mostre di grafica e illustrazione, e di pittura con straordinari capolavori come il Ritratto di Dante del Bronzino o la Cleopatra morente di Cagnacci. E poi avere l’occasione di dialogare dal vivo con famose personalità della cultura come, ad esempio, Nanni Moretti e Maurizio Pollini.

Stiamo uscendo da un terribile periodo pandemico, ora c’è grande attesa per il ritorno agli eventi in presenza.

Mi auguro veramente d’essere in uscita da questo periodo così faticoso per tutti, e purtroppo doloroso per tanti, di lunghissima emergenza. Grazie alle campagne vaccinali gli aspetti più drammatici della pandemia si stanno riducendo, ma occorre consolidare la coscienza civica e non dimenticare che le misure quotidiane di prevenzione del contagio sono una doverosa forma di rispetto per gli altri. Di questo occorre tener conto anche nella programmazione dell’istituto: siamo davvero felici di ripartire con eventi in presenza, segnatamente la rassegna di cinema contemporaneo al Kino Muranow, ma attenti a rispettare il distanziamento, con l’auspicio di poter gradualmente tornare, dopo la pausa estiva, a forme di presenza più partecipate. Senza dimenticare una lezione della pandemia: la centralità, per la comunicazione, dei canali offerti dagli sviluppi digitali- tecnologici, strumenti oggi imprescindibili per assicurare visibilità alle nostre iniziative.

C’è una linea particolare che seguirà nella programmazione dell’Istituto?

Il compito dell’Istituto è prima di tutto offrire una programmazione equilibrata e articolata in tutte le principali forme di espressione artistica, e questo sarà anche il quadro in cui intendo muovermi, all’interno del quale mi pare interessante offrire ampio spazio alla riflessione sull’Europa, sottolineando la prospettiva storica, per parlare di comuni radici e scambi culturali ma anche per non dimenticare il travaglio del percorso, ancora nel secolo scorso così tragico, che ci ha portato a questo prezioso esito di dialogo, collaborazione, unione.

Cresce la domanda di carne d’oca

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Il mercato polacco è carente di carne d’oca, nonostante la Polonia sia uno dei più grandi produttori di essa. La ragione di questa “crisi” di fornitura è l’influenza aviaria che è stata registrata in 33 focolai e a causa di questa infezione un quinto del bestiame è stato abbattuto. L’offerta di carne d’oca non è sufficiente visto che in Polonia la domanda di anno in anno cresce, alimentata dalle campagne organizzate dalla Fondazione degli allevatori di oche bianche polacche e dai produttori di pollame, in cui si promuove il consumo della carne d’oca. Inoltre, sempre quest’anno, le aziende avicole cercavano soprattutto di adempiere i contratti di esportazione, perciò meno carne ha raggiunto i negozi polacchi. Nel 2020, il primo importatore della carne d’oca polacca era la Germania. Nell’UE i concorrenti della Polonia nel settore sono l’Italia e l’Ungheria.

https://polskieradio24.pl/42/273/Artykul/2853233,Gesina-polskim-hitem-eksportowym-W-tym-roku-warunki-nie-sprzyjaja-hodowli

