Monika Mariotti, attrice di teatro e di cinema di origine polacco-italiana, nelle sue interpretazioni va oltre gli schemi rimanendo sempre fedele a sé stessa. In Polonia ha già realizzato quattro progetti originali: Moja Nina: Mariotti śpiewa Simone, Spaghetti Poloneze, Szaman: spektakl reporterski e Blues Witch Project. In ognuno di essi condivide con il pubblico le sue riflessioni sul mondo contemporaneo e una incredibile energia che si percepisce in ogni parola pronunciata e cantata.
In che modo il bilinguismo e l’essere cresciuta in due culture influenzano il suo lavoro?
Cominciamo col dire che non mi vedo come due metà: polacca e italiana. Vedo un’unità. Sono cresciuta con una mentalità polacca e italiana allo stesso tempo. Se non fosse stato così forse non avrei mai avuto la necessità di lasciare l’Italia e vivere in Polonia; inoltre, probabilmente non mi sarei ambientata qui. In Italia mi sono laureata in lingua e letteratura russa e sono diventata insegnante di italiano come lingua straniera, attività che svolgo tuttora. Ho imparato a scrivere e leggere in polacco all’età di 25 anni, anche se parlavo questa lingua fin da bambina. Per questo motivo, quando scrivo testi teatrali in polacco, c’è sempre qualcuno che mi aiuta. Parlo sei lingue e nei miei spettacoli ne uso quattro: polacco, inglese, russo e italiano.
Considero la mia doppia discendenza un grande punto di forza ma che non esaurisce tutta la mia identità. In realtà la sottolineo solo nello spettacolo Spaghetti Poloneze, in cui presento in modo giocoso i punti in comune e le differenze tra polacchi e italiani, ma mostro anche aspetti dell’Italia che spesso i polacchi non conoscono e cerco di sfatare vari stereotipi. Credo che gli stereotipi siano una delle basi principali del razzismo. Per questo motivo combatto gli stereotipi sia sugli italiani che sui polacchi. Non accetto la divisione delle persone semplicemente sulla base dell’origine o del colore della pelle.
Le manca l’Italia dopo tutti questi anni in Polonia?
Mi piace molto l’Italia e amo tornarci. Per me è uno dei Paesi più belli del mondo in termini di cultura, soprattutto di storia dell’arte, che adoro. Ciò che amo dell’Italia è l’onnipresenza della storia e la cura che gli italiani hanno per il loro patrimonio culturale. Tuttavia vedo che la difficile situazione in Italia sta costringendo molte persone a partire e a ricominciare la propria vita in altri Paesi, spesso senza conoscere la lingua. Sempre più italiani vengono anche in Polonia, il che dimostra che il loro giudizio su questo Paese, in cui io mi trovo molto bene, sta cambiando.
La sua carriera teatrale è iniziata in Italia. In base alla sua esperienza, vede delle differenze tra il lavoro di attore in Italia e in Polonia?
In Italia sono stata impegnata nel teatro sperimentale di Roma, che mi ha insegnato molto e mi ha permesso di conoscere persone straordinarie. Credo ancora molto nel teatro indipendente, nato dalla passione. Sono una libera professionista e creo gli spettacoli da sola. All’epoca, quattordici anni fa, sentivo un senso di rassegnazione tra gli artisti italiani, causato dal fatto che i teatri sperimentali non ricevevano finanziamenti. In Polonia, credo che il mondo del teatro sia più aperto alle nuove idee. Vedo anche che i creatori sono più concreti, decisi, e questo mi piace molto. Ho imparato tanto in Italia, ma su vent’anni di carriera ne ho trascorsi solo sei a Roma, quindi mi sento più un’attrice polacca.
Il suo ultimo spettacolo, Blues Witch Project, ha debuttato l’8 novembre al teatro Scena Relax di Varsavia. Qual è la storia di questo progetto?
Questo è il mio quarto progetto in Polonia. Tutto è iniziato tre o quattro anni fa quando, insieme a Justyna Gajczak, una cantante di grande talento che conosco da molto tempo, abbiamo cantato Do i move you di Nina Simone e abbiamo pubblicato la registrazione su Internet per puro divertimento. Da questa canzone cantata insieme è nata l’idea di uno spettacolo ispirato dal blues e dall’America. Wojciech Brzeziński, un attore del teatro Ateneum e mio compagno di vita, si è unito a noi. Sono una sua fedele spettatrice, adoro le sue capacità recitative e volevo creare qualcosa con lui da molto tempo. Ho chiesto un finanziamento alla ZASP (Unione degli Artisti Scenici Polacchi) e il periodo successivo è stato così intenso che non ne ricordo molto.
