Milano è una città cambiata. Molto più di quanto si potesse immaginare solo cinque anni fa quando il traffico, l’inefficienza e la scarsa qualità della vita erano sulla bocca di tutti: cittadini, pendolari, turisti e lavoratori di passaggio. Oggi è cambiato tutto, lasciando sbalorditi, prima di tutti, gli stessi abitanti. I luoghi emblematici della Milano di oggi sono molti, ma tra questi segnaliamo:
Darsena/Naviglio
Milano nasce sull’acqua, ma nel primo Novecento i navigli furono interrati. Ne rimangono pochi ma caratteristici, popolati da una movida notturna molto chiassosa e vivace. La Darsena è la convergenza di due di questi Navigli, oggi destinazione e luogo di eventi che si susseguono in un calendario fittissimo.
Brera
La Pinacoteca, i vicoli, i ristoranti e le botteghe della “vecchia Milano” che rivive oggi, forse un po’ finta, ma comunque suggestiva.
Porta Nuova/Gae Aulenti
Un nome che è un destino. La nuova porta che Milano apre verso l’Europa più innovativa, coraggiosa, ricca ma comunque accogliente. Un progetto urbanistico discusso, ma non discutibile, novella Potsdamer Platz, con idee celebrate in tema sviluppo sostenibile. Su tutto il celebre “bosco verticale”, grattacielo pluripremiato dagli esperti di architettura.
Duomo
A Milano il detto “fabbrica del duomo” evoca i lavori interminabili. E in effetti il Duomo, sesta chiesa più grande del mondo, è perennemente oggetto di restauri e manutenzione con le sue innumerevoli guglie, statue e decorazioni. Capolavoro indiscusso di architettura gotica.
Teatro alla Scala
Per i milanesi semplicemente la “Scala”. Per i musicisti e direttori d’orchestra il “traguardo” di una carriera. La stagione lirica si apre il 7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio patrono di Milano con una soirée scintillante. L’edificio è stato recentemente rinnovato con un progetto piuttosto ardito ma riuscito di Mario Botta.
Castello Sforzesco/Parco Sempione
Un parco straordinario, ricco di elementi meravigliosi, di epoche diverse, che non ha nulla da invidiare a parchi europei assai più celebrati. Al suo interno il Castello Sforzesco, roccaforte degli Sforza, ma anche il Palazzo della Triennale, l’Arco della Pace e l’Arena di Milano. Una mezza giornata di visita, è perfetta per farsi un’idea della eterogeneità artistica di Milano.
Quadrilatero della moda
La moda è Milano, e viceversa. Le grandi maison, le sfilate, i negozi, un connubio indissolubile. Nella sua espressione più raffinata, lussuosa, ma anche nel pret-à-porter. La destinazione più glamour dello shopping è un quadrilatero che si sviluppa idealmente tra Corso Venezia, Via Spiga, via Manzoni e la celeberrima Via Montenapoleone. Un itinerario che dà vita a un percorso di ispirazioni e tentazioni compulsive.
Cimitero Monumentale
Un luogo inusuale, forse, per un itinerario turistico. Ma di una bellezza che non lascerà delusi. Una rassegna di architettura e di storiografia, attraverso monumenti, cappelle, e tombe espressione di molteplici stili, periodi e identità multiculturali.
Triennale
La Triennale di Milano è il tempio di culto del design. Come per la moda, il design è Milano e viceversa. La Triennale è un luogo di eventi ed esposizioni, ma anche un ente che coltiva, celebra e protegge l’arte e il design milanese e internazionale. Sul terrazzo un ristorante spettacolare sullo skyline della città.
San Siro: Milan-Inter
Il calcio in Italia è una religione, e lo stadio di San Siro è uno dei templi più noti di questo “culto”. In questo stadio giocano Milan e Inter. Milano è l’unica città d’Europa che può vantare il successo di entrambe le squadre nella Champions League.
Autodromo di Monza
Il tempio della velocità motoristica, l’autodromo più famoso del mondo con Indianapolis. È all’interno di un Parco smisurato alle porte di Milano, nel quale si trovano anche la Villa Reale e un meraviglioso campo di golf 18 buche, il più antico d’Italia.
L’Ultima Cena
All’interno del refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie si trova un’opera di Leonardo che di fatto possiamo ritenere il dipinto più celebre di ogni epoca: l’ultima Cena. Ogni aggettivo è superfluo. Utile segnalare che la visita è possibile solo su prenotazione, da pianificare con largo anticipo.
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
La Cappella di Sigismondo, considerata un capolavoro dell’architettura rinascimentale polacca da sabato per un mese sarà aperta per i turisti in occasione della celebrazione dei cento anni della nascita del re polacco Sigismondo II Augusto. La Cappella reale si trova a Cracovia nella Cattedrale del Wawel e di solito è chiusa ai visitatori. La Cappella fu costruita nel 1519-1533 dall’architetto italiano Bartolomeo Berrecci come cappella funeraria per la dinastia Jagellonica. Il segno distintivo della Cappella è il tetto placcato d’oro e la lanterna. All’interno si trovano le tombe reali di marmo e l’altare creato da Hans Durer. Il re Sigismondo Augusto, unico figlio di Sigismondo I e di Bona Sforza, fu l’ultimo dei Jagelloni, il suo regno fu nel periodo della massima fioritura della cultura rinascimentale polacca.
