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Torino, la risposta intelligente al turismo pop

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Toscana, Venezia, Sicilia. Spaghetti, chianti e il papa. È l’Italia nella versione pop, ottimizzata per i bisogni del turismo di oggi. Ma… c’è qualcos’altro?

Torino non ovvia

Quattro. L’esatto numero di nomination all’Oscar che ha ottenuto Chiamami col tuo nome, il film di Luca Guadagnino, regista tra l’altro di A Bigger Slash e Io sono l’amore e di un documentario su Bertolucci. Sì, Guadagnino è senza dubbio l’erede della sensualità italiana. E nell’ultimo film racconta la storia, conosciuta da tutti, di scoperte, delizia e adolescenza. Tuttavia, aggiunge un pizzico di qualcosa di sconosciuto e asciutto. Aggiunge un pizzico di nord.

Meno di 200 km a ovest di Crema e di Moscazzano, dove Guadagnino ha girato Chiamami col tuo nome, c’è Torino. Una città che non appare spesso al primo posto tra i posti raccomandati in Italia. Ma non solo gli appassionati della Fiat (che ha la sua sede qua) e del circuito sul tetto del Lingotto, amano Torino. Non solo gli ammiratori di Jean-Jacques Rousseau (cresciuto in uno dei rifugi torinesi e che qui ha incontrato la futura amante, Signora de Warens) o Umberto Eco (studi filosofici). Arrivano qui anche gli architetti, deliziati dalla regolarità urbanistica, i fedeli in cerca di pace spirituale presso la Sindone di Torino nella cattedrale San Giovanni Battista. E poi arriva anche un flâneur ordinario, proprio come me, per immergersi, tra le colline di Superga e il Monte dei Cappuccini, in una città incredibilmente modesta e cruda, ma ricca. Chiunque abbia attraversato Via Roma fino a Piazza San Carlo sa che ricchezza e l’eleganza sono la coppia perfetta.

Due storie

Tale coppia è anche quella tra il Museo Nazionale del Cinema e la GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea), due musei, due racconti e storie sull’arte degli ultimi due secoli. Sono collegati anche dalla Mole Antonelliana, dove il Museo Civico aveva la sede, dopo anni trasformato in GAM. Oggi, nella Mole Antonelliana si trova il bellissimo Museo Nazionale del Cinema, più alto del mondo. Qui, Luca Guadagnino, ha ritirato lo scorso febbraio il premio Honoris Causa dell’Accademia Albertina di Torino, e qui si svolgono anche alcuni eventi del TFF (Torino Film Festival), che da 25 anni, ogni autunno occupa l’intera città.

Chi ha visitato il Museo Nazionale del Cinema, sicuramente esce con la testa piena di nozioni, di diaframmi nell’iride, del montaggio parallelo, del cinema muto e delle star del cinema classico. Vale la pena guardare attentamente la precisa progettazione della mostra, gli splendidi interni, la buona narrazione che guida lo spettatore attraverso l’intera esposizione. Nell’atrio principale (vicino al tappeto rosso) c’è un piccolo negozio con gadget per ogni appassionato di cinema. Tutto qui dice “resta, spettatore”, incoraggia e tenta. Al contrario della GAM, lontana meno di 2,5 km.

Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, è un museo strano e contraddittorio. Qui si trova l’arte moderna, ma ciò che è il più nuovo rimane nascosto, a malapena esposto, accessibile solo a un visitatore attento.

Inizio la mia visita al piano superiore, qui c’è l’arte del XIX secolo: intensa, grande pittura e scultura. Quindi c’è Il ritratto dell’attrice Virginia Reiter di Giacomo Grosso, dorato, squisito, sensuale ma avvolto in una forma classica. Inoltre abbiamo anche esemplare Re Vittorio Emanuele di Carlo Bossoli. Andando avanti incontro La Sirena inquietante di Giulio A. Sartorio, La schiava, la scultura di Giacomo Ginotti I, e infine il dirompente manifesto di Leonard Bistolfi della mostra d’arte moderna del 1902. Tutte le opere con descrizioni leggibili (sia in italiano che in inglese).

Museo diverso

Tuttavia, non sono le collezioni o le mostre organizzate che danno le emozioni più forti ma … le pareti, che non sono bianche. Eppure tutte le pareti delle gallerie e dei musei moderni sono di solito bianche. Le pareti sono bianche e i visitatori indossano il nero, come confermato da Ruben Ostlund in The Square. Ma non a Torino. Qui le pareti sono colorate: zenzero, rosa, verde pallido! Nei testi sulla storia del museo, ho letto dei programmi di attivazione delle gallerie pubbliche condotte dagli anni ’60 del secolo scorso. Ho letto anche di Le Corbusier, che ha condiviso a Torino la visione del “museo elettronico”, un museo della conoscenza accessibile allo spettatore ordinario. Grazie ai colori un museo diventa più umano e amichevole? Ai piani più nuovi – dove si entra nel XX secolo – il clima può essere più tranquillo, anche se all’inizio mi saluta Portrait relief of Claude Pascal di Yves Klein. Sulla parete rosa. E davvero non mi è mai sembrato così bello.

È ancora più interessante la parte delle scale. Qui ad attendere i visitatori ci sono una serie di disegni di Nedko Solakov: Eight Ceilings. Il bulgaro Solakov è un artista, pittore, fumettista e autore di installazioni. Viene presentato più spesso nei paesi di lingua tedesca. A GAM, ha lasciato opere non ovvie: disegni piccoli, quasi accidentali, che sono difficili da vedere (sulla parete, alla base delle scale). Immagini che assomigliano a quelle del banco di scuola, appunti visivi che ricordano la presenza, insopportabilmente letterali, che creano, con contesto del luogo, significati completamente nuovi. Solakov, usando una decina di punti, linee e lettere cambia il pensiero tradizionale e serio, di quello che si può e non si può mostrare nella galleria. E allo stesso tempo completa perfettamente, ciò che le pareti rosa della GAM hanno promesso agli spettatori prima, non ovvietà.