Il governo vuole IVA zero sugli alimenti

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Mateusz Morawiecki ha ricordato lunedì alla conferenza di Pyrzowice che la componente del pacchetto antinflazionistico include un supplemento di copertura, “che serve anche a compensare l’aumento dei prezzi dei generi alimentari”. Come ha aggiunto, il 18 novembre un team del Ministero delle finanze ha consultato la Commissione europea sulla possibilità di ridurre a zero l’aliquota IVA per i prodotti alimentari. La risposta della CE finora è rimasta negativa. Secondo Morawiecki, l’inflazione è dovuta a fattori esterni: aumenti dei prezzi del gas da parte di Gazprom e Russia e aumenti dei prezzi delle quote ETS, quote di emissione di CO2 di cui ci occupiamo nell’Unione Europea. Secondo il Ministero delle Finanze, i servizi della CE hanno confermato l’opportunità di recepire le modifiche alla direttiva necessarie affinché gli Stati possano applicare le preferenze IVA in modo più ampio rispetto all’attuale. Attualmente la Polonia utilizza le aliquote IVA più basse possibili ai sensi del diritto dell’UE nel settore dei prodotti alimentari (5%). Il primo ministro ha annunciato un’indennità compensativa del governo relativa, tra l’altro, con l’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Verrà assegnato alle persone che soddisfano i criteri di reddito, da 400 PLN fino a oltre 1000 PLN, a seconda del nucleo familiare. “In linea con il nostro principio di credibilità ed efficienza, cercheremo di attuare questo pacchetto a dicembre in modo che alcuni dei suoi elementi prima di Natale, e altri dopo, possano entrare in vigore il 1 gennaio 2022”, ha detto Morawiecki.

https://polskieradio24.pl/42/273/Artykul/2858276,Rzad-chce-wdrozyc-zerowy-VAT-na-zywnosc-Premier-KE-nie-zgadza-sie-na-tego-typu-dzialania

 

Dai fondi di caffè nascono bricchette combustibili, l’innovativo progetto di una startup varsaviana

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Nei primi mesi del 2023, la giovane start-up polacca EcoBean costruirà a Varsavia la prima raffineria che trasformerà i fondi di caffè in bricchette (materiale combustibile) per la griglia. La progettata raffineria a Varsavia sarà la prima di 8 progettate in tutta Europa. Secondo Marcin Koziorowski, il presidente di EcoBean, il costo totale dell’investimento è di 3,5 milioni di euro, mentre al momento l’azienda dispone di 1,5 milioni di euro e conta su altri 500 mila euro provenienti dagli investitori entro marzo 2022. Attualmente EcoBean collabora con GLS (la compagnia di spedizione), Starbucks (la più grande catena di bar), l’Università della Tecnologia di Varsavia e InnoEnergy (un fondo europeo venture capital), sono ancora in corso le trattative con ulteriori 8 fondi. L’azienda sostiene che per la produzione di un bricchette ci vogliono 25 tazzine di caffè e secondo le loro stime 100 bar producono annualmente fino ai 180 tonnellate di fondi di caffè i quali potrebbero essere trasformati in 500 tonnellate di bricchette, sufficienti per 100 mila barbecue.

https://www.money.pl/gospodarka/polska-firma-chce-dac-drugie-zycie-kawie-celem-budowa-rafinerii-fusow-6709627851270784a.html

 

Insalata

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L’uso di mescolar erbette e mangiarle fresche condite con un po’ d’olio e aceto è tutto italiano. Il resto d’Europa, la Francia soprattutto, lo assorbe con i ricettari e i cuochi importati dalla penisola. «L’insalata è nome de’ italiani solamente», scrive attorno al 1572 il medico marchigiano Costanzo Felici.

L’identificazione tra insalata e Italia è tale da far venire agli espatriati del tempo una nostalgia per la verdura cruda molto simile a quella che oggi l’italiano all’estero prova per la pasta e il caffè espresso. Giacomo Castelvetro, esule protestante in Inghilterra, modenese di nascita e veneziano d’adozione, nel 1614 scrive con rimpianto di «erbaggi e frutti» che gli inglesi trascurano privilegiando invece la carne. Gli stranieri importano dall’Italia non solo l’uso di mangiare verdure crude, ma anche le parole che le indicano. Bona Sforza d’Aragona, che nel 1518 sposa re Sigismondo I Jagellone, avrebbe fatto conoscere in Polonia gli ortaggi da brodo e pare si debba proprio a lei l’introduzione della lattuga. Sia tutto questo vero o leggendario, è un fatto però che ancor oggi in polacco le verdure da brodo si chiamano italiane (włoszczyzna), mentre insalata, nonché carote, piselli, asparagi, zucchine, cavolfi ori, hanno nomi derivati dall’italiano.

