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GAZZETTA ITALIA 79 (febbraio-marzo 2020)

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Gazzetta Italia 79: “Federico/100”, sullo sfondo della scena più famosa del film “La Dolce Vita”, è la copertina artistica che Gazzetta Italia dedica all’anniversario dei 100 anni dalla nascita dell’immenso Federico Fellini. Il grande regista è protagonista anche della rubrica “Finchè c’è cinema c’è speranza” curata da Diana Dabrowska. In questo numero di Gazzetta troverete un paio di interessanti interviste tra cui quella alla famosa traduttrice Joanna Ugniewska, quella a Gianluca Migliorisi, manager della Chicco e colonna degli italiani in Polonia, al disegnatore napoletano e autore della copertina DaniloPè e all’artista polacca che vive in Italia Marta Czok. E poi ancora troverete articoli di viaggio – uno dedicato alla città di Torino e poi “Amore al gusto di pasta” che è un viaggio tra le bellezze italiane – di cucina, tra cui la vera storia delle origini della pizza, di storia, moda, motori e naturalmente lingua e molto altro!

Professioni più ricercate

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
Il ministro Piontkowski ha sottolineato che la previsione della “necessità di dipendenti nelle professioni legate all’istruzione professionale nel mercato del lavoro domestico e del voivodato” è un’indicazione di quali professioni hanno un futuro e in quali direzioni le scuole tecniche dovrebbero reclutare studenti. La previsione è un elemento importante per riformare l’educazione del settore tecnico e adattarla alle esigenze del mercato del lavoro. Le scuole, che insegnano nelle professioni per le quali è prevista una necessità speciale sul mercato del lavoro interno, riceveranno un aumento dei finanziamenti che continuerà per tutto il ciclo educativo. Tra le 24 professioni più ricercate sul mercato del lavoro, l’elenco comprende, tra gli altri, elettricista, meccatronico, intonacatore-muratore, fabbro, autista-meccanico, tecnico programmatore, tecnico di saldatura.

Musica e lingua dei giovani. Gli anni Ottanta e Novanta

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La musica è da decenni una delle forme di intrattenimento più amate dai giovani e, inevitabilmente, i diversi generi musicali (pop, rock, rap e così via) sono sempre stati uno specchio della realtà giovanile, linguaggio incluso. Nel caso dellʼItalia gli anni Ottanta e Novanta sono stati un periodo importante da questo punto di vista: in quei decenni, infatti, il lessico tipico degli adolescenti si fece strada nei testi musicali, grazie in particolare ad alcuni gruppi rock e pop.

Gli Skiantos, gruppo punk rock italiano attivo già nella seconda metà degli anni Settanta, furono tra i precursori del cosiddetto rock demenziale, genere affine al comedy rock anglosassone: musica caratterizzata da testi grotteschi e comici, linguaggio volgare e satirico ed elementi di cabaret. I brani della band bolognese contengono molte parole ed espressioni tipiche del linguaggio giovanile degli anni Settanta e Ottanta come essere in para (cioè “in paranoia”) o sbarbo/sbarba (rispettivamente “ragazzo” e “ragazza”). Lʼalbum del 1978 “MONOtono” inizia proprio con una conversazione tra adolescenti, piena di termini tipici dellʼepoca e spesso difficilmente comprensibili per lʼascoltatore di oggi. Il linguaggio dei giovani infatti evolve molto rapidamente, tanto che parole come sbarbo e sbarba sono presto diventate desuete (anche se gli Skiantos fecero in tempo a pubblicare, nel 1980, il brano “Mi piaccion le sbarbine”).

Il gruppo più importante per quanto riguarda il rock demenziale in Italia sono stati però i milanesi Elio e le Storie Tese, il cui primo album risale al 1989. Con i loro testi al tempo stesso volgarissimi e raffinati, ricchi di giochi di parole e citazioni, i musicisti lombardi sono passati, nel corso degli anni, da band di culto ad autentico fenomeno mediatico. Anche nel caso del loro disco di debutto si inizia con una conversazione tra adolescenti, un chiaro omaggio agli stessi Skiantos: lʼargomento della discussione sono le figu, cioè le figurine dei calciatori, popolarissime tra i bambini e i giovani dellʼepoca. Molti anni dopo, nel 2013, la band ha registrato il seguito di quella vecchia intro, scherzando sul fatto che tanto la parola figu quanto le stesse figurine erano ormai da anni qualcosa di vecchio e fuori moda.

Una delle canzoni più interessanti in questo senso è “Supergiovane”, pubblicata da Elio e soci nel 1991 e dedicata alle avventure di un supereroe che incarna lo spirito ribelle e immaturo dellʼadolescenza. Il brano rievoca lʼimmaginario giovanile degli anni Ottanta, tra programmi televisivi, pubblicità, riviste e molti altri prodotti della cultura di massa, ma anche il linguaggio dei giovani di quegli anni. Alcuni dei termini che compaiono nel testo erano desueti già allʼalba degli anni Novanta: basti pensare a matusa, parola che nel decennio precedente veniva spesso usata per indicare i “vecchi”, cioè gli adulti, visti come noiosi e incapaci di capire gli interessi e le esigenze dei giovani. Matusa è unʼabbreviazione di Matusalemme, dal nome del più vecchio dei patriarchi dellʼAntico Testamento. Data la scarsa longevità del gergo giovanile, però, la parola in questione era già desueta nel 1991, tanto che, paradossalmente, chi a quel punto usava ancora il termine matusa era già “vecchio” lui stesso.