Senza pop-tourism

Perché l’intera Torino non è una città ovvia. Non ostenta. Ricca, ma fredda in questa ricchezza, senza ammiccamenti. L’Università di Torino mi fa pensare alla fine dell’estate e all’annuncio dell’autunno, al tempo quando vengono raccolti nuovi quaderni, calendari e taccuini. Qui, ad ogni angolo, ci sono librerie o antiquari. Il negozio con vecchie carte. Registrazioni. Librerie con album. E con i puzzle. O la cosiddetta cartoleria, negozi con tutto, con souvenir e con articoli di carta. Passo successivo le bancarelle con i libri. Durante la passeggiata in Via Po, voglio comprare uno zaino, acuire le matite e prepararmi per l’università.

Il nord asciutto, nella visione di Luca Guadagnino (alla fine premiato con Oscar alla migliore sceneggiatura non originale) è ancora lontano dai rossori da cartolina, ma amichevole. Anche Torino può essere amichevole. Severa, pietrosa e senza ammiccamenti ma con una così diversa galleria d’arte moderna. Non ci sono molte città del genere al mondo. Città in cui è più facile trovare un libro che un food truck. Questa è Torino. Piena di librerie, antiquariato, bancarelle con album e gallerie che abilmente bilanciano tradizione e modernità.

traduzione it: Karolina Kempisty
foto: Anna Petelenz, Beata Malinowska-Petelenz

Arrosto in salsa di cipolle e vino

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Ingredienti:

  • 800 g di coscia di maiale
  • 1 bicchiere di vino rosso
  • 2 cipolla rossa
  • 2 cipollotti rossi
  • 1 mela
  • 1⁄4 limone
  • crema di aceto balsamico di Modena
  • 4 foglie alloro
  • un pizzico origano
  • un rametto rosmarino
  • sale qb.
  • un pizzico pepe
  • olio EVO

Procedimento:

Marinare la carne con tutti gli ingredienti per 12/16 ore. Legare la carne e sigillare in olio bollente su tutti i lati. Una volta sigillata e leggermente arrostita la superficie, chiudere la carne nell’ alluminio con un po’ d’olio di cottura e qualche pezzo di mela. Cuocere in forno per ca. 1ora e 1⁄2.

Prendere la marinatura e stracuocere a fuoco lento in una padella affinché sia tutto ben cotto. Togliere le foglie di alloro e frullare il composto creando una salsa. Unire alla salsa ancora un po’ di crema di aceto balsamico, un po’ d’olio di cottura della carne ed il sugo fuoriuscito dalla carne cotta in forno, scaldare, restringere e salare.

Aspettare che raffreddi l’arrosto e tagliare a fette. Servire ben caldo con la salsa. Accompagnare con patate bollite condite d’olio EVO, sale e la salsa della carne.

Buon appetito!

Sviluppo energia rinnovabile

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Ieri a Katowice, durante il XII Congresso economico europeo, il ministro del clima, Michał Kurtyka, ha detto che la Polonia vuole creare una leadership nel bacino del Mar Baltico per quanto riguarda lo sviluppo dell’energia eolica in mare in collaborazione con i paesi baltici e la Commissione europea. Oltre a ciò, la trasformazione dell’industria energetica polacca mira a introdurre l’energia nucleare e all’estensione continua delle fonti di energia rinnovabile. A proposito di queste fonti, secondo le previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia, tra il 2019 e il 2023, la capacità installata aumenterà ancora del 65%. Per quanto riguarda gli altri progetti dell’industria energetica per il futuro, il ministro ha parlato delle strategie basate sul biogas e sull’idrogeno.
Pap.pl

Una crescente ribellione nell’indossare maschere

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Il tribunale distrettuale di Suwałki ha multato la commessa per aver rifiutato di servire il cliente senza maschera. La domanda di sanzione del negozio è stata presentata dalla polizia locale, il cui compito è controllare se l’obbligo di indossare maschere è rispettato. A Nowy Targ, un gruppo di circa 10 persone ha organizzato un “raid anti-covid sul mercato”, così hanno deciso di fare la spesa senza maschere. Questi casi stanno diventando più frequenti. Uno specialista in medicina marina e tropicale, il dottor Jerzy Banach, spiega che non c’è stata un’azione coerente e l’applicazione di questo tipo di comportamento dall’inizio dell’epidemia. Il portavoce del ministero della salute, Wojciech Andrusiewicz, assicura che i venditori hanno il diritto di chiedere di uscire alle persone del negozio senza maschere e di chiamare la polizia. Durante la conferenza stampa di mercoledì, il portavoce del ministero ha difeso la commessa punita di Suwałki. La presidente dell’Organizzazione polacca per il commercio e la distribuzione, Renata Juszkiewicz, dichiara che l’intervento della polizia non cambia molto in casi simili. A metà agosto, il KGP ha informato che dall’inizio dell’epidemia, gli ufficiali hanno emesso più di 14.000 multe per la mancanza di maschere, di cui 13.000 sono state emesse entro la fine di maggio, e hanno dato istruzioni di indossarli 58.000 volte.

Ristorante Diverso, la genialità italiana che conquista i palati

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Ci dovrà pur essere una ragione se da secoli la cucina italiana è la più amata e la più copiata al mondo. I motivi in realtà sono più d’uno: qualità dei prodotti, tecnica, tradizione culinaria, antiche rivalità regionali e, soprattutto, grande passione; tanti ingredienti che possiamo sintetizzare nel “metodo italiano”.

Perfetto rappresentante di questo approccio italiano alla cucina è Giacomo Carreca, il cuoco palermitano che guida la cucina del Ristorante Diverso. Qualsiasi piatto vi venga servito al Diverso è il risultato di un lavoro basato su conoscenza e qualità dei prodotti, non c’è nulla di casuale, nulla di assemblato superficialmente.

“Dietro ad ogni successo, anche nel mondo della ristorazione, c’è sempre un lavoro fatto con passione, ed è per questo che quando preparo un piatto ne controllo l’intero processo, perché la cucina è amore e voglio essere fiero di quello che porto in tavola”, racconta Carreca che ad esempio ha scelto il suo impasto per la pizza dopo una lunga selezione, oltre due mesi, tra otto lieviti madre utilizzando la farina Petra che consente alte prestazioni e poi c’è la lunga fermentazione che rende la pizza assolutamente digeribile. Il risultato è una pizza…diversa, tanto buona quanto leggera! Tra cui la gustosissima pizza con la nduja, molto gradita dai polacchi. “Anche la pasta è fatta con particolare attenzione all’impasto e alle farine, noi utilizziamo solo il tuorlo d’uovo, per arrivare ad una qualità di gusto che fa la differenza.”