Come succede spesso nei miei spettacoli, anche in questo viene affrontato il tema della diversità. È uno spettacolo importante che parla non solo della storia del blues, ma anche della colonizzazione e del razzismo. Ci sono persone che non vogliono sentire parlare di apertura delle frontiere, ne hanno paura. C’è anche chi lo reputa inevitabile. Io credo che sia meglio aprirsi all’umanità e smettere di dividere le persone in migliori e peggiori. I miei spettacoli mirano a promuovere e sostenere la diversità nel mondo, senza paura e con tutte le conseguenze.
In Blues Witch Project, lei non è solo attrice e cantante, ma anche produttrice e co-regista. Inoltre, ha co-scritto la sceneggiatura insieme a Marta Fortowska. Com’è stato doversi occupare di così tanti aspetti del progetto contemporaneamente?
È stata una sfida enorme e uno stress indescrivibile. Il mio obiettivo è sempre quello di dare qualcosa di valore al pubblico, di trasmettere emozioni e storie. Creare uno spettacolo significa assicurarsi che sia sostanziale e professionale. Voglio che la qualità sia tale che il pubblico possa dire, dopo lo spettacolo, di aver vissuto un’esperienza di vero teatro.
Dopo la mia avventura con Blues Witch Project, sono dell’opinione che il teatro dovrebbe essere a pagamento. Creare uno spettacolo costa decine di migliaia di zloty, e per il pubblico, se può permetterselo, si tratta di un costo di qualche decina di zloty, a volte poco di più. Il teatro è incredibilmente importante per lo sviluppo umano. È anche uno strumento sociale, un’opportunità per stare e riflettere insieme. Invito ai miei spettacoli persone in una situazione economica difficile, ma i miei amici spesso si offrono di comprare i loro biglietti perché vogliono sostenere il teatro. Io faccio lo stesso. Un grande problema del teatro è il problema del denaro. Dovremmo apprezzare il valore degli spettacoli e non avere paura di parlare dei prezzi dei biglietti.
Ha lavorato sia sui progetti da sola che di gruppo. Quale di queste due forme le si addice meglio?
Tredici anni fa ho recitato per la prima volta in Polonia in un gruppo di quattro persone in uno spettacolo Kompleks Portnoya, diretto da Adam Sajnuk e Aleksandra Popławska, in cui recito ancora oggi al Teatro WARSawy. Ho poi trascorso i nove anni successivi a creare e recitare da sola. Ovviamente sono sempre stata accompagnata dai meravigliosi musicisti che stanno alla base dei miei spettacoli, ma Blues Witch Project è il primo spettacolo creato da me in cui sono sul palco con altri attori. Lavorare con Wojciech Brzeziński e Justyna Gajczak è stata una bellissima esperienza che mi ha permesso di confrontarmi con il mio perfezionismo e il mio bisogno di controllo. Quando lavoro con altri attori le responsabilità si dividono, ci sono più forze creative. Credo molto nel lavoro di squadra, che è la più grande forza del teatro. Tutti i miei progetti sono il risultato di una bella collaborazione tra molte persone, senza le quali non potrei immaginare i miei spettacoli. Grazie a Blues Witch Project so che mi piacerebbe continuare a fare lavoro di squadra.
Quali sono i suoi prossimi progetti artistici?
So già che nel mio prossimo progetto ci saranno quattro attori, che ovviamente canteranno. Sarà uno spettacolo di viaggio in cui esploreremo quasi tutto il mondo. C’è anche un altro progetto polacco-italiano in arrivo, di cui purtroppo non posso ancora rivelare i dettagli.








