Uno dei gruppi pop italiani più celebri sono stati, negli anni Novanta, gli 883, inizialmente un duo composto da Max Pezzali e Mauro Repetto. Il loro primo disco, “Hanno ucciso lʼUomo Ragno”, venne pubblicato nel 1992. Già a partire dal titolo era chiaro lʼattaccamento allʼimmaginario adolescenziale dellʼepoca, tra fumetti di supereroi e sogni sullʼAmerica. I testi, soprattutto su quel primo disco, erano caratterizzati da un linguaggio spesso volgare, ma allo stesso tempo molto vicino alla realtà dei giovani italiani, ideale illustrazione di un mondo pieno di problemi, ma anche di sogni.

I primi testi degli 883 contengono molti elementi tipici della lingua dei giovani di quel periodo, tra cui lʼortografia poco ortodossa (lʼuso della k, x con significato di per, i numeri al posto delle parole). Tra brani possiamo citare “Sʼinkazza”, “6/1/sfigato” (quindi “Sei uno sfigato”) o ancora “Con un deca” (cioè, ovviamente, 10.000 lire), titoli non certo raffinati, ma sicuramente vicini alla sensibilità e al modo di comunicare dei giovani di quel periodo. Per i dischi successivi Pezzali avrebbe scritto canzoni dai testi più profondi, mantenendo però sempre le tematiche legate alla giovinezza, alla nostalgia e ai sogni della sua generazione.

Gli anni Novanta furono un periodo particolarmente interessante per la musica italiana, con un deciso “svecchiamento” dei testi e il successo di generi e sottogeneri musicali prima di nicchia, tra cui il rap o il rock alternativo. La diffusione, accanto alla radio, dei canali televisivi dedicati alla musica (la rete italiana Videomusic esisteva già negli anni Ottanta, mentre nel 1997 venne lanciata, con enorme successo, MTV Italia) contribuì non poco alla popolarità mainstream di molti cantanti e gruppi.

883 è uno dei gruppi simbolo del pop italiano. I testi della band di Max Pezzali, specie nei primi anni, erano fortemente radicati nel gergo giovanile: basti pensare a uno dei loro più grandi successi, la canzone “Sei un mito”. Già il titolo rimanda alle espressioni, comuni tra gli adolescenti, mito e mitico/a per “fantastico/a”, “grande”. Nel testo compaiono poi altre parole colloquiali, comuni ancora oggi, come figata o cannare, oltre alla forma ʼsta per “questa”, di nuovo tipica del parlato. Si tratta di espressioni non particolarmente eleganti e, fino a quel momento, decisamente poco diffuse nelle canzoni italiane da classifica. Del resto gli 883 erano noti per i loro testi spesso volgari, tanto nel 1994 pubblicarono un singolo dallʼeloquente titolo “Chiuditi nel cesso”.

Negli stessi anni il cantautore Marco Masini ottenne un grande successo con brani dai titoli controversi come “Vaffanculo” o “Bella stronza”. Entrambe le canzoni divennero hit ampiamente trasmesse dalle radio e oggi sono ritenute dei classici. Nonostante tutto, però, i testi apertamente scurrili erano poco tollerati dai media e dallʼopinione pubblica. Per fare un esempio, la band di rock demenziale Elio e le Storie Tese, nota per i suoi testi intelligenti e ricercati ma allo stesso tempo estremamente volgari, raggiunse il vero successo a livello nazionale con un brano sempre molto ironico, ma del tutto privo di parolacce come “La terra dei cachi”. La canzone venne presentata al Festival di Sanremo nel 1996, classificandosi al secondo posto e contribuendo non poco alla popolarità del complesso milanese.

Uno degli artisti italiani più popolari negli anni Novanta è stato senza dubbio Lorenzo Cherubini, meglio noto come Jovanotti. Nei primi anni della sua carriera il cantante romano produceva musica a metà tra rap e pop, probabilmente i due generi “giovani” per eccellenza, con brani molto immediati e orecchiabili che ottennero un enorme successo. I testi, essendo rivolti ad un pubblico giovanile, si rifacevano – come nel caso degli 883 – al lessico degli adolescenti di fine anni Ottanta e inizio anni Novanta. Un esempio è la canzone del 1990 “Ciao mamma”, in cui compare la frase “è una libidine, è una rivoluzione”, riferita alla gioia di vivere. Il termine libidine, dal latino libido, indica ovviamente il desiderio sessuale, ma, nel gergo adolescenziale di allora, veniva spesso utilizzato come sinonimo di “spasso” o “sballo”. Proprio come nel caso di altre parole del lessico giovanile rese “immortali” dalle canzoni pop, anche questo uso di libidine è presto diventato desueto.

Ovviamente non tutte le canzoni di Jovanotti sono invecchiate allo stesso modo. In un altro celebre brano, il singolo del 1992 “Ragazzo fortunato”, lʼartista canta “sei bella come il sole e a me mi fai impazzire”, usando quindi la forma a me mi, sgrammaticata ma molto diffusa nellʼitaliano parlato, soprattutto tra i bambini e gli adolescenti. Dello stesso anno è la canzone “Non mʼannoio”, uno dei brani più rap di Lorenzo, con il celebre ritornello che alterna “e non mʼannoio”, “e non mi stanco” e il molto più adolescenziale “e non mi rompo” (dallʼespressione rompersi le scatole o uno dei suoi innumerevoli sinonimi volgari). In entrambi i casi si tratta di espressioni molto più longeve e diffuse rispetto a libidine.