Ma Diverso non è la solita trattoria pasta e pizza, è piuttosto un ristorante con un menù variegato che a fianco di piatti tradizionali italiani propone sfiziose scelte di cucina europea spesso arricchite di note speziate orientali, il tutto seguendo la filosofia culinaria italiana: qualità e passione.

“Un’offerta culinaria che è frutto del mio percorso lavorativo. Mi piace sperimentare e scoprire nuovi abbinamenti di gusto. Non sono uno che si accontenta facilmente. Sono cresciuto contestando i piatti della tradizione siciliana preparati da mamma e nonna e facendo ammattire i miei docenti di cucina all’ Istituto Alberghiero di Palermo che non apprezzavano la mia costante tensione all’ innovazione. Amo i sapori e le tecniche tradizionali ma allo stesso tempo sono curioso e mi piace scoprire e creare nuovi piatti,” spiega Carreca che ha alle spalle importanti esperienze lavorative da Palermo a Pisa, dalla Costa Smeralda in Sardegna a Londra, in ristoranti stellati che servivano cucina continentale, prima di arrivare in Polonia per… amore.“

In Inghilterra ho conosciuto la mia compagna polacca che col tempo mi ha convinto a portare il mio modo di cucinare a Varsavia. Qui ho fatto un paio di esperienze tra cui quella interessante al ristorante Senses al fianco dello chef stellato Andrea Camastra, maestro di cucina molecolare. Ed ora ho il piacere di dirigere la cucina del Diverso dove propongo un menù internazionale, che varia di giorno in giorno, che comprende carne e pesce, oltre ad alcuni classici primi piatti italiani e alla pizza, e c’è anche l’anatra, piatto tipico in Polonia, che faccio al forno caramellata col Porto e accompagnata da due purea una al dragoncello e una al cavolfiore e cocco.”

Come giudichi la clientela polacca?

“Mi ha fatto molto piacere vedere l’ottimo gradimento suscitato dai miei piatti e mi ha sorpreso la grande richiesta di pesce e anche di risotti, un piatto intrinsecamente italiano che in pochi fuori dall’ Italia capiscono e apprezzano veramente. Poi naturalmente c’è qualcuno che si stupisce per la carbonara senza panna, com’ è nella vera ricetta italiana, ma per il resto va detto che il polacco medio viaggia tanto ed ormai è un cliente preparato e la conferma viene dal fatto che Varsavia e tante altre città polacche hanno un livello di ristorazione al livello delle città italiane.”

Una gustosa proposta culinaria quella del ristorante Diverso, in grado di soddisfare ogni palato, che si basa oltre che sulla bravura dello chef – che dirige un laborioso staff attivo fin dalle prime ore del mattino per stupire la clientela – sull’ uso di soli prodotti di massima qualità, tra cui olio, formaggi e salumi italiani, verdure di stagione, carne polacca. Il tutto servito nell’ informale eleganza di questo accogliente ristorante che si affaccia sulla tranquilla e centrale ulica Gornoslaska. Un locale che trasuda amore per l’Italia, quello stesso amore che lega i proprietari Jacek e Maja al Bel Paese, dove hanno vissuto, si sono fidanzati e dove tornano per le vacanze.

E così al Diverso il gustoso piacere dei piatti sfornati da Giacomo Carreca si somma alla calda accoglienza dei proprietari e alla gentilezza del servizio con il risultato che il cliente si sente subito a proprio agio.

Facebook: www.facebook.com/DiversoRistoranteItaliano/

 

Gdańsk: assegnato il premio “Il poeta europeo della libertà”

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La scrittrice irlandese Sinad Morrissey e la sua traduttrice Mada Heydel hanno vinto l’edizione di quest’anno del premio “Il poeta europeo della libertà” con il libro di poesie intitolato “Sulla libertà”. La cerimonia per la consegna del premio si è svolta lunedì alla Filarmonica Baltica di Danzica. Il premio di 100 mila złoty è stato consegnato dalla sindaca di Danzica Aleksandra Dulkiewicz. Sinead Morrissey, vincitrice del premio T. S. Eliot e del Forward Prize for Poetry, è una dei più importanti poetesse nell’Irlanda. La giuria dell’edizione di quest’anno era composta da Krzysztof Czyżewski, Paweł Huelle, Andrzej Jagodziński, Zbigniew Mikołejko, Stanisław Rosiek, Anda Rottenberg, Beata Stasińska e Olga Tokarczuk. Il premio “Il poeta europeo della libertà” è stato inaugurato nel 2008 a Danzica e viene consegnato ogni due anni a un poeta europeo che nel modo più originale descrive “la libertà intesa come libertà personale, politica, religiosa, intellettuale, di espressione o la libertà dei sentimenti”. Per il premio vengono nominate otto pubblicazioni che poi sono tradotte in Polacco.

Maserati MC 12, all’incrocio

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Questa volta ci allontaniamo un po’ dalla forma tradizionale di questa rubrica, perché abbiamo a che fare con un’automobile che ha incrociato le strade della Maserati e della Ferrari.

Tutto inizia nel 1993, quando la Fiat acquista la Maserati, dopodiché nel luglio del 1997 la rivende alla sua affi liata Ferrari S.p.a. Questo periodo è senza dubbio considerato uno dei migliori nella complessa storia di Maserati, in quanto sorge un nuovo stabilimento a Modena, appare sul mercato un completamente nuovo modello 3200 GT, mentre dal 2001 tutti i nuovi modelli sono equipaggiati dai motori di Maranello, il che consente notevoli risparmi. Nel 2004 approfi ttando della buona fortuna la società ritorna alle sue radici cioè alle gare del campionato GT organizzato dalla Federazione Internazionale dell’Automobile FIA. L’obiettivo principale è la gara 24 Le Mans. Così nasce la Maserati MC 12 GT1 cioè la “Ferrari Enzo” nella carrozzeria di tipo Targa disegnata da Frank Stephenson e Giugiaro.

