Terzo di nove fratelli, zio di 25 nipoti, veneziano autentico del sestiere di Cannaregio, affascinato dalla vita missionaria e possiamo dire, se ci concede di citare la folgorazione sulla via di Damasco di San Paolo, convertito sulla via di Varsavia. È la storia di Giovanni Ballarin prete che ogni domenica alle 11 celebra messa in italiano nella chiesa di Ognissanti in plac Grzybowski a Varsavia. Qui la celebrazione in italiano la domenica, che fino all’inizio dello scorso Avvento era al pomeriggio, si fa dal 2009 quando ne è sorta l’esigenza per dare risposta spirituale ai tanti dipendenti italiani dell’Astaldi che lavoravano alla costruzione della seconda linea della metro. Una messa in italiano che si affianca alla storica funzione nella lingua di Dante che ogni domenica, dal 1994, si svolge presso la cappella del Centro Culturale dei Barnabiti a Mokotow.
Don Giovanni fino a 25 anni ha abitato a Venezia vivendo pienamente le abitudini lagunari, da bambino giocando a pallone nei campi, poi vogando in laguna e coltivando le amicizie con cui ha condiviso carnevali e spritz in Erbaria a Rialto.
Com’è che la tua vita è cambiata così radicalmente?
Da ragazzo non ero uno studente modello, poi ho fatto le scuole superiori al collegio salesiano Astori e lì ho imparato a studiare. La fede la coltivavo come retaggio familiare ma poi proprio delle problematiche nella vita privata mi hanno fatto scoprire ed evolvere il mio rapporto con Dio. Sono affascinato dalla vocazione missionaria e non ho problema a viaggiare e ambientarmi in paesi diversi. Dopo gli studi ho lavorato e vissuto per 6 mesi in una missione in Israele. Al ritorno ho fatto il servizio militare in Marina al Lido. Era una fase della vita in cui sentivo che stavo cercando la mia vera identità, ironia della sorte ho sentito crescere improvvisamente la vocazione durante i Mondiali di calcio del 2006. L’Italia diventava campione del mondo e io in quei giorni diedi la disponibilità a diventare missionario e sono stato mandato al seminario diocesano/missionario Redemptoris Mater di Mlociny a Varsavia. È stata la svolta, mi sono dedicato agli studi laureandomi in filosofia e teologia all’Università cattolica di Varsavia, mi sono riconciliato con la famiglia e persino con il latino! Materia che avevo sempre temuto, tanto che quando ho fatto l’esame all’Università mi sono ispirato alla frase di San Giuseppe da Copertino: “In ogni tuo affare, temporale o spirituale che sia, tu fa’ la tua parte e poi lascia a Dio la parte sua”. Insomma io ho studiato quanto potevo e poi mi sono affidato alla Provvidenza, ed è andata bene!
Com’è stata l’esperienza al Redemptoris Mater?
Intensa, mi ha toccato nel profondo e cambiato. Una esperienza importante dal punto di vista della fede e anche dal punto di vista umano perché in seminario ho conosciuto ragazzi di tutto il mondo in particolare oltre a polacchi e qualche italiano, ucraini, spagnoli, colombiani, filippini, ecc.
Possiamo dire che nella sfera cattolica l’italiano è la lingua internazionale?
Sì, tutti i seminaristi del Redemptorsi Mater studiano l’italiano oltre al latino, una certa importanza ufficiale la riveste anche il francese. Queste lingue sono fondamentali per chi sceglie la vita religiosa.
Come ti trovi ora in questo nuovo ruolo presso la chiesa di Ognissanti?