Tra gli artisti hip hop italiani degli anni Novanta va sicuramente menzionato anche il duo milanese Articolo 31. Uno dei loro più grandi successi è la canzone del 1996 “Tranqi funky”, interessante fin dal titolo: il termine tranqi (o tranqui) deriva da tranquillo ed è quindi paragonabile alla parola polacca spoko. Sempre del 1996 è “Il funkytarro”: questa volta lʼaggettivo inglese funky viene unito alla parola colloquiale tarro (variante del più comune tamarro) che indica una persona grezza, maleducata, chiassosa. Nella canzone comparivano altri termini tipicamente giovanili, diffusi ancora oggi, come tipa per “ragazza” o le forme colloquiali (e non troppo corrette) cʼho (ci ho) e cʼhai (ci hai) al posto delle più standard ho e hai. Oggi lʼex vocalist degli Articolo 31, J-Ax (vero nome Alessandro Aleotti), continua ad avere grande successo come solista, con brani spesso caustici, volgari e carichi di sarcasmo, ma al tempo stesso dotati di un notevole appeal commerciale. 

 

Franciacorta,  un degno rivale del champagne

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A volte paragonato con il classico champagne francese, il Franciacorta, viene prodotto tra le affascinanti colline della provincia di Brescia, ai piedi del Lago d’Iseo. Quel vino spumante di alta qualità  realizzato con il metodo Champeniose (lo stesso con cui si realizzano il Chardonnay, il Pinot Blanc e il Pint Noir) sarà la sfida italiana al famoso champagne. Si può scegliere tra i tre tipi del Franciacorta: bianco, satèn e rosé.

Benché sia relativamente poco conosciuto sul mercato globale, il Franciacorta viene considerato il migliore vino spumante d’Italia. Cosa si nasconde dietro al successo del prodotto italiano? La zona di produzione. E poi il caldo clima di montagna con temperature stabili sia di giorno che di notte.  Le condizioni favorevoli sono dovute anche alla vicinanza del fiume, che insieme alla topografia alpina, crea un microclima particolare.

Malgrado i paragoni sempre più frequenti, tra il Franciacorta e lo Champagne ci sono due differenze significative. La prima è che il Franciacorta è conosciuto solo da 50 anni e la denominazione DOCG l’ha ottenuta nel 1995, mentre il vino frizzante francese ha le sue origini già nel Settecento. Inoltre, la produzione italiana è molto più piccola di quella del concorrente francese. 

Visto la sua storia secolare e le numerose ottime campagne pubblicitarie, non ci sono dubbi che il vino francese è molto più popolare. I produttori italiani hanno deciso di seguire il concorrente e perciò quest’anno il Franciacorta è diventato uno dei partner ufficiali di EXPO Milano 2015. Le ultime recensioni sembrano promettenti. Lo spumante italiano riuscirà a conquistare i cuori di tutto il mondo? Su questo noi abbiamo degli ottimi presentimenti.

Frasi idiomatiche con i giorni della settimana

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Dorota ha letto in un libro la seguente frase: “Era un personaggio unico. A volte sembrava gli mancasse qualche venerdì”. Devo ammettere di non aver mai sentito quest’espressione in precedenza. Ho fatto una breve ricerca e sono venuto a sapere che l’idioma (mancare qualche venerdì) significa che qualcuno appare strano oppure che sembra stupido. Viene dalla credenza che i nati prematuri abbiano in genere dei problemi comportamentali. Perché proprio il venerdì? Perché al venerdì sono collegate tradizionalmente manovre scaramantiche, riti magici e pratiche occulte. Interessante… Non finiamo mai di imparare nuove cose sulla nostra lingua.

Visto che siamo in argomento, mi è venuto il dubbio che ci fossero altre frasi idiomatiche che hanno come protagonisti i giorni della settimana. Ho trovato queste curiosità:

Essere sempre in mezzo come il giovedì! Un idioma che si usa molto dalle mie parti, nel Salento, significa che qualcuno fa sempre di tutto per essere al centro dell’attenzione o per dire la sua in ogni situazione indipendentemente dal fatto che gli venga richiesto di esprimere la propria opinione.

Dio non paga il sabato! Quest’espressione significa che c’è sempre una punizione per quello che facciamo nella vita. Quel furfante ha fatto di tutto per mettere zizzania. Per fortuna Dio non paga il sabato! Sapete cosa significa mettere o seminare zizzania, vero? Significa provocare elementi di discordia in un rapporto fra persone.

Dare gli otto giorni! Esprime il concetto di cacciare via in maniera forte una persona. Non sopportavo più Maria, così le ho dato gli otto giorni. Spero di non vederla mai più!

Ci rimane il tempo per rispondere all’ultima domanda. Anna mi dice che qualcuno l’ha corretta quando ha usato questa frase: “Sono andata al cinema insieme con la mia amica”. Si dice insieme a oppure insieme con?  Tutte e due le costruzioni sono corrette in italiano. C’è comunque da dire che nella lingua parlata la prima espressione, insieme a, è più usata e solo per questo motivo suona in maniera più corretta. Io stesso la preferisco.

“Anche la storia dell’italiano conferma che le espressioni sono entrambe corrette. Potremo seguire, a nostra scelta, l’esempio di Alessandro Manzoni (“Questa volta, insieme con la voce, venne fuori l’uomo, don Abbondio in persona”), oppure quello di Carlo Cassola (“Il cappellano era insieme a un soldato”); potremo imitare l’uso di Gabriele D’Annunzio (“Le sette vele stanche vengono innanzi insieme con la sera”) o quello di Eugenio Montale (“Insieme alla natura la nostra fiaba brucerà in un lampo”): non sbaglieremo in nessun caso”. (Dal sito dell’Accademia della Crusca).

