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La Padova di Kochanowski 

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Si stabilì stabilmente a Czarnolesie, nei suoi testi affermava la pace e la vita in campagna, lontano dal fascino cortese. Fu lì che prese la mano dell’amata moglie Dorota e portò in braccio quella che dovette seppellire così presto, la figlia Ursula. Uno degli autori che ci ha alimentato sul banco di scuola e non ci è venuto in mente di tornare da lui negli anni successivi. È un peccato, perché nel caso di Jan Kochanowski, il livello della sua innovatività e del suo universalismo non è notato da molti e l’episodio italiano della sua vita è spesso dimenticato. Forse perché nei suoi lavori ci ha lasciato pochi accenni del suo soggiorno a Padova. Questo significa, tuttavia, che si è trattato di un episodio non significativo della sua vita? 

immagine di Tytus Maleszewski

Kochanowski andò a Padova (o Pava, come la chiamavano allora i suoi abitanti) per studiare nel 1552, all’età di 22 anni. Non fu l’unico scrittore polacco ad essere attratto dalla Serenissima e dalla sua atmosfera di cultura e di libertà, non molto tempo prima che un’altra figura di spicco di quel periodo, Klemens Janicki, andasse a Padova. La fioritura dell’architettura, delle belle arti, la vicinanza di Venezia erano tutti quelli fattori che facevano di Padova un luogo perfetto per praticare l’arte e la cultura in senso lato. Sebbene la Repubblica di Venezia non si fosse ancora ripresa dalle guerre contro la Lega in Cambrai, e ancora serbasse una certa diffidenza verso gli stranieri, il nostro poeta, certamente, non poteva lamentarsi della mancanza di compagnia dei suoi connazionali. Lo dimostra l’esistenza di una misteriosa “accademia dei polacchi” padovana, le cui informazioni non sono state conservate praticamente in nessun documento, e la cui esistenza si apprende solo dalle citazioni nella corrispondenza dei suoi membri. Che cos’era esattamente? A tutt’oggi i ricercatori non sono riusciti a venirne a capo e possiamo solo immaginare che i padovani polacchi abbiano deciso di creare un circolo letterario e culturale, un tipo di organizzazione abbastanza di moda tra gli studenti in Italia.

In generale, il soggiorno di Kochanowski a Padova è avvolto da una nebbia di mistero e ci vuole davvero molta perspicacia e, soprattutto, pazienza per trovarne e interpretarne le tracce nell’opera del maestro. Perché scarseggiano i dettagli di quei pochi anni trascorsi a Padova, le impressioni su una delle più belle città italiane, non ha messo sulla carta la descrizione della Basilica di Sant’Antonio (che molto probabilmente era l’alloggio accademico dei suoi e di altri studenti polacchi)? Ci sono scritti sul periodo di studio di Kochanowski, di cui non conosciamo ancora l’esistenza? A queste domande è difficile rispondere. Possiamo solo affermare con certezza che è stato il tempo trascorso sul territorio di Najjaśnna che ha permesso a Kochanowski di ottenere una pace umanistica e dopo il ritorno in Polonia, seduto sotto il suo amato tiglio, Jan non ha certo dimenticato Padova. E anche Padova non ha dimenticato il poeta polacco. Lo testimonia il testo di Epitaphium Cretcovia, inciso sulla lapide di Erazm Kretkowski nella Basilica di Sant’Antonio. Kretkowski, voivode di Gniezno, morì a Padova nel 1558 e fu a lui che Kochanowski dedicò il suo testo più importante relativo al periodo padovano. Possiamo ancora oggi leggerlo visitando la Basilica, che era senza dubbio il cuore della città e che certamente non lasciò indifferente neanche Kochanowski. 

tłumaczenie it: Gabriela Mirecka

La cucina plurisensoriale di Andrea Camastra

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 62 della Gazzetta Italia (aprile-maggio 2017)

Nel ricercato Ristorante Senses, a Varsavia, lo chef stellato Andrea Camastra propone raffinate esperienze sensoriali che soddisfano palato, vista, olfatto. Un approccio alla cucina scientifico capace di far dialogare materie prime di qualità con una meticolosa ricerca della migliore cottura e dei più sfiziosi accostamenti. Camastra, nato a Bari trentasei anni fa e con 27 anni di lavoro alle spalle in ogni tipo di cucina tra cui quelle di alcuni dei migliori ristoranti europei, ha sviluppato una sua filosofia culinaria che tende alla fascinazione del cliente attraverso una emozione a tutto tondo.