Per trovare le origini di questi usi erbivori, bisogna risalire al mondo romano, dove i vegetali costituivano la base del sistema alimentare. Quella bella lattuga bianca, saporosa e croccante, nota sotto il nome di lattuga romana, deve il suo appellativo al fatto di esser stata la regina della logistica delle legioni romane. Un esercito ha bisogno di enormi quantità di cibo affi nché i suoi soldati rimangano effi cienti: dal medioevo all’età napoleonica il problema si risolveva saccheggiando tutto quello che si trovava. I romani, invece, quando impiantavano un accampamento, impiantavano contemporaneamente anche quel che serviva loro per sopravvivere. E quindi gli insediamenti delle legioni sarebbero stati caratterizzati da vaste coltivazioni di lattuga. Verdura che nutre, ma che è pure «sacra ad Adone, figlio della profumatissima Mirra ed effeminato amante di Venere». Marziale ci compone pure un epigramma, sulla lattuga (il 14 del libro XIII). «Perché mai, dimmi, la lattuga che di solito chiudeva le cene degli avi, adesso deve aprire i nostri pranzi?» Domanda esistenziale, non c’è che dire.

I romani mangiavano un centinaio di erbe diverse, tra selvatiche e coltivate, crude o cotte; alcune non abbiamo nemmeno idea di cosa fossero: ne è sopravvissuto soltanto il nome. Ma tutte sono state travolte dopo il Mille dalla valanga trionfante degli spinaci. Arrivati dalla Persia grazie agli arabi, si diffondono nei due secoli successivi, tanto che a inizio Trecento il milanese Bonvesin de la Riva li include tra le specialità della campagna lombarda. E visto che siamo alle verdure che si possono mangiare sia crude sia cotte, ovvero che possono, volendo, far parte di un’insalata, vale la pena ricordare che in epoca rinascimentale compaiono nei piatti degli italiani parecchi vegetali oggi comuni, ma sconosciuti al tempo degli antichi romani. Primi fra tutti i carciofi, una ghiottoneria ignota ai romani antichi, ma popolarissima tra i moderni, con grande sorpresa di Montaigne che nel 1581 annota: «Lasciano i carciofi pressoché crudi».

Fagiolini e cavolfiori cominciano a esser citati nei ricettari cinquecenteschi, così come il finocchio dolce, evoluzione di quel finocchietto aromatico ampiamente usato come condimento nella cucina medievale. Questa nuova varietà, che poi è quella che ancor oggi gustiamo cruda o cotta, da sola, nell’insalata mista, o come ingrediente del pinzimonio, è servita sempre a fine pranzo, come talvolta anche noi facciamo per ripulire e rinfrescare la bocca (il finocchio, caso più unico che raro, ha un gusto così forte e caratteristico da non tollerare l’accoppiamento con alcun vino).

Sempre in quel giro di anni arriva in tavola la melanzana, importata dagli arabi in Sicilia e in Spagna: compare per la prima volta in un ricettario duecentesco e poi di nuovo nel Trecento. Viene guardata con grande diffidenza, come testimonia il nome mela insana o pomo sdegnoso. Le melanzane continueranno a destare sospetti, considerate un cibo marginale, anche in quanto ingredienti della cucina ebraica. Un autore del XVII secolo scrive: «Non devono essere mangiate se non da gente bassa o da ebrei».

Dall’altra parte del mondo arriva invece un vegetale nuovo, oggi spesso accoppiato con la melanzana, o utilizzato crudo per insaporire le insalate miste: il peperone, un ortaggio destinato a diventare elemento fondante dell’insalata giardiniera, ovvero l’insalata invernale e conservata che costituisce l’alternativa alla estiva e verde insalata di erbe.