Spaghetti alla Matriciana o Amatriciana: ricetta originale

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All’estero non tutti sanno che Amatrice è un cittadina del Lazio (i cui abitanti sono chiamati matriciani) non lontana dal confine con l’Abruzzo ed è nota per la famosa ricetta “Spaghetti alla Matriciana o Amatriciana”. Questa ricetta è nata probabilmente molto prima del 1600 quando il pomodoro non c’era ancora in Italia, pertanto originariamente era senza pomodoro e si chiamava “Gricia” più nota in Abruzzo. Non è una ricetta romana, ma fu portata a Roma probabilmente dai pastori durante la transumanza. È fondamentale sapere che la vera Matriciana non viene realizzata nè con i bucatini, nè con la pancetta, ma rigorosamente con spaghetti e guanciale.

Ingredienti per 4 persone:

  • 400g di spaghetti di semola di grano duro
  • 200g di guanciale
  • 400g di polpa di pomodori maturi o pelati
  • 150g di pecorino non molto stagionato 
  • (attenzione a quello romano che è generalmente troppo salato)
  • 50g di strutto o utilizzare del grasso del guanciale
  • Peperoncino fresco quanto basta
  • sale quanto basta per la pasta

Procedura:

Se potete utilizzate una padella di ferro sulla quale sciogliere lo strutto e cuocere la salsa si alterano meno i sapori. Spargere un po’ di peperoncino sulla padella ben calda e unire il guanciale precedentemente tagliato a bastoncini di circa 7/8 mm di spessore (non tagliare a dadini il guanciale si renderebbe la parte magra troppo secca). Rosolare a fuoco medio per pochi minuti affinché il guanciale sia leggermente abbrustolito (dorato). Attenzione il guanciale non deve essere né lessato né bruciacchiato, questo è il momento più critico per realizzare un buon sugo alla Matriciana. A questo punto unite il pomodoro, con la sua acqua di vegetazione. Cuocere a fuoco moderato mescolando delicatamente finché la salsa non è leggermente addensata. Togliere dal fuoco e tenere coperto al caldo finché non saranno cotti gli spaghetti al dente. Scolare gli spaghetti dall’acqua e versarli sulla padella del sugo, unendo subito il pecorino grattugiato. Spadellare e amalgamare il tutto per un minuto. Avvolgere gli spaghetti con un forchettone aiutandosi con un mestolo e servirli ben caldi nel piatto.

PS: Su alcuni scritti è riportato l’uso dell’aglio prima di rosolare il guanciale ed anche del pepe nero, si può utilizzare ma non è in assoluto la ricetta originale.

Allergie e intolleranze alimentari: facciamo chiarezza!

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Allergia e intolleranza alimentare sono la stessa cosa? E ammesso che siano cose diverse, le intolleranze esistono sul serio? La verità è che per quanto se ne parli, esiste ancora molta, troppa confusione. Quindi rendiamo le cose più semplici.

L’allergia è una reazione anomala dell’organismo ad una sostanza comunemente innocua. Il soggetto allergico che entra a contatto con l’allergene, manifesta una reazione immunitaria esagerata, producendo grandi quantità di anticorpi (immunoglobuline) di tipo E (dette appunto IgE). Dopo il contatto tra anticorpo e allergene, viene liberata una sostanza, l’istamina, che è la maggior responsabile dei sintomi tipici delle allergie (non solo) alimentari.

I sintomi, di lieve o maggiore entità, possono manifestarsi immediatamente dopo l’assunzione dell’alimento nocivo, coinvolgendo diversi distretti corporei: gastrointestinale (coliche), sistema respiratorio (attacchi d’asma), fino ad arrivare allo shock anafilattico. La diagnosi è possibile solo dopo aver eseguito alcuni test di laboratorio, e la cura e l’eventuale dieta terapeutica possono essere formulate solo da un medico specialista.

Gli alimenti più frequentemente responsabili di allergie alimentari, sono: proteine del latte vaccino, uova, pesce, soia, grano, arachidi. Ecco perché per legge questi devono essere indicati nella lista degli ingredienti nei prodotti confezionati, anche quando presenti solamente in tracce. Se è vero che il proprio sistema immunitario non può essere modificato, va anche detto che l’impiego della Medicina Non Convenzionale può aiutare a controllare e migliorare notevolmente la sensibilità agli allergeni e la gravità dei sintomi. Soprattutto grazie all’Omeopatia o a rimedi naturali quali Zeolite e Ribes Nigrum (azione cortisone-simile).

La confusione nasce dal fatto che con lo termine intolleranze alimentar si identificano eventi molto diversi: deficit enzimatici e metabolici, intossicazioni da alimenti e allergie non-IgE mediate. Che significa questo termine?

Le intolleranze vere e proprie coinvolgono solo il metabolismo, e riguardano la mancanza o l’insufficiente attività degli enzimi necessari alla digestione e all’assimilazione di determinate sostanze. Ad esempio la mancanza di lattasi intestinale per il metabolismo del lattosio, o dell’aldolasi-b per il fruttosio.

Ma che dire delle allergie non-IgE? Si collocano a metà strada. Sono di fatto allergie, in quanto provocano una risposta del sistema immunitario mediata da immunoglobuline di tipo G. Ma poiché non danno sintomi gravi né immediati, e poiché possono e devono essere affrontate e recuperate completamente, per convenzione sono considerate simili alle intolleranze. Si è arrivati a dimostrare la loro concreta esistenza grazie alla misurazione delle sostanze infiammanti (citochine) che possono essere stimolate dall’assunzione alimentare. È stato dimostrato che alcune proteine alimentari sono in grado di innescare delle reazioni avverse, sostenute da anticorpi (immunoglobuline) di classe G (IgG). Le reazioni sostenute dalle IgG sono ben distinte dalle allergie alimentari vere e proprie, sostenute da anticorpi di classe E (IgE) e responsabili della reazione allergica a breve distanza di tempo dall’assunzione del cibo incriminato.