La scorsa primavera ero in un periodo molto ricco di viaggi e impegni ed ero pure in procinto di partire per una nuova avventura di vita extra-europea. Nonostante questo è emersa la necessità di trovare il tempo per andare a scandagliare l’immensa ricchezza del nostro Bel Paese, in particolare sul piano culturale e gastronomico. Così, con la compagnia designata e ben già rodata di mia cugina Irene, abbiamo deciso di partire per una sostanziosa tre giorni tra Abruzzo e Molise. Inutile stare a sottolineare (eppure lo faccio ogni volta!) quanto ogni regione d’Italia sia intrisa di storia, tradizioni, natura, e di come si potrebbe spendervi (potendolo fare…) tempo in abbondanza senza il rischio di restare senza stimoli: questa è una delle poche certezze della vita! Il nostro itinerario vede come prima tappa L’Aquila, capoluogo dell’Abruzzo, città suggestiva e vegliata dal maestoso (e innevato) Gran Sasso, ma nella quale le ferite della recente dolorosa storia sismica sono tuttora troppo lancinanti; e nonostante tanta arte, architettura e vita, quella “particolare” atmosfera è un qualcosa purtroppo di forzatamente inscindibile. A tavola non ci sono molti dubbi, con un pranzo dominato da arrosticini di pecora fatti a mano, ed anche alcuni molto saporiti di fegato, il tutto accompagnato da bruschettoni con funghi e salsiccia. Nel tardo pomeriggio ci muoviamo scendendo lungo la costa dell’Adriatico, in direzione della deliziosa Termoli. Parliamo di una delle principali città del Molise, unico porto della regione
e punto strategico da cui poter esplorare la zona. Da qui si possono raggiungere facilmente le isole Tremiti, oppure addentrandosi nell’entroterra, distante circa un’oretta, Campobasso. Ed è proprio il capoluogo molisano il focus del secondo giorno, non prima di aver trascorso una piacevole serata passeggiando tra le vie di Termoli e del suo pittoresco Borgo Antico. La cena? Dell’immancabile pizza seguita da sosta tattica in pasticceria. L’indomani si va alla volta di Campobasso come detto, lungo un tragitto caratterizzato da tanto verde. Giunti in città, dopo aver camminato tra i fascinosi vicoletti, si sale verso il Castello Monforte per ammirare dall’alto il panorama circostante, accompagnati costantemente da un cielo che per metà riluce d’azzurro e per l’altra minaccia acqua. La camminata merita anche il rischio di pioggia, tra le chiesette, le case e i pini sacri. Ridiscesi ora nella parte bassa della città, per pranzo si va nel tipo di locale che più amo, ossia le botteghe con gastronomia, dove restare ammaliati da numerosi salumi, formaggi, dolci tipici e quant’altro. E proprio questi elementi compongono il “semplice” (cosa c’è alla fine di meglio di un buon panino?) quanto squisito pasto, nel posto in questione il quale offre una vasta selezione di prodotti di tutto il Molise: e vuoi non riempirti poi lo zaino con un po’ di salsiccia, soppressata e caciocavallo da portare anche a casa? Nel tardo pomeriggio, dopo aver esplorato ulteriormente, si torna a Termoli, dove una splendida luce e un doveroso gelato accompagnano un’altra gradevole passeggiata,
prima della cena. Il piatto forte in questo caso sono i cavatelli, realizzati a mano sotto i nostri occhi da una anziana signora, quasi ipnotica da osservare nel dar vita alla pasta fresca. Vini rossi tipici ed altre specialità del luogo vanno a completare il quadretto di una cena soddisfacente. Terzo ed ultimo giorno: si risale di buon mattino in Abruzzo, verso San Vito Chietino, punto di partenza per una passeggiata sulla Costa dei Trabocchi. Il meteo non è buono, meglio aspettare il probabile sereno del pomeriggio, ed allora non resisto alla curiosità di voler mettere piede nella vicina Lanciano: una città che mi ha sempre suggerito qualcosa, come diverse altre nel centro Italia. Ma come molte altre cose, spesso quelle che accadono per caso sono le migliori, e voglio dare valore assoluto a quel che ho qui vissuto, perché la giornata si sarebbe davvero potuta concludere in questa mattinata. Anticipo e sintetizzo con poche parole il pomeriggio e la serata, peraltro splendidi, tra l’abbondante pranzo di pesce (fritto, paccheri ai frutti di mare, seppie ripiene …) a San Vito e la lunga scenografica via della Costa dei Trabocchi, costruzioni in legno per la pesca che caratterizzano questo tratto di Adriatico, prima del rientro in Lombardia in nottata. Siamo a Lanciano dunque, e dopo aver camminato un po’ per la meravigliosa piccola città, entriamo in un posto (anche per evitare la pioggia) che ci
incuriosisce: la “Bottega del Viaggiatore Errante”. Ho viaggiato tanto nella mia vita ma… un posto come questo io non l’avevo veramente mai visto e vissuto. E più che di posto parlerei infatti di esperienza vera e propria, che è ciò che mi sono portato a casa alla fine. Qui abbiamo incontrato persone squisite, che ci hanno accolto come ci conoscessimo da sempre, offerto un caffè, un dolce, con cui abbiamo parlato di tante cose, che ci hanno trasmesso l’amore e la passione per la loro terra, ed anche regalato un libro della città. Il tempo lì dentro si è fermato, non so quanto ci siamo intrattenuti. Purtroppo era ora di andare, ma spero sinceramente, un giorno, di poterci tornare. 