Sono stato ordinato presbitero nel 2016 e la mia prima esperienza è stata alla chiesa di Sant’Anna, poi ho passato quattro anni alla chiesa vicino alla stazione metro Wilanowska presso la via Domaniewska. Ad Ognissanti sono arrivato nel settembre del 2020, sostituendo Don Matteo Barausse, originario di Vicenza da non confondere con Don Matteo Campagnaro che è segretario del cardinale Nycz. Eravamo tutti insieme al Redemptoris Mater. Ad Ognissanti mi trovo molto bene, alla messa in italiano abbiamo fedeli italiani, lavoratori che magari sono a Varsavia per un periodo con o senza la famiglia, oppure studenti Erasmus, e poi coppie miste e anche alcuni polacchi che amano la nostra lingua. Certo stiamo vivendo un periodo pandemico difficile e quindi si vive tutto in un clima diverso e anche battesimi, comunioni e cresime sono spesso rimandati a momenti migliori. Ma è importante che si sia capita l’importanza di non chiudere le chiese anche nei momenti di maggior recrudescenza del virus. Andare in chiesa per un credente significa sfamare la sua necessità spirituale, la messa è cibo per l’anima di cui abbiamo bisogno continuamente. E dopo un anno così duro, tra restrizioni e malattia, tanti sono indeboliti psicologicamente. Anima in greco è psiche, e in questo periodo c’è uno straordinario bisogno di sostenere l’anima per dare forza anche alla psiche.
Il messaggio della fede cattolica è uno, ma è possibile che ci siano declinazioni differenti a seconda dei paesi? Per esempio c’è più rigore in Polonia e più leggerezza in Italia dal punto di vista religioso?
Sono maestro di religione alla scuola elementare 25 e faccio spesso questo esempio: pensiamo ad un padre di famiglia, il migliore non è quello che lascia fare tutto ai figli, ma quello che insegna dando anche i limiti dell’agire. Credo perciò che giustamente ci voglia una chiarezza di messaggio e una conseguente coerenza comportamentale, da questo punto di vista non vanno bene né l’eccessiva rigidità né l’eccessiva leggerezza. A volte mi chiedono perché in Italia un divorziato può fare la comunione e in Polonia no? La risposta è che non è così, la chiesa cattolica è uguale ovunque nel mondo, se sei un cattolico che ha contratto un matrimonio sacramentale sai che è per sempre e quindi, eccetto i casi rari di annullamento della Sacra Rota, se poi divorzi civilmente e hai un’altra relazione dovresti sapere da solo che devi astenerti dalla comunione. Certo la domenica io non rifiuto la comunione a nessun divorziato, è una questione di coscienza che il credente deve porsi se vive una relazione al di fuori del matrimonio dopo il divorzio.
Però qualche differenza culturale si può rintracciare, so di amici polacchi che sono stati a messa in Italia e poi si sono trovati dopo la funzione con altri fedeli a bere un bicchiere di vino col prete, me lo hanno raccontato felicemente scioccati.
Sì questo è vero ed è coerente a dei modus vivendi diversi tra i due paesi. In Italia alcune parrocchie sono dei meravigliosi centri di aggregazione, non è solo una questione di bere uno spritz insieme o andare a mangiare la pizza, ma si fanno anche tante attività sportive, sociali e artistiche, mettendo al centro sempre Cristo Risorto. Io per quanto posso qui a Varsavia cerco di coinvolgere i parrocchiani anche oltre la funzione della domenica. E poi anche nelle omelie qualcuno nota la mia italianità. L’esperienza evangelica di Cristo aiuta a capire ogni fase della nostra vita, non ritengo opportuno allontanarmi da questo messaggio per avventurarmi in disquisizioni politiche o patriottiche. E per questo a volte mi è capitato che dei fedeli polacchi dopo la messa mi abbiano detto: strana la sua omelia, ha parlato di Cristo. Gli ho risposto che credo si dovrebbe parlare soprattutto della Buona Novella.
Ho consigliato a tanti polacchi di ascoltare Benigni che parla dei 10 comandamenti, a mio avviso è un esercizio utile per capire che il messaggio cattolico è positivo, di speranza e amore, più che di sofferenza e regole rigide, ho fatto male?