I sintomi sono legati all’accumulo di sostanze non tollerate dall’organismo e compaiono con un certo ritardo rispetto all’assunzione del cibo. Un’ipersensibilità individuale o un eccessivo consumo di determinati alimenti, possono causare disturbi dipendenti da reazioni immunitarie mediate da IgG. A creare intolleranze sono proprio gli alimenti che mangiamo tutti i giorni, e di cui non sappiamo fare a meno!

Conoscere gli alimenti non tollerati offre l’opportunità di impostare una dieta varia e personalizzata, in modo da eliminare i disturbi ed evitare l’insorgenza di nuove intolleranze, attraverso una dieta detta “a rotazione” degli alimenti. Una dieta di completa eliminazione potrebbe invece portare a carenze nutritive, e a nuove ipersensibilità verso gli alimenti utilizzati per sostituire quelli a cui siamo più abituati.

Gli alimenti responsabili dell’intolleranza non vanno completamente eliminati dalla propria dieta, ma piuttosto ridotti per disintossicare l’organismo e ridurre le infiammazioni, preferendo altri ingredienti che normalmente consumiamo di meno. In una fase successiva potremo reintrodurli gradualmente. Il test più accreditato per la verifica delle intolleranze alimentari è sicuramente quello citotossico, eseguito con il prelievo di poche gocce di sangue. In questa fase di rieducazione alimentare, è fondamentale il supporto di una figura professionale adatta.

Vita eccezionale in Vaticano: intervista con Magdalena Wolińska-Riedi

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La sua avventura con Roma è cominciata per caso da un’azione di volontariato durante la Giornata mondiale della gioventù nel corso della quale nel 2000 ha conosciuto il suo futuro marito, guardia svizzera del Papa. Da quel momento la sua vita è cambiata completamente, si è trasferita in Vaticano, ha conosciuto gli ultimi tre Papi, ha partorito due figlie. Da circa un anno Magdalena Wolińska-Riedi è la corrispondente di TVP da Roma e si occupa della produzione cinematografica e televisiva. Di tutto questo e del nuovo progetto di maggio, intitolato “Appartamento” e realizzato per la televisione polacca, racconta a Gazzetta Italia sempre un po’ di corsa, tra una registrazione televisiva e l’altra.

Com’è successo che Lei si è trasferita nella un po’ misteriosa Città del Vaticano?

Il Vaticano è un paese microscopico, il più piccolo al mondo in cui abitano appena quattrocento persone, di cui la gran parte fanno parte del clero e solo poco più di cento abitanti sono laici. Per una donna laica l’unico modo per poter abitare nella zona del Vaticano è il matrimonio con un membro della guardia svizzera del Papa. Proprio così, in modo inaspettato, è capitato nel mio caso. Nel 2000 facevo volontariato durante le celebrazioni del Grande Anniversario nel corso della Giornata Mondiale della Gioventù e proprio allora ho conosciuto il mio futuro marito. Il destino si è svolto così che dopo 2 anni abbiamo deciso di sposarci, il che si è rivelato una sfida in più fasi. Il Segretario di Stato dà l’assenso per il matrimonio in base ad una complessa serie dei documenti. Per diventare la moglie di una guardia del Papa una donna deve adempiere a qualche condizione, tra cui l’essere una cattolica praticante, godere di un’opinione inattaccabile confermata da un documento dalla curia vescovile del paese da cui proviene, ecc.

Quali regole impone il Vaticano ai suoi abitanti? Sono facili da accettare?

Il Vaticano è uno dei più eccezionali cantucci nel mondo. È il cuore del papato, luogo di residenza del Santo Padre, il punto centrale della Chiesa. È ovvio che tutti questi aspetti impongano principi ferrei, regole rigorose, che devono essere accettate e a cui ci si deve adeguare assolutamente. Tra queste ci sono le esigenze che riguardano il modo di vestirsi e di comportarsi. È proibito scoprire le spalle o portare le gonne sopra il ginocchio, anche nel pieno del calore italiano a 40 gradi. Non si devono organizzare a casa ricevimenti rumorosi, feste fino a tarda notte, non è possibile invitare gli ospiti liberamente, se la loro presenza non è comunicata al cancello che nello stesso tempo è il confine di questo paese microscopico. È anche necessario tornare da Roma prima della mezzanotte, perché poi il portone vaticano viene chiuso. Si deve anche partecipare alle celebrazioni religiose, alle messe papali o a quelle organizzate da noi, nella caserma di guardia svizzera. Tuttavia, sono regole ai quali è possibile abituarsi, anche se si è una donna giovane piena d’energia vitale. Ci sono anche molti vantaggi della vita all’interno delle mura del Vaticano, come un senso di grande sicurezza, ordine e pace, l’ottimo servizio sanitario, farmacia che nelle situazioni d’emergenza rimane disponibile 24 ore al giorno, oppure belli, estesi giardini con l’area di gioco per i nostri bambini e il passaporto vaticano che, a volte, agevola a concludere diversi affari.

Ha incontrato personalmente Papa Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e attuale Papa Francesco. Come può commentare i loro abitudini quotidiani, confrontare i loro caratteri?

