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Home Blog Page 95

Donne di mafia, quale emancipazione?

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I giudici Falcone e Borsellino

Tutte le storie sulla mafia sono raccontate dal punto di vista maschile, nei saggi dedicati si usano di solito le testimonianze dei boss di mafia o dei poliziotti, avvocati e giudici. La voce delle donne diventa però sempre più presente a causa dei cambiamenti fondamentali che riguardano la posizione e i diritti delle donne, avvenuti nelle società occidentali negli ultimi decenni. Prima di analizzare la posizione attuale delle donne nelle mafia italiana vale la pena esaminare il loro ruolo tradizionale in queste strutture.

Le donne sono l’elemento cruciale della rete dei collegamenti sui quali è basato il funzionamento della mafia, la costruiscono e la rafforzano sia in modo attivo che passivo. Il compito più importante della donna è essere madre, inculcando nei bambini lo specifico codice culturale (per esempio i termini come vendetta o omertà) e la divisione dei ruoli secondo il genere. L’apoteosi del ruolo della madre è probabilmente legata all’archetipo della Madonna con il Bambino, che definisce il fine ultimo e il senso della vita delle donne: la maternità. In tali condizioni le donne rafforzano il culto della maternità, perchè è l’unico modo per guadagnare il rispetto o ottenere un’autonomia almeno parziale. Donne che hanno anche il compito di incitare alla vendetta esercitando pressioni sugli uomini della famiglia, ricorrendo alla relazione tra “la mascolinità” e l’ottenere la vendetta. La mancata difesa dell’onore macchiato porta con sé il senso di vergogna, debolezza e codardia, che sminuisce la “mascolinità”. Accade però che a volte per porre fine al bagno di sangue di una faida tra famiglie mafiose rivali la donna viene data in sposa ad un membro del clan ostile e in questo caso viene ridotta ad oggetto. In questo contesto è importante notare il simbolismo del sangue: il sangue vergine della sposa annulla il sangue versato dalla sua famiglia nella lotta per la supremazia.

Oltre alle tendenze sociali che hanno cambiato la posizione della donna sia nella società che nei rapporti con gli uomini, l’estensione delle attività della mafia (in particolare nel traffico della droga) ha anche influenzato i cambiamenti del ruolo di donna nelle attività criminali della mafia.

All’inizio le donne furono coinvolte nel trasporto della droga come corrieri, il che era dovuto soprattutto al modo in cui le donne si vestivano e alla forma del loro corpo che permettevano di nascondere efficacemente i pacchi di droga sotto l’abbigliamento. Successivamente l’attività criminale invase lo spazio fortemente legato alle donne, cioè la cucina; la droga veniva confezionata proprio lì. Marina Pino, giornalista italiana, ha raccolto le storie di donne coinvolte nel traffico di droga nel suo libro Le signore della droga. Come risulta dalle sue indagini, le donne non spendevano soldi per particolari investimenti ma solo per le spese quotidiane. La mafia sfruttò la disperazione delle donne dovuta alle tragiche condizioni economiche, ma anche alla loro preoccupazione per le famiglie e le spinse non solo ad avere un ruolo nel traffico di droga (p.e. negli Stati Uniti), ma anche alla prostituzione contro la loro volontà. Nonostante il coinvolgimento delle donne nelle attività criminali della mafia, la loro posizione non è migliorata. Al contrario venivano loro affidati i compiti più rischiosi e meno redditizi, quelli che gli uomini non volevano più svolgere.

Inoltre le donne cominciarono a far parte dell’attività criminale della mafia tramite il loro coinvolgimento nel ruolo di corrieri che trasmettevano le informazioni e gli ordini tra i membri della mafia e i boss quando questi erano in carcere oppure si davano alla latitanza. Un interessante esempio di questa strategia è la storia di Cinzia Lipari, che sfruttò la sua posizione di avvocato per aiutare suo padre a dirigere dal carcere l’organizzazione criminale. Mentre il padre scontava la pena, Cinzia Lipari gestiva il patrimonio e in un certo senso dava gli ordini ai subordinati, sempre però sotto l’influenza del padre. Cinzia raggiunse una posizione di solito riservata agli uomini anche se il suo potere era comunque limitato dalle decisioni superiori del padre.

