Il primo volto del cinema a far innamorare folle di ammiratori in ogni parte del mondo, generando nello stesso momento enormi profitti per produttori cinematografi ci, fu quello di Rodolfo Valentino: misterioso rubacuori italiano che morì all’età di soli 31 anni.
Secondo i racconti della madre il piccolo Rodolfo non era un bravo ragazzo e non sembrava destinato ad avere successo nella vita. Sua madre proveniva da un
villaggio francese, le piaceva divertirsi e ballare. E proprio ad un ballo conobbe un giovane veterinario italiano, straordinariamente bello, Giovanni D’Antonguella, che lavorava per un circo itinerante. Fu un colpo di fulmine. Organizzarono velocemente le nozze e dopo il matrimonio si trasferirono in un paesino polveroso e poco attraente, Castellaneta, in cui il tempo si era fermato. Rodolfo nacque il mattino del 6 maggio 1895 e venne battezzato con il nome di Rodolfo Alfonso Raffaello Piero Filiberto Guglielmi di Valentina d’Antonguella. Nei ricordi della madre fi n dall’inizio il bambino si caratterizzò per la sua testardaggine, era un ribelle, disobbediente ed avventuroso. Aveva un bel viso da cherubino. Dopo anni le sue sorelle confessarono che era il fi glio preferito del padre e che la madre non era riuscita a tenerlo sotto controllo. Già da bambino smise di obbedirle, rifi utò persino di andare in chiesa, e quando la madre provava a obbligarlo lui gridava e sputava ovunque. Era un vero tormento, specialmente dopo che il padre lo portò con sé a visitare la provincia di Taranto in occasione della festa del nuovo millennio. In una grande città ebbe modo di vedere vita, altre prospettive e opportunità, automobili ed enormi edifici. Negli occhi di un bambino la piccola cittadina di Castellaneta diventò la cella di una prigione. Da questo momento fu determinato a lasciare il paesino. Fu educato dal parroco ma anche dalle donne sposate e dalle zitelle del paese. Rodolfo detestava studiare, ragione per cui il padre lo picchiava spesso e lo obbligava a frequentare le lezioni, però senza ottenere nessun effetto positivo. La futura stella del cinema saltava le lezioni e giocava negli uliveti, immaginando di essere un eroe mitico oppure un guerriero coraggioso. Adorava recitare diversi ruoli e mascherarsi; la sua fantasia era illimitata. Questa immaginazione lo portò all’età di cinque anni a sfregiarsi la guancia destra con un rasoio. La cicatrice l’accompagnò per tutta la vita; agli amici del cortile in cui giocava raccontava che si era ferito durante uno dei numerosi duelli, in cui, ovviamente, era uscito vincitore.
Il padre di Rodolfo morì quando lui aveva 11 anni, allora il ragazzo, con il fratello, dovette prendersi cura della madre e della sorella. “Dovette”, ma non lo fece con facilità, perché
invece di guadagnare per mantenere la famiglia, partecipava continuamente a risse, rubava gli ultimi risparmi dei vicini e perfino della propria madre. Rifiutò di mettersi a fare qualsiasi lavoro, era sempre più disobbediente e affascinato dal mondo erotico. Cominciò dai baci innocenti per poi passare alle conquiste sessuali di cui si vantava tra i suoi coetanei italiani. Nell’educazione di Rodolfo venne coinvolta tutta la famiglia, ma senza effetti. Un giorno uno dei cugini disse che se doveva essere un criminale era meglio che se andasse in America perchè così non metterebbe a repentaglio il nome della famiglia. E così fu, uno zio lo aiutò a stabilire contatti tra l’Italia e l’America. La partenza per il Nuovo Mondo coinvolse non solo la famiglia, ma anche i vicini che erano felicissimi di vederlo partire, tanto che contribuirono economicamente in modo che all’inizio avesse qualche soldo per mantenersi. Il 9 dicembre 1913 Rodolfo salì a bordo della nave da crociera Cleveland che stava per salpare verso New York. Per i propri cari l’unica cosa buona fatta da Valentino era lasciare l’Italia.