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e vivere in vicinanza dei tre ultimi Papi. È una grande esperienza che per sempre influirà la mia vita. Mi sono trasferita in Vaticano due anni prima della morte di Giovanni Paolo II e da vicino ho vissuto l’avanzamento della sua malattia e lo straordinario mistero del passare. Fino all’ultimo l’ho visto alle udienze private e durante i suoi passaggi in papamobile per il Vaticano. Gli consegnavo i fiori al compleanno e la palma polacca per la Domenica delle Palme. E’ stato assolutamente indimenticabile poter vivere all’ombra di questo meraviglioso uomo santo. Con Benedetto XVI tuttora mi uniscono relazioni cordiali. Come cardinale Ratzinger mi ha concesso il matrimonio e prima anche l’insegnamento prematrimoniale. Come Papa ha battezzato due mie figlie. Mi ha sempre domandato della famiglia, del mio lavoro. Conosce il titolo della mia tesi magistrale e del dottorato sull’Università Gregoriana. Fino ad oggi rimaniamo in contatto e qualche volta durante l’anno lo andiamo a trovare nel monastero nei giardini vaticani in cui vive. È un grande meraviglioso pensatore, un uomo insolitamente buono e sensibile che ha mostrato la sua grandezza forse in modo più pieno nella sua decisione senza precedenti di dimettersi. Invece Francesco è un uomo estremamente vivace, incredibilmente aperto e non complicato. Un Papa che con la sua semplicità, anche quella quotidiana, da noi, intorno alle mura, ha conquistato migliaia di persone di tutto il mondo e sembra davvero in grado di rinnovare il mondo.

Lei è una persona religiosa. Come ha vissuto l’esperienza della canonizzazione di Giovanni XXIII e del Papa Polacco?

Come ho già detto, dodici anni dentro le mura del Vaticano costituiscono nella mia vita un straordinario mosaico di emozioni e esperienze che senz’altro hanno formato la mia persona, quello che faccio e il mio sistema dei valori. Sicuramente la canonizzazione di Giovanni Paolo II è stata un momento particolare per me, perché l’ho testimoniata, come prima la sua morte, il funerale, la beatificazione e poi anche l’abdicazione di Benedetto XVI, il tutto da dentro il cuore del Vaticano una dimensione che il mondo esterno non conosce affatto. Da dentro ho sentito l’eco di migliaia dei fedeli raccolti per tutta la notte in Piazza di San Pietro. Queste sono situazioni che permettono di osservare l’assoluta unicità del luogo e dell’epoca in cui ho la fortuna di vivere. La sera prima della canonizzazione del Santo Padre, ho anche avuto la fortuna di condurre il concerto di Stanisław Soyka nella Chiesa Nuova romana, in cui erano presenti le più alte autorità statali e ecclesiastiche della Polonia. Tutto questo ha reso la canonizzazione un evento che per sempre rimarrà per me un’esperienza indimenticabile.

Ha studiato Italianistica e Storia della Chiesa, ha prodotto un film “Papa Francesco. L’uomo che sta cambiando il mondo” e ha preparato una serie per la TVP sui Polacchi a Roma e in Vaticano. Come si sente in questo ruolo nuovo?

Mi sono laureata in Italianistica all’Università di Varsavia e dopo in Storia della Chiesa all’Università Gregoriana a Roma. Dopo mi sono laureata negli studi post laurea all’Accademia Diplomatica PISM a Varsavia. Da 10 anni sono anche coinvolta nella produzione cinematografica e televisiva. All’inizio è stato un periodo in cui ho lavorato sulla molto interessante serie di documentari “I segreti del Vaticano” che è tuttora in vendita a Roma e in Vaticano. Poi è stata la volta di “Testimonianza”, un docu-fiction, anche cinematografico, su Giovanni Paolo II visto con gli occhi del suo segretario Stanisław Dziwisz. Nel 2013, poco dopo la salita al soglio di Papa Francesco, ho realizzato un documentario dedicato ai primi mesi del suo pontificato, mentre nel frattempo è stata realizzata una serie di 13 puntate del documentario “Polacchi a Roma e in Vaticano” su commissione di TV2 di cui sono coproduttore esecutivo. In questo film volevo abbozzare i ritratti di oltre dieci Polacchi che da anni sono legati alla città eterna mettendo le loro storie nello stupendo ordito di Roma.

Con quali Polacchi ha collaborato in questo progetto?

A questo progetto abbiamo invitato persone che rappresentano diversi gruppi sociali e professionali, persone di diversa origine. Tra loro c’è l’Ambasciatore della Repubblica Polacca in Vaticano Hanna Suchocka, il professore Adam Broz, l’esperto sul Vaticano Włodzimierz Rędzioch, la famiglia dei Morawscy, l’attrice Kasia Smutna, la scultrice Anna Gulak, il cuoco delle stelle di Hollywood Nestor Grojewski e il clero costantemente legato al Vaticano come il cardinale Zenon Grocholewski, l’arcivescovo Zygmunt Zimowski, il prelato Paweł Ptasznik oppure le Suore Albertine che cucinano per la guardia svizzera.

So che sta nascendo una produzione eccezionale… Può rivelarci di che cosa tratta?

Proprio ora nei cinema arriva un progetto in cui mi sono impegnata con tanto cuore, il meraviglioso documentario televisivo “Appartamento” basato sui ricordi dei più vicini collaboratori di Giovanni Paolo II e sui non pubblicizzati finora assolutamente straordinari documenti d’archivio dei viaggi privati in montagna del Santo Padre. È un progetto incredibile narratato da Piotr Kraśko, e i luoghi in cui l’équipe è entrata per raccontare in modo più credibile questi momenti, sono mozzafiato.

Da quest’anno è anche la nuova corrispondente polacca della TVP a Roma, in Vaticano. Com’è cominciata la sua avventura con la televisione?

