Peggy Guggenheim nasce a New York il 26 agosto del 1898, da Benjamin Guggenheim e Florette Seligman. Benjamin Guggenheim (che nell’aprile del 1912 muore nell’affondamento del Titanic), contribuisce a creare, alla fine del XIX secolo, insieme al padre Meyer (di origine svizzera) e ai sette fratelli, un impero finanziario fondato sullo sfruttamento minerario. I Seligman sono invece un’importante famiglia di banchieri.
Peggy cresce a New York e nel 1921 comincia a viaggiare in Europa. Grazie a Laurence Vail (suo primo marito e padre dei due figli Sindbad e Pegeen, futura pittrice), Peggy si ritrova ben presto nel cuore della vita bohémienne parigina, insieme a parte della società americana espatriata e molti degli artisti conosciuti allora, quali Constantin Brancusi, Djuna Barnes e Marcel Duchamp, che sarebbero poi divenuti suoi amici.
Nel 1938, consigliata dall’amica Peggy Waldman, Guggenheim apre una galleria d’arte a

Londra che inaugura con una mostra di opere di Jean Cocteau, cui segue la prima personale di Vasily Kandinsky in Inghilterra. Nel 1939, stanca della galleria, Peggy decide di “aprire un museo d’arte contemporanea a Londra” con l’amico Herbert Read come direttore. Il museo dovrebbe seguire un percorso storico e la collezione dovrebbe basarsi su una lista di artisti stilata da Read e successivamente rivista da Duchamp e Nellie van Doesburg. Tra il 1939 e il 1940 Peggy è impegnata ad acquistare opere per il futuro museo, con il proposito di “comprare un quadro al giorno”. È allora che vengono acquistati alcuni dei capolavori della collezione, quali le opere di Francis Picabia, Georges Braque, Salvador Dalí e Piet Mondrian. Peggy sorprende Fernand Léger comprando il suo Uomini in città nel giorno in cui Hitler invade la Norvegia, e acquista Uccello nello spazio di Brancusi quando i tedeschi arrivano a Parigi.
Nel luglio del 1941 Peggy abbandona la Francia occupata dai nazisti e torna negli Stati Uniti insieme a Max Ernst che, pochi mesi più tardi, diventa il suo secondo marito (i due si separano nel 1943). Mentre continua ad acquistare opere per la sua collezione, Peggy cerca un nuovo spazio per il museo. Nell’ottobre del 1942 apre il museo-galleria Art of This Century sulla 57° strada, a New York. Ricordando la serata d’apertura Peggy scrive: “Indossai un orecchino di Tanguy e uno di Calder, per dimostrare la mia imparzialità tra Surrealismo e Astrattismo”. La galleria presenta la sua collezione d’arte cubista, astratta e surrealista, quella che oggi vediamo sostanzialmente esposta a Venezia.
Nel 1947 Peggy ritorna in Europa. Nel 1948 la sua collezione viene esposta alla prima Biennale di Venezia del dopoguerra. Proprio a Venezia acquista Palazzo Venier dei Leoni, sul Canal Grande, dove si trasferisce e apre la sua collezione al pubblico, cominciando nel 1949 con una mostra di sculture esposte nel giardino. Durante i trent’anni trascorsi a Venezia, Peggy continua a collezionare opere d’arte e ad appoggiare artisti come Edmondo Bacci e Tancredi Parmeggiani, conosciuto nel 1951. Nel 1962 viene nominata Cittadina Onoraria di Venezia.
Nel 1969 il Museo Solomon R. Guggenheim di New York la invita ad esporre lì la propria collezione, nella sede nella celebre struttura a spirale progettata da Frank Lloyd sulla Fifth Avenue.
Peggy muore il 23 dicembre del 1979, all’età di 81 anni. Le sue ceneri sono sepolte in un angolo del giardino di Palazzo Venier dei Leoni, accanto al luogo in cui era solita seppellire i suoi adorati cani. Alla morte di Peggy, la Fondazione Solomon R. Guggenheim diventa proprietaria del palazzo e, da allora, ha ampliato la sua casa, trasformandola in uno dei più affascinanti musei d’arte moderna del mondo.