I primi mesi del suo soggiorno in America non furono né un sogno, né sicuramente la scoperta di un mondo migliore. Rodolfo non riusciva a mantenersi, cambiò parecchi lavori che non gli garantirono nemmeno una base per vivere. Girava la città in cerca di un lavoro migliore, a volte trascorreva la notte in strada o rimaneva da gente appena conosciuta. Per sopravvivere chiedeva l’elemosina nei ristoranti. Finalmente trovò un lavoro che gli permise di mettersi in sesto. Faceva il ballerino e il ragazzo in affitto, un gigolò che grazie alla sua straordinaria bellezza fece innamorare di sé le sue ricche clienti. In seguito si unì al gruppo itinerante dell’operetta con cui viaggiò fino a San Francisco, dove, su insistenza dell’attore Norman Kerry, si cimentò in un film. Fu in questo momento che cambiò il suo cognome in Valentino. All’inizio si trattava di film muti di scarsa qualità in cui contava un’interpretazione il più esagerata possibile. Durante i primi anni girò quasi venti film, la svolta però fu nel 1921, quando uscì il film “Cavalieri dell’Apocalisse” e in seguito l’ancora oggi iconico “Lo sceicco”. Entrambi riscossero grande successo, specialmente tra le donne. Valentino diventò il primo idolo maschile della cultura popolare a tal punto che quando dopo una visita in Europa si fece crescere la barba, le critiche dei fan lo costrinse a tagliarsela.
La fama di Rodolfo Valentino è legata a numerosi scandali, che erano ovviamente collegati a belle donne. Il suo primo matrimonio con Jean Acker finì dopo alcuni mesi. Tutto a causa
del fatto che l’attrice del cinema muto non voleva avere rapporti sessuali con il giovane sposo (apparentemente era una lesbica che acconsentì al matrimonio per salvare la sua carriera cinematografica ormai al crepuscolo). In seguito nella sua vita fece la sua comparsa Natacha Rambova, una scenografa e costumista, che Valentino sposò nel 1922, prima della finalizzazione del divorzio con Acker, il che suscitò grande scandalo. Solo qualche giorno dopo il matrimonio i funzionari lo fermarono e lo arrestarono con l’accusa di bigamia. Il matrimonio tra Valentino e Rambova venne dopo poco annullato ed essi si sposarono di nuovo nel 1923. Molte persone dell’ambiente affermavano che Rambova, almeno in parte, fu la causa della rovina di Valentino. La maggior parte dei suoi amici la ritenevano assurdamente possessiva e tossica per la sua carriera. E così fu, la grande stella cominciò a sbiadire. Il cinema muto fin dagli anni 20 iniziò ad essere superato come il viale del tramonto del film di Billy Wilder. Valentino era spesso sulle copertine dei giornali che parlavano del suo critico stato di salute. Probabilmente soffrì di depressione.
Nella figura di Valentino c’è un aspetto rimasto irrisolto fino ad oggi. Considerando la sua mascolinità, la cura del corpo, l’atteggiamento, gli abiti perfettamente scelti, si vociferava di una sua possibile omosessualità. Nella lista dei suoi amanti si sarebbero trovati l’attore mexicano Ramón Novarro o il poeta francese Jacques Hebretot. Gli articoli sulle sue avance verso i maschi apparivano sempre più spesso nella stampa. Per smorzare i pettegolezzi Valentino iniziò ad interessarsi al pugilato e, per sottolineare la mascolinità, partecipò persino a qualche incontro di boxe.
Nell’agosto del 1926 Valentino ebbe un collasso nervoso mentre si trovava in un albergo a
New York. Si racconta che per alcuni giorni non sarebbe uscito dalla camera. Una notte cadde improvvisamente e dopo esser stato ritrovato, fu portato in ospedale. I medici gli diagnosticarono una ulcera. Il suo stato non migliorò dopo l’intervento, al contrario peggiorò. Lunedì 23 agosto, al mattino presto parlò con i medici del suo futuro, per morire solo qualche ora dopo, alla giovane età di 31 anni.
Natacha fu informata della tragica notizia nel suo castello in Francia. Ricevette un telegramma con l’informazione della morte del suo ex marito e cadde in una grande depressione. Si chiuse nella sua camera per qualche giorno. Rifiutò cibo, contatti, conversazioni o commenti sulla morte di Valentino. Anche Jean Acker si rifiutò di rilasciare dichiarazioni, annunciò solo che Valentino era morto e che non valeva la pena di aggiungere nient’altro. La reazione più scioccata fu quella di Pola Negri. La notizia le arrivò quando era in un albergo a Hollywood, dove lavorava giorno e notte sulle scene finali del film “L’ultimo addio”. Dopo aver appreso la notizia della morte di Valentino l’attrice svenne. Dopo un attimo la disperazione passò all’isteria e iniziò a chiamare il defunto, in polacco ed in inglese. Il medico dell’albergo con l’ausilio del dottore personale dell’attrice riuscirono a calmarla somministrandole dei sedativi. Il giorno stesso sui giornali si poteva leggere: “La celebrità ha avuto un collasso che le rende impossibile rilasciare qualsiasi dichiarazione, i lavori sui film sono stati sospesi.”