Per partecipare al campionato FIA GT, l’azienda ha dovuto creare nel corso di un anno 25 esemplari della versione autorizzata alla circolazione stradale e altri 25 nell’anno seguente. La versione stradale era più lunga di 25 cm e più pesante di 250 kg. L’automobile era enorme, come hanno notato gli esperti, superava un Hummer prendendo in considerazione la sue dimensioni! Perfino a Monaco, dove hanno visto di tutto, è riuscita ad attirare l’attenzione tanto da essere presente nel video ”Windows Shopper” del cantante 50 Cent, in cui appare anche la Mimi One, anch’essa progettata da Stephenson. In omaggio all’iconico modello della Maserati Tipo 63 ”Bridcage” e della grande squadra americana Camoradi, tutte le auto sono uscite dalla fabbrica verniciate di bianco-blu.

Quest’automobile era straordinaria, a prescindere dal fatto che la Ferrari ha fornito il motore iconico indebolito di 27 CV e il suo peso superava di quasi 100 kg l’Enzo. Nel 2008 sulla pista Nürburgring si sono confrontate cinque superautomobili: Maserati MC12, Ferrari Enzo, Koenigsegg CCX, Porsche Carrera GT e Pagani Zonda F Clubsport. La MC 12, pur essendo la più pesante tra le rivali e inoltre dotata di ammortizzatori ordinari, si è rivelata la più veloce e con il tempo di 7:24:29 ha stabilito un nuovo record in pista per gli autoveicoli di serie.

Nelle gare di FIA GT degli anni 2005-2010, l’hanno usata cinque squadre con in prima fila Vitaphone Racing Team, conquistando in totale 22 vittorie e portando a casa ben sei titoli di campione individuale e cinque di squadra. La MC12 ha subito purtroppo anche un brutto fallimento: non è mai stata ammessa dalla FIA alla gara 24 Le Mans. L’incrocio dei percorsi degli ex-rivali Ferrari e Maserati ha fatto sì che, il secondo ha potuto dopo gli anni celebrare nuovamente le vittorie sulle piste di tutto il mondo.

Nel 2006 Maserati replica l’idea di marketing della Ferrari che ha offerto a 29 clienti prescelti una versione estrema del modello Enzo, Ferrari FXX. Vengono creati 12 + 3 [test, prove e scopi pubblicitari] esemplari della Maserati MC12 Corsa, modello destinato solo alle piste da corsa private senza omologazione stradale o da corsa. Non avendo le limitazioni richieste per l’omologazione, è stato possibile ottenere dallo stesso motore ulteriori 125 CV. Il colore della carrozzeria rimandava alle vittorie che l’automobile aveva ottenuto: si tratta di un blu denominato esplicitamente ”Blue Victory”. Il prezzo netto che ammontava a circa 1,5 milioni di dollari non ha spaventato i privilegiati per i quali la compagnia ha organizzato numerosi “Track Days”.

Il modello Hot Wheels si presenta bene, sebbene proviene dalla prima serie Elite e sfortunatamente non dispone di un tetto staccabile e della possibilità di rimuovere il cofano. I puristi probabilmente notano anche le dimensioni inappropriate delle ruote. Beh, modello quasi ideale di Auto Art, tuttavia, bisogna pagare quasi tre volte tanto. Come si vede anche nella collezione SOMA, Maserati ha avuto le difficoltà di bilancio.

Anni di produzione: 2004-2005
Volume di produzione: MC 12 50 unità (versione stradale)
Motore: V-12 65°
Cilindrata: 5998 cm3
Potenza/giri: 630 KM/7850
Velocità max: 330 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 3,8
Il numero dei cambi: 6
Peso: 1335 kg
Lunghezza: 5143 mm
Larghezza: 2096 mm
Altezza: 1205 mm
Interasse: 2800 mm

foto: Piotr Bieniek
traduzione it: Amelia Cabaj

Lo Cascio, l’attore interpreta e non giudica

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Luigi Lo Cascio (nato nel 1967) è uno dei migliori attori contemporanei italiani, che negli anni è diventato sinonimo di qualità e intransigenza nel cinema. Vincitore di due “Oscar italiani”, ovvero i premi David di Donatello (per il suo debutto come attore “Cento passi” [2000] e “Il traditore” [2019]) e la Coppa Volpi (per “Luce dei miei occhi”, 2001). Nel 2012 ha esordito come regista del film  “La città ideale”, in cui ha anche interpretato il ruolo principale. Il suo primo romanzo “Per ogni ricordo un fiore” è stato pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli nel 2018. La sua attività creativa spazia dal cinema al teatro, che di fatto è il suo primo amore ed è stato proprio per il teatro che ha abbandonato i suoi studi in medicina. Il suo ruolo più importante, cioè la parte del coraggioso giornalista che combatte contro la mafia, Peppino Impastato, gli è arrivato in realtà grazie a una fortunata coincidenza. Nel tempo libero legge. Uno dei suoi libri preferiti è l’ultimo romanzo di Witold Gombrowicz, “Cosmo”. È uno dei protagonsti principali di “Lacci”, film diretto da Daniele Luchetti (2020), che il 2 settembre apre la 77^ edizione della Mostra d’ Arte Cinematografica di Venezia.

Lei all’inizio voleva diventare medico?

Lo Cascio, foto: Pino Le Per

Io in realtà non avevo mai pensato di fare l’attore. Alla fine del liceo sono diventato più estroverso. Con i miei compagni di scuola facevo delle esibizioni per strada, ad esempio il jukebox vivente. Quando le macchine si fermavano, noi facevamo delle canzoncine con le chitarre e i bonghi. Passavamo con un cappellino, chiedevamo dei soldi. Tutto parte come forma di puro divertimento. All’inizio mi dedicai ai miei studi di medicina, pensavo quella fossa la mia vocazione. Poi nel 1986 con un gruppo di amici con il quale una volta facevo atletica leggera abbiamo deciso di vedere le gare di atletica leggera in tutta Europa. Stiamo stati a Stoccarda, Helsinki. Siccome non avevamo tanti soldi facevamo questi spettacolini di piazza. Una sorta di teatro di strada, pantomime giocose. Proprio in quelle occasioni vedevo e sentivo che mi piaceva avere davanti un pubblico. Ho cominciato a chiedermi se stavo facendo la giusta cosa studiando medicina. Mio padre era chimico e ci teneva molto, anche da parte di mia madre c’erano dei medici in famiglia. E all’università andavo bene.