A partire dal 1992, quando furono uccisi i giudici Falcone e Borsellino, lo Stato italiano intensificò la lotta contro la criminalità organizzata, con il risultato che nelle strutture mafiose, fortemente colpite dall’azione di polizia e magistratura, si liberarono molti ruoli di vertice che vennero ricoperti da donne affidabili: mogli, sorelle e figlie dei boss imprigionati. Le donne che salirono al potere in questo modo garantivano agli uomini separati dal mondo la continuità del loro potere, soprattutto in caso di rivalità tra i clan. Se il boss cedeva il potere ad un uomo c’era il rischio che questo volesse mantenere questo ruolo in modo perenne. Rischio che invece non c’era quando a sostituire provvisoriamente il boss era una donna, il che illustra con estrema chiarezza che il potere della donna non è mai al livello di quello dell’uomo.

Vale la pena impiegare il concetto di “pseudoemancipazione” introdotta da Ombretta Ingrascì, studiosa del ruolo delle donne nelle strutture di mafia. Le donne, sia svolgendo i ruoli tradizionali, ad esempio crescendo i bambini nel rispetto del codice d’onore o incitando gli uomini alla vendetta, che dedicandosi ai ruoli tradizionalmente riservati agli uomini, sono soggette comunque al potere maschile. Il potere degli uomini sulle donne è una parte immanente delle struttura della mafia. Non esiste dunque la possibilità di ridefinire il concetto di “femminilità” al di fuori dell’ottica della maternità, ovvero attraverso una evoluzione personale delle donne tramite l’istruzione. I cambiamenti avvenuti nel corso degli anni del ruolo e della posizione delle donne di mafia mostra che, pur avendo accresciuto il loro potere, non si è mai arrivati ad una vera e propria emancipazione.

Ricostruzione di Aleje Jerozolimskie grazie al progetto ‘’Nuovo centro di Varsavia’’

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Il sindaco di Varsavia ha annunciato durante la conferenza di giovedì che vuole ricostruire Aleje Jerozolimskie. In base al progetto ‘’Nuovo centro di Varsavia’’, la rotonda di Dmowski e la rotonda de Gaulle si trasformeranno in incroci stradali, che sarebbe più favorevoli al traffico, ha detto Michał Olszewski, vice sindaco di Varsavia. Per trasformare le vecchie ‘rotonde’ stradali in moderne incroci più efficienti si dovrà fare il restringimento delle corsie. I lavori dovrebbero essere completati nel 2027 o nel 2028. Gli automobilisti non saranno soddisfatti dei cambiamenti. Il sindaco di Varsavia  ha stretto un accordo con le ferrovie che hanno pianificato la modernizzazione e la ricostruzione della linea per gli anni 2023-2027. Tuttavia, più spazio dovrebbe essere previsto per i ciclisti. Si prevede di piantare una fila di alberi tra la strada e la ciclabile. Ci saranno passaggi pedonali, nonché fermate degli autobus e tram e piste ciclabili. Come ha detto Łukasz Puchalski, direttore dell’Autorità municipale per le strade, la ricostruzione di Aleje Jerozolimskie “è un piano a lungo termine”. I documenti di progettazione devono essere pronti entro la fine dell’anno.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C875900%2Caleje-jerozolimskie-w-warszawie-maja-byc-zwezone-rondo-dmowskiego-i-rondo

[Aggiornamento 20.05.2021] Situazione attuale in Polonia rispetto all’epidemia di COVID-19

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In Polonia questa settimana si sono registrate ancora nuove infezioni da COVID-19, ma si conferma la diminuzione dei casi giornalieri.

Il numero complessivo dei casi attivi è sceso a 174.831 (settimana scorsa 189.990), di cui in gravi condizioni 1.309 (settimana scorsa 1.772), ovvero circa l’ 0,7% del totale.

Gli ultimi dati mostrano un numero di nuovi casi nelle ultime 24 ore di 2.086 nuove infezioni registrate su 55.300 test effettuati e 250 morti. Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato ancora alto, ovvero 1.479, in netto calo rispetto ai 2.028 morti registrati nella settimana precedente.

Il Voivodato della Grande Polonia (274), la Slesia (238) e la Masovia (236) sono i Voivodati maggiormente interessati da nuovi casi.

Attualmente la situazione nelle strutture sanitarie polacche è sotto controllo, con 9.713 malati ospedalizzati e 1.309 terapie intensive occupate.

Prosegue la campagna vaccinale in Polonia, attualmente sono state effettuate 16.812.136 vaccinazioni per COVID-19, di cui 12.125.653 prima dose (32,1%) e 4.995.207 seconda dose oppure Johnson & Johnson (13,2%).

Continua il processo di alleggerimento delle restrizioni attualmente in vigore. Sono aperti al pubblico centri commerciali, negozi, saloni di bellezza, parrucchieri, musei e gli hotel.