L’epitaffio fiorentino di Stanislao Bechi di Teofil Lenartowicz
A Firenze nella chiesa Santa Croce, più precisamente nel suo chiostro, si trova un’opera d’arte interessante quanto dimenticata. Opera che non è dentro la chiesa, accanto alle grandi opere di Giotto o di Donatello o alle sculture di Dante Alighieri, di Michelangelo e di Galileo Galilei. Solo di tanto in tanto viene menzionata nelle guide turistiche, raramente notata dai turisti. Anche i polacchi che visitano la chiesa, concentrati sui monumenti polacchi, guardano soprattutto le sculture di Michele Borgio-Skostnicki o di Zofia Zamoyska Czartoryski, figlia della famosa collezionista Izabela Czartoryska. È tra tutte queste opere che si trova l’epitaffio dedicato alla memoria del colonnello Stanislao Bechi (1828-1863).
Bechi ha avuto un ruolo importante nella storia delle relazioni polacco-italiane entrando nel novero degli eroi nazionali. Tutto questo grazie al suo eroismo durante la rivolta di gennaio. Nel 1863 Bechi ha ricevuto da Giuseppe Garibaldi lettere raccomandate e si è rivolto al Comitato Nazionale di Parigi per prendere parte alla insurrezione di gennaio. Come comandante del gruppo di insorti nelle vicinanze di Włocławek è stato denunciato dalla tenutaria del villaggio in cui si nascondeva. La donna temeva la severa pena da parte dei russi nel caso in cui avessero trovato gli insorti nelle sue terre. Per ordine del tribunale Bechi fu fucilato pubblicamente il 17 dicembre 1863. Gli ultimi tre giorni prima dell’esecuzione li ha trascorsi con le donne membri del Comitato per la cura dei prigionieri.
Dopo la morte di Bechi, Garibaldi in una lettera ha ringraziato Izabela Zbiegniewska, la presidente del Comitato per la cura dei prigionieri, per aver cercato di chiedere la grazia per il soldato italiano e per aver preso cura di lui fino alla sua morte. Prima dell’esecuzione Bechi ha lasciato all’attivista il libro Voyages historiques et littéraires en Italie con una dedica (custodito al Museo di Varsavia), lettere alla famiglia, fotografie e oggetti personali: questi ultimi sono stati rimandati alla famiglia insieme ad una manciata di terra dalla tomba del colonnello. Zbiegniewska insieme ad altre due membri del Comitato per la cura dei prigionieri ha scritto una lettera commovente a Julia Pagani, la vedova di Bechi, in cui ha raccontato gli ultimi giorni della vita del colonnello. Nel dicembre 1863 Zbiegniewska ha cominciato a organizzare l’aiuto finanziario per la vedova e i suoi due figli, Guido di 6 anni e Luisa di 4 anni. Quest’azione di supporto è continuata fino alla morte della presidente del Comitato nel 1914.
Zbiegniewska ha raccontato la storia dell’insorto italiano a Maria Konopnicka e Teofil Lenartowicz, che hanno deciso di commemorare Bechi. Konopnica ha scritto una semplice ma commovente poesia, di cui un frammento dice :
E tu non sia dimenticato,
Stanislao, bravo Bechi,
che in Polonia dall’Italia arrivi,
Tra monti e mari.
Combattevi come un leone con coraggio
Il nostro caso è anche il tuo,
Fino a quando non ti hanno sparato,
Fratello nostro…
A Firenze, lo scalpello di un canzoniere
Ti ha commemorato:
Questa tua morte eroica
È forgiata nel marmo…
La poetessa prima di tutto voleva commemorare Bechi sottolineando la sua provenienza, il coraggio, la dedizione e la morte prematura in nome degli ideali. Scriveva anche del bassorilievo realizzato Lenartowicz che da qualche anno viveva a Firenze. Lenartowicz è stato poeta, scultore, in seguito professore dell’Accademia Adam Mickiewicz di Bologna e anche amico di molti italiani. Lo scultore ha deciso di commemorare Bechi in modo simbolico ed ha realizzato un epitaffio a forma di bassorilievo, che il 4 gennaio 1882 è stato inserito nel chiostro della Basilica Santa Croce a Firenze.
Come dichiara Zbiegniewska, l’artista ha creato presumibilmente due versioni del monumento. Della prima sappiamo, da una fotografia andata persa, che presumibilmente era un modello in terracotta. L’artista ogni tanto inviava tale lavoro ai suoi committenti prima della versione finale. Sulla fotografia c’è una scena che rappresenta l’addio di Bechi e sua moglie. Un motivo di questo tipo era, inoltre, usato nell’iconografia italiana. Non siamo sicuri se l’artista abbia fatto un disegno prima di realizzare il modello, ma sapendo come Lenartowicz lavorava è molto probabile.
Infine il poeta-scultore ha deciso di scegliere un’altra variante ed ha mostrato sotto forma di rilievo il momento culminante della morte del colonnello. A sinistra, a cavallo, è possibile intravedere un soldato russo che legge la sentenza. Più vicino al centro, accanto al palo a cui deve essere legato, si trova Bechi che ascolta la sentenza e ai suoi piedi si trova un berretto militare, simbolo della rivolta. Il colonnello scaccia un soldato che deve bendargli gli occhi, accanto a lui un prete che consola il condannato. Nelle sue vicinanze il becchino scava la tomba e l’intera composizione è chiusa da un plotone di esecuzione di dodici uomini con il colonnello a destra. Sullo sfondo si possono intravedere donne, che guardano l’intera scena, disperse da un cosacco. Lenartowicz in modo realistico ha rappresentato gli ultimi momenti della vita di Bechi. L’opera è stata sottolineata da una cornice in marmo chiaro, sebbene prima fosse stato previsto il nero. Nel classico tipo di inquadratura sono stati rappresentati quattro personaggi. In alto si trova probabilmente Chronos semidisteso che legge il libro della vita. In basso, sotto il rilievo, è possibile intravedere un leone che è simbolo di immortalità e coraggio. A sinistra l’artista ha rappresentato l’Angelo dell’Eternità sopra un globo che indica il simbolo dello Spirito Santo. A destra della composizione, sull’emisfero si trova una personificazione della giustizia che si toglie la benda dagli occhi e tiene in mano una bilancia. Il tutto è incoronato da una croce sull’acroterio con volute su due lati e un’iscrizione in basso.