Al Senses serviamo piatti che producono emozioni gustative, visive, olfattive e che vengono accompagnati da una precisa descrizione degli ingredienti che svela al cliente tutti i segreti del cibo che sta mangiando. Portate che sono il frutto di ricerca, sperimentazione, rischio, ma che alla fine sono in grado di stupire il cliente che di piatto in piatto si avventura in una sorprendente, indimenticabile, esperienza sensoriale. Ragione per cui alla ricerca sui cibi, si affianca quella sull’estetica e sul servizio. Questo senza perdere mai il contatto con l’essenza dei piatti, ovvero la loro intrinseca qualità: il gusto.

La base essenziale di ogni piatto è la qualità del prodotto?

Certo, per quanto l’esperienza debba essere multisensoriale non si deve mai perdere di vista la base di ogni buon piatto, ovvero la qualità degli ingredienti. Per alcuni prodotti, controllati in tutte le fasi della loro crescita, ci avvaliamo di due nostre aziende che abbiamo a Rzeszow. Tutto il resto lo cerchiamo con attenzione in varie parti d’Europa. Per il pesce abbiamo una barca a nostro servizio alle isole Far Oer che ci fornisce di crostacei, salmone, merluzzo e altri pesci. Perché le Far Oer? Perché lì c’è il secondo mare – dopo quello delle Hawaii – più pulito al mondo e anche perché la temperatura dell’acqua è costante tra gli 8 e i 10 gradi e questo comporta che l’animale non deve modificarsi geneticamente e non crea gli enzimi che ad esempio a volte rendono il crostaceo troppo papposo. Naturalmente compriamo anche moltissimi prodotti mediterranei come cozze, aragoste, granchi, capesante e poi il meglio dell’Italia ovvero olio, mozzarelle, prosciutto, carciofi e verdure in generale.

È ancora rintracciabile la Puglia dentro i tuoi piatti?

L’anima italiana e regionale non va mai perduta e a volte emerge nei piatti, qui al Senses ad esempio facciamo la vera focaccia pugliese oltre ad usare tanti prodotti del sud Italia. Ma la filosofia del mio cucinare è più scientifico-innovativa che tradizionale. Ho due laboratori in cui sperimento ed elaboro per poter offrire piatti sempre nuovi e cucinati nel miglior modo possibile. Credo molto nello studio delle qualità organolettiche dei cibi che vanno valorizzate trovando il punto ideale di cottura. La tradizione l’apprezzo solo nei piatti classici e semplici. Se torno in Puglia e, a casa o in un piccolo ristorantino, mangio un piatto tradizionale va benissimo, ma il valore della tradizione per me si ferma al piacere di ritrovare per un attimo l’emozione della memoria, ma deve restare circoscritto a questa dimensione, se va oltre la tradizione rischia d’essere un freno.

Nel tuo giro del mondo lavorativo hai poi messo radici in Polonia, a proposito che cosa apprezzi della cucina locale?

Mia moglie è polacca, e dopo aver visitato molte volte questo paese ho deciso di stabilirmi qui. È difficile dire quale sia un piatto che mi piace particolarmente, perché mi piace tutto se fatto bene, di base preferisco mangiare prodotti coerenti alla stagione. Le zuppe in Polonia sono fantastiche, c’è una grande varietà. Comunque la cucina mondiale andrebbe guardata con occhi meno regionali perché ci sono similitudini e contaminazioni ovunque, ad esempio i pierogi polacchi, sono i ravioli italiani, e si ritrovano con vari nomi e diverse elaborazioni in tutto l’Oriente.

Nel frattempo anche in Polonia la cucina è diventata un tema mediatico forte, sono esplosi i format televisivi in cui chef stellati o dilettanti si sfidano all’ultimo sapore. Che ne pensi?

Premesso che per me ogni tipo di mangiare, dalla trattoria al ristorante stellato, dalla pizza al fast food, va rispettato, registro positivamente il fatto che la cucina oggi abbia questa grande ribalta mediatica. Detto questo però non confondiamo il mondo professionale con quello televisivo. Non nascondo che anche io guardo questi programmi, ed è giusto che ci siano, ma bisogna saper distinguere tra l’arte di saper apparire nel mezzo televisivo e la capacità d’esser cuoco, il cuoco non deve essere sempre come una pop star, anzi nella maggior parte dei casi il nostro mestiere non ha nulla da spartire con le luci della ribalta. Essere cuoco è soprattutto un’attività dura che richiede passione, tante ore di lavoro e poco sonno, questo dovrebbe essere il vero messaggio da far passare nelle televisioni perché il rischio è che i giovani aspiranti chef perdano il contatto con i tratti salienti del mestiere, rischiando d’essere più apparenza che sostanza.