Benigni è un artista straordinario, potrebbe farti appassionare anche alla lettura del bugiardino delle medicine. La questione sta nel fatto che lui fa un bello spettacolo di due serate sui comandamenti e noi preti dobbiamo ogni domenica portare il messaggio ed ogni giorno essere disponibili. Fare il prete è meravigliosamente impegnativo e a volte duro. Più che Benigni io consiglio di ascoltare Don Fabio Rosini, responsabile delle vocazioni alla Diocesi di Roma, che da anni affascina migliaia di giovani spiegando il messaggio d’amore e della ricerca di felicità che c’è dietro i 10 comandamenti, io lo cito spesso nelle mie omelie che anche per questo sono un po’ diverse, forse involontariamente emerge l’umanesimo italiano. Poi in quest’anno in cui ricorrono i 700 anni dalla morte di Dante a volte ho citato anche il sommo poeta ultimamente sulla figura di Ponzio Pilato.
Torniamo alla nostra comune città di origine: Venezia. Il tuo cognome è uno dei più diffusi in laguna e tu sei Ballarin sia per parte di padre che di madre! Quindi da veneziano super autentico come vedi la desertificazione sociale avvenuta negli ultimi decenni che ha portato la città a perdere oltre la metà dei suoi residenti?
È una situazione che mi addolora perché io ricordo un’infanzia piena di amici passata a giocare nei campi e nelle corti, e poi in patronato con il ping-pong, il biliardino, il calcio balilla. Incredibilmente però il dramma del Covid-19 che ha bloccato il turismo potrebbe aprire gli occhi e far capire che una città per essere tale ha bisogno dei suoi cittadini e dei suoi storici mestieri, e non può esserci solo una monocultura turistica. Dal mio punto di vista se mai un giorno dovessi essere mandato in missione a Venezia, perché io sono un prete della diocesi di Varsavia, la prima cosa che farei sarebbe riaprire la parrocchia ai giovani, che hanno bisogno di giocare, divertirsi, scambiare esperienze in un luogo, la parrocchia, che da sempre è stato la seconda casa per tutti coloro che sono cresciuti a Venezia, che, come Cristo, accoglie sempre tutti, credenti o no.


















Oltrepassato l’Arno nei pressi di Fucecchio il percorso sigericiano sale verso San Miniato, per poi proseguire in direzione della Val d’Elsa, passando vicino a Castelfiorentino, Montaione, Gambassi Terme e Certaldo prima di attraversare San Gimignano, il “borgo dalle belle torri”. La Via attraversa l’Elsa – Aelse nel Diario – nei pressi di Colle di Val d’Elsa, e dopo Burgenove, l’odierna Abbadia a Isola, ai piedi di Monteriggioni, raggiunge Siena. “Figlia della strada”, come la definisce Ernesto Sestan, Siena – Seocine – è attraversata dalla Francigena da Nord a Sud, entrando da Porta Camollia e uscendo – dopo la deviazione che porta alla Cattedrale e all’antistante Pellegrinaio del Santa Maria della Scala – da Porta Romana. Oltre la Val d’Arbia, passato Buonconvento, Montalcino, Torrenieri, e San Quirico d’Orcia, il grande “parco fotografico”, tra le dolci colline, le cipressaie e le pievi della Val d’Orcia. Poi la via si fa più difficile salendo – a sinistra del torrente Paglia – verso Radicofani, descritto dai viaggiatori dell’Ottocento come un territorio ostile e pericoloso da attraversare, a destra verso Abbadia San Salvatore e la sua grande abbazia benedettina, con la bellissima cripta risalente al periodo longobardo, mentre l’ultima tappa toscana prima di Acquapendente è Sce Petir in Pail, un insediamento medievale non più esistente che si trovava nel fondovalle lungo l’attuale Via Cassia. Poi, dopo Aquapendente, la grande distesa laziale e infine la Città eterna.