Prima quest’opera doveva essere collocata nel muro della basilica di San Lorenzo , accanto alla tomba della famiglia Bechi, probabilmente era stata consigliata all’artista un’altra, più prestigiosa localizzazione: la Basilica di Santa Croce. Il rilievo in bronzo e la cornice in marmo sono stati realizzati in laboratori italiani. L’opera non ha un carattere tragico, è una rappresentazione di un certo momento storico. Il significato simbolico è rafforzato dalle figure della cornice che hanno lo scopo di sottolineare la memoria eterna, le virtù dell’insorto, la protezione divina e la pace dell’anima, nonché la giustizia storica, perché il sacrificio non è stato invano. Vale la pena ricordare che è l’unica opera scultorea di Lenartowicz legata alla rivolta di gennaio. L’artista non ha preso alcuna retribuzione per il suo lavoro, i soldi per i materiali sono stati ottenuti da una raccolta fatta apposta per questo scopo.
Questa storia ha anche il suo epilogo. Nel 1923 le autorità di Firenze hanno deciso di regalare agli abitanti di Włocławek una copia del rilievo di Santa Croce. Il 28 settembre 1924, per iniziativa del Cerchio polacco-italiano, è stato esposto in uno dei parchi di Włocławek un monumento di Bechi, la cui targa principale è stata costruita basandosi sull’opera di Lenartowicz. Tuttavia, durante la seconda guerra mondiale l’opera è stata distrutta, ma è stato salvato il bassorilievo. Il rilievo salvato è diventato una parte principale del monumento, che è stato ricostruito nel 1965 a Włocławek. Nel 2003 il monumento è stato spostato vicino al luogo dove il colonnello venne fucilato.
L’articolo è stato pubblicato sul numero 78 della Gazzetta Italia (dicembre 2019-gennaio 2020)
Elisabetta Franchi è di sicuro uno dei volti più noti della moda italiana dell’ultimo anno. La storia della stilista e proprietaria del marchio omonimo è la dimostrazione che il “sogno americano” si può realizzare anche in Italia. Circa due milioni di seguaci su Instagram, cento milioni di euro di entrate e quasi novanta negozi in tutto il mondo sono cifre che parlano da sole. Tuttavia il successo non sarebbe stato possibile senza la passione, il sacrificio e il duro lavoro che la stilista ha messo nella creazione del suo marchio da oltre vent’anni.
La storia di Elisabetta Franchi ha avuto inizio a Bologna, città dove è nata e dove vive tutt’ora nonché sede centrale della sua casa di moda. Elisabetta ha ereditato la determinazione dalla madre, la stessa persona che ha cresciuto lei e le sue quattro sorelle. Ancora in gioventù, la Franchi già immaginava lo stile del suo marchio e la sua amata bambola Betty fu la sua prima modella. E fu proprio così che chiamò la sua prima attività. Durante gli studi lavorò come assistente in un negozio di vestiti, dove imparò ad ascoltare con attenzione i gusti dei suoi clienti. La stessa Elisabetta ha affermato che questo periodo le si rivelò fondamentale e costituì la base del suo successo. <<Mentre disegno, non penso soltanto all’aspetto creativo o alla realizzazione artistica nel mio campo. L’importante è reagire in tempo alle richieste e agli sfizi dei miei clienti>> ha ammesso.
La Franchi aprì il suo primo atelier nel 1996 con l’aiuto di altre cinque persone. Appena due anni dopo sorse la Betty S.p.A., dove la stilista progettò la linea di abbigliamento CELYN b, in riferimento allo stile parigino. Nel 2012 decise di cambiare nome alla società che da quel momento porta il suo nome e cognome. Attualmente il marchio conta 300 dipendenti, ma i punti vendita Elisabetta Franchi si possono trovare nelle grandi metropoli quali Parigi, Milano, Madrid, Mosca, Varsavia, Hong Kong e Dubai. I capi del marchio Elisabetta Franchi sono, come la loro progettista, estremamente femminili. Sottolineano i valori della figura della donna e ne nascondono i difetti. Nonostante i vent’anni, la base di ogni collezione rimane lo stesso taglio, cioè aderente, con pantaloni lunghi, giubbotti in pelle e vestiti lunghi dalle forme ben inquadrate.
L’ultima collezione di Elisabetta Franchi per la stagione primavera-estate 2020 è stata presentata alla Settimana della Moda di Milano, e appena un mese fa a Varsavia nella sontuosa cerimonia organizzata da GPoland, in occasione del centenario delle relazioni diplomatiche italo-polacche. Fra i più importanti sponsor di questo indimenticabile galà troviamo l’Ambasciata Italiana in Polonia, Generali, ENIT, Inalca, Cisowianka Perlage e naturalmente GPoland. Il tema principale della sfilata è stato il mare, presentato con un innovativo stile marinaresco con tessuti attillati e trasparenti. <<Volevo conferire allo stile un’atmosfera spensierata, ma prima di tutto reinterpretare le caratteristiche della moda marinaresca. Il rosso intenso e il blu non sono sfumature che indossiamo volentieri ogni giorno. Tuttavia sono i primi colori a cui pensiamo quando ci immaginiamo l’estate>> ha spiegato la stilista.