Le persone che aspettavano l’attrice davanti all’ospedale ebbero per prime la notizia della morte del grande seduttore e reagirono con la stessa emotività. Dopo pochi minuti le donne radunate sotto l’ospedale cominciarono a piangere e gridare. “Rudi è morto” urlavano in coro. Alcune caddero sul marciapiede, altre svennero. La polizia fu costretta ad entrare in azione sollevando da terra le ammiratrici sconvolte. Dal trambusto davanti all’ospedale, la notizia ai tempi non ci fossero internet e i cellulari, si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Giornali e radio si scatenarono e la morte di Valentino fu la notizia principale per alcuni mesi. Era morta una leggenda, il seduttore per eccellenza del mondo del cinema. Nelle città di tutta l’America le donne si accamparono sotto le edicole per ore, solo per comprare i giornali che riportavano il suo necrologio. Le tirature andarono esaurite in un attimo. Quando l’altra star, Charlie Chaplin venne a sapere della morte di Rodolfo confessò: “La morte di Rudolph Valentino è una delle tragedie più grandi nella storia di cinema.”
Quello che successe dopo la pubblicazione dell’informazione della morte di Valentino superò tutte le aspettative. Ci fu un lutto globale, scontri, atti di isteria da parte dei suoi ammiratori. L’ultimo desiderio dell’attore fu l’esposizione pubblica del suo corpo alla vista dei fan. Il personale delle pompe funebri lavorò tutta la notte per preparare il corpo all’esposizione con un trucco adeguato. La salma venne vestita con un abito elegante, come se fosse la cerimonia degli Oscar, la bara era di bronzo e argento, come se fosse un membro della famiglia reale. Inoltre, nell’obitorio, 4 guardie delle Camicie nere (presumibilmente mandate da Mussolini) vegliavano la bara. Un’indagine successiva rivelò che l’obitorio le aveva assunte come mossa promozionale.
Il suo corpo fu esposto nella chiesa di San Malachia. Decine di migliaia di persone vollero dare il loro addio all’attore, non di rado sull’orlo di crisi nervosa. La folla pressava la polizia di New York responsabile del mantenimento dell’ordine dell’avvenimento. The Smithsonian stimò che la folla fuori dell’obitorio era di circa centomila persone. Alla fine scoppiarono rivolte, i fan in lutto volevano a tutti i costi vedere per l’ultima volta “il seduttore italiano”. Ci furono anche suicidi. Il funerale di Valentino fu un evento trasmesso alla radio per poi divenire oggetto di discussione in tutto il mondo. Alla cerimonia, ovviamente, era presente Pola Negri che per la gioia dei giornalisti svenne un paio di volte. Secondo l’attore Ben Lyon nel giorno del funerale chiese agli organizzatori di posizionare sulla bara di Valentino una composizione floreale con la scritta “P-O-L-A”.
A quanto pare tra le ultime parole pronunciate da Valentino in punto di morte ci fu la frase: “Non tirate giù le tende. Mi sento bene. Voglio essere salutato dalla luce del sole”. E fu così. Non morì nell’ombra, ma nella luce, come un tempo. Per decenni, dopo la morte di Valentino, ogni anno, nell’anniversario della sua morte sulla sua tomba arrivava una donna misteriosa velata di nero per posare una sola rosa sulla lapide. Alla fine emerse che questo gesto consisteva in una trovata pubblicitaria con lo scopo di mantenere d’attualità il fenomeno della star del cinema.