La svolta è stata lavorare con Federico Tiezzi e il suo gruppo “I Magazzini Criminali”, un movimento artistico molto importante negli anni Ottanta. Tiezzi continua ad essere uno dei migliori in Italia. All’epoca stava preparando la sua versione di “Aspettando Godot” di Samuel Beckett per il Teatro Stabile di Palermo. Si trattava di fare una piccola parte di un ragazzo, che quasi tutti i registi di solito tagliano. Lo ho incontrato e mi ha preso. In questo modo, anche facendo la parte dell’ultima ruota del carro, ho avuto la possibilità di fare una tournee teatrale molto seria. Ero ancora studente di medicina ma il teatro mi ha fatto perdere la testa. Di quel mondo mi piaceva tutto: le prove, il lavoro sul testo, il poter osservare dietro le quinte attori molto bravi, fino alle esibizioni dal vivo in vari teatri d’Italia. Dopo questa esperienza indimenticabile pensai: solo se entro all’Accademia d’Arte Drammatica lascio la facoltà di medicina di Palermo. Sapevo che non potevo gettare tutto subito per un futuro cosi incerto. Ho lasciato decidere un po’ il destino.

“La città ideale” L. Lo Cascio

Il cinema quindi non era il suo primo amore?

All’inizio mi interessava solo il teatro. Il cinema era assente dalla mia vita. In famiglia non avevamo l’abitudine di andare al cinema, né di guardare i film dei grandi maestri. E in realtà perfino durante l’Accademia, in tre anni di studi a Roma, sono stato al cinema forse 3 o 4 volte. Fabrizio Gifuni, bravissimo attore italiano e mio compagno di stanza all’ epoca – con il quale poi abbiamo fatto insieme “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana – mi obbligava ad andare al cinema, a guardare i film! Mi invitava a cena e mi diceva: “Adesso tu non esci, se non vedi qualche capolavoro di Kubrick!”. Io ovviamente li guardavo ma con scarsa attenzione. Era la presunzione di un ragazzo innamorato del teatro, che pensava che il cinema fosse un’arte minore. In quei tempi non avevo ancora capito la bellezza e l’importanza del cinema. Confrontavo tutto sul piano testuale. È chiaro che Shakespeare o la tragedia greca, Pirandello o Becket, sono imparagonabili come grandezza, spessore dei testi, rispetto a qualunque sceneggiatura. Dai testi teatrali vengono fuori infinite rappresentazioni. Con il film invece… già se fai un remake, spesso esce male. Come se qualcosa venisse rovinato, conta solo l’originale. Ma quel mio approccio d’allora oggi mi fa sorridere.

Tutto cambia con “I cento passi”.

Per sette anni dall’inizio degli studi teatrali non avevo fatto mai niente con il cinema. Nessun provino o book fotografico. Nessun agente cinematografico. È stata pura fortuna. L’attore che fa mio padre ne “I cento passi”, Luigi Maria Burruano, è mio zio nella vita. O meglio era, perché purtroppo ci ha lasciati un paio di anni fa. Era un grandissimo attore e ne “I cento passi” dà un saggio della sua bravura. Stavano per incominciare le riprese, mancava un mese e mezzo. E lui chiese una sera a cena a Marco Tullio Giordana: “Ma chi farà Peppino Impastato?”. E il regista rispose: “Guarda, non l’ho ancora trovato”. Mio zio in quel momento replicò: “Ho un nipote che fa l’attore…”. Giordana rispose: “Stiamo per fare un film sulla mafia e tu mi vuoi parlare di un tuo famigliare? Vuoi inserire dentro qualcuno del tuo clan”. Il regista prese un po’ in giro mio zio. Ma io poi mi presentai, e lui vide che c’era una somiglianza tra me e Impastato. Io gli confessai subito: “Sono onorato d’essere preso in considerazione per questa parte. Ma metto le mani avanti, io non ho mai visto i classici di Pasolini o Antonioni, Herzog o Welles. So i cognomi dei registi, ma a dire il vero non conosco il loro cinema”. Giordana invece di arrabbiarsi rimase stupito: “veramente non li conosci? devi ancora vederli? Che fortuna! Hai dei continenti da esplorare”. Facendo “I cento passi” ho incominciato ad amare il cinema dal di dentro, facendolo. Da quel punto mi è scattata la sete di conoscere e ho fatto delle grandi immersioni: tutto Herzog, tutto Kubrick, La scuola del cinema russa… Incominciavo a capire cosa mi ero perso fino a quel momento.

Seconde Lei perché Marco Tullio Giordana l’ha scelta per la parte?

Non credo di aver fatto bene il provino, avevo pochissima esperienza. Non avevo mai recitato davanti ad una macchina da presa, venivo dal teatro. Ma Giordana mi disse: “Sai perché ho preso proprio te? Quando parlavamo dei libri di Majakovskij e Pasolini, a certi riferimenti letterari importanti in generale, ma anche per il film, tu li conoscevi tutti”. Gli piaceva che io avessi letto gli stessi libri di Peppino. E qui i libri, che una volta potevano essere un ostacolo al mio approccio al cinema, divennero il mio punto di forza.

Dopo un film così forte come “I cento passi”, non potevo immaginare che potesse interpretare il ruolo di un mafioso…

Il cinema crea nello spettatore una suggestione molto forte, per cui se tu come attore sei stato credibile come un certo tipo di personaggio, sembra impossibile che poi passi dall’altra parte. Se hai interpretato Impastato, come fai a fare la parte del mafioso? Ma nel mondo del teatro ad esempio questo ragionamento cosi lineare non funziona in tal modo. C’erano tempi in cui Salvo Randone e Vittorio Gassman facevano a teatro Otello e Iago. Tutte le sere si scambiavano ruolo. A teatro è tollerabile che tu passi da una parte all’altra. Un giorno sei il male assoluto e l’indomani incarni Romeo e Riccardo Terzo. Nel cinema lo spettatore dimentica più facilmente che tutto questo è un gioco di rappresentazione e fa più fatica ad accettarti in un ruolo diverso da quello precedente.

