In questi ultimi anni si è riscoperta la voglia di arredare casa con oggetti degli anni ’60. Nel dopoguerra, durante il boom economico, sarebbe stato impensabile tenere in casa un mobile in massello o una vetrinetta di manifattura artigianale, magari appartenuti a qualche parente. Lo slogan nell’arredare i propri spazi, sia domestici, sia lavorativi, era “via il vecchio, avanti il nuovo”, insomma era l’elegia della modernità.
Non solo le auto e le moto erano l’espressione del design italiano più lungimirante e pioneristico di quel periodo; l’innovazione si ritrovava soprattutto negli oggetti di uso quotidiano come il televisore che, come la radio prima, era stato un prodotto importante nella vita del dopoguerra, simbolo della convivialità familiare e sociale.
Così come per i mezzi di trasporto e le vetture di serie, gli elettrodomestici e altri apparecchi elettrici, il televisore rappresenta una rivoluzione sia nell’utilizzo, come oggetto portatile, sia nell’arredo. Non più grande ed ingombrante, non più inserito nel mobilio del soggiorno, del salotto o nei luoghi dedicati, il televisore si trasforma in qualcosa di più avveniristico, alleggerito nella forma, nella dimensione e colorato grazie all’utilizzo di materie plastiche per la scocca.
Doney è il primo televisore portatile, insignito del Compasso d’Oro, disegnato da Marco Zanuso e Richard Sapper. Venne realizzato dall’azienda Brionvega che produsse poi dopo pochi anni Algol disegnato dagli stessi designer con una forma più squadrata ma che manteneva l’originalità del maniglione per il trasporto. Questo stesso oggetto diventerà elemento di arredo per le scenografie di alcune note produzioni cinematografiche.
Nel film “Lo scatenato” di Franco Indovina dove l’attore Vittorio Gassman impersona un divo della pubblicità, il regista non a caso arreda la camera da letto con oggetti di design, ma, soprattutto, inserisce il televisore portatile Algol, a sottolineare il lavoro del protagonista.

Ed è proprio il mondo del cinema che celebra il design italiano come icona di stile, non solo per la moda: basti ricordare il manifesto del film “Vacanze Romane” di William Wyler, con Gregory Peck e Audrey Hepburn seduta sulla Vespa Piaggio.
Successivamente arrivano prodotti ideati negli anni ’60 che vengono utilizzati ancora oggi per arredare e ispirare scenografie; i registi si divertono a far interagire i personaggi con questi oggetti della modernità. Un esempio è la seduta Sacco, prodotta dall’azienda Zanotta, che rompe la formalità dell’ambiente in cui viene inserita. La Sacco è ricordata dagli italiani anche perché è presente nel film comico “Fantozzi” in cui il mitico ragioniere si deve sedere non sulle solite poltroncine da ufficio ma su di un oggetto rosso, morbido, in pelle che per lui è troppo moderno e che non riesce a domare cadendo continuamente. Questa seduta è espressione di una rivoluzione culturale, in cui si esprime l’innovazione disegnata da Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro. La forma della poltrona Sacco cambia e si adatta al peso corporeo della singola persona grazie al riempimento di palline di polistirolo espanso ad alta resistenza. Oggi la seduta Sacco è uno dei modelli più utilizzati negli ambienti lavorativi e negli spazi coworking.
La struttura e l’imbottitura delle classiche sedute e poltrone conosciute fino a quel momento, facevano così spazio a nuovi oggetti resi divertenti, comodi, colorati per quegli ambienti abitativi aperti, informali e liberi da divisori.
Nel classico salotto si stavano sostituendo elementi pieni con arredi leggeri, non più legati ad una sola stanza, ad un solo ambiente. Per questo famosi registi italiani e stranieri come Dino Risi, Pedro Almodóvar, Woody Allen hanno continuato ad utilizzare il design italiano per raccontare storie e avventure incredibili ambientate in case moderne e ambienti futuristici.
Basti pensare ai film della saga di James Bond. Un esempio fra tutti? Ne “La spia che mi amava” diretto da Lewis Gilbert, il personaggio Stromberg mentre racconta i suoi malefici

piani all’agente 007 all’interno della base subacquea, è seduto sulla poltrona Elda disegnata da Joe Colombo prodotta dall’azienda Longhi. In una sala comandi molto futuristica nera con arredi bianchi e un grosso mappamondo dorato, il regista inquadra il personaggio vestito interamente di grigio seduto su Elda, rigorosamente bianca con interni in pelle nera. Non sarà né il primo e né l’ultimo film in cui un regista la sceglierà come arredo che accompagna e caratterizza il personaggio che vi si siede. La bellezza di questa seduta visionaria è data dalla sua forma avvolgente e dalla struttura girevole a 360° in fiberglass, con il rivestimento interno e i cuscini in pelle. Questa poltrona sottolinea la sperimentazione di lavorazioni e di materiali per la realizzazione di prodotti che esprimevano la genialità dei designer, oggetti che hanno reso famosa l’Italia in tutto il mondo. Joe Colombo nella sua breve vita ha disegnato anche lampade famose come Spider, realizzata dall’azienda Oluce con la quale ha vinto il Compasso d’Oro. È uno dei modelli di lampada composta da un unico corpo illuminante, pensato per una speciale lampadina a spot orizzontale, studiata per essere da tavolo, terra, parete e soffitto.
Le lampade vengono utilizzate spesso per creare l’atmosfera ideale per il protagonista di un film, dove nella scena si illumina il personaggio che si trova alla scrivania oppure quando si vuole focalizzare l’attenzione sulla conversazione al telefono o sul dialogo frontale dei protagonisti. Così accade nel film “Dolor y Gloria” di Pedro Almodóvar in cui la lampada Pipistrello disegnata da Gae Aulenti e realizzata dall’azienda Martinelli Luce rende intima la scena. Il profilo del paralume ricorda le ali di un pipistrello e rende la luce diffusa e non solo puntata sulla superficie: un risultato sofisticato ed elegante reso possibile dalla forma della base e dal sistema telescopico in acciaio inox che permette di regolare l’altezza.
In fondo è grazie alla scelta di questi dettagli che quel film riesce a regalarci un momento,
una visione, una sensazione per cui ci innamoriamo di quella lampada, di quel tavolo, della seduta che ci ha portato ad acquistare quel prodotto. Non è un caso che importanti scenografi abbiano avuto il compito di allestire gli ambienti avvalendosi di aziende italiane per ricreare stanze, spazi dedicati, riconoscendo al design italiano la capacità di aver saputo creare oggetti ed arredi dalle forme ineguagliabili e celebri.
FOTO: ARCHIVIO FOTOGRAFICO FONDAZIONE ADI COLLEZIONE COMPASSO D’ORO