Se re e imperatori del XIX secolo amano le verdure sott’aceto, una ben diversa opinione ne hanno i loro progenitori medievali. Mangiare cibo fresco è segno di distinzione, gli alimenti conservati sono roba da contadini, da classi sociali inferiori. L’insalatina fresca, quindi, di erbe appena colte, è degna della tavole dei signori e infatti ci finisce regolarmente. Bartolomeo Platina nel primo ricettario a stampa della storia (1475) suggerisce come preparare l’insalata mista e condirla con olio e aceto.

Cristoforo da Messisbugo (1564) descrive banchetti principeschi con una schiera di 54 «piattelletti» composti da «insalata d’herbe diverse e fiori».

Nel 1572 Costanzo Felici scrive una lunghissima Lettera sulle insalate (1572). Il gusto italiano è ormai ben identificabile e gli abitanti della penisola sono ghiotti di insalata, al punto da essere presi in giro dagli stranieri, secondo i quali l’abitudine di mangiare erbe crude finisce per «togliere la vivanda agli animali bruti». Esce addirittura un libro tutto dedicato all’insalata (1627), si intitola Archidipno overo dell’insalata e dell’uso di essa, e lo scrive un medico abruzzese, Salvatore Massonio.

L’insalata nel Rinascimento è un piatto nobile: apre i banchetti, quindi ha un rango elevato tra le portate. Lo spostamento da prima a in mezzo al pasto, cioè da antipasto a contorno per usare termini a noi usuali, avviene con i francesi che retrocedono l’insalata a contorno dell’arrosto. Oggi, invece, si sta facendo strada l’usanza di mangiare l’insalata a inizio pasto per motivi salutistici: un inconsapevole ritorno al Rinascimento.

[Aggiornamento 25.11.2021] Situazione attuale in Polonia rispetto all’epidemia di COVID-19

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In Polonia questa settimana si sono registrate ancora nuove infezioni da COVID-19, il numero complessivo dei casi attivi è 418.059 (settimana scorsa 356.523), di cui in gravi condizioni 1.657 (settimana scorsa 1.345), ovvero circa lo 0,4% del totale.

Gli ultimi dati mostrano 28.128 nuove infezioni registrate su 107.100 test effettuati, con 497 morti da coronavirus nelle ultime 24 ore.

Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato di 2.192 morti (settimana scorsa 1.470) e la situazione nelle strutture sanitarie polacche sta peggiorando, con l’occupazione dei posti letto in crescita negli ultimi giorni.

Sono 19.087 i malati di COVID-19 ospedalizzati (scorsa settimana 15.713), con 1.657 terapie intensive occupate (scorsa settimana 1.345).

Attualmente sono state effettuate 41.001.978 vaccinazioni per COVID-19 e 20.320.159 persone hanno completato il ciclo vaccinale.
La copertura sul totale della popolazione è di circa il 53,6%, media UE 65,8% (https://vaccinetracker.ecdc.europa.eu).

Sono oggetto di valutazione nuove restrizioni per contenere il crescere dei numeri della pandemia, al momento restano vigore fino a fine novembre le restrizioni attuali tra cui l’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi pubblici al chiuso.

Sono aperti bar e ristoranti e sono consentite riunioni fino a 150 persone. Sono aperti hotel, centri commerciali, negozi, saloni di bellezza, parrucchieri, musei e gli impianti sportivi, anche al chiuso.

Ogni attività è sottoposta a regime sanitario e sono previste limitazioni sul numero massimo di persone consentite, in linea generale è consentita 1 persona ogni 10 m2, con norme di distanziamento per limitare le occasioni di contagio.

Per quanto riguarda gli sposamenti, salvo per vaccinati o ingressi con presentazione di test COVDI-19 negativo PCR molecolare o test antigenico effettuato nelle 48 ore precedenti, resta in vigore l’obbligo di quarantena di 10 giorni.

Per gli ingressi in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen è prevista quarantena automatica obbligatoria, fino alla presentazione di un test negativo effettuato in Polonia successivamente all’ingresso, ma non prima di 7 giorni dal momento dell’ingresso nel paese. Sono escluse dall’obbligo di quarantena le persone vaccinate per COVID-19 con vaccini approvati dall’EMA.

Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia.

Dal 17 luglio è stato introdotto anche in Polonia il Digital Passenger Locator Form (dPLF) – Karta Lokalizacji Podróżnego.

Per spostamenti all’interno dell’UE, si raccomanda di verificare le restrizioni nei singoli paesi sul portale: https://reopen.europa.eu

***

Informazioni per i cittadini italiani in rientro dall’estero e cittadini stranieri in Italia tra cui le risposte alle domande:

  • Ci sono Paesi dai quali l’ingresso in Italia è vietato?
  • Sono entrato/a in Italia dall’estero, devo stare 14 giorni in isolamento fiduciario a casa?
  • Quali sono le eccezioni all’obbligo di isolamento fiduciario per chi entra dall’estero?
  • E’ consentito il turismo da e per l’estero?

Per gli spostamenti da e per l’Italia a questo link le informazioni del Ministero degli Esteri:
https://www.esteri.it/mae/it/ministero/normativaonline/decreto-iorestoacasa-domande-frequenti/

La situazione Polonia verrà aggiornata all’indirizzo: www.icpartners.it/polonia-situazione-coronavirus/

Per maggiori informazioni:
E-mail: info@icpartnerspoland.pl
Telefono: +48 22 828 39 49
Facebook: www.facebook.com/ICPPoland
LinkedIn: www.linkedin.com/company/icpartners/

Robert Kubica resta il pilota di riserva dell’Alfa Romeo

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Daniel Obajtek, il presidente del consiglio di amministrazione di PKN Orlen, ha confermato durante una conferenza stampa che la sua azienda continuerà ad essere title sponsor del team Alfa Romeo in Formula 1. Obajtek ha aggiunto che Robert Kubica rimarrà il pilota di riserva della squadra. Questo è il terzo anno che Kubica sarà il pilota di riserva del team Alfa Romeo. Nel 2021 il pilota polacco ha preso parte a due gare in rappresentanza dell’Alfa Romeo Racing Orlen arrivando 15° nel Gran Premio d’Olanda e 14° nel Gran Premio d’Italia. Vale la pena ricordare che il pilota automobilistico polacco ha debuttato al Gran Premio d’Ungheria nel 2006. Due anni dopo, in rappresentanza del team BMW Sauber, ha vinto il Gran Premio del Canada a Montreal. Nel 2010 Robert Kubica è entrato a far parte del team Renault. L’anno successivo è sopravvissuto a un grave incidente nel rally italiano Ronde di Andora. Il ritorno di Robert Kubica in Formula 1 è avvenuto nel 2018.

https://www.polskieradio24.pl/5/4147/Artykul/2854908,Formula-1-Orlen-pozostanie-sponsorem-tytularnym-Alfa-Romeo-Kubica-wciaz-kierowca-rezerwowym 

Virus, pandemia, dottore

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Oggi, la lingua latina è considerata una lingua estinta, ovvero una lingua non parlata da nessun gruppo etnico i cui membri sono i locutori nativi di questa lingua. Si può dire qualcosa di simile per il greco antico anche se, benché non sia usato da nessuno come lingua madre, secondo tanti studiosi il greco antico non può essere chiamato una lingua estinta perché non è una lingua separata, ma solo una fase antica del greco moderno, ancora parlato da tanta gente. Nonostante i problemi riguardo la classificazione, la situazione del latino e del greco antico è molto simile. E questa è anche la ragione principale per cui, entrambe le lingue, nel corso dei secoli sono scomparse dai vari campi: nelle messe sono state sostituite dalle lingue nazionali e una cosa simile è successa nella letteratura, per tanto tempo la lingua della diplomazia è stata il francese e adesso per parlare con una persona straniera, di cui non conosciamo la lingua, scegliamo l’inglese.