Da qualche mese sono la corrispondente di TVP a Roma e in Vaticano. È una sfida affascinante che permette di trasmettere tanti messaggi importanti sia dall’Italia che della vita del Papa alle migliaia di spettatori che seguono “Wiadomości”, e i servizi di TVP info. È anche un modo per avvicinare il mondo italiano al pubblico polacco, la mentalità affascinante che c’è qui, la ricchezza culturale e paesaggistica del Bel Paese. È una missione coinvolgente che richiede anche d’essere costantemente pronti per affrontare le situazioni improvvise, ma che dà anche il gran piacere d’essere vicini agli avvenimenti importanti che poi tramite il nostro lavoro giungono velocemente ai Polacchi. È un lavoro magnifico, sebbene non sempre facile. 

È una persona incredibilmente occupata. Trova il tempo per viaggi e il divertimento? 

Sì ho tantissimi impegni. Però, prima di tutto sono madre di due figlie, Melania di 7 anni e Marynia di 5 anni. Proprio attorno a loro gira il mio mondo, soprattutto quel tempo libero che comunque è poco. Quindi cerco di dedicare loro ogni momento libero. Durante le vacanze estive o invernali andiamo in Polonia o in Svizzera dalla famiglia di mio marito, dove i bambini sciano. Altrimenti, a Roma sempre abbiamo tanti ospiti, persone che conosco dalla Polonia, ed è molto simpatico incontrarli, perché con la loro presenza mi permettono di sentire una piccola parte della mia Patria amata. 

A parte del Vaticano, cosa La avvince di più in Italia? Quali sono i più grandi difetti e pregi di questo paese incredibile?

L’Italia è un paese meraviglioso, uno dei più belli al mondo. Sono felice che, vivendo all’interno delle sicura mura del Vaticano, posso contemporaneamente respirare l’atmosfera unica dell’Italia, traendo ispirazione per nuovi materiali per la TVP e godendo del fascino insolito degli innumerevoli angoli belli di questo paese.

Cozze alla tarantina in crosta di pane

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Ricetta per 1 persona:

  • Ingredienti:
  • 200 g di cozze
  • 100 ml di polpa di pomodoro
  • 20 ml di vino bianco secco
  • 20 ml d’olio d’oliva extra vergine
  • uno spicchio d’aglio
  • foglie di prezzemolo
  • pepperoncino
  • preparato per pizza

Preparazione:

Versiamo l’olio d’oliva su una padella riscaldata, aggiungiamo l’aglio tagliato a fettine e soffriggiamo leggermente. Dopo, aggiungiamo le cozze, vino bianco, la polpa di pomodoro, foglie di prezzemolo tagliate e pepperoncino tagliato a strisce. Stufiamo tutto sotto il coperchio per circa 8-10 minuti (le cozze dovrebbero essere tutte aperte, quelle che non ne sono buttiamo via, perché non sono buone).

Mettiamo il piatto nella lasagnera Philipiak Milano, lo copriamo con il preparato per pizza fatto prima e mettiamo nel forno ad una temperatura di 250 gradi. Gratiniamo di corto il piatto per ottenere il colore d’oro sul preparato. Non aggiungiamo il sale!!!

PREPARATO PER PIZZA – proporzioni per due focacce

  • 10 g di lievito di birra fresco
  • 125 ml di acqua tiepida
  • 3/4 cucchiaio di zucchero
  • 7g di sale
  • 25 ml d’olio d’oliva
  • 250 g di farina di frumento tipo 00

Mescola il lievito con acqua, zucchero, sale e olio. Poi, unisci tutto con la farina e impasta un preparato elastico e morbido. Dividilo in quattro pezzi e spostali in scodelle cosparse con la farina. Coprile con un strofinaccio e mettile in un posto caldo che non l’ascia passare l’aria per 3-4 ore, fino al momento in cui il preparato cresca. Dopo, spiana una porzione del preparato cresciuto su un piano cosparso con la farina per ottenere una focaccia di un diametro simile a quello del vaso in cui si trovano le cozze.

Italiani in Polonia nei secoli: Gioacchino Albertini

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Schede storiche di Alberto Macchi, drammaturgo e regista teatrale, con il contributo della Dott.ssa Angela Sołtys, storica dell’Arte presso il Castello Reale di Varsavia

GIOACCHINO ALBERTINI  (Pesaro 30/11/1748 – Varsavia 27/3/1812)

Da ragazzo studia clavicembalo, composizione e direzione d’orchestra e, all’età di ventiquattro anni, debutta a Roma al prestigioso Teatro Tordinona, durante il Carnevale del 1772, con la sua prima opera d’un certo rilievo, “La Cacciatrice brillante”. Proprio in quest’occasione, un nobile polacco che assiste allo spettacolo – con molta probabilità il Principe Stanislao Poniatowski – lo invita a Varsavia; cosicché già nel 1773 lavora nella capitale polacca per il Principe Radziwiłł, come direttore dei suoi teatri privati a Varsavia e a Nieśwież. Nell’aprile dello stesso anno anche il Re Stanislao Augusto Poniatowski, gli commissiona un primo concerto a corte. Albertini lo esegue ottenendo un ottimo successo. Ma egli non è giunto in Polonia per esibirsi: essendo un temperamento riservato, preferisce piuttosto comporre. Infatti, proponendo opere già messe in scena a Roma e opere nuove, come “Przyjazd pana” del 1781, finirà con l’affermarsi prevalentemente come autore. 