Da sabato 15 maggio sono aperti bar e ristoranti con servizio all’aperto sotto stretto regime sanitario e distanziamento dei tavoli, nonché non è più in vigore l’obbligo di indossare mascherine all’aperto.

A partire dal 28 maggio è prevista la riapertura delle attività al chiuso, tra cui anche le palestre e gli impianti sportivi al chiuso con limite di 1 persona per 15m2.

Per quanto riguarda gli sposamenti, resta in vigore l’obbligo di quarantena di 10 giorni per gli ingressi in Polonia, anche da paesi europei salvo presentazione di test COVDI-19 negativo PCR molecolare o test antigenico effettuato nelle 48 ore precedenti l’ingresso.

Per gli ingressi in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen è prevista quarantena automatica obbligatoria, fino alla presentazione di un test negativo effettuato in Polonia successivamente all’ingresso, ad esclusione delle persone vaccinate per il COVID-19.

Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia.

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Informazioni per i cittadini italiani in rientro dall’estero e cittadini stranieri in Italia tra cui le risposte alle domande:

  • Ci sono Paesi dai quali l’ingresso in Italia è vietato?
  • Sono entrato/a in Italia dall’estero, devo stare 14 giorni in isolamento fiduciario a casa?
  • Quali sono le eccezioni all’obbligo di isolamento fiduciario per chi entra dall’estero?
  • E’ consentito il turismo da e per l’estero?

Per gli spostamenti da e per l’Italia a questo link le informazioni del Ministero degli Esteri:
https://www.esteri.it/mae/it/ministero/normativaonline/decreto-iorestoacasa-domande-frequenti/

La situazione Polonia verrà aggiornata all’indirizzo: www.icpartners.it/polonia-situazione-coronavirus/

Per maggiori informazioni:
E-mail: info@icpartnerspoland.pl
Telefono: +48 22 828 39 49
Facebook: www.facebook.com/ICPPoland
LinkedIn: www.linkedin.com/company/icpartners/

Calabria fuori percorso: Rossano

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“Sai quante cose meravigliose ci sono in Calabria che nemmeno i calabresi conoscono!”, mi hanno detto. Ho risposto “neanche io, visto che non lo sanno nemmeno i calabresi”. Così siamo andati a vedere il Codex che conta ben più di 1500 anni, ed il quale arrivò al sud dello stivale italiano, probabilmente dai lontani territori della Siria.

Era la mia seconda visita a Rossano, un piccolo paese situato su una delle colline della Calabria, in provincia di Cosenza. A quanto pare, anche i luoghi apparentemente insignificanti dello stivale italiano, piccole località, raramente menzionate anche nelle guide piú lette, nascondono dei tesori locali frutto di una storia secolare e offrono al contempo il dono più prezioso per i viaggiatori, ovvero un pizzico di una quotidianità che a volte si presenta gioiosamente rumorosa e l’altra volta piacevolmente tranquilla.

Pertanto, prima di dirigere i nostri passi verso il museo, collocato in una carina strada stretta, presso la Cattedrale di Santa Maria Acheiropita, vi invito a fare un giro nella parte antica di una Rossano incantevole.

Una Rossano pigra

Iniziamo la nostra gita, dirigendoci verso la Piazza della Vittoria, dove è situato il monumento ai caduti della prima e seconda guerra mondiale. Dalla piazza c’è una bella vista sulla zona circostante e sulla costa. Guardate a destra, dove sulle scarpate irregolari ci sono collocati dei palazzi residenziali, costruiti sopra una strada tortuosa. Da lì, percorreremo corso Giuseppe Garibaldi fino alla Piazza Matteotti. Seguendo le stradine strette, ogni tanto lasceremo passare dei veicoli. Per quanto non mi sorprendevano più i motorini, continuavo però ad ammirare quelli che in macchina riuscivano a fare delle manovre quasi impossibili nei vicoli strettissimi e tortuosi. Molto spesso, nuvole di fumo salivano, i motori ringhiavano come matti quando partiva una fila di piccole Fiat 500 che alcuni istanti prima erano bloccate ad una curva, in una stradina che saliva quasi verticalmente.

In Piazza Santi Anargiri, ci arriverà alle orecchie un’allegra risata proveniente dai piccoli negozi aperti. Nei bar vicini i ventilatori gireranno pigramente, il cui rumore verrà accompagnato da quello della macinatura di un caffè fresco. Lì, vale la pena fermarsi e provare un ottimo gelato e caffè alla caffetteria Tagliaferri, fondata nel 1900 da Giuseppe Tagliaferri, che fino ad oggi funziona come caffettiera gestita dalla stessa famiglia.