Ci sono però vari campi in cui il latino e il greco sono ancora vivi. Uno di questi campi è la medicina dove, oltre alla nomenclatura usata per descrizioni anatomiche o dei vari organismi, i nuclei greco-latini sono facili da rintracciare nelle tantissime

Virus
Guardiamo per esempio la parola “virus”. È un vocabolo che ovviamente è diventato molto popolare l’anno scorso. “Virus”, cioè “una particella infetta di dimensioni submicroscopiche”, è una parola che in forme molto simili esiste in varie lingue: nell’inglese è “virus” o nel polacco “wirus”. È una parola che proviene dal latino ed è utile notare che è una parola che è giunta invariata dal latino nella maggior parte delle lingue moderne, anche se è cambiato il suo significato. Il latino “virus” significava qualcosa piuttosto tangibile: il veleno, melma, un liquido contagioso o in decomposizione. Solo nell’età moderna si poteva osservare in latino “virus” nel nostro significato. È anche molto interessante notare che il latino “virus” non si usava nella forma plurale (la forma plurale si usava solo nel latino medioevale e più avanti) a causa delle specifiche della cosa definita dalla parola. Questa regola è però rimasta anche nella lingua italiana (più precisamente, è una parola indeclinabile), anche se parlando polacco si considera naturale usare il plurale “wirusy”.

Pandemia
La devastazione causata nell’anno passato dal virus è tra l’altro l’effetto della sua diffusione. Per il momento si parla di pandemia del virus COVID, preceduta dall’epidemia. Entrambi i termini provengono dal greco antico (attraverso il latino) e contengono la parola “δῆμος” (dêmos), che significa “popolo”. L’epidemia è definita come una situazione, in cui in qualche luogo in un tempo specifico il numero dei contagi è maggiore del previsto. La parola contiene la preposizione “ἐπί” (epí), che significa “su”, “sopra” oppure “verso”. È quindi qualcosa che colpisce il popolo, o una comunità. Pandemia a sua volta contiene la parola “πᾶν” (pân), che significa “tutto”. Pandemia quindi significa una situazione, in cui qualche malattia colpisce tutta l’umanità (compara col latino “pandemus”, che significa “che riguarda tutti”) ed è lo stato dell’epidemia globale.

Dottore
Ovviamente non solo nella terminologia medica si usano le parole di provenienza greco-latina. Di questa provenienza è anche la parola usata molto spesso e in tanti contesti, cioè “dottore”. La parola proviene dal latino “doctor”, composito dal verbo “doceo” (insegno) e dal suffisso “-or”, che significa l’esecutore dell’azione. Doctor nel senso latino era una persona non solo istruita, ma anche che insegna agli altri. Significava letteralmente l’insegnante. Oggi l’uso di questa parola è diverso a seconda della lingua: in italiano “il dottore” è usato per medico, anche se esiste questo sinonimo, che proviene dal latino “medicus”, cioè la persone che cura. “Dottore” è anche un titolo accademico, così si usa anche in polacco: “doktor”. Infatti, questo significato corrisponde meglio con l’originale latino. I polacchi in questo campo rimangono piuttosto fedeli al significato latino mentre invece con dei problemi legati alla salute in primo luogo si rivolgono al “lekarz”, usando la parola più nativa.

Repubblica Ceca pronta ad inviare contingente per supportare la Polonia sul confine Bielorusso