Incarnando Peppino Impastato sai bene che stai rappresentando un certo modo di stare al mondo, una certa etica. Ed io sono stato sicuramente identificato con questo personaggio, con un certo spessore morale. Anche altri registi, oltre a Marco Tullio Giordana, mi hanno scelto proprio perché mi hanno identificato con questo tipo di umanità, alla quale si attribuisce il coraggio e un senso di giustizia. Basta pensare a “Noi credevamo” di Mario Martone. Ma anche se non fossi stato Contorno, cioè un mafioso che era diventato collaboratore di giustizia, avrei interpretato questo personaggio unito alla mafia con la stessa attenzione e lo stesso – tra virgolette – piacere. Da un punto di vista della pura recitazione, l’attore che è portato a trasformarsi, alla metamorfosi, non può e non deve dare un giudizio morale sul personaggio che sta interpretando. Perché potrebbe complicare la recitazione. Se io pensassi “Sì ma in fondo Contorno è un assassino” mi metterei in contrapposizione con me stesso, con il personaggio che interpreto. Su qualunque personaggio, anche il più detestabile, nel momento in cui viene interpretato dall’attore, c’è una sospensione del giudizio morale. Nel personaggio di Totuccio Contorno era molto attraente per me il fatto che lui parlasse nel dialetto palermitano.

Ma è anche giusto sottolineare che ne “Il traditore” non interpreto il ruolo del classico membro di Cosa nostra, ma colui che attacca le strutture mafiose collaborando con il sistema giudiziario. Ad ogni modo, ci sono alcune connessioni tra il film di Marco Tullio Giordana e Marco Bellocchio, in entrambi i film, ad esempio, spunta la figura di Gaetano Badalamenti.

“Il traditore” M. Bellocchio

Il dialetto è un aspetto molto importante del film di Bellocchio. Una delle sequenze più importanti de “Il traditore” è legata all’interrogatorio di Contorno nell’aula bunker. Gli avvocati in sala non sono in grado di capire quello che sta dicendo.

Nel film parlo in un dialetto molto particolare, che parlano solo i palermitani. Già i catanesi o gli altri siciliani non lo sanno parlare bene. Non è un dialetto che si possa studiare, o lo sai fare o no. Bellocchio mi ha visto sempre in film e spettacoli teatrali in cui parlavo italiano. Così mi ha fatto un provino; ci teneva molto all’autenticità della lingua e voleva controllare se io avessi la conoscenza di questa forma di lingua che ti porta immediatamente verso il popolo, verso un certo modo di vivere, di considerare le cose. Dopo il provino si è reso conto che parlavo questo dialetto con naturalezza e mi ha anche affidato i testi, certe volte io stesso li traducevo in un palermitano stretto. Una volta che mi ha scelto è poi stato molto aperto perché mi ha lasciato fare. Cosi c’era anche spazio per un po’ di improvvisazione, perché un dialetto è fatto anche di intercalari, frasi ripetitive, modi di dire molto particolari, giri di parole. Ad esempio la scena della vendita della macchina in America era molto improvvisata, molto palermitana nel senso dell’umorismo e mi fa piacere che fa ridere il pubblico in tutto il mondo.

I film sulla mafia sono senza dubbio una delle specialità della cinematografia italiana. Basta pensare alla serie dei gialli politici basati sui libri di Leonardo Sciascia e realizzati poi da grandi registi come Elio Petri o Francesco Rosi. O ai film di e con Michele Placido negli anni 90. Cosa c’è in questo tema che attira costantemente l’attenzione dei cineasti?

I racconti sulla mafia sono sempre dei racconti sulla storia d’Italia. Specialmente da quando si è capito che non è un problema di una regione, è un tema in cui si gioca il destino di una nazione. I rapporti della mafia siciliana sono sia locali che mondiali, si intrecciano con la storia politica ed economica del mondo (Stati Uniti, America Latina, etc.). E come dimostra non solo il cinema italiano, ma anche quello statunitense, quelle sulla mafia sono sempre storie estreme, dove i personaggi sono veramente shakespeariani (gli stessi temi: onore, tradimento, delitto…). Ci sono delitti che raggiungono una violenza efferata ma, allo stesso tempo, vengono preservati dei valori ritenuti “sacri”. Tutto ciò fa assumere a queste storie qualcosa che a che fare con il mito, con la grande tradizione del racconto epico. Diventano interessanti sia dal punto di vista storico che da quello espressivo.

Con Bellocchio aveva già collaborato nel film “Buongiorno, notte” (2003). Il regista è cambiato in questo periodo?

Mi ha molto colpito rivederlo dopo tutti questi anni, perché mi è sembrato come un ragazzo ringiovanito. La curiosità per un mondo che lui non conosceva, cosa che ha dichiarato apertamente – Bellocchio non conosceva la Sicilia, la lingua, le storie sulla mafia. Questo desiderio di scoperta faceva sì che lui fosse molto vivace, sul set stava sempre in piedi per esempio. Ho questo ricordo di lui in continuo movimento, che si sposta dalla macchina da presa fino gli attori. Una febbre artistica. In “Buongiorno, notte” lo ricordo più seduto, calmo, concentrato sulla sceneggiatura. Scriveva, pensava. Invece ora l’ho ritrovato più dinamico, come preso da una danza. Si è lasciato trasportare da questo strano entusiasmo che avvolge questa incredibile storia.

Se potesse scegliere di lavorare con un regista del passato, chi sceglierebbe?

È difficile citarne soltanto uno. Elio Petri è un regista con il quale mi sarebbe piaciuto fare dei film. Ovviamente anche Pier Paolo Pasolini. E del cinema americano invece sarebbe stato un sogno poter lavorare con Stanley Kubrick e fare un film come “Eyes Wide Shut”, nella parte fatta da Tom Cruise.