Poi, seguendo via Labina e una tortuosa via Duomo, arriviamo alla Cattedrale, dove in via Arcivescovado si trova il museo. Il biglietto d’ingresso costa 5 euro ed il prezzo include una visita guidata e l’ingresso al Museo Diocesano, dove si può ammirare la collezione della diocesi conservata per secoli.

Il Codex di Rossano

Il Codex di Rossano

Il Codex Purpureus Rossanensis, manoscritto risalente al VI secolo, viene conservato in una piccola stanza buia ad una temperatura costante di 18-20 gradi. La visita inizia con un breve film documentario che racconta la storia del manoscritto, dalle sue origini fino all’arrivo a Rossano. Esso probabilmente arrivò in Calabria nel VIII secolo, portato da un gruppo di monaci in fuga dall’invasione araba. I monaci volevano proteggere il documento dalla distruzione. A Rossano esso divenne proprietà dell’arcivescovo locale.

I dettagli di ciascuna delle carte, dei disegni e del testo ci vengono mostrati su un grande schermo. Davanti a noi invece, dietro una vetrina espositiva, giace quell’enorme libro di più di 300 pagine. Il museo, volendo garantire la conservazione del manoscritto, decise di girare solamente una pagina all’anno. Il Codex viene chiamato “purpureo” a causa del colore rossastro della pergamena realizzata con pelle di agnello. Il manoscritto contiene il testo integrale del Vangelo di Matteo ed il testo incompleto del Vangelo di Marco, preceduti da 15 pagine (in originale ne furono probabilmente 17) su cui possiamo ammirare le miniature colorate raffi guranti le scene della vita di Gesù. Su ogni pagina il testo è diviso in due colonne. Le prime tre righe di ogni Vangelo furono scritte in oro, mentre il resto del testo in argento. Vale la pena notare che gli unici segni di punteggiatura presenti nel manoscritto sono i punti al termine delle singole frasi. Alla fine della presentazione della guida, tutti hanno l’opportunità di ammirare da vicino, per quanto possibile, il manoscritto e la perfezione di ciascuno dei disegni e l’irregolarità delle lettere dovuta alle mani tremanti dell’autore dell’opera.

Le altre sale del museo, suddivise in epoche dai tempi antichi attraverso il Rinascimento fino al XIX secolo, ci raccontano la storia della città tramite diversi oggetti conservati dalla diocesi. Tra di essi, vi si trovano le monete, le colonnine di marmo, i manoscritti e un dipinto che racconta la storia del quadro della Madonna Achiropita, il quale è possibile ammirare nella cattedrale.

Il museo, anche se nascosto tra le stradine strette, i vicoli ed i palazzi, gode dell’interesse degli abitanti locali, soprattutto nel periodo delle vacanze estive. Vengono con i bambini, che seguono con attenzione il movimento delle dita della guida su un piccolo schermo del tablet. E così, una misteriosa storia può anche essere nascosta tra le mura poco appariscenti di un piccolo paese della Calabria.

foto: Karolina Romanow

“Copernico” di Matejko alla National Gallery di Londra, prima volta di un artista polacco

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Venerdì alla National Gallery verrà aperta al pubblico la mostra “Conversazioni con Dio: Copernico di Jan Matejko” il cui elemento principale sarà il dipinto preso in prestito da Collegium Novum dell’Università Jagellonica “L’astronomo Copernico, o Conversazioni con Dio”. È la prima volta che un dipinto di un artista polacco viene portato alla National Gallery. Christopher Riopelle, il curatore della mostra ha detto che la scelta di Matejko come primo pittore polacco alla National Gallery e proprio di questo dipinto era chiara: “Matejko è un personaggio significativo, ma non è molto conosciuto fuori dalla Polonia. Invece Copernico, lo conoscono tutti”, ha detto Riopelle. Gabriele Finaldi, il direttore della galleria ha aggiunto che Copernico consente di far conoscere Matejko al pubblico e spera che aprirà la strada ai prossimi dipinti polacchi. Il quadro ad olio “L’astronomo Copernico, o Conversazioni con Dio” risalente al 1873 è stato dipinto per celebrare il 400⁰ anniversario della nascita di Niccolò Copernico. Faranno parte della mostra anche l’esemplare dell’opera più importante di Copernico “De revolutionibus orbium coelestium”, gli strumenti astronomici e l’autoritratto di Matejko. La mostra sarà aperta fino al 22 agosto.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C874922%2Cnational-gallery-london-kopernik-matejki-przetrze-szlaki-dla-polskiego

Dell’imperfetto passato

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Dire che l’uso dei tempi passati in italiano è un incubo per molti studenti stranieri non è un’esagerazione. Da un lato, soprattutto a prima vista, il loro uso sembra essere abbastanza piacevole ma dopo un attimo di riflessione e pratica ci fa porre però sempre più domande.