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Il presidente della Repubblica Ceca, Milosz Zeman, in una lettera indirizzata al presidente Andrzej Duda, ha proposto di inviare soldati cechi al confine polacco-bielorusso. Zeman ha sottolineato che la Polonia difende il confine dell’Unione europea oltre a quello di uno stato membro della NATO, e quindi tutti gli Stati membri dell’UE e della NATO dovrebbero rispondere offrendo un aiuto efficace. “L’esercito della Repubblica Ceca è pronto, se c’è l’interesse da parte polacca a inviare truppe in aiuto” ha scritto Zeman. Il presidente ha sottolineato anche che la decisione di inviare le forze armate fuori dal Paese per un massimo di 60 giorni spetta al governo. La condizione deve essere che ciò avvenga nell’adempimento degli obblighi previsti dai trattati internazionali sulla difesa congiunta contro gli attacchi. La lettera si conclude con lo slogan adottato nella Repubblica Ceca durante la pandemia “Insieme possiamo farcela!”. Della disponibilità a inviare soldati o poliziotti in Polonia ha parlato anche il primo ministro ceco Andrej Babiš. Ha sottolineato che l’invio di poliziotti dipende dal ministro degli Interni e di soldati richiederebbe il consenso di entrambe le camere del parlamento.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C1007816%2Carmia-republiki-czeskiej-gotowa-do-wyslania-na-granice-polsko-bialoruska

Il calcio, la metafora bellica che fa sognare gli italiani

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Il calcio gode di una popolarità sconfinata e attira l’attenzione di milioni di tifosi provenienti da tutto il mondo che sostengono le proprie squadre dal vivo oppure davanti allo schermo. Questo fenomeno risulta particolarmente visibile in Italia dove la notorietà del calcio e della squadra nazionale supera di gran lunga i confini del gioco. Basti guardare alcune immagini dei tifosi italiani che festeggiavano la vittoria degli Azzurri negli Europei per capire che questo sport nel Bel Paese va oltre il suo valore sportivo.

Gli Europei che sono cominciati a Roma l’11 giugno con una commovente cerimonia di apertura allo Stadio Olimpico hanno portato in tutta l’Italia un’allegria difficile da spiegare. Da un giorno all’altro gli italiani stanchi dell’incubo della pandemia e dei sacrifici che sembravano non finire mai, hanno iniziato a sorridere e tirarsi su di morale grazie a quegli 11 uomini che correvano dietro un pallone. E questo è accaduto perché per gli italiani il calcio «rappresenta un momento di condivisione, socializzazione, incontro di sentimenti, speranze esaudite o deluse» (D’Amore 2014, p.39). E questa volta le speranze non sono state vane, la finale a Londra ha fatto sognare tutti, dai più piccoli che seguivano la partita fino a tardi (quella notte nessuna mamma italiana aveva alcuna intenzione di mandarli a letto presto) ai più anziani, dalle donne agli uomini, dai tifosi occasionali a quelli che al calcio dedicano una vita intera. Per loro questo torneo è stato come una lunga battaglia contro i pregiudizi e le opinioni critiche di chi non ama il calcio italiano. E questo paragone non è casuale, anzi, a pensarci bene ogni partita assomiglia a una battaglia contro se stessi, contro gli avversari, contro diversi nemici, è una battaglia per se stessi, per la vittoria, per gli altri o forse per un mondo migliore.

Nel linguaggio del calcio si segnala il frequente ricorso alle metafore e alle iperboli belliche dovuto ad alcune caratteristiche che accomunano questa disciplina sportiva alla guerra. Marino D’Amore, giornalista italiano e autore del libro “Footballinguistica”, nota che «in fondo una partita di calcio non è nient’altro che la metafora di una battaglia in cui un esercito invasore tenta in tutti i modi di conquistare la porta della città nemica, mentre l’esercito attaccato tenta di sconfiggere il primo facendo lo stesso. Il gol diventa così la trasposizione agonistico-sportiva di quella conquista, realizzata indossando i colori del proprio gonfalone, del vessillo cittadino o nazionale» (D’Amore 2014, p. 11). In primo luogo bisogna sottolineare che il calcio come ogni sport di squadra comporta lo scontro fra due gruppi costituiti da singoli individui che si uniscono e collaborano per raggiungere l’obiettivo collettivo, cioè la vittoria. Per questo motivo risulta molto importante la capacità di saper giocare (combattere) insieme che infl uisce sulle potenzialità della squadra. Quale componente fondamentale di ciascuna battaglia e di ciascuna partita alla pari con la collettività si trova l’individualità. In questo contesto i calciatori vengono paragonati ai guerrieri che sono in grado di ribaltare le sorti della battaglia grazie al carattere oppure alla genialità. Inoltre, fra le qualità che garantiscono il successo sul campo, sia quello di calcio che quello di battaglia, si possono menzionare: la forza di volontà, lo spirito di sacrificio, il coraggio, la resistenza allo stress e la capacità di assunzione del rischio e delle responsabilità. Vale la pena porre l’attenzione sulla figura del portiere che viene percepito dai tifosi e dai giornalisti come un eroe costretto a difendere la propria porta, e non di rado deve da solo recuperare errori commessi dai propri compagni di squadra. Un’altra figura che spicca sul campo è quella dell’attaccante a cui viene affidato il compito di segnare un gol che porterebbe il proprio team alla vittoria. Per realizzare questo obiettivo l’attaccante deve sconfiggere i difensori della squadra avversaria, e di conseguenza il suo ruolo viene associato a quello del soldato che tenta di combattere il nemico (Barroccu 2007, pp. 10-11).