“…amavo l’Europa più dell’America e quando la guerra finì sentii che dovevo tornare per forza… In viaggio decisi che Venezia sarebbe stata la mia patria futura”. – Peggy Guggenheim

















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moglie di un carpentiere romano, una certa Francesca, afferrò la pialla del marito nella concitazione del momento e cominciò a piallare un blocco di ghiaccio che allora veniva utilizzato, tra l’altro, nelle case come frigorifero. Quando le emozioni si placarono Checca (diminutivo italiano del nome Francesca), davvero stanca e assetata, si accorse che il ghiaccio, grattugiato così, era perfetto per dissetarsi, e con l’aggiunta di sciroppo era una vera prelibatezza. E così, secondo alcuni, Checca grattando il ghiaccio creò la prima grattachecca al mondo. Invece, una teoria meno romantica spiega che il nome di questo dolce rinfrescante è legato a un blocco di ghiaccio, che in dialetto romano veniva chiamato “checca”, che in combinazione con il verbo grattare (pl. drapać) ci dà grattachecca. La bevanda stessa, oltre a dissetare perfettamente e portare sollievo nelle giornate calde, è molto facile da preparare. Basta grattare un pezzo di ghiaccio, con l’aiuto della grattugia speciale, poi basta mettere il ghiaccio grattugiato in un bicchiere, versare sciroppo di ciliegia, menta o mandorle a discrezione, aggiungere un po’ di frutta a fette, infilare una cannuccia e buon appetito! Trovandosi a Roma, non confondete la grattachecca
con la granita, perché sebbene entrambe queste specialità abbiano un denominatore comune, cioè il dissetarsi nelle giornate calde combinato con un piacere del palato, le loro somiglianze finiscono qui. La grattachecca, come già detto sopra, ha come base del ghiaccio appena grattugiato, su cui viene versato dello sciroppo, i cui pezzi si sentono in bocca mentre si mangia. La granita, invece, è una mescolanza di acqua, sciroppo, zucchero e altri ingredienti che vengono raffreddati fino a quando diventano una massa ghiacciata e relativamente liscia. Inoltre la granita è un dolce siciliano servito spesso a colazione, mentre i romani mangiano il loro dolce ghiacciato il pomeriggio e la sera. Nonostante siano sempre meno i locali a Roma che servono grattachecca originali e fatte a mano, dall’inizio del XX secolo è stata venduta ininterrottamente in diversi chioschi. Uno dei più antichi a servire questa bontà dissetante è “Alla fonte d’oro”, attiva dal 1913 situata in Lungotevere Raffaello Sanzio. Lungo il Tevere, e più precisamente in Lungotevere Degli Anguillara, si trova un altro storico chiosco il “Sora Mirella”, invece in via Trionfale c’è “Sora Maria”, dove la grattachecca è servita dal 1933. Oggi sempre più spesso, tra l’altro per motivi igienici, al posto della grattugia tradizionale viene utilizzato un dispositivo
speciale per tritare il ghiaccio. Tuttavia, nonostante questo, il dolce non perde il suo valore e la sua consistenza è ancora alla pari con l’originale. Per coloro che patiscono il caldo nella città di Wars e Sawa e vogliono provare questa specialità ghiacciata italiana, abbiamo un’ottima informazione. Nel verde quartiere di Żoliborz a Varsavia, “Flaminia Gelateria” ha iniziato la sua avventura con grattachecca. Come vuole, non la leggenda, ma la ricetta originale, per fare la grattachecca a Varsavia vengono utilizzati solo ingredienti italianioriginali. Abbiamo quindi la garanzia che il tutto sia preparato con un temperamento altrettanto italiano e impreziosito da un sorriso sincero e, con un po’ di fortuna, possiamo scambiare una parola in dialetto romano con il proprietario di Flaminia. Cosa si può volere di più in una calda giornata in città? Probabilmente solo un’altra porzione di grattachecca.