Si potrebbe definire Elisabetta Franchi la regina dell’Instagram italiano. Il suo profilo è seguito da quasi due milioni di utenti. Quasi ogni giorno Elisabetta intrattiene i suoi ammiratori non solo con collezioni di moda, ma anche con avvenimenti della sua vita privata. Sia dalle storie di Instagram, sia dal film documentario “Essere Elisabetta”, trasmesso quest’anno nelle televisioni italiane, si comprende la dedizione e il duro lavoro dietro lo sviluppo del marchio. Nonostante i grandi successi in questi vent’anni nel campo della moda, la Franchi non ha intenzione di riposare sugli allori: il lavoro è per lei una grande passione e senza di esso non immaginerebbe la sua vita.
Andrea Simoncelli (presidente Generali Polska), Luigi Cremonini (fondatore Cremonini Group), Luca Bartali (presidente Inalca), Walter Prati (fondatore GPoland Group), Aldo Amati (Ambasciatore d’Italia in Polonia)
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
Chi entra in Ucraina dalla Polonia all’Ucraina dovrà sottoporsi ad una quarantena di quattordici giorni. Alla quarantena non dovranno sottoporsi i bambini sotto i dodici anni, le persone che viaggiano attraverso l’Ucraina per meno di 48 ore, i camionisti, i conducenti di autobus, i membri degli equipaggi di aerei, treni e navi. Non sarà anche applicata verso gli istruttori della NATO e gli impiegati delle missioni diplomatiche e consolari. La quarantena in Ucraina avviene nel luogo di residenza. La conferma del luogo di quarantena avviene tramite l’app “stay at home”. Chi è in quarantena dovrà scattare una foto del viso che corrisponda alla foto scattata all’inizio della quarantena. L’applicazione potrà essere utilizzata soltanto da persone con un numero ucraino. La quarantena potrà concludersi dopo aver ricevuto un risultato negativo del test per il coronavirus, effettuato entro e non oltre le 48 ore dopo l’arrivo in Ucraina. Negli ultimi giorni la Polonia ha registrato un alto livello di nuovi casi di COVID-19. 548 nuove infezioni sono state registrate domenica e 10 persone sono morte entro 24 ore.
Innanzitutto preparate la meringa: in una terrina capiente o nella planetaria montate gli albumi con metà della dose di zucchero previsto. Quando il composto è montato (ci vogliono circa 5 minuti) aggiungete a mano la restante parte dello zucchero e amalgamate con una spatola gommata.
Trasferite il composto in una sac a poche e formate su una teglia rivestita di carta forno un cerchio di meringa fino ad esaurire il composto. Cuocete in forno ventilato a 100°C al massimo per circa 3 ore.
Preparate poi la crema pasticciera: mettete il latte sul fuoco, nel frattempo amalgamate con una frusta i tuorli con lo zucchero, aggiungetevi la farina, l’amido e la vaniglia e mescolate bene. Versate il latte caldo sul composto, miscelate, rimettete nel pentolino e cuocete a fuoco medio fino a rassodamento della crema.
Togliete dal fuoco, aggiungetevi la buccia del limone grattugiata, trasferite in un contenitore basso e largo e coprite con pellicola da cucina a contatto con la superficie della crema.
Una volta fredda la crema (potete anche prepararla il giorno prima, come la meringa) montate la panna ben fredda e amalgamatela alla crema con delicatezza, mescolando dal basso verso l’alto.
Prendete delle belle coppe da dessert di vetro, spezzettate la meringa e fate con questa il fondo delle coppe. Versate la chantilly in una sac-a poche e riponetevi uno strato di crema sopra la meringa, decorate con qualche frutto di bosco e procedete con i vari strati. Concludete con un ciuffo di chantilly, lamponi e mirtilli.
“Orsigna (…) resta il mio amore e il mio rifugio. Dovunque sono stato nel mondo, qualunque cosa succedesse, tranne l’incontro con la signora dal mantello nero, avrei potuto rifugiarmi all’Orsigna…” Tiziano Terzani
Nascosto tra le braccia dell’Appennino pistoiese, circondato dal verde rigoglioso dei boschi, un paesino di meno di 100 abitanti, infatti, è un’oasi di pace; una piccola cassetta armonica, la cui musica porta calma e tranquillità.
All’altezza di 800 metri spuntano una dozzina di case e una piccola piazza con una cappella. Oltre a noi, quasi nessuno. Lì, la presenza dell’uomo è in secondo piano e le poche persone incontrate per strada ci regalano un sorriso, allegria e auguri di una buona giornata. Grande invece è la natura che circonda il paese. La foresta ci fa entrare fra le sue braccia come una madre benevola, che aspetta il ritorno dei suoi figli da un viaggio lontano. Ci mostra dei sentieri calpestati che conducono, come se fossero un denso labirinto, sempre più in alto verso le cime coperte dalla nebbia, come da una morbida coperta. Il vento porta con sé il profumo delle foglie di conifere e di resina e fa venire in mente le raccolte autunnali di castagne. Il fruscio dei faggi e delle betulle annuncia l’arrivo di una tempesta e un attimo dopo ogni rumore si calma completamente, anche il canto degli uccelli, e Orsigna momentaneamente diventa silenzio.