Una filosofia del lavoro che ha portato Andrea Camastra a diventare il secondo chef in Polonia ad ottenere la stella Michelin che è l’ultimo degli innumerevoli riconoscimenti raccolti dal cuoco pugliese le cui ricette si possono provare al Ristorante Senses a patto di riuscire a trovar posto vista la lista d’attesa di settimane. Dopotutto Senses accoglie al massimo 40 persone alla volta che vengono deliziate attraverso numerose, sorprendenti portate. Camastra è anche al centro dell’iniziativa, organizzata da Confalavoro Lombardia, che a breve porterà al piano zero del grattacielo Zlota nel cuore di Varsavia un’area con degustazione delle eccellenze agroalimentari italiane.

Facebook: facebook.com/sensesrestaurantpl/
Sito web: www.sensesrestaurant.pl
Chef Andrea Camastra: www.sensesrestaurant.pl/szef

Viceministro Digitalizzazione sul 5G ci sono teorie assurde

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Circolano numerose false informazioni sulle reti di telecomunicazione e in particolare sul 5G. Lo ha detto Wanda Buk, viceministro della Digitalizzazione. A Lodz recentemente è stato dato fuoco a un’antenna 5G. E’ il primo caso in Polonia ma non in Europa, dove incidenti analoghi sono avvenuti in Gran Bretagna e in Olanda. “Osserviamo la diffusione di informazioni false riguardanti le telecomunicazioni e in particolare del 5G, uno standard che presto si svilupperà molto. Da alcuni mesi c’è stata una escalation. Con nostra totale sorpresa si lega al coronavirus, che ha basi puramente mediche”, spiega Buk, che reputa le teorie emerse “assurde”. “La rete 5G non si distingue da un punto di vista fisico da quella 4G o 3G. I campi e le onde elettromagnetiche sono uno dei fenomeni meglio studiati nel mondo da decine di anni. Non c’è motivo di considerarle dannose”, ha continuato il viceministro.

L’Italia di Jarek Wist 

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Jarek Wist, laureato in italianistica, cantante di professione. La sua carriera è iniziata con la vittoria nel programma televisivo “Szansa na sukces”, seguita dal titolo “Speranza e scoperta dell’anno” al gala Fryderyki 2007 e infine la partecipazione alla finale del festival Top Trendy a Sopot. Wist ha pubblicato due album da solista: “Jest zapisane” (2014) e “Na swojej skórze” (2015) e altri due con progetti musicali originali: “Swinging with Sinatra” (2013) con le più famosi canzoni di Frank Sinatra e quest’anno “Dolce VitaM” (2020) con la musica italiana degli anni 50 e 60. 

Jarek com’è nata la tua passione per la musica?

Nessuno della mia famiglia ha legami col mondo musicale ma io ho sempre voluto cantare. I miei genitori non erano contenti di questa passione e non mi hanno permesso di andare al conservatorio perciò ho studiato da solo imitando i miei idoli che guardavo in tv. Sognavo di potermi esibire sul palco accompagnato da una vera orchestra professionale. Poi in seguito ho cominciato le lezioni in un istituto di cultura e infine ho partecipato al programma “Szansa na sukces”, che ho vinto!

Un autodidatta con tanto di talento e tenacia, sembra un inizio ideale della carriera?

Non tanto. Nel 2004 ho dovuto smettere per problemi di salute. Il mio mondo è crollato ma ho pensato che forse era un buon momento per andare in Italia. Ho cominciato a cercare lavoro su vari gruppi online e infine l’ho trovato! Sono andato nella regione Marche ad aiutare nella gestione della loro casa una famiglia che viaggiava spesso. Oltre a lavorare ho frequentato un corso di lingua e ho imparato come cucinare piatti classici come lasagne, ragù e tiramisù. Quando ero lì la comunicazione non era ancora così facile come adesso perciò ho sentito raramente i miei genitori e questo mi ha consentito di immergermi totalmente nella cultura italiana. Proprio durante questo soggiorno ho cominciato a scoprire la musica del Belpaese. Il primo cantante che ho ascoltato era Jovanotti perché era appena uscito il suo disco ma ho ascoltato anche altri artisti. All’inizio non ero molto convinto ma alla fine ho cominciato ad apprezzare i sapori di questa musica che è molto melodica e allegra. I polacchi spesso per forza cercano di dare una veste ad una canzone e di interpretarla in un certo modo. Gli italiani invece sanno esprimere quello che sentono e si percepisce che quello che cantano è sincero.

Sbaglio o il fascino per l’Italia per un periodo ha superato quello per la musica?