Riassumiamo prima le regole generali dell’uso dei tempi passato prossimo e imperfetto.
Il passato prossimo si usa:

  1. Per esprimere un’azione compiuta nel tempo passato ad es.
    Ho comprato le scarpe. Kupiłem(am) buty.
    Abbiamo fatto una bella vacanza. Spędziliśmy super wakacje.
  2. Per esprimere un’azione che dura per un definito periodo di tempo ad es.
    Paolo ha lavorato in banca per 10 anni. Paweł pracował 10 lat w banku.
  3. Con una sequenza di azioni che succedono l’una dopo l’altra ad es.
    Mi sono svegliata, mi sono lavata, ho fatto colazione e sono uscita. Obudziłam się, umyłam się, zjadłam śniadanie i wyszłam.

L’imperfetto invece si usa:

  1. Nella descrizione dello stato emotivo, dell’aspetto fisico o sentimenti ad es.
    Era una bella ragazza, era snella ed aveva i capelli lunghi. To była ładna dziewczyna, była szczupła i miała długie włosy.
    Erano tristi e delusi. Byli smutni i rozczarowani.
  2. Per esprimere le azioni ripetitive
    Da piccolo andavo al mare ogni estate. Jak byłem mały jeździłem nad morze każdego lata.
  3. Quando due azioni si svolgono contemporaneamente:
    Stiravo e guardavo la tv. Prasowałem(am) i oglądałem telewizję.

A queste definizioni si aggiunge di solito anche un esempio in cui si usano tutti e due i tempi in una frase dove un’azione espressa in imperfetto fa da sfondo per un’altra in passato prossimo che la interrompe ad es.

Quando andavamo al mare abbiamo incontrato i nostri vicini.
Kiedy jechaliśmy nad morze spotkaliśmy naszych sąsiadów.

Tutte le regole ci fanno fare, a noi polacchi che studiamo la lingua italiana, un paragone tra questi tempi e quelli in polacco che sono il tempo compiuto e incompiuto. Infatti, possiamo provare a fare questo tipo di semplificazione, alla fine ce la dobbiamo cavare in queste complicatezze della nostra adorata lingua italiana ma c’è un ma: questa soluzione non vale sempre, ricordiamo quindi alcuni casi dove quel modo di pensare non funziona:

a) L’ingannevole sempre – zawsze. E’ vero che ci si possa aspettare che la parola sottolinei il carattere ripetitivo di un’azione però è anche vero che alla parola sempre piaccia il passato prossimo, diciamo che stanno bene insieme ad es

Ti ho sempre detto. Zawsze ci mówiłem (am)

Per mettere la parola sempre accanto all’imperfetto ci vuole un forte contesto di un’azione che si ripete e quindi ad un esempio dato in precedenza. “Da piccolo andavo al mare ogni estate.” Jak byłem mały jeździłem nad morze każdego lata, possiamo aggiungere la parola sempre giusto per enfatizzarlo ancora.

b) Una situazione simile riguarda le espressioni una, due, tre volte etc, ci può sembrare che alcune volte signifi chino che qualcosa si ripete ebbene osservate queste frasi:

Ho telefonato tre volte a mia madre ma lei non c’era.
Dzwoniłam(em) trzy raz do mojej mamy, ale jej nie było.
Sono stato due volte a Parigi. Dwa razy byłem w Paryżu.

Alla fine è solo l’informazione che qualcuno ha fatto qualcosa più di una volta ma non vuol dire che la cosa si doveva ripetere.

c) Bisogna fare anche attenzione ai verbi che automaticamente vogliamo usare in imperfetto perché in polacco non hanno la forma compiuta.

Ho incontrato una vecchia amica e abbiamo parlato un po’.
Spotkałem starą przyjaciółkę i żeśmy trochę porozmawiały(li).

In questa frase il verbo parlare (rozmawiać in polacco) suggerisce la forma incompiuta mentre in italiano è solo un’informazione che è stata fatta una cosa, presentata quindi in passato prossimo. Oppure una domanda:

Cosa hai fatto domenica sera? Co robiłeś w niedzielę wieczorem?

Ma quanto strano sarebbe tradurlo in polacco con il verbo compiuto co zrobiłeś w niedzielę wieczorem? Qual è la regola d’oro? Forse quella di ricordare di non affezionarsi troppo a nessuna regola scritta che servono ad aiutare ma la cosa che conta è la pratica.