Rimanendo nel tema della conquista che accosta il calcio alla battaglia vale la pena mettere in evidenza un’altra caratteristica comune di questi campi, cioè l’elaborazione di strategie che servono per sorprendere l’avversario e trionfare. Nel calcio nei panni dello stratega appare di solito l’allenatore che crea schemi di attacco e difesa, basandosi sulle potenzialità dei giocatori e cercando di individuare i punti deboli della squadra rivale. Ogni partita viene preceduta da analisi approfondite di statistiche svolte con lo scopo di prepararsi al meglio per lo scontro. Inoltre, sia sul campo di battaglia che sul campo di calcio, per conseguire un vantaggio sul rivale bisogna prima dedicare più tempo possibile ad esercitarsi e praticare diverse varianti per poter metterle in atto durante l’incontro (Barroccu 2007, p. 50). La figura dell’allenatore risulta simile a quella del capo dell’esercito in quanto a fornire istruzioni e mantenere viva la motivazione all’interno della squadra. Per di più chi svolge questo ruolo deve osservare attentamente tutto quello che succede sul campo per poter effettuare sostituzioni durante la partita. I calciatori vengono sostituiti non solo per ragioni tattiche, ma soprattutto in caso di stanchezza o infortunio. Un altro aspetto sotto cui il calcio assomiglia alla battaglia è il contatto fisico fra giocatori che comporta il rischio di infortuni gravi e di contusioni. Alcuni scontri tra calciatori terminano con sanguinamenti e lacrime di dolore. Tuttavia, occorre sottolineare che il calcio attuale è meno violento di quello del secolo scorso grazie a regole precise e presenza dell’arbitro, nonostante ciò nel linguaggio calcistico si attinge spesso alle immagini belliche, iperbolizzando avvenimenti sul campo (Barroccu 2007, pp. 49-50).

Durante questi Europei gli Azzurri sono stati per noi tutti un esempio fulgente di collaborazione, unione e forza d’animo. Ci hanno dimostrato che non bisogna mai arrendersi davanti a una lunga strada da fare per raggiungere un obiettivo o davanti a vari ostacoli. Da Lorenzo Insigne che è riuscito a conquistare la maglia numero 10 dopo molti sacrifici a Leonardo Spinazzola che nonostante il doloroso infortunio non ha smesso di sostenere i suoi compagni. Per non parlare di Gianluigi Donnarumma che ci ha insegnato a mantenere la calma e di Roberto Mancini che ha iniziato a allenare la squadra azzurra in uno dei momenti peggiori nella storia calcistica del Bel Paese, essendo fra i pochi a credere nella pronta rinascita del calcio italiano. Gli Azzurri con le loro gesta hanno ispirato tante persone a dare il meglio di se stesse e ci hanno ricordato che i valori come unione, dedizione, solidarietà e spirito di sacrificio aiutano a vincere sie le battaglie sul campo di calcio che quelle nella vita.