“Lacci” D. Luchetti

Mosca, Gleiwitz, Danzica. Ovvero, come ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale

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Tre città. La prima è stata nei secoli, ed è tuttora, la capitale del più grande Stato del mondo e tempo addietro i suoi sovrani la proclamarono Terza Roma. La seconda, probabilmente la meno conosciuta e grande, si trova in Alta Slesia, e perciò piena di carbone e toponimi: Gleiwitz in tedesco, Hlivice in ceco, Gliwicy in slesiano, Gliwice in polacco e nome ufficiale della città oggigiorno. La terza disponeva del porto più importante della Prussia Reale od Occidentale (il governo di turno decideva a quale territorio appartenesse), e tuttora è la più importante e popolosa città costiera polacca nota col nome di Gdańsk. Il toponimo italiano deriva, invece, dal tedesco Danzig e capoluogo del Voivodato della Pomerania. E fu in queste tre città, in quest’ordine, che la Seconda Guerra Mondiale bussò alla porta, non prima, però, che altri suonassero il campanello per sua procura.
Il primo campanello lo suonarono due Ministri degli Esteri il 23 agosto 1939: Joachim von Ribbentrop per la Germania nazista, e Vjačeslav Molotov per l’Unione Sovietica. Riunitisi a Mosca per conto dei loro padroni, i due più avversi regimi totalitari dell’epoca proclamarono un patto di non aggressione e di non belligeranza con nazioni terze. Un accordo segreto, inoltre, assicurò al padrone sovietico la Bessarabia romena, la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Polonia orientale. Così facendo, il padrone nazista avrebbe avuto carta bianca sul destino della Polonia occidentale. La Lituana, inizialmente programmata per finire sotto il controllo di quest’ultimo, fu poi concessa all’URSS in cambio di ulteriori porzioni della Polonia. I finlandesi, invece, smaccarono il Capo del Cremlino resistendo eroicamente per un lungo inverno, vincendo una guerra in cui furono, tuttavia, costretti a cedere parti della Carelia. Con la Dichiarazione di Praga del 2008, e più tardi quella di Vilnius dell’anno dopo, fu scelto, non a caso, il 23 agosto quale Giornata Europea della Memoria per le Vittime dello Stalinismo e del Nazismo. Il simbolo della Giornata è un fiocco nero. Molte organizzazioni politiche e non governative di entrambe le ideologie contestarono la decisione e parlarono di “revisionismo storico”.  Il che è strano, visto che sono proprio loro i più grandi Maestri del revisionismo storico, in qualità di adepti e servi di regime. Ma torniamo in Polonia, o meglio in Slesia.
Il secondo campanello lo suonarono un gruppo di SS e il loro comandante Alfred Naujocks la sera del 31 agosto. Lui e il più famigerato Reinhard Heydrich, con l’aiuto dei servizi segreti tedeschi, misero in scena uno dei casus belli meglio architettati della storia. Dopo essere entrati in possesso di uniformi e documenti dell’esercito polacco, e dopo aver sparato a una dozzina di internati nel Campo di Concentramento di Dachau di origine polacca, arrivarono alla torre radio di Gleiwitz, allora città tedesca al confine con la Polonia. Prima di ammazzare i prigionieri, le SS li obbligarono a vestirsi e a gridare incitamenti ai polacchi residenti in Germania di attaccare i civili tedeschi. Per sicurezza Heydrich ordinò a Naujocks di catturare, drogare e fucilare Franciszek Honiok, un contadino filopolacco originario di un paese vicino. Nel cuore della notte la notizia fece il giro di tutta la Germania. Il giorno dopo la Polonia fu invasa, a cominciare da Danzica.
Sta di fatto che dopo la fine della Grande Guerra, la Lega della Nazioni creò la Città Libera di Danzica, formata dal capoluogo baltico, le città di Gdynia e Sopot e dintorni, area nota in polacco come Trójmiasto (Tripla Città). Qui, la mattina del 1 settembre suonò il terzo e ultimo campanello. Nei giorni precedenti, le autorità polacche stanziate in città avevano trasportato in punti chiave della città chili munizioni. Uno di questi luoghi era l’Ufficio Postale Polacco, situato sulla piazza Hevelius nella Città Vecchia. Alle 04:45, quando l’invasione prese avvio, c’erano cinquantasette persone nell’edificio, tra cui un militare. I restanti erano impiegati postali, il guardiano, sua moglie e sua figlia. Erano armati con una quarantina di pistole e un fucile anticarro. Resistettero a quasi duecento SS fino al tardo pomeriggio, nonostante questi fossero riusciti a buttare giù parte dell’edificio e appiccato il fuoco sulle mura rimaste in piedi. Solo in due riuscirono a scappare. In otto perirono durante lo scontro, mentre in due scamparono alla cattura dopo la resa. Gli altri franchi tiratori furono catturati e, un mese dopo,  fucilati. Questa fu la prima battaglia combattuta da civili nel corso della guerra, quel genere di scontri di cui nessuno preferirebbe sentire. Nello stesso giorno cominciò anche la prima battaglia tra eserciti, combattuta sulla penisola di Westerplatte nella Baia di Danzica, dove si trovava un grosso deposito di munizioni dell’esercito polacco. La Battaglia di Westerplatte vide il confronto tra una corazzata e sessanta aerei tedeschi e poco più di duecento soldati polacchi. L’ufficiale Henryk Sucharski e i suoi uomini resistettero sei giorni, durante la quale i tedeschi tentarono, addirittura, di far esplodere due treni contro una cisterna piena di benzina e altri liquidi infiammabili, ma entrambi i tentativi fallirono. Il primo, addirittura, incendiò il terreno delle postazioni tedeschi, concedendo ai polacchi ore di vantaggio. Il 7 settembre Sucharski si arrese, dopo aver perso quindici uomini; gli avversari ne avevano persi più del triplo.
Un passo indietro: il 4 maggio 1939 il deputato socialista francese Marcel Déat, in un articolo sul quotidiano L’Œuvre intitolato “Morire per Danzica?”, espresse il suo disappunto per una possibile guerra con la Germania e creò involontariamente la nota espressione. Scrisse così: «Combattere a fianco dei nostri amici polacchi per la difesa comune dei nostri territori, dei nostri beni, delle nostre libertà, è una prospettiva che si può coraggiosamente immaginare, se deve contribuire al mantenimento della pace. Ma morire per Danzica, no!». Costui fu, in seguito, uno dei più stretti collaborazionisti della Repubblica di Vichy, e a guerra finita latitò sotto falso nome in Italia. A conti fatti, Déat aveva espresso il sentimento comune in tutta l’Europa di allora: nessun popolo voleva la guerra. Ma i due padroni totalitari erano disposti a farla; avevano solo bisogno di tempo e risorse. La firma del Patto Molotov-Ribbentrop ne è la prova. Fu saggio, dunque, “morire per Danzica”? Era giusto morire per Gdańsk o per Gliwice? Per Westerplatte? Per una stazione radio o per un ufficio postale? I polacchi di oggi, che sempre detestarono questa espressione, considerandola un simbolo del “tradimento alleato” che li fece finire nelle grinfie del padrone sovietico, rispondono sì. Perché i piani del padrone nazista e di quello comunista andavano ben oltre la Polonia. A dimostrarlo ci sono i fatti: quasi un quinto dei cittadini polacchi morì a causa del nazismo o del comunismo. Se non si fosse battuto per Danzica, il popolo polacco sarebbe stato sterminato per motivi razziali o ideologici da entrambi i totalitarismi, poiché questi erano i motivi per cui quel popolo era detestato da ambo le parti. Ma, di conseguenza, nell’ottica russa bisogna chiedersi se fosse giusto morire per Mosca, e in quella tedesca se fosse il caso di sacrificarsi per Danzig o per Gleiwitz? In questo caso la domanda non va posta né ai tedeschi, né ai russi. Spetta ai loro padroni di quegli anni rispondere.
Autore Filippo Fattori