Il viaggio consentiva di accostarsi alla cultura e all’arte dell’Italia, paese ricco di arte e monumenti. Come scopo aveva anche il prendere conoscenza con la diversità di questo mondo e preparava culturalmente all’assunzione di incarichi importanti e di responsabilità. Le tappe maggiori erano Venezia, Firenze, Roma e Napoli. Pioniere di questo viaggio è considerato Thomas Coryat che nel 1608 ha attraversato a piedi l’Italia. La prima persona che ha usato questa espressione (Grand Tour) in un libro che è uscito nel 1670 era Richard Lassels. Il secolo XVII e quello seguente registrano una ondata di “turisti”. Con il tempo il Tour stesso si è allargato a Parigi, Ginevra, Vienna e qualche città tedesca. Tra i molti protagonisti c’erano Lord Byron, Goethe, Mozart e i re polacchi Jan III Sobieski e Stanisław August Poniatowski. L’atmosfera di questo tipo di viaggi è dipinta perfettamente in due film: “Camera con vista” di James Ivory del 1985 e “Un mese al lago” di John Irving del 1995. Poichè quest’anno cade il 200esimo anniversario della prima edizione di un libro, la cui concezione è nata proprio durante un tale viaggio, dobbiamo menzionare anche Mary Sherry. Il libro si chiama, come sanno quasi tutti, “Frankenstein, o il moderno Prometeo”.
L’inizio della produzione di serie del 3500 GT coincide con i problemi finanziari di Maserati. L’azienda finisce in amministrazione controllata. Pur avendo vinto la F1 l’anno precedente, si decise di abbandonare gli eventi sportivi, continuando soltanto a produrre le macchine sportive ordinate da altre scuderie. Fortunatamente la 3500 GT inizia a vendersi molto bene. Dal 1959 oltre al coupé appare una versione aperta con carrozzeria progettata da Giovanni Michelotti e prodotta da Vignale di Torino. Della meccanica era responsabile l’ingegnere Giulio Alfieri, come propulsione si usava il motore del modello da corsa 350S leggermente modificato. In sette anni di produzione la macchina fu continuamente perfezionata, per esempio dal 1957 si sono cominciati ad utilizzare i freni a disco, nel 1960 si è introdotto il cambio a cinque marce, nel 1961 l’impianto d’iniezione. Questa versione è stata chiamata 3500 GTI ed era la prima macchina italiana prodotta in serie con l’uso di queste soluzioni.
Per realizzare le centinaia di ordini Maserati ha dovuto subire una metamorfosi da manifattura quasi artigianale a fabbrica molto efficiente. Gli italiani non erano pronti, per questo si sono affidati ad aziende esterne, tra cui la tedesca ZF (le scatole del cambio), l’inglese Borg&Beck (pedali della frizione), Salisbury (differenziali) e altri. Le imposte molto alte nell’Italia del tempo furono la causa della mancanza di aziende nazionali specializzate nella produzione dei componenti automobilistici. Le eccezioni erano Magneti Marelli (le accensioni magnetiche) e Weber (carburatori). La concezione della produzione di una macchina usando i componenti pronti, provenienti soprattutto dalle aziende inglesi, ha permesso di risparmiare tempo e soldi legati alla progettazione e all’implementazione delle nuove soluzioni. In totale, dal 1957 al 1964 sono stati realizzate oltre 2200 automobili di questo modello. Giusto per fare un confronto in 10 anni, cominciando dal 1947, la Maserati aveva messo sul mercato solo 150 automobili da strada A6.
“I lavoratori del servizio romano partivano di sera per, di notte, a Modena, poter raccogliere le parti necessarie. La mattina dopo il ritorno, avendo fatto le riparazioni, consegnavano il clienti una macchina pronta. Il cliente stesso non aveva la minima idea di quanto sforzo era stato fatto per accontentarlo.” WOW!
Anni di produzione: 1959-64 Versione Vignale




Un oggetto con questa valenza storica, come può essere oggi sconosciuto a molti? Presto detto: la ripresa economica del dopoguerra portò molteplici cambiamenti alle abitudini e allo stile di vita dei lavoratori. Vuoi per l’offerta sempre maggiore di locali che proponevano menù economici, vuoi perché il tempo libero era sempre di meno, il pranzo da asporto scomparve, soppiantato da nuove possibilità che allora devono essere sembrate più comode e moderne.