Sono due passioni che si completano a vicenda. Una volta tornato in Polonia ho iniziato a studiare italianistica all’Università di Toruń e sono tornato al canto. Facevo una vita da pendolare, tre notti a settimana dormivo nella mia città natale Inowrocław e raggiungevo Toruń per seguire i corsi universitari, i fine settimana invece li dedicavo alla carriera musicale a Varsavia. Dopo aver ricevuto il premio al gala Fryderyki e aver partecipato a Top Trendy, sono arrivate grandi promesse dalle agenzie artistiche che purtroppo non sono mai state mantenute. Sono decollato per poi, indipendentemente da me, precipitare a capofitto subito dopo. Quando il mio mondo musicale, per la seconda volta, è crollato ero al secondo anno di studi. Ho deciso che invece di deprimermi in Polonia era meglio partire per un Erasmus a Venezia che era stata la prima città che avevo visto da ragazzo grazie ad una gita scolastica e mi aveva fatto una grande impressione.

Venezia, lontana dalla vita frenetica delle grandi città, è un buon luogo per scappare?

Tutti quelli che la visitano in bassa stagione turistica hanno la possibilità di scoprirla davvero. Percepiscono che è una città in cui si respira un’aria diversa, è immersa nella nebbia e circondata da una magia unica. Grazie a quei sei mesi ho conosciuto la vera Venezia e quali problemi devono affrontare quotidianamente i suoi abitanti. Mi sono reso conto che se vuoi viverci sei tu che ti devi adattare al ritmo della città. Quando mi sentivo giù scappavo nel labirinto di calli, mi perdevo e ritrovavo. Venezia mi ha rincuorato e mi ha dato tante energie positive. Molto tempo ho dedicato anche allo studio e alla scoperta della musica soprattutto del mio periodo preferito degli anni Sessanta.

È stato allora che hai trovato le tue grandi ispirazioni musicali?

Ad un certo punto ho scoperto la scuola genovese dei cantautori a cui appartenevano, tra gli altri, Fabrizio De André, Gino Paoli, Umberto Bindi e soprattutto Luigi Tenco la cui musica mi ha conquistato completamente. Ogni tanto quando canto le sue canzoni ho impressione che siano scritte per me. Mi identifico sia con il testo che con l’autore e con i suoi sentimenti. È stata la scuola genovese che ha dato alla musica italiana degli anni Sessanta un nuovo gusto attraverso una rottura con la musica tradizionale e una ricerca stilistica più elaborata ed innovativa dotando le canzoni di una profondità e qualità maggiore. Oltre alla scuola genovese una grande ispirazione per me sono anche Massimo Ranieri, Domenico Modugno e la straordinaria Mina.

Nel tuo nuovo album hai scelto un mix interessante tra canzoni note e altre totalmente sconosciute in Polonia, perché?

Le mie dieci canzoni preferite sono altre, quindi se avessi dimenticato chi sono e dove canto, probabilmente avrei scelto solo le canzoni che in Polonia non conosce nessuno. Per fortuna tra le canzoni che canticchiano i miei connazionali ce ne sono tante che mi piacciono e perciò ho deciso di collegarle con quelle meno conosciute della stessa epoca e ne è uscito un buon disco acustico. Accanto alle conosciutissime “Volare”, “Quando, quando” o “Azzurro” ci sono anche le mie canzoni preferite tra cui: “Se bruciasse la città”, “Cosa hai messo nel caffè”, “Mi sono innamorato di te”, “Il cielo in una stanza”. In più ho deciso di aggiungere a questa compilation “Caruso”, un’altra canzone molto importante per me.

Musica di un periodo specifico che però può accontentare diversi gusti musicali?

Pubblicando questo album ho cercato di soddisfare due aspettative: da un lato quella dei polacchi che vogliono ascoltare qualcosa che già conoscono e dall’altro quella del pubblico che conosce un po’ meglio l’Italia e gli italiani. Il mio scopo era anche realizzare il mio sogno personale, cantare in italiano, che ho coltivato a lungo perché inizialmente avevo paura di cantare in italiano. Volevo anche far vedere ai polacchi un altro volto della musica italiana e farli innamorare di canzoni meno note.