Comprendo pienamente l’amore che Tiziano Trrzani provò per questo posto. Questo scrittore e giornalista italiano (“In Asia”, “Un indovino mi disse”, “Buonanotte, signor Lenin!”, “Un altro giro di giostra”) era legato in modo particolare all’Orsigna, dove ogni anno, per anni, ritornava insieme alla famiglia. Il paese e i suoi boschi diventarono per l’autore un tranquillo rifugio ed alla fine anche il luogo in cui morì.
Tiziano Terzani 1938-2004 Viaggiatore
Tutto qui. Così dice la scritta sulla pietra posata ai piedi dell’albero, davanti alla casa della famiglia Terzani. Tiziano non si autodefiniva un giornalista ma un viaggiatore; costantemente alla ricerca, curioso di ciò che era nascosto sotto le apparenze; sempre al centro degli eventi, sempre presente dove avvenivano degli importanti cambiamenti.
Mi vengono in mente le parole dello scrittore che disse rivolgendosi alla figlia Saskia: “E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vorrai parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio”. Respiro profondamente e approfittando del privilegio di trovarmi in questo luogo magico, decido anch’io di scambiare con lui due parole, e le foglie dell’albero ricominciano a sventolare, come se il loro fruscio fosse la risposta.
“Se tu (…) cominci a percepire questo bosco come una cosa che vive, con una sua storia, tutto diventa più bello.” T. Terzani, La fine è il mio inizio
Un percorso in montagna spesso seguito dallo scrittore nel corso della sua vita, oggi è chiamato con il suo nome. “Il sentiero di Tiziano Terzani” quando lo attraversiamo è vuoto e silenzioso. Solo da qualche parte in lontananza il cucù ci fa ricordare della sua presenza. Quasi nessuna traccia della pioggia torrenziale che abbiamo osservato poco prima sorseggiando il tè in un salotto accogliente. Solo sotto i nostri piedi sguazza un suono umido, e l’erba alta tocca i nostri polpacci, lasciando dei segni bagnati. Il verde del bosco invece sembra essere ancora più intenso. Anche il cielo si è avvicinato a noi, per darci il benvenuto. Le nuvole si sono abbassate, coprendo completamente le cime delle montagne e rendendole ancora più maestose. E quando poche ore dopo la nebbia sparisce, si svela la vetta più alta che, sullo sfondo di un cielo nuvoloso ma allo stesso tempo molto chiaro, appare in tutta la sua gloria come un essere modesto ma allo stesso tempo consapevole del suo valore.
Equilibrio
Troviamo delle numerose torrette di sassi messi l’uno sull’altro in montagna, in una radura davanti all’Albero con gli occhi, da dove si vedono i tetti rossi delle case sottostanti di Orsigna. Lì, nel posto dove lo scrittore riposava e rifletteva, emergono oggi le pietre in equilibrio, simbolo dell’armonia, posate dai viandanti, arrivati qui prima di noi. Probabilmente saranno le stesse persone che hanno appeso all’albero una varietà di sciarpe, ricordi, biglietti di messaggi ed i cosiddetti lung-ta, ovvero bandiere di preghiera tibetane, spesso presenti nell’Himalaya.
“Orsigna sono le mie Himalaya”, disse Terzani, e in questa frase le montagne dell’Asia assumono un significato completamente nuovo, diventando sinonimo di un rifugio, dove torniamo per riprendere il fiato o le distanze. Dal numero di lettere ed oggetti lasciati sotto l’albero, si può arrivare alla conclusione che questo posto è diventato un rifugio anche per molte altre persone arrivate qui dopo di lui.
L’albero con gli occhi a cui si dirigono gli amanti delle passeggiate in montagna e dei fedeli lettori di Terzani non è l’unico nelle montagne di Orsigna su cui Tiziano incollò gli occhi di ceramica portati dall’India. Un occhio simile bellissimo, lucido, come se commosso osservasse il mondo, è attaccato al tronco dell’albero, ai cui piedi poggia la pietra commemorativa. In questo modo, l’autore voleva mostrare a suo nipote che ogni cosa, inclusa la natura apparentemente immobile, è un essere vivente.
E infatti la foresta e il ruscello della montagna vivono e ci circondano dai loro suoni, e gli spazi di montagna riecheggiano del canto degli uccelli e della melodia del bosco. Orsigna è un’Italia diversa dal solito. Mentre nelle antiche città italiane, le vecchie mura raccontano storie e ci guidano attraverso angoli misteriosi e vicoli affollati dove nell’aria si sente l’aroma del caffè, ad Orsigna regnano i profumi del bosco ed è la natura stessa a farci da guida. Qui il passare del tempo è scandito non dagli orologi ma dal canto del cuculo che, timidamente, ogni tanto, ricorda la sua presenza.
foto: Magda Karolina Romanow-Filim
Le conversazioni su Orsigna che si è rivelata, infatti, non solamente un luogo ma anche uno stato d’animo. Sulla foto l’autrice con Folco Terzani, fi glio di Tiziano
La lingua italiana viene associata in tutto il mondo allʼallegria, al cibo, al mare e alla spensieratezza. Appare come una lingua facile da imparare, fatta di parole semplici e poco impegnative, che non richiedono al parlante particolare sforzo o esperienza. In realtà, però, si tratta di una lingua molto più complessa di quanto non sembri. Il lessico italiano, infatti, attinge a numerosissime fonti, legate alla ricca e stratificata storia linguistica della penisola. E molte parole d’uso comune hanno unʼorigine più antica e sorprendente di quanto ci si potrebbe aspettare.