Tłumaczenie it: Milena Lachendo, Marzena Wójcik














impreziosire lo scenario, mi sono subito diretto al mio primario obiettivo, protagonista assoluto della visita: la Sella del Diavolo. Come in tutti i casi, e in Italia vi sono esempi a bizzeffe, in cui il nome di un luogo richiama direttamente la fi gura mefi stofelica, se ne rintracciano le origini in qualche leggenda. Nel caso della Sella del Diavolo si narra di una battaglia celeste tra angeli e demoni, che non solo ha dato vita per l’appunto alla denominazione “malvagia” del promontorio, ma anche di contro a quella dell’insenatura marittima che lo accoglie, ossia il Golfo degli Angeli.
tra ginepri e arbusti vari. Il cammino prosegue affi ancando la protetta zona militare, prima che si apra dinnanzi a noi un vastissimo panorama, nel quale spicca tra gli altri la spiaggia del Poetto, nei suoi ben dodici chilometri di litorale. Anche da questo versante, dal porticciolo di Marina Piccola, è possibile avere accesso al promontorio, con un sentiero alternativo. Proseguendo il percorso lungo la cresta si comprende effettivamente sempre più come la Sella separi di netto le due citate spiagge, e come costituisca realmente un palcoscenico di privilegio per apprezzare appieno la bellezza mozzafi ato del golfo.
sempre legata al mondo punico e l’altra più piccola di fondazione romana, il perimetro di una chiesa dedicata dai monaci vittorini a Sant’Elia, santo protettore della città che si racconta sia stato martirizzato proprio qui, ed una torre di guardia riconducibile all’epoca della dominazione spagnola. Non mancano più avanti nel tragitto anche tracce di strutture della Seconda Guerra Mondiale.
Iniziando la discesa dopo le cisterne, per completare una sorta di anello sul colle, si nota in basso in lontananza una nicchia lucente, un triangolo cristallino di acqua tra rocce e vegetazione che riluce ed attira: lì nascosta c’è la spiaggia di Cala Fighera. Man mano che ci si avvicina, avventurandosi nella vegetazione, attraverso incerti sentieri, la nicchia lucente si allarga fi nchè non ci troviamo al cospetto di questo piccolo angolo di paradiso protetto; e qui le parole si fermano, come me nella contemplazione di questa meraviglia, con i piedi a mollo in un’acqua dalla trasparenza mai vista prima altrove. E lo stupore prosegue anche risalendo e avanzando sulla via del ritorno tra le rocce, quando la vista della piccola baia dall’alto regala un’ultima cartolina indelebile, prima di lasciarsela alle spalle e ricongiungersi con la strada per Calamosca, al termine di una favolosa immersione naturale in uno dei simboli di Cagliari. E lo stupore per questo luogo rimane indelebile nel tempo.

Cillepi, sostenuto da 25 volontari, è stato l’occasione per immergersi nelle diverse culture, tradizioni, lingue degli stranieri che vivono e lavorano in Polonia, tra questi i marocchini che saggiamente hanno adottato come base per la squadra una tenda vicino all’entrata dei campi, struttura rivelatasi utilissima quando il sabato ha improvvisamente diluviato per un’ora. Un momentaneo abbassamento della temperatura che ha spinto gli italiani, vestiti con un elegante, non poteva essere altrimenti, completino azzurro, a tirare fuori le coperte e una bottiglia di vino, manco fossero ad una partita di
hockey su ghiaccio. Un paio di strepitosi colbacchi delle steppe hanno reso facilmente riconoscibile la squadra uzbeka che tra l’altro è stata una delle rivelazioni del torneo. Poco più in là una cassa wireless diffondeva senza sosta le note nostalgiche della bossanova, così i giocatori brasiliani cercavano di ricreare una atmosfera familiare per dimenticare il clima di una Polonia fredda anche in maggio. In zona, anche per assonanza d’idioma, c’era la squadra portoghese che ha avuto il grande merito di schierare anche una brava calciatrice donna. Altra compilation musicale invece per gli algerini che
sedevano di fianco ai vietnamiti, paesi che si sono ritrovati a sfidarsi ai quarti di finale. Ah a proposito il torneo l’ha vinto l’Ucraina battendo in finale l’Algeria che aveva eliminato agli ottavi l’Italia! Gli azzurri dopo un girone quasi perfetto in cui hanno battuto Ghana e Ucraina (il sabato aveva qualche assenza importante) e pareggiato con Tunisia e Portogallo senza esser stati mai un solo minuto in svantaggio sono stati fermati dall’Algeria sul 2-2 nei tempi regolamentari per poi perdere ai rigori. Questi gli azzurri scesi in campo: Giuseppe Berardone, Gennaro
Caputo (10 gol in 4 partite!), Alessandro Padovani, Michele D’Errico, Gabriel Di Cesare, Andrea Gigante, Valerio Polchi, Claudio Ascani, Alessio Solazzo, Enrico Daniel Monti, Giovanni Genco, Riccardo Rosi, Marcello Arachi, più il portiere polacco Konrad Dymalski e il selezionatore-scrivente Sebastiano Giorgi. In attesa della prossima edizione ricordiamo e ringraziamo le istituzioni e le aziende che hanno sostenuto l’evento: Save the Dream, GaragErasmus Foundation, Com.It.Es Polonia, Bona Fides, KKM Biuro Rachunkowe, Capgemini, WiPjobs Recruitment, WhyEurope, Jan Olbrycht, Sportowa Liga Firm, Sapore d’Italia, Argos Lubelscy i Wspólnicy, Wellcome Home, Angolo Italiano, Newtechlab, SocialOwl, BaseCamp, Gazzetta Italia, Keywords studios.