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Zagórski: da giugno nuova versione dell’applicazione che informa sul coronavirus

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

All’inizio di giugno il ministero della digitalizzazione lancerà la nuova versione dell’app ProteGO Safe. L’applicazione attesta il rischio del contagio del coronavirus e permette agli utenti di tenere il “Diario della salute” che facilita l’osservazione degli eventuali sintomi preoccupanti. Inoltre attraverso Bluetooth si collega con altri dispositivi. Perciò una volta incontrato l’utente che aveva contratto il virus riceveremo una notifica appropriata. È ancora in fase di sviluppo l’integrazione dell’app con le soluzioni di Google e Apple volte alla maggiore sicurezza e tutela della privacy degli utenti. L’applicazione è stata sviluppata in conformità con le raccomandazioni della Commissione europea, sarà sicura e facoltativa, si lavora anche sulla sua compatibilità con le app degli altri paesi, il che potrebbe risultare utile durante i viaggi all’estero. L’applicazione sarà utile sia nel periodo dell’allentamento delle restrizioni che durante un nuovo scoppio dei contagi in quanto l’identificazione, l’isolamento e i test dei potenziali contagiati hanno un impatto considerevole sulla gestione dell’epidemia. La versione precedente dell’app è stata scaricata in totale oltre 45 mila volte. È stata solo una versione pilota, la campagna pubblicitaria vera e propria sarà lanciata in giugno. Le applicazioni di questo tipo possono ridurre il rischio della diffusione del virus del 44% a patto che le usino più persone possibile. Secondo le raccomandazioni della Ce le app di tipo exposure notification, come il ProteGO Safe, dovrebbero usare la tecnologia di comunicazione senza fili su breve distanza come Bluetooth, il loro scaricamento dovrebbe essere facoltativo, dovrebbero anche essere disinstallate una volta che non sono più indispensabili.

Il cinema italiano al Festival Wiosna Filmów

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Inizia domani la 26^ edizione del Festival Wiosna Filmów che durerà fino al 7 giugno e sarà il primo festival in Polonia organizzato online sulla piattaforma MOJEeKINO.pl. Nel giro di 10 giorni gli spettatori vedranno oltre 40 film, di cui la metà sono prime o anteprime polacche. Anche i fan del cinema italiano troveranno qualcosa per loro. Nel programma del festival ci sono tre film italiani che saranno proiettati per la prima volta in Polonia. Tra questi c’è la nuova produzione di Ferzan Özpetek “La Dea Fortuna”, il pluripremiato adattamento del romanzo di Jack London “Martin Eden” e “Favolacce” di Damiano e Fabio D’Innocenzo premiato con l’Orso d’argento per la miglio sceneggiatura all’ultimo Festival di Berlino. Il quarto film italiano in programma è “Aspromonte” di Mimmo Calopresti con Valeria Bruni Tedeschi (La pazza gioia) e Marcello Fonte (Dogman).

Kasia Smutniak, stella polacca del nuovo cinema italiano

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Kasia Smutniak, fot: ©Andrea Pattaro/Vision

L’articolo è stato pubblicato sul numero 69 della Gazzetta Italia (giugno-luglio 2018)

Incontriamo Kasia Smutniak al Kino Muranow di Varsavia in occasione di Cinemaitaliaoggi, la rassegna di film italiani che ha registrato un enorme successo in Polonia. Elegante ed affascinante, decisa quanto sensibile, Smutniak racconta la gioia di sentirsi una donna pienamente realizzata sulla rotta Polonia-Italia.

“Sono due paesi con profondi legami culturali comuni, i polacchi questo lo sanno bene, basta scavare nel nostro passato per ritrovare subito l’Italia, da Bona Sforza al nostro Inno, agli artisti e agli architetti che per secoli hanno lavorato nelle città polacche. Piuttosto sono gli italiani a non sapere quanto abbiamo in comune.”

Kasia Smutniak, fot: ©Andrea Pattaro/Vision

Hai iniziato come modella per affermarti come attrice, era il cinema il tuo sogno?

“Dopo le prime esperienze come modella ho deciso di prendermi un anno sabbatico in Italia, diciamo il paese ideale in cui riposarsi e pensare. Bè questa riflessione è andata così bene che l’anno sabbatico si è allungato da uno a due anni, poi tre e… insomma una vita. Il cinema non era il mio sogno da bambina diciamo che è capitato, ed è stata una svolta bellissima. Comunque tra moda e cinema c’è interazione costante e io collaboro tuttora con alcuni stilisti, quindi anche la moda continua a far parte della mia vita.”

Vista da Roma la Polonia di oggi che effetto ti fa?

“Sono profondamente polacca quanto ormai italiana, è una grande ricchezza sentire l’appartenenza a due culture. Recentemente mi sono resa conto di quanto mi sia italianizzata quando sul set di “Volterra” nuovo film di produzione polacca diretto da Jacek Borcuch, non riuscivo ad adeguarmi ai ritmi culinari polacchi! Avevo bisogno degli orari italiani e della pasta! Scherzi a parte il film è molto intrigante, ambientato in Italia e incentrato sul personaggio di una poetessa polacca e vincitrice del Premio Nobel, interpretata da Krystyna Janda. La poetessa conduce una vita tranquilla a Volterra in Toscana quando un giorno riceve una notizia sconvolgente che cambia la sua vita per sempre. Le emozioni escono fuori durante la cerimonia per la consegna del premio di cittadina onoraria di Volterra, invece di esprimere in maniera cortese la sua gratitudine, la poetessa tiene un discorso politicamente scorretto scatenando un gran casino. Ma non vi racconto di più! Andate a vederlo, nel cast ci sono Antonio Catania, Lorenzo de Moor, Vincent Riotta, Robin Renucci ed io che interpreto la figlia della poetessa.