Vivaldi protagonista del Festival di Musica Barocca al Castello Reale di Varsavia

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Il primo Festival di musica barocca si svolgerà già a giugno presso il Castello Reale di Varsavia. Quest’anno il repertorio è interamente dedicato alle opere del più eccellente rappresentante del barocco italiano nella musica, ossia Antonio Vivaldi. Potremo ascoltare, tra gli altri, Concerto per quattro violini e violoncello in si minore, op. 3 n. 10 RV 580, Concerto per flauto, archi e basso continuo in sol minore op. 10 n. 2 RV 439 La Notte, Concerto per due liuti in sol maggiore RV 532 e Concerto per 2 oboi, 2 clarinetti e orchestra d’archi in do maggiore RV 560 eseguito da artisti famosi tra cui: Agata Szymczewska, Jadwiga Kotnowska, Anna Radziejewska, Jakub Jakowicz, Marek Niewiedział e altri.
Tutti conoscono i motivi principali dei concerti per violino delle Quattro Stagioni. Appartengono allo stretto canone degli standard di musica classica. Tuttavia, non tutti sanno che queste melodie incantevoli sono soltanto una goccia nell’oceano del patrimonio musicale lasciato dal più grande rappresentante italiano del barocco musicale, ovvero il veneziano Antonio Vivaldi. Era un compositore estremamente prolifico e lo conferma il numero di concerti che compose, oscillante intorno a 500. Per non parlare delle numerose sonate, suite e opere. Sebbene gran parte di questa straordinaria eredità musicale si sia dispersa, molte delle sue opere sopravvissute sono continuamente presenti nel repertorio di filarmoniche e opere in tutto il mondo. Antonio Lucio Vivaldi, soprannominato il Prete Rosso per via dei capelli rossi, nacque a Venezia nel 1678 figlio di un violinista della cappella ducale di San Marco. Sebbene fosse l’unico di nove fratelli ad essere ordinato sacerdote, fu la musica, conosciuta grazie al padre, a diventare la sua vera vocazione. Vivaldi per il barocco italiano fu importante quanto Johann Sebastian Bach per il barocco tedesco. Il geniale compositore dalla Germania non aveva mai negato di essersi ispirato alle opere di Vivaldi e molte di esse personalmente le trascrisse per pianoforte.
La fortuna non fu generosa nei confronti del Prete Rosso. Per tutta la vita lottò contro la salute precaria e dopo un periodo di successi relativamente breve, dovette confrontarsi con il sapore amaro della perdita di popolarità e di favori da parte di potenti mecenati. Morì in povertà e le sue opere giacquero dimenticate per molto tempo, fino agli anni ’20 del Novecento. Fu allora che gran parte dei manoscritti del compositore fu ritrovata e sottoposta a uno studio approfondito. Sebbene fino ad oggi vengano scoperte singole opere del famoso veneziano, vale sempre la pena riscoprire quelle conosciute già da molto tempo e il Festival di musica barocca di quest’anno, per la prima volta organizzato dal Castello Reale di Varsavia, è un’ottima opportunità per farlo. Durante il festival si presenteranno eccellenti solisti polacchi: Agata Szymczewska, Jadwiga Kotnowska, Lilianna Stawarz, Anna Radziejewska, Jakub Jakowicz, Marek Niewiedział con l’accompagnamento di orchestre da camera: Arte dei Suonatori Orchestra, Orchestra della Fryderyk Chopin University of Music di Varsavia, Royal Baroque Ensemble e band di strumenti a fiato Warsaw Harmony. Il programma dei prossimi concerti sarà ricco non solo di musica di violini e liuti, ma anche di quella vocale e di quella scritta per strumenti a fiato (flauto, clarinetto, fagotto, oboe). Non mancheranno concerti da solista, doppi e ci sarà anche un concerto quadruplo, il che non è una pratica comune. Il programma e il livello artistico dei concerti proposti soddisferanno sicuramente i gusti e le aspettative dei più sofisticati amanti della musica. I biglietti per il festival sono disponibili dal 15 maggio presso le biglietterie del Castello Reale di Varsavia e su www.zamek-krolewski.pl.