Appagato dalla rapida carriera, decide di sposarsi e di metter su famiglia. Nell’estate dell’anno 1782, infatti, il re, entusiasta di lui, lo ha già nominato Maître de Chapelle, a condizione, però, che diriga egli stesso i concerti per almeno due anni. Albertini accetta, ma continuerà contemporaneamente a comporre per il Teatro Pubblico, commedie musicali, inserti di balletto, opere per concerti di corale e per concerti strumentali. Il 23 febbraio 1783 debutta con il suo capolavoro, “Il Don Giovanni o il Libertino Punito” ossia “Don Juan albo Ukarany Libertyn”, traduzione in polacco di Wojciech Boguslawski e qualche mese dopo con “Il Maestro di cappella” ovvero “Kapelmayster”, traduzione di Ludwik Adam Dmuszewski. In questi anni di attività, però, comincia ad incontrare i primi problemi con gli artisti italiani che già lavorano da tempo per il re, come la cantante e attrice Caterina Bonafini che rifiuta di farsi accompagnare nel canto da altri musicisti che non siano il suo personale clavicembalista, neanche se intendesse accompagnarla lo stesso Albertini. Anche un altro clavicembalista italiano, Pietro Floriani di Roma, chiamato da tutti, per gioco, Persichini, dal 1780 a Varsavia, già nominato dal re, Maître de Chambre e direttore dei concerti reali, gli procura una serie di problemi. Infatti, Persichini, sollecitato dal suo protettore, il Nobile Franciszek Ryks, maggiordomo del re, sta già manovrando ai suoi danni, al fine di usurpargli il titolo di Maître de Chapelle. Lo stesso Ryks, che peraltro è anche direttore del Teatro Nazionale, incomincia ad ostacolarlo, tanto che più tardi Albertini arriverà a lamentarsi di lui, per iscritto, con il canonico e politico, Hugo Kołłątaj; eppure, con i precedenti direttori del Teatro Pubblico, Albertini aveva sempre collaborato in perfetta armonia. 

Quando, nel 1779, fu costruito il teatro, tanto il primo direttore, l’italiano Michele Bisesti, che i successivi, i polacchi Marcin Lubomirski e Wojciech Boguslawski, hanno sempre ospitato volentieri i suoi concerti ed egli, insieme ad Ignazio Banaszkiewicz, ha anche curato, per loro, la formazione di solisti e coristi. In preda a tutte queste difficoltà, nel 1784 decide d’allontanarsi per qualche mese dalla Polonia, rifugiandosi a Vienna. 

Quando torna a Varsavia, con sorpresa, scopre che invece il re lo accoglie subito a corte e, per dimostrargli la sua immutata stima, gli commissiona un nuovo concerto e gli fa anche dono di una tabacchiera d’un certo valore. Inoltre, in questo stesso anno l’Albertini inizia a lavorare al servizio del Principe Stanislao Poniatowski, Ambasciatore di Polonia e nipote del re, anche qui, come Maestro di Cappella presso la sua privata Corte di Varsavia.

Così gli capita di viaggiare con frequenza al seguito del principe, in Polonia, in Italia e anche in Europa, per cui ha l’opportunità di rappresentare e far conoscere le sue opere, come: “Circe und Ulysses”, libretto in tedesco di Jonas Ludwig von Hess, allo Stadttheater di Amburgo, nella primavera del 1785; “Virginia”, opera dedicata a Stanislao Poniatowski, il 7 gennaio nel 1786 a Roma, al Teatro delle Dame o D’Alibert, replicato poi a Perugia, a Torino, a Milano, a Berlino, a Londra; oppure “Scipione l’Africano” a Roma, nel 1789. Nel 1795 si trasferisce a Mosca ad insegnare musica e, due anni più tardi, incontra anche i favori dello Zar. Nel 1801 lascia Mosca diretto in Italia, passando per Königsberg – la Kaliningrad di oggi – dove viene eseguito il suo duettino “Quante volte alla finestra”. A Roma, sempre al servizio del principe Stanislao Poniatowski, nel carnevale del 1803, rappresenta al Teatro D’Alibert il dramma serio “La Vergine vestale” con il libretto di Michelangelo Prunetti. In questa occasione, il principe gli dona 200 zecchini d’oro. 

Quello stesso anno, all’età di cinquantacinque anni, decide di tornarsene in Polonia, ma, quando arriva a Varsavia, scopre che Pietro Floriani ha ottenuto il titolo di Maître de Chapelle presso la corte del re. In compenso, però, viene a conoscenza che Stanislao Augusto, per onorare i tanti anni di lavoro prestato al servizio della famiglia Poniatowski e quindi per garantirgli una vecchiaia più serena, gli ha riconosciuto una lauta pensione. A Varsavia, ritrova comunque i suoi amici più affezionati, tra cui Vincenty Lessel, compositore polacco, che seppur lo abbia spesso criticato come persona, ritenendolo un debole, lo ha però sempre stimato come compositore e musicista. Apprezzato ormai in tutta la Polonia come autore di opere liriche, di drammi, di commedie, intermezzi, sinfonie, rondò, cavatine, scene e recitativi, Albertini morirà a Varsavia, nove anni più tardi, dopo una lunga malattia. 

Durante la sua vita ha portato sulla scena tantissimi artisti, tra i quali, i cantanti Giovanni di Pasquale e Gustavo Lazzarini, le commedianti Caterina Gattai, Caterina Bonafini, Anna Davia, Brigida Banti e i castrati, Niccolò Pozzi, Pasquale Bruscolini e Giuseppe Perini. 

Il suo nome passa comunque alla storia principalmente per aver composto il “Don Giovanni o il Libertino punito” del 1783, successivo a “L’ingannatore di Siviglia”, una commedia di Tirso de Molina del 1630, la prima opera che racconta le gesta dell’eccentrico leggendario personaggio Don Giovanni Tenorio, successivo anche ai vari “Don Juan”, di Molière, di H. Purcell, di C. Goldoni, di C. W. Gluck, ma antecedente ai “Don Giovanni” di W. A. Mozart, di Lord Byron, di A. Dumas, di R. Strauss.