Tornando alla domanda devo dire che vista da Roma la Polonia emerge come un paese in grande sviluppo economico ma in cui le donne sono spesso in piazza per difendere i loro diritti. Sono sempre andata fiera dell’emancipazione femminile in Polonia, dove le donne fin dal dopoguerra sono state protagoniste della vita lavorativa e sociale del paese, una emancipazione femminile maggiore se rapportata a quella italiana, ma da qualche anno ho la netta sensazione che il rapporto stia cambiando, in Italia le donne sono sempre più forti e conquistano maggior spazio nella società mentre in Polonia mi pare si stia diffondendo una visione conservatrice che tende a riportare la donna in un ambito solo familiare. Mi auguro poi che nel mio paese si capisca l’assoluta importanza di continuare a far parte del contesto europeo che per la Polonia è fonte di sviluppo economico e apertura culturale.”

Nel film Made in Italy interpreti il ruolo di una donna italiana che è più forte e decisa del marito nell’affrontare le complicazioni della vita quotidiana, concordi?

“Sì. E sono molto contenta d’aver lavorato al fianco di due grandi personaggi come Ligabue, regista, e l’attore Stefano Accorsi in un film che rappresenta storie di vita autentiche in una Italia che è sicuramente un paese in difficoltà ma in cui, grazie all’impegno quotidiano della gente comune e di tantissime donne, sta rinascendo la speranza di rilanciare un paese che è assolutamente straordinario.”

Italia e Polonia sono unite anche nel rinnovato successo delle loro produzioni cinematografiche?

“Sì concordo, molti nuovi film italiani stanno imponendosi sui mercati internazionali, così come conferma ad esempio il successo in Polonia di “Perfetti Sconosciuti” e della rassegna Cinemaitaliaoggi. Per quanto riguarda la cinematografia polacca ci sono registi che amo molto come Szumowska e Pawlikowski, ma credo che oggi per fare buoni film bisogna avere anche tanto coraggio e determinazione nel superare le pressioni che possono arrivare dal sistema.”

Ti ricordi il ruolo di madrina alla Mostra del Cinema di Venezia?

“E come no! Era il 2012, mi sono divertita moltissimo, splendida esperienza, a Venezia ci torno sempre volentieri.”

Progetti per l’estate?

“A giugno sono impegnata in una nuova produzione, poi nel mese di luglio vado in Nepal con l’Associazione Pietro Taricone, che porta il nome del mio primo marito scomparso alcuni anni fa. L’associazione sviluppa e sostiene progetti mirati a offrire educazione all’infanzia disagiata. In tale contesto l’associazione si pone come primo obiettivo di costruire una scuola per i bambini del Mustang, in Nepal, con un progetto educativo volto a preservare il loro patrimonio culturale che altrimenti rischierebbe di scomparire.”

Foto dal film “Made in Italy”:

Plumcake al tè matcha

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Ingredienti:

  • 160 gr di uova intere 
  • 160 gr di zucchero semolato
  • 160 gr di farina 00
  • 160 gr di burro a temperatura ambiente 
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1 cucchiaio di tè matcha 
  • 2 pizzichi di sale fino
  • 70 gr di gocce di cioccolato bianco (o cioccolato bianco tagliato a piccole scaglie)

Procedimento:

Lavorate con le fruste elettriche il burro ben morbido con lo zucchero semolato, fino ad ottenere un composto spumoso e cremoso. Incorporate le uova sbattute un po’ alla volta, facendo attenzione a non rendere il composto di burro granuloso e lavorando molto lentamente. Setacciate il lievito con la farina e il sale e aggiungete le polveri al composto, sempre lavorando con le fruste elettriche, un po’ alla volta. Poi unite il the matcha e lavorate ancora con le fruste.

Per ultime, unite le gocce di cioccolato bianco e amalgamatele al composto mescolando con una spatola. 

Imburrate e infarinate molto bene uno stampo da plumcake e versatevi il composto.

Cuocetelo a 170° C per circa 40 minuti. Prima di estrarre il dolce dal forno, verificate comunque la cottura con uno stuzzicadenti lungo, in modo da essere sicuri che anche il cuore del plumcake sia perfettamente cotto.