neonazionalismo che ha preso piede in Polonia, ormai da alcuni anni. Mi chiedevo come mai fosse possibile questo nazionalismo in un paese che era conosciuto all’estero, soprattutto per la figura straordinaria e carismatica di Giovanni Paolo II e di un’altra figura importante della storia contemporanea come Lech Wałęsa, paese che era il primo ad avere avuto un “governo libero” dopo la fine del comunismo (quello guidato da Tadeusz Mazowiecki). Ho studiato le origini del nazionalismo polacco, in particolare tre figure fondamentali dell’idea di una politica nazionalista, ossia Roman Dmowski, Jan Ludwig Popławski e Zygmunt Balicki. E ho concluso questo lavoro arrivando a una figura importantissima della storia contemporanea polacca: Józef Piłsudski. Per comprendere chi siamo bisogna studiare la storia, che è maestra di vita.
costituzione, non di carattere autoritario, si avrà solo nel 1997. La Polonia mi sembra un paese che contiene al centro della sua cultura politica due tendenze. La prima è di carattere nazionalistico, gelosa delle proprie tradizioni e della propria identità nonché scettica nei confronti di istituzioni di carattere internazionale. Nel corso della storia questa tendenza si è manifestata con l’etnonazionalismo promosso da Roman Dmowski. La seconda, invece, conosciuta anche come il nazionalismo civico e di cui rappresentante di spicco era Józef Piłsudski, è una Polonia più aperta e basata sull’idea di uguaglianza, di convivenza pacifica e di inclusione sociale. Quindi si tratta di un dibattito interessante tra personalità dallo spiccato profilo politico, tra cui appunto Dmowski e Piłsudski ma non solo.
storia. Anch’io la penso così e quindi costruendo il mio film sono partito da un fatto di cronaca avvenuto in una cittadina polacca un paio di anni fa. Un immigrato che lavorava in un bar accoltellò a morte un ragazzo di circa vent’anni. Dopo la tragedia, la comunità locale e tutto il paese si convinsero che l’omicidio era avvenuto per motivi religiosi. Ci furono inviti a boicottare i ristoranti arabi, o addirittura a uccidere i musulmani. Le nuove culture che stanno emergendo nel nostro paese negli ultimi anni sono spesso una sfida per la nostra società molto omogenea. Ma il miofi lm non parla certo di immigrati. Un protagonista importante e onnipresente nel film è la violenza, che scatena un effetto domino. Inoltre, la mia cara amica, Marta Konarzewska, mi ha fatto capire che questo fi lm, in qualche modo, parla anche di me. L’approccio del protagonista, la sua arroganza nei confronti di questo ambiente, il parziale disaccordo con ciò che lo circonda. Sento che nel fi lm ci sono molti dei miei sentimenti e pensieri.






presso il dipartimento strumentale dell’Università di Musica Frédéric Chopin di Varsavia, specializzandosi in chitarra classica. Prima di iniziare la sua formazione musicale di tipo accademico, ha iniziato a sperimentare la tecnica del fi ngerstyle, una tecnica chitarristica che permette di suonare contemporaneamente melodia, linea di basso, percussioni e accordi. Questo approccio permette di suonare da soli, creando l’impressione della presenza di più musicisti o addirittura di un intero gruppo.
cosa più importante, “di cuore”, era la linea musicale, la quale è in modo pazzesco distintiva, così “piazzolana”, che qualsiasi cosa avessimo fatto, sarebbe sempre stata la sua musica. Giravamo intorno a questo nucleo, cioè la melodia, e cercavamo di trovare gli spazi musicali, che all’inizio sembravano essere assenti ed invece si riusciva ad abbinarli con le linee musicali che ci interessavano, che erano nostre. A questo punto ammiravo il potenziale di Piotrek per quanto riguarda la sua libertà di pensare e improvvisare. Da parte mia ho aggiunto la tecnica del fingerstyle.
gente. Non ha potuto essere presente ai nostri concerti però dopo ci ha incontrato. Purtroppo, non sappiamo parlare italiano. Abbiamo cercato di comunicare con gli ospiti che non conoscevano altre lingue oltre all’italiano. Sapevamo qualche parola e lo spagnolo che grazie alle similitudini ci ha aiutato un pochino.
sebbene conoscessero solo poche parole in inglese e noi ne conoscessimo altrettante in italiano, abbiamo sentito la gratitudine e la grande gioia che ci hanno trasmesso.