trascorsa a Venezia e dei suoi viaggi in altre città italiane: Firenze, Milano, Roma e Verona. La seconda sarà dedicata al soggiorno dell’artista a Dresda, dove lavorò per la corte di Wettin per più di vent’anni – con un’interruzione quando, dopo lo scoppio della Guerra dei Sette Anni in Europa, dovette cercare lavoro a Vienna e Monaco. L’ultimo periodo di vita e di lavoro del pittore fu a Varsavia, dove lavorò per il re Stanislao Augusto e per i rappresentanti dell’aristocrazia. Nel Castello Reale di Varsavia, in una sala progettata su ordine del re polacco, si può ancora oggi ammirare una serie di 22 vedute di Varsavia e dei suoi dintorni, che costituiscono la più grande serie esistente di dipinti di Bellotto.
dalla National Gallery e dal British Museum di Londra, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, dal J.P. Getty Museum di Los Angeles, dal Fitzwilliam Museum di Cambridge, dalla Manchester Gallery of Art, dal Museo Capodimonte di Napoli, dalla Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano, dai Musei Reali di Torino e dalla Gemäldegalerie di Dresda.
Si tratta della prima mostra nella storia della museologia polacca che presenta tutte le fasi della carriera dell’artista e l’evoluzione del suo stile: Bellotto si è rapidamente svincolato dallo stile del suo maestro Antonio Canal e ha introdotto nelle sue opere: elementi realistici, contrasti espressivi di chiaroscuro, un insieme di colori più freddi.
Stanislaw August a Wola – la prima è stata presa in prestito dal Museo Nazionale di Poznan, la seconda è un’esposizione permanente del Castello Reale: esse differiscono per l’insieme di figure in primo piano: la prima selezione di nobili – figure reali dell’entourage del Re – non era adatta al Re, motivo per cui fu creata la seconda versione.



Sono nata ad Edimburgo, in Scozia, un po’ per sbaglio, ho trascorso i primi anni della mia vita a Roma e poi ho vissuto a Venezia fino alla fine del liceo.
quindi mai e poi mai mi sarei potuta perdere la mostra “The art Of The Brick”, una mostra meravigliosa in cui si possono vedere circa un milione di mattoncini lego trasformati in sculture dall’artista Nathan Sawaya.
Nel 1980 il grande storico Argan disse “L’arte è morta”. L’arte sarebbe potuta sopravvivere solo con l’utilizzo di nuovi materiali, di nuove forme, di nuove idee e tecnologie. La Pop Art, l’arte povera e l’Optical dimostrarono che l’arte poteva uscire dai “vecchi” binari e presentarsi al mondo sotto altre vesti.
difenderci dall’invecchiamento precoce, andando a letto presto.
Dietro mio suggerimento sono entrate a far parte di questo volume alcune delle poesie che più acutamente esprimono le aspirazioni di cui si è detto sopra. Un sentiero di scoperta in parte divergente è stato seguito dall’autrice del progetto. Essa ha ricercato quanto potesse restituire la Łemkowyna che lei ha conosciuto e vissuto attraverso racconti, immagini e il contatto diretto con il paesaggio, manifestando al contempo l’individuale sensibilità di ciascun poeta. Per me il suo sguardo è molto prezioso poiché consente di stemperare almeno in parte il saldo imperativo che io stessa serbo, rispecchiando non tanto i bagliori derivanti dalla spaccatura quanto invece i contorni di un’immagine artistica e spirituale sorprendentemente omogenea. In questa prospettiva le personalità artistiche degli autori vanno ad integrarsi, completarsi a vicenda sotto uno sguardo inedito, senza che con ciò ne vada perso il valore precipuo, ne venga alterato il significato, il quale risulta anzi approfondito.