Sfornate il dolce, fatelo raffreddare a temperatura ambiente e sformatelo su un piatto da portata. Potete spolverizzare la superficie con zucchero a velo e, a piacere, accompagnarlo con panna leggermente montata. 

Buon appetito!

Il tè matcha è il tè giapponese per eccellenza e oltre ad essere buonissimo ha molte proprietà benefiche. È un composto in polvere, dal colore verde intenso, e potete reperirlo nelle erboristerie e nei negozi specializzati in the, infusi e prodotti analoghi.

L’arte della pizza secondo Mariusz Vicenti 

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Quando sto andando verso la pizzeria situata su Wielopole già da lontano sento il profumo. Sul posto incontro un gruppo di persone al bancone. Il proprietario gira nel retrobottega curando gli ultimi dettagli prima di mettere la pizza in forno. Sullo sfondo si sente la radio italiana e il chiacchiericcio in diverse lingue. L’atmosfera è informale e famigliare. La Pizzeria Vicenti è proprio così. Sulla pizza e sui polacchi parlo con il proprietario con Mariusz Vicenti che da due anni ha cominciato a mostrare agli abitanti di Cracovia che cos’è la pizza al taglio.

Come è iniziata la tua storia con la pizza?

Questa storia comincia durante la guerra. Mia nonna era italiana di Bari. Il nonno polacco prese parte alla celeberrima battaglia di Monte Cassino e conobbe la sua futura moglie. Dopo la guerra tornarono in Polonia. Fin dall’infanzia ho avuto il contatto con la cultura e ovviamente la cucina italiana. Per la prima volta sono andato in vacanza in Italia nel 1991 e all’inizio non volevo fermarmi troppo a lungo. Ma in Polonia mi aspettava il servizio militare obbligatorio quindi sono scappato a Roma. La pizza è apparsa nella mia vita in modo abbastanza casuale. Non era la mia passione ma semplicemente uno dei primi lavori che mi sono capitati. All’inizio aiutavo un pizzaiolo ma quando si è licenziato, ho preso il suo posto. Poi, quando ho scoperto quanto pagavano ho subito deciso che era il mestiere che volevo fare!

È stato quel pizzaiolo o la nonna ad insegnarti a fare la pizza?

Decisamente lui. La nonna era specialista della pasta quindi non mi ha insegnato nulla sulla pizza. Inoltre in Polonia degli anni Novanta non c’erano ancora tante pizzerie e quelle che c’erano non avevano niente a che vedere con la pizza tradizionale italiana. Mi ricordo quando quel tunisino da cui imparavo mi ha detto di impegnarmi perché questa professione mi avrebbe dato un lavoro in qualsiasi angolo del mondo. 

Hai lavorato oltre vent’anni a Roma, che differenze ci sono nell’approccio polacco e italiano alla pizza?

Tante. Secondo me in Polonia ancora poche persone sanno fare e mangiare una pizza. Quelli che la preparano in modo diversamente che in Italia non dovrebbero chiamarla pizza. Tanti pensano che la vera pizza sia quella rotonda napoletana. Non è vero perché nelle diverse regioni ci sono diversi modi di prepararla. Io sono esperto della pizza romana, quella sottile e croccante. Tempo fa una pizza del genere si mangiava solo per cena e quella al taglio invece si poteva mangiare anche per pranzo. In Polonia stiamo ancora imparando la cultura della pizza.

Alla fine i polacchi impareranno il modo italiano di mangiare pizza?

La cultura della pizza sta pian piano cambiando. Io stesso cerco di educare i miei clienti. Sono in vantaggio perché lo posso fare in italiano e polacco. Se tra il pizzaiolo e il cliente c’è un intermediario prima o poi l’informazione cambia. E di conseguenza anche la pizza cambia perché si tende ad accontentare i clienti e i loro gusti e non mantenere la ricetta originale.

Quindi l’educazione va prima dell’adattamento?

Sì. È difficile ma il mio esempio dimostra che è possibile. Sono qui da tre anni e sto bene. Anche se devo dire che aprendo i nuovi negozi non posso fare tutto da solo e vedo che se lascio qualcosa per un momento, subito le cose non vanno come voglio io. I polacchi imparano in fretta ma altrettanto veloce decidono che qualcosa si può fare meglio ma questo meglio non significa che è come dovrebbe essere. 

A Cracovia quanti locali fanno la pizza secondo la ricetta originale?