Tomasz Skocki, l’autore dell’articolo
Pensiamo a una parola semplicissima e universalmente nota, forse la prima parola italiana che tutti nel mondo imparano: ciao. Si tratta di un termine di origine veneziana, diffusosi poi, a partire dallʼOttocento, nel resto dʼItalia e successivamente, nel Novecento, nel mondo, dalla Germania al Sudamerica. Lʼorigine di questa parola può apparire sorprendente: essa deriva infatti dal veneziano sʼciao, ovvero “schiavo”. In origine si trattava infatti di un saluto estremamente formale e reverenziale (“sono vostro servo” o “al vostro servizio”). È curioso come la stessa cosa sia accaduta con il termine latino servus, usato come saluto informale in Polonia o in Germania. Altrettanto interessante è lʼorigine della stessa parola schiavo, che proviene dal latino medievale sclavus o slavus. Nellʼalto medioevo, infatti, il termine usato per definire i prigionieri di guerra di origine slava finì per designare gli “schiavi” per antonomasia. Come si vede, già lʼetimologia di una parola “semplicissima” come ciao ha alle spalle una storia a dir poco lunga e complessa.
Lo stesso si potrebbe dire del termine ragazzo, di origine araba (anche se alcuni ipotizzano che provenga invece dal greco), probabilmente entrato in italiano attraverso il siciliano. Del resto le parole dallʼetimologia araba sono tuttʼaltro che rare in italiano e in altre lingue europee: basti pensare a molti termini legati al mondo militare, marinaresco o commerciale, quali ammiraglio, arsenale (arzanà in veneziano) o magazzino, per non parlare della matematica (algebra, algoritmo e altro ancora).
Provenienza araba avrebbe, secondo alcuni studiosi, anche la parola mafia, anche se altri cercano la sua origine addirittura nel nome dellʼapostolo Matteo. Il ghetto, parola diffusa in tutte le lingue del mondo, è di origine veneziana. La pizza, ovviamente, è napoletana, ma il suo nome deriva molto probabilmente dal latino pinsa (“schiacciata”), anche se alcuni ricollegano tanto la pizza quanto la piadina romagnola alla pita comune nei Balcani e nei Paesi islamici. Nellʼambito culinario, ovviamente, non sono rare parole dialettali diffusesi poi in tutto il territorio nazionale: si pensi anche solo ai grissini piemontesi, al panettone milanese oppure allʼarancino o arancina siciliana.
Già questi pochi esempi fanno capire che, se è vero che lʼitaliano che conosciamo oggi ha le sue radici nel volgare fiorentino del Trecento, il suo lessico ha comunque unʼorigine più composita e le singole parole provengono dalle più diverse regioni dʼItalia. Non di rado a farne le spese sono stati gli stessi termini toscani, sostituiti da quelli provenienti da altri dialetti: un buon esempio è la parola giocattolo, tratta dal dialetto veneto, che nel Novecento è andata a sostituire il termine toscano balocco, oggi sentito come decisamente arcaico. Unʼaltra parola legata allʼinfanzia è il diminutivo di padre: nella maggior parte dʼItalia prevale il termine papà, di origine francese, mentre in Toscana è tuttora comunemente usata la parola babbo. Unʼeccezione di non poco conto è Babbo Natale, così chiamato in tutta Italia.
Altre parole comunemente usate in Toscana, ma sentite ormai come desuete in altre regioni, sono per esempio uscio per porta o ancora termini colloquiali e offensivi come bischero o grullo. Un caso interessante è quello delle parole in -aio e –aro: da un lato abbiamo la parola marinaio, dallʼaltro la pizza alla marinara, così come il salvadanaio in cui teniamo il denaro o danaro. Le parole in -aio, dal latino -arius, sono tipicamente toscane. Spesso sono nomi di professione: altri esempi, oltre a marinaio, sono fornaio, notaio o ancora libraio.
Nel resto della penisola, tanto al Sud quanto al Nord, è invece comune il suffisso -aro o -ero. Spesso però, come i già citati denaro o marinaro/a, lʼitaliano standard ha accolto, caso per caso, la forma napoletana, romana ecc. A Roma, del resto, sono estremamente diffuse le parole in -aro, da notaro a gelataro, fino a molti termini colloquiali e volgari del dialetto romanesco. Spesso i termini in -aro definiscono particolari gruppi o subculture giovanili: del resto un appassionato di musica heavy metal si chiama, in italiano, metallaro, mentre chi pratica la street art è un graffitaro…
Lʼorigine così composita e stratificata del lessico italiano dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la grande ricchezza e bellezza di una lingua davvero senza eguali.
Riva degli Schiavoni
Famosissimo punto panoramico sul Bacino di San Marco. È la lunga riva che va dal ponte della Paglia fino al rio della Ca’ di Dio nel cuore del sestiere di Castello. La riva prende il suo nome dalle popolazioni della Dalmazia, che ai tempi della Repubblica di Venezia era chiamata anche Slavonia o Schiavonia. La Dalmazia, insieme a molte città e isole della lunga costa orientale dell’Adriatico furono per secoli parte della Repubblica di Venezia, tant’è che per secoli sulle carte geografiche l’Adriatico era chiamato Golfo di Venezia. La riva costituiva parte integrante dell’allora porto commerciale di Venezia e rivestiva una notevolissima importanza grazie alla sua prossimità con piazza San Marco e con il centro del potere politico veneziano. In questa riva approdarono per nove secoli le navi dei mercanti schiavoni che spesso avevano qui dei banchi in cui vendevano le loro merci.