Polonia Oggi

Tanti polacchi investono in acquisti immobiliari all’estero

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Una casa all’estero, specialmente in una regione popolare e turistica, può essere un ottimo investimento. Soprattutto ora che i prezzi scendono. “Al prezzo di un monolocale a Varsavia si può comprare un piccolo appartamento al mare nella soleggiata Spagna”, scrive “Gazeta Wyborcza”. In aggiunta, la pandemia del COVID-19 ha cambiato l’approccio al lavoro di molte persone. “Sempre più persone lavorano a distanza e il loro luogo di residenza non è più rilevante”, ha detto Bartłomiej Annusiewicz, il direttore esecutivo di Lion’s Estate. “Scelgono i paesi più caldi, con una buona cucina, e dove il ritmo della vita è più lento rispetto all’Europa settentrionale”. Inoltre, visto che i prezzi degli immobili scendono e lo zloty si sta deprezzando, un investimento in valuta estera può essere redditizio. Un immobile all’estero, acquistato come una seconda casa dove si passano le vacanze, viene comprato solo dai clienti più agiati. Quasi la metà delle persone interessate a comprare una casa all’estero vogliono passarci soltanto una parte dell’anno e vogliono affittarla ai turisti per il resto del tempo. I prezzi degli immobili situati all’estero dipendono soprattutto dal paese e dalla localizzazione dell’edificio. Per esempio, in Spagna, secondo gli esperti di Lion’s Estate, i prezzi degli appartamenti partono da 400 000 zloty. In Francia, il prezzo medio al metro quadrato è pari a 3 600 euro. In Italia invece i prezzi sono più bassi, circa 1 700 euro. Vicino alle stazioni sciistiche austriache si deve pagare fra 4 900 e 13 200 di euro al metro quadrato.

https://www.money.pl/pieniadze/polacy-coraz-chetniej-kupuja-domy-za-granica-ceny-spadaja-6640579601795712a.html

 

La polacca Swiatek vince gli Internazionali di Roma ed entra tra le prime dieci tenniste del mondo

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Iga Świątek, la tennista polacca, numero 15 del mondo, ha battuto nella finale la ceca Karolina Pliskova con un clamoroso 6-0 6-0 ed ha vinto il torneo WTA 1000 a Roma. È il suo primo titolo a Roma, il terzo in carriera. L’anno scorso Świątek ha vinto il Roland Garros e tre mesi fa ha trionfato alla gara WTA ad Adelaide. La diciannovenne giocatrice entrerà oggi per la prima volta in Top-10. Su Twitter, il Presidente Andrzej Duda si è congratulato con la tennista per la vittoria esprimendo l’orgoglio e gioia. La Swiatek ha sottolineato due curiose note italiane, il suo gatto si chiama Grappa e la vittoria a Roma la festeggerà con un tiramisù.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C873103%2Cturniej-wta-w-rzymie-trzeci-tytul-swiatek-i-awans-do-top10.html

Aceto balsamico, l’oro di Modena

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Gli antichi romani l’aceto se lo bevevano. La posca, ovvero aceto diluito in acqua, era la bevanda più popolare di tutto l’impero, apprezzata da ogni classe sociale, anche se andava maggiormente tra il popolo e i legionari. In quest’ottica si deve reinterpretare il passaggio del Vangelo in cui il legionario inumidisce le labbra di Cristo sulla croce con una spugna imbevuta di aceto. Nella visione paganofobica tramandataci dal cristianesimo delle origini, viene visto come un gesto di disprezzo, come un’ulteriore tortura infl itta a un Cristo che già era stato crocifi sso e pure ferito al costato da una lancia. Invece si trattava di un atto di pietà: il legionario dà da bere a Gesù morente quel che egli stesso beve e cerca in questo modo di alleviargli le pene degli ultimi attimi di vita.

Tra le tante cose che ci hanno tramandato i cuochi italiani del rinascimento c’è pure l’insalata sott’aceto: la giardiniera. I sottaceti che all’inizio costituivano una prcomparso a Modena l’aceto balsamico come lo intendiamo noi. Sicuramente tardi: la prima testimonianza certa è del 1862 quando il notaio modenese Francesco Aggazzotti pubblica una ricetta dove parla delibatezza da banchetti principeschi, in seguito avanzano o regrediscono nelle classifi che dei cibi da buongustai, secondo le mode.

Non abbiamo idea di quando sia i mosto di vino bollito, componente fondamentale per ottenere l’aceto balsamico. La procedura è piuttosto lunga e complicata, il mosto viene cotto e invecchiato in batterie di botticelle, viene passato da una botte più grande a una più piccola fino a che da una quantità iniziale di una quarantina di litri, ne rimarranno soltanto un paio. Le botticelle, sono di legni diversi: morbidi e porosi all’inizio (per esempio castagno), duri alla fine (come rovere o gelso), ogni produttore sceglie e legni che più gli aggradano e questo è uno dei motivi per cui alla fine nessun balsamico è uguale a un altro.