Ceramica, fascino senza tempo

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 73 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2019)

Dagli antichi Etruschi a Boleslawiec, passando per le innumerevoli tradizioni locali italiane, la ceramica ha percorso i secoli e l’evoluzione alimentare, di cui è stata strumento, mantenendo una straordinaria attualità estetica e funzionale.

Un’arte che è anche una sorta di cartina tornasole delle tradizioni di diversi paesi e culture che attraverso i manufatti in ceramica esprimono storie, gusti e fogge tipici delle località in cui vengono realizzati. A testimoniare le antiche tradizioni della ceramica italiana è la mostra itinerante Grand Tour approdata nei mesi scorsi anche all’Istituto Italiano di Cracovia, esposizione ideata da Viola Emaldi e curata insieme a Jean Blanchaert e Anty Pansera. Storica dell’arte, Viola coordina l’ITS Emiliani, Istituto Tecnico Superiore di Faenza un corso unico in Italia in cui si insegna la tecnica e il Design della ceramica strettamente connessa con le possibilità occupazionali.

“La mostra Grand Tour, che dal 2014 gira per le città d’Europa, è la mostra di rappresentanza di AICC, Associazione Italiana Città della Ceramica. Una esposizione che mette in scena la ceramica tipica italiana, realizzata oggi da maestri artigiani, ceramiche da mensa di foggia classica, tipiche della tavola italiana proponendo un viaggio che descrive forme e decori delle diverse tradizioni locali. Il visitatore passa così da un banchetto medioevale alla festa di una corte rinascimentale fino al pranzo della domenica con il servizio di piatti dei nonni” spiega Viola Emaldi.

Ceramica, dal greco “keramos” ovvero argilla, è un’arte indelebilmente legata alla terra e che quindi è fortemente influenzata dalle peculiarità locali?

“Esatto! Ogni terra ha la sua ceramica. Per realizzare manufatti in ceramica ci vogliono terra, dotata di particolari proprietà, acqua e soprattutto la conoscenza per consolidarla attraverso definiti processi di cottura. In Italia abbiamo moltissime declinazioni di ceramica determinate dalla diversa composizione della terra ad esempio in Toscana dove il suolo è pieno di ferro abbiamo la terracotta, in Veneto la terraglia bianca che è perfetta per le ceramiche da stoviglieria. Alle diversità materiche si sovrappongono poi le differenti culture estetiche determinate spesso dai periodi gloria delle città, così le ceramiche bianche e blu di Faenza esprimono atmosfere neoclassiche e settecentesche, in Toscana rinascimentali, in Sardegna si producono vasi e anfore in maiolica e ceramica smaltata, a Burgio e Sciacca accessori per la cucina, ad Orvieto brocche di stile etrusco e medievale, e poi ci sono le zuppiere lodigiane con decori settecenteschi, i servizi da tavola bassanesi in stile rococò, le coppe antropomorfe di gusto barocco di Caltagirone, i vasi a lustro umbri, i piatti da pompa derutesi. La mostra esalta la ceramica decorativa che propone forme e cromatismi tradizionali, un’arte ancora assolutamente artigianale a differenza del parallelo comparto delle piastrelle, settore di cui in Italia siamo maestri con l’80% di esportazione del prodotto nonostante si debbano importare sia la terra che il gas per i forni. Il successo del comparto piastrelle è determinato dalla bravura dei nostri imprenditori e dei nostri designer che creano prodotti di una tale qualità e bellezza e così diversi tra loro da battere tutti i concorrenti stranieri, basti pensare che in Italia il numero di diversi prodotti disponibili è pari a quello che si fa nel resto del mondo.”

E la ceramica polacca?

“In Polonia ci sono molte cave di gres, caolino e delle materie prime necessarie di produrre kamionka,  hanno una terra da cui si tira fuori un prodotto bianco stabile facilmente plasmabile che si può cuocere ad alte temperature. Poi hanno sviluppato un metodo di decorazione che taglia costi e tempi ovvero l’uso di un tampone-stampo imbevuto nei pigmenti per una decorazione ripetuta che è la caratteristica delle famose ceramiche di Boleslawiec. La Polonia attraverso questo approccio industriale è stata capace di studiare i gusti e le richieste dei mercati stranieri in particolare orientali ed americani diventando un grande esportatore di prodotti di ceramica per uso alimentare. Quale direttore dell’ITS cercherò di sviluppare il più possibile le relazioni Erasmus tra Italia e Polonia.”

Per saperne di più:

www.fitstic.it
WWW.madeinbritaly.com
www.buongiornoceramica.it

foto: Raffaele Tassinari