Si registrano ancora nuovi casi in Polonia, con un numero complessivo di casi attivi in aumento sensibile rispetto alle scorse settimane a 9.679 (settimana scorsa 8.317), di cui gravi 63, ovvero circa l’ 1% del totale.
Complessivamente, nonostante l’aumento dei casi, i numeri dell’epidemia rimangono sotto controllo e senza pressione eccessiva sulle strutture sanitarie polacche.
La Slesia resta l’area con più contagli, ovvero 15.940 dall’inizio dell’epidemia.
Dal 25 luglio sono state alleggerite alcune restrizioni sul numero massimo di spettatori e per gli eventi. La capienza degli stadi sale al 50% e sono consentiti eventi con presenza possibile di una persona ogni 2,5 mq (in precedenza era 1 persona ogni 4 mq). Viene inoltre revocato il limite per gli eventi, che era fissato a 150 persone.
La distanza di sicurezza viene ridotta a 1,5 metri, restano inalterate le prescrizioni per copertura di naso e bocca.
L’articolo è stato pubblicato sul numero 70 della Gazzetta Italia (agosto-settembre 2018)
Ferzan Özpetek, turco d’origine e italiano d’adozione. Dopo alcune esperienze in teatro si avvicina al cinema lavorando come aiuto regista. Debutta nel 1997 con “Il bagno turco” che ottiene un grande successo di critica e di pubblico. Da lì inizia la sua carriera contrassegnata da successi continui. In questo mese d’agosto esce nelle sale polacche il suo dodicesimo film “Napoli velata”.
Ferzan Özpetek, fot. Gerald Bruno
Non tutti sanno che Lei in realtà doveva studiare negli Stati Uniti, poi all’improvviso è sbarcato a Roma…
Stavo andando in America e poi di punto in bianco ho cambiato idea e sono andato a Roma, non so perchè. Mi piaceva molto il cinema italiano ma amavo anche il cinema francese, inglese, americano quindi non è stato un motivo fondamentale. È stata una cosa abbastanza strana. Sono quelle decisioni che non sai come spiegare. Nella vita facciamo tante volte delle scelte d’istinto, senza motivo credo.
Sente una forte appartenenza alle sue radici?
Mi definisco come un regista italiano quello di sicuro perché dal punto di vista professionale sono cresciuto in Italia. Poi per quanto riguarda la nazionalità…forse mi sono un bel po’ allontanato dalla Turchia perché da quarantadue anni abito in Italia. Ma adesso che Lei mi ha fatto questa domanda mi sono reso conto che non sento un’appartenenza a un solo paese. Penso che conti molto essere delle persone prima di tutto.
E questo si vede anche nei suoi film che si concentrano sulle persone, relazioni ed emozioni. Tante volte nel Suo lavoro con gli attori si vede il richiamo ai grandi Maestri del cinema…
Ci sono tantissimi registi che amo ma il mio preferito rimane Vittorio De Sica per il suo rapporto con gli attori. Ho sempre ammirato proprio la sua virtù di dirigere gli attori per tirarne fuori l’essenza. Questa è la cosa che conta di più per me. Poi ci sono tanti altri straordinari registi come Michael Powell, Stanley Kubrick, Antonio Pietrangeli. Potrei continuare l’elenco all’infinito perché i registi che ammiro sono tanti.
Oltre ai protagonisti anche l’ambientazione svolge un ruolo importante nelle Sue opere, diventa essa stessa protagonista al pari degli attori. Lei è un esperto nel far vedere il volto nascosto delle città note…
Alessandro Borghi
Le persone contano molto ma i posti altrettanto credo. “Le fate ignoranti” le ho ambientate al Gasometro a Roma. Grazie al clamoroso successo del film in Italia, il quartiere ha avuto un boom di vendite degli appartamenti e gli immobiliaristi mi hanno ringraziato. Quando ho fatto il mio primo film “Il bagno turco” tanti amici, non riconoscendo le location, sono venuti da me chiedendo dove avevo girato. Erano invece posti che tutti vedevano ogni giorno. Spesso è una questione d’inquadratura, di ripresa, dell’angolazione che dai al luogo. Ma la cosa che conta più di tutto sono le persone e il loro rapporto con l’ambiente. Quando scrivo la sceneggiatura e poi comincio a fare le prove con gli attori e vado con loro sul posto, le idee iniziali possono cambiare.
Dopo sedici anni è tornato a Istanbul a girare un film basato sul Suo libro “Rosso Istanbul”, il rapporto con l’ambiente cambia anche quando gira in Turchia?
La mia formazione è italiana e non si riesce a svincolare da un certo meccanismo che si è imparato. A Istanbul sono stato benissimo, ho lavorato con una troupe meravigliosa e di grande passione. Ambientare e girare nella mia città ha avuto un grande significato per me. L’ho vista con altri occhi. Mi ha emozionato. Volevo girare nella casa dove ho vissuto da bambino, ma non esisteva più, al suo posto c’era un grattacielo. Ho girato comunque sul Bosforo dove trascorrevo le estati. A Roma ultimamente ho avuto molte difficoltà perché comunque è una città che soffre le riprese. I romani non sopportano quando si ferma il traffico, ma il prossimo film lo farò sicuramente a Roma.
Giovanna Mezzogiorno, “Napoli velata”
Ha già qualche idea?