Non conosco tutti i posti ma sono stato in tanti dove davvero si mangia una vera e propria pizza italiana. Lo vedo anche dal nome del locale, se il nome è sensato e scritto in un buon italiano vuol dire che probabilmente ci mangeremo una buona pizza. Dove ci sono gli italiani la pizza di solito sarà buona. Secondo me solo due ingredienti devono essere italiani per fare una buona pizza: farina e sugo. Per quanto la mozzarella abbiamo in Polonia fornitori che la fanno nello stesso modo. Inoltre la mozzarella che deve fare tutta la strada dall’Italia non è poi così buona a causa della lunga data di scadenza e degli additivi.

Perché, dopo tutti questi anni, hai deciso di tornare in Polonia per aprire il tuo business?

In Italia non riesci a inventare niente di nuovo e di pizzerie come la mia ce ne sono tante, qui invece sono unico.

In che cosa quindi consiste la diversità della tua pizza rispetto alle altre che si può mangiare a Cracovia?

Soprattutto a Cracovia non esiste la pizza al taglio. Poi la mia pizza si compra in base al peso quindi tutti possono decidere quanta ne vogliono. Inoltre tutti i gusti sono nello stesso prezzo e ogni giorno c’è un gusto nuovo. Piena libertà.

È la famosa pizza con le patate? Se non sbaglio la fai solo tu?

La pizza con le patate è da fare solo come pizza al taglio. Sulla pizza rotonda la patata non si cuoce bene. Ovviamente non è semplice, tutto dipende dalla qualità del prodotto ma se ti piace una volta poi la scegli sempre.

Come sono stati gli inizi della pizzeria?

Nonostante lavori qui da tre anni per me ogni giorno è come il primo. Ci sono sempre clienti nuovi e quindi ogni volta si ripetono le stesse difficoltà come ad esempio la soprannominata educazione. Bisogna spiegare perché la pizza è fredda e va scaldata. Nelle pizzerie c’è la mia foto del 1991 a Roma. È una prova che il tempo passa anche per me (ride) e che non faccio la pizza da ieri e quindi ci si può fidare.

I polacchi tendono ad apprezzare solo quello che conoscono bene, i tuoi clienti sono aperti ai nuovi gusti?

Incontro tante persone aperte. Due anni fa è uscito un articolo che descriveva la mia pizzeria come quella in cui si può parlare della pizza e dove c’è sempre il proprietario. Non so quanto ma secondo me anche questo mi ha aiutato. Poi la conversazione è sempre la migliore pubblicità. Secondo me come clienti siamo contenti se qualcuno più esperto ci guida in qualche modo.

Hai aperto il secondo locale, un altro ancora aprirà a breve, qualche altro progetto hai in casetto?

Voglio crescere e aprire altri locali. Grazie ai nuovi punti vendita la pizza sarà sempre più conosciuta e anche la gente diventa più aperta. Il problema è avere personale con cui si lavora bene. Nonostante io faccia l’impasto per la pizza è difficile coordinare il lavoro nei posti di lavoro diversi. Di solito è più facile formare qualcuno che impara da zero invece di una persona che ha già lavorato con una pizza tonda.

Qual è quindi il segreto di una buona pizza?

Non esiste. Quello che conta è la buona volontà. Ognuno che si metta a fare una pizza deve sempre immaginarsi d’essere un cliente dall’altra parte del bancone, e quindi farla non solo nel modo migliore possibile ma anche come se volesse invitare le persone a casa propria e ospitarle nello stesso modo in cui lui vorrebbe essere ospitato. 

tłumaczenie it: Agata Pachucy

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Polonia: dal 30 maggio cade l’obbligo di indossare mascherine all’aperto

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Da quando è apparso il coronavirus in Polonia sono passati ormai quasi 3 mesi e Varsavia può dire di aver tenuto sotto controllo l’epidemia. Lo ha detto il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, in conferenza stampa assieme ai ministri della Cultura, Piotr Glinski, e della Sanità, Lukasz Szumowski. “Abbiamo combattuto la pandemia in modo molto più efficace dei paesi più ricchi del mondo. I morti provocati dal virus sono 27 per milione di abitanti”, ha detto il premier. Morawiecki ha poi annunciato che dal 30 maggio in Polonia si potrà uscire di casa senza l’obbligo di indossare mascherine all’aperto. L’obbligo resterà invece nei negozi, sui mezzi di trasporto, nelle chiese e in altri spazi analoghi. Il capo del governo ha detto inoltre che, a seconda dell’evoluzione della situazione epidemiologica, verranno prese decisioni in merito ai grandi eventi. Dal 30 maggio saranno possibili fino a un massimo di 150 persone. Riapriranno invece dal 6 giugno gli istituti di cultura, i cinema, i teatri e luoghi quali centri di fitness e palestre. Dalla lista restano escluse le discoteche. Dalla stessa data diventa possibile organizzare nozze e altri eventi familiari fino a un massimo di 150 persone.