Invece è sicuro che a Modena si siano messi a pasticciare con gli aceti da molto prima: le testimonianze più vecchie risalgono al medioevo. Nel 1288 gli Este, signori di Ferrara, lo diventano anche di Modena e Reggio Emilia. Sappiamo che esistevano acetaie ducali, e sappiamo che i rincalzi delle batterie di botticelle venivano fatti con vini di Cipro, di Spagna o trebbiano locale. Gli inventari però non parlano né di mosto cotto, né di legna per cuocerlo e quindi possiamo presumere che l’aceto aromatizzato di fine XIII secolo fosse piuttosto diverso dal balsamico di cui con ogni probabilità è il progenitore.

Cristoforo Messisbugo, che era cuoco proprio degli Este, nel suo Libro Novo del 1564, si occupa di aceti e spiega come ottenere il sapore agrodolce, tipico del balsamico, mescolando mosto cotto, aceto forte, agresto e limone. Ricetta, questa, che presenta alcuni elementi comuni col balsamico odierno (mosto cotto e aceto), assieme ad altri che non si utilizzano, come il limone e l’agresto, ovvero un succo asprigno ricavato dall’uva acerba.

Intanto, il 29 gennaio 1598 gli Este sono costretti da papa Clemente VIII a lasciare Ferrara – che passa così allo stato pontificio – e a trasferirsi nel «castello militare di Modena» dove il duca Cesare «porta con sé tutto il suo acetaio, cioè barili e vasellame contenenti un aceto assai vecchio». Siamo quindi giunti al momento in cui nella torre della reggia di Modena (oggi sede dell’Accademia Militare dell’Esercito italiano) si installano le acetaie che saranno smantellate due secoli dopo da Napoleone Bonaparte.

Un libro uscito verso fine Settecento fa un passettino in avanti, occupandosi di «aceto alla modenese». Si tratta dell’opera di un agronomo ungherese, Ludwig Mitterpacher von Mittenburg. Il libro viene tradotto in italiano nel 1794, con l’aggiunta di alcune note dove l’autore scrive: «È famoso anche l’aceto alla modenese, che si fa nel modo seguente. Bollito che sia per tre giorni in un tino il mosto d’uva bianca». Ecco una traccia concreta prima della testimonianza dell’Aggazzotti.

Noi oggi distinguiamo tra aceto balsamico tradizionale e aceto balsamico semplice. Il primo è ottenuto con il solo mosto cotto, il secondo si ricava mescolando mosto cotto e aceto.

Per sgomberare il campo dagli equivoci, il balsamico tradizionale è quello di cui abbiamo parlato finora: denso come uno sciroppo, invecchiato per un sacco di anni, profumatissimo e, com’è facilmente intuibile, molto costoso. Ogni anno la botticella più piccola fornisce alcuni litri di prodotto, viene di nuovo riempita travasando dalla successiva e di rabbocco in rabbocco si giunge alla botticella più grande, nella quale viene aggiunto mosto cotto. L’insieme delle botticelle costituisce la cosiddetta batteria, formata da almeno tre botti. In genere ogni botticella è del 20-30per cento più piccola di quella che la precede, l’aceto evapora, e si concentra, a causa del calore che d’estate infuoca i sottotetti dove le botticelle vengono tenute. Ma anche il gelo dell’inverno è altrettanto necessario per ottenere una buona riuscita finale.

Fino a metà anni Ottanta del Novecento, il balsamico circolava soltanto a Modena, come una prelibatezza gelosamente custodita nei sottotetti delle abitazioni di famiglia. Quando si decide di commercializzarlo, ci si rende contro delle enormi potenzialità del prodotto. Oggi i soci del Consorzio del balsamico tradizionale di Modena e Reggio Emilia lo vendono in bottigliette da 100 ml in due versioni: invecchiato 12 e 25 anni. L’ampolla, progettata nel 1987 dal designer Giorgetto Giugiaro, è uguale per tutti i produttori. Si è detto che il contenuto è prezioso: lo si utilizza a gocce, e qualche lacrima lasciata cadere sul parmigiano reggiano costituisce un’accoppiata emiliana di tutto rispetto.

Quello che invece troviamo normalmente nei negozi di alimentari e nei supermercati è l’aceto balsamico di Modena, senza l’aggettivo “tradizionale”. Deriva dal suo genitore più illustre, è ugualmente tutelato e garantito da un Consorzio, ma è un prodotto più semplice e meno costoso perché non deve sottostare a tutta la trafi la di invecchiamento e travasi del tradizionale. Ovviamente costa molto meno e ha anche un uso diverso, per esempio il balsamico si utilizza per condire l’insalata, mentre il tradizionale, come detto, si centellina come un nettare sublime, magari per impreziosire le fragole o il gelato.