Ho quasi finito la sceneggiatura di un nuovo film che racconta una persona che non riesce mai a stare ferma. Non perché è agitata ma perché i suoi interessi e la sua creatività la portano a fare sempre cose diverse. Io stesso sono così: il prossimo aprile faccio Madame Butterfly all’opera di San Carlo a Napoli, ho scritto il nuovo film, forse comincio a scrivere il terzo romanzo. La mia vita è condividere le cose che amo e che mi piacciono e per questo faccio cinema, per questo condivido le foto e altro sui social. L’idea del condividere cioè vedere o partecipare insieme, offrire del proprio ad altri, vedere insieme la stessa cosa ma ognuno a modo suo è molto affascinante. Mi piace una frase di Marco Ferreri che dice “i film senza gli altri non esistono, gli altri sono insieme a noi autori dei film”. Grazie alla condivisione istantanea mi sono avvicinato molto ai miei spettatori, li faccio partecipi della mia creazione e se la gente poi mi dice che ha visto diverse volte i miei film, se mi racconta che qualcosa gli è piaciuto in modo particolare questa è una grande soddisfazione per me.
Invece a Napoli ha girato per la prima volta, dopo Lecce e Roma è arrivata l’ora di raccontare Napoli?
Sei anni fa, mentre curavo la messa in scena di La Traviata al San Carlo, ho vissuto un mese e mezzo a Napoli, ho conosciuto tante persone, sono entrato nelle case, mi sono documentato sulla storia della città, ho visto la vita. Sono stato rapito e da lì è nata l’idea di farci un film.
Racconto Napoli che ho amato subito quando ci sono arrivato per la prima volta: la Napoli del centro storico, una Napoli antica e borghese, Piazza del Gesù, Piazza dei Martiri, Piazza San Domenico Maggiore e su e giù per Spaccanapoli. Anche gli interni li ho scelti con cura. Ai due principali sono legato anche affettivamente. La casa di Adele (Anna Bonaiuto) è un’antica casa nobiliare piena di opere d’arte usata dal cinema due volte sole: da Rossellini per Viaggio in Italia e da De Sica per L’oro di Napoli. La casa di Adriana (Giovanna Mezzogiorno) è quella di Flora, una mia carissima amica.
La Sua Napoli è misteriosa ma anche piena di simboli…
Giusto, ci sono simboli attorno ai quali fin dalle prime scene gira il film. All’inizio ho pensato di aprirlo con la vista di Napoli. Poi invece parlando con la mia scenografa abbiamo cominciato a riflettere su cosa di preciso voglio raccontare di questa città. Siccome mi piacciono molto le scale mi ha fatto vedere la scala del Palazzo Mannajuolo. Sono rimasto colpito. Era il destino in qualche modo perché tutto il film è basato sull’occhio e sull’utero e questo palazzo sembrava tutte e due. Per un’apertura era perfetto. Un altro simbolo che ritorna è il velo. Mi è capitato di assistere alla “figliata”, un rito arcaico legato alla cultura napoletana dei femminielli, la rappresentazione di un parto maschile. Tra attori e pubblico c’è un telo semitrasparente, perché la verità va più sentita che guardata. E appunto perché “Napoli velata” mi chiedevano sempre? Perché il velo non nasconde ma svela, grazie al velo ci si vede più dettagliatamente tante sfumature del viso. Così come nel Cristo velato il velo rivela, coprendole, le forme del viso. Lo spettacolo mi ha conquistato a tal punto che ho deciso di usarlo in parte per l’apertura del film ma ho cambiato tante cose e l’ho fatto a modo mio.
Abbiamo parlato di Italia e Turchia, spostiamoci un attimo in Polonia. Nel 2015 è stato ospite del Forum del Cinema Europeo Cinergia a Łódź…
Sono andato a Łódź insieme a Kasia Smutniak che è una mia amica, oltre al fatto che abbiamo fatto un film insieme. Sono stato anche a casa dei nonni di Kasia e quindi ho visto la campagna polacca. La Polonia mi ha fatto molto effetto. Ho notato tante somiglianze con gli altri paesi ma dall’altro canto ci sono anche le cose sottili che fanno la differenza. La luce, un piatto, uno sguardo che ti fa pensare di essere proprio in Polonia.
Quando Lei parla delle piccole cose, dell’attenzione ai dettagli mi vengono in mente i film di Kieślowski oppure le poesie di Szymborska…
Sono pazzo di Kieślowski! È stato un attento osservatore della vita. I suoi film invitano alla riflessione e anche con il racconto semplice sono profondi e toccanti. Della Szymborska invece sono stato amico. Sono incantato delle sue poesie. Ci siamo incontrati per la prima volta alla Fiera del Libro di Torino e dopo ci siamo rivisti in diverse occasioni. Le ho dedicato “Magnifica presenza” e l’ho citata ne “Il cuore sacro” nel momento in cui dalla borsa della protagonista cade il libro delle poesie. È stata una presenza forte nella mia vita. Tra le mie ispirazioni polacche ci sono anche Pawlikowski e Polański. Regista che la gente contesta ultimamente ma che io apprezzo molto. È un grande artista ma non con tutti se ne può parlare apertamente a causa del clima molto duro oggi e dell’atmosfera di scandalo perenne che lo circonda. Per me lui rimane un regista straordinario.
foto dal film “Napoli velata”
fotografo: Gianni Fiorito
Nella foto Luisa Ranieri, Peppe Barra, Antonio Braucci, Antonio Grosso e Antonio Solito; “